CALCIO
Il Benevento non decolla
Il Benevento non decolla e si allontana anche dalla zona play off, anche se resta in “zona” ad un punto dal Perugia.
Ad Alessandria, al ritorno del presidente Vigorito in tribuna la squadra non riesce ad agguantare neanche il pari. Troppo timida, senza “anima” quella vista fino ad ora in campo esterno, troppo remissiva al primo sbandamento.
Nella settimana poi, quasi a sorpresa, ma c’era nell’aria la voglia di cambiamento da parte dei dirigenti, l’esonero di Acori e l’arrivo di Camplone. Certamente il “palmares” del nuovo arrivato è ben lontano dell’allenatore esonerato, ma di lui si dice un gran bene ed alla presentazione del nuovo trainer tutti sorridenti e giulivi, per una rivoluzione tattica annunciata. Poi la mini doccia fredda della prima delle due gare interne.
Il pari con il Viareggio, certamente non squadra all’apice della classifica, va stretto sia ai giallorossi che agli stessi toscani. La squadra nel primo tempo in gran confusione, con qualche giocatore fuori ruolo, molti i passaggi sbagliati, qualche svarione difensivo, da qui il due a zero a chiudere il primo tempo, ma anche sotto rete coi giallorossi a guardare i palloni che finivano di una spanna ai lati del portiere avversario o magari a saltellare lungo la linea di porta. Nel secondo tempo la mini impresa con il recupero delle due reti, con altre azioni sottoporta da far mangiare le mani, ma soprattutto due superparate di Gori a salvare il risultato.
La squadra fischiata all’intervallo è stata alla fine timidamente applaudita. Per il resto forse non si poteva chiedere la luna al nuovo allenatore, ma la squadra schierata in campo non ha avuto la sua impronta, non ha avuto quella svolta rivoluzionaria, annunciata come “l’avvento” che ci si attendeva da subito per incominciare a risalire la china e soprattutto per sfruttare in pieno le due gare casalinghe.
E domenica prima della pausa natalizia il Benevento è atteso per una gara di rivincita contro il Foligno. Poi ci sarà tutto il tempo per recuperare soprattutto tatticamente la rosa dei giocatori a disposizione di Camplone e poi saremo a gennaio quando potrebbero esserci delle novità dal mercato di riparazione. “Qualcuno” ha tenuto a precisare che da questo mercato non sempre i “colpi” messi a segno sono stati validi, eccezion fatta per Clemente, ma ciò non precluderà ovviamente che il Benevento non possa ben operare sia in entrata che in uscita.
Per adesso c’è il Foligno, poi sarà Natale.
Pregi
ROSSO
FERRARI
A cura di Giuseppe
Russo
DE TOMASO: DAI PROTOTIPI ALLA PANTERAFINO ALLA LIQUIDAZIONE
Storia di un mito dimenticato
Alejandro De Tomaso era figlio di Antonio, uno dei tanti emigranti italiani della prima metà del secolo scorso in Argentina. Antonio divenne un importante uomo politico e ministro, anche grazie alla moglie e madre di Alejandro appartenente ad una delle famiglie argentine più facoltose dell’epoca, proprietaria di un’azienda agricola di 120000 ettari. Alejandro crebbe, quindi, serenamente ed ebbe la possibilità di dedicarsi a pieno alla sua passione per le corse pilotando, in diverse occasioni, vetture Bugatti e Maserati.
Tuttavia l’avvento del regime Peronista portò alla rovina la famiglia De Tomaso, da sempre avversa a Peron.
Alejandro fu costretto all’espatrio abbandonando moglie e figli in Argentina. Arrivato in Italia nel ’54 trovò lavoro come pilota correndo per Maserati ed OSCA, dopo poco aprì una piccola officina meccanica a Modena.
In questo periodo da pilota De Tomaso conobbe Elisabeth Haskell, ereditiera di una delle più ricche famiglie statunitensi, molto influente nel campo automobilistico americano. Infatti era la sorella del presidente della Rowan Controller Industries, azienda fornitrice di apparecchiature elettriche per Ford e GM. Averla sposata fu la svolta per Alejandro.
Nel ’59 De Tomaso creò, dalla sua officina, un marchio ed una casa automobilistica iniziando con la produzione di vetture da competizione e quindi stradali in serie.
La prima automobile prodotta fu la Vallelunga, sportiva dotata di innovativa carrozzeria in fibra di vetro e telaio in alluminio era spinta dai 100 CV del motore Ford Cortina. Riscosse un discreto successo.
Nel ’66 fu la volta della Mangusta. Supercar nata con la stretta collaborazione di Ford e Ghia, dotata di un motore V8 americano da 4700 cc si poneva in diretta concorrenza con Ferrari e Maserati. Fu prodotta in 402 esemplari fino al ’71, quando fu sostituita dalla Pantera.
Con la Pantera De Tomaso raggiunse l’apice del successo. Spinta da un propulsore V8 Ford da 5.8 litri sfoggiava una linea molto aggressiva disegnata dalla Ghia. Fu venduta anche in America tramite la rete Ford ma la crisi petrolifera di quel periodo e l’improvviso abbandono di Ford a De Tomaso determinò la fine precoce della sua carriera che terminò praticamente nel ’73 dopo circa 6100 esemplari prodotti. La sua produzione continuò fino al ’93 senza essere mai aggiornata nella sostanza ma solo stilisticamente, altro fattore che portò alla sua rovina. Si aggiunga anche che De Tomaso fu molto più impegnato nell’acquisizione e negli investimenti, in collaborazione con il governo italiano, nelle aziende italiane in crisi. Riuscì, infatti, nel controllare Maserati, Innocenti, Moto Guzzi e Benelli. Esempio di queste attività fu la Maserati Biturbo del ’82.
Nel ’93 venne finalmente avviata la produzione della Guarà, dotata di un V8 Ford, 4600 cc per 290 CV. Le vendite furono scarse ed il generale fallimento del gruppo finì nella messa in liquidazione dell’azienda degli ultimi anni. L’unico tentativo di ripresa fu fatto da un accordo italo-russo, naufragato anche per la morte nel 2003 di Alejandro, per la produzione in Calabria di un veicolo fuoristrada.
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