PONTELANDOLFO
La stele della città martire
Il titolo scelto, non induca il lettore al pensiero di un’invasione di campo della nostra precedente rubrica, perché ceselliamo il tassello mancante al mosaico della storia unitaria di questo paese, che qualcuno, anni fa, ebbe l’ardire di definire la “Perla del Sannio”, bontà sua.
Già, perché la possente stele bronzea, prodotta con la tecnica dell’altorilevo, del Maestro Mario Ferrante è stata finalmente consegnata e intronizzata proprio all’ombra della “Teglia”.
E’ pur vero che il giovane arbusto ha ancora pochi anni sul suo dorso, per avvolgere con la sua ombra la mole della stele, ma ha la ventura di fare le veci della sua gloriosa antenata, testimone silente e imperiosa della storia locale.
Il riconoscimento di Città Martire dell’Unità d’Italia, intervenuto nel corso del 150enario, ha da oggi 25 gennaio, il suo simbolo, con l’inaugurazione avvenuta alla presenza del Presidente della Provincia,prof. Aniello Cimitile, del Sindaco Dr.Cosimo Testa che ha proceduto alla cerimonia di allocazione, del Parroco Don Giuseppe Girardi che l’ha benedetta ed anche del noto scrittore e giornalista del Corriere della Sera, Gianantonio Stella, al quale è stata conferita la cittadinanza onoraria.
La popolazione pontelandolfese è ampiamente orgogliosa di annoverare tal personaggio nella nobiltà concittadina, non solo perché, uno dei massimi interpreti della carta stampata si sia fermamente interessato alla storia locale, dando l’avvio a quella massiva produzione letteraria che ci ha gratificati per due e passa anni, fino alla degna conclusione del 14 agosto 1861, con l’intervento del prof.Giuliano Amato;ma, tanto più che Stella è vicentino come il Sindaco Variati e soprattutto come il colonnello savoiardo Pier Eleonoro Negri, artefice dell’eccidio.
Questo atto, quindi supera anche il merito personale del “maestro” Stella, avvolgendo anche la comunità berica in un vero e proprio gemellaggio culturale. Certo, siamo ancora in attesa del gesto promesso dal Sindaco Variati nella circostanza agostana, di intitolare una via o una piazza a Pontelandolfo e anche se non disperiamo, il nostro contributo tangibile è stato dato, alla storia e alla indispensabile unità della nazione.
Vogliamo soffermarci sull’opera del Maestro Ferrante, perché la riteniamo un capolavoro di tecnica scultorea, ma anche dal punto di vista culturale e, perché no, sentimentale ed identitario.
Il riflesso del vortice che racchiude l’opera, secondo Abbuonandi, si richiama agli artisti del 1500, che intendevano rappresentare il moto perpetuo. Questo ci trova concordi, perché quella “sporca storia di 151 anni fa” ha trovato le giuste energie per movimentarsi, per uscire allo scoperto. Sta a noi indigeni non fargli perdere vigore, autolimentadolo con le spinte culturali e passionali giuste e non far sì che resti un’impresa fine a se stessa. Il senso di dinamicità impressa dal Ferrante, ci proietta al futuro, perché il vortice sembra partire proprio da ciò che accadde quel 14 agosto. C’è la Torre e il Castello, oramai eletti a simbolo di questa comunità che sembra attorcigliarsi,ma alla fine si ricompone. Noi ci vediamo, sommessamente, la metafora dei tempi attuali, dove le varie crisi sembrano avvinghiarci in una spirale negativa ed è nostro compito spezzarla per rivolgerci con speranza al futuro.
La parte inferiore dell’opera, presenta una sequela di persone che sembrano trascinate dalla forza del vortice che vorrebbe rappresentare la strenua difesa della “piccola patria” dagli invasori sabaudi. Noi cogliamo un aspetto di fierezza e di orgogliosa difesa dell’identità e della dignità del nostro popolo.
In conclusione l’opera del Maestro Ferrante ci piace proprio per questa retrospettiva culturale,a tratti mistica e passionale che ben si coniugano con lo spirito della popolazione della Città Martire.
Da oggi Sotto la Teglia, abbiamo un nuovo bastione che ci riporta alla nostra identità e alla nostra dignità ed in dialogo continuo con la comunità indigena per eternare alla posterità il senso dell’appartenenza, della passione civica, della storia e delle tradizioni di Pontelandolfo.
Un quadrangolo perfetto che si dipana dalla Torre medioevale, alla fontana,alla Madonna della Pace e che si chiude con la stele sotto la Teglia, appunto.
Il dialogo non va interrotto;anzi va corroborato con piena responsabilità, perché è un’occasione irrepetibile per cercare il riscatto sociale ed economico della nostra comunità.
La consapevolezza che non siamo roba di scarto della Regione che ci hanno imposto di appartenere, né tantomeno succubi e sudditi di una sola parte dell’Italia.
Anzi noi siamo una risorsa per rilanciare l’intera nazione, cominciando dal nostro piccolo. La nostra unica forza è l’unità e la condivisione del bene comune,altrimenti ci imbraghiamo nelle solite e sterili lotte personali,ripetendo gli enormi errori del passato.
Nicola De Michele
UNA TRADIZIONE CHE SI RINNOVA
I presepi viventi di Morcone ePietrelcina
Cos’hanno in comune Casale Monferrato (Piemonte), Talamona (Lombardia), Genga (Marche), Petrignano (Umbria), Rivisondoli (Abruzzo), Pesche (Molise), Greccio (Lazio), Pietrelcina o Morcone (Campania), e Matera (Basilicata)? Questi e molti altri borghi italiani, piccoli e grandi, durante il periodo delle festività natalizie allestiscono il loro presepe vivente. Dal momento che ve ne sono tantissimi in tutte le regioni d’Italia, si può affermare che la tradizione presepiale costituisce uno di quegli elementi che uniscono e rafforzano l’identità della nostra penisola.
Il nome “presepe” deriva dai Vangeli di Luca e Matteo (i Vangeli dell’infanzia) in cui si narra che Gesù, appena nato, venne posto in una mangiatoia (praesepe in latino), accanto al bue e all’asinello. Il presepe vivente è una tradizione italiana che ebbe origine nel lontano 1223, quando San Francesco d’Assisi allestì la prima rappresentazione della Natività, con l’impiego di personaggi in carne e ossa, nei boscosi monti Sabini nei pressi di Greccio, nel reatino. Questo è il più antico presepe vivente della storia. Da allora l’usanza del presepe si è diffusa nel resto d’Italia, specialmente nel napoletano, e negli altri Paesi del mondo cristiano. La tradizione vuole che il presepe venga fatto il giorno di San Nicola (il 6 dicembre) o di Santa Lucia (il 13 dicembre), lasciando la mangiatoia vuota fino alla notte di Natale. Viene completato il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, con l’arrivo dei Magi che portano in dono al “Re dei Re” oro, incenso e mirra.
Nel Sud Italia uno dei più caratteristici presepi viventi viene allestito, ogni anno, nella cittadina sannita di Morcone, di origini antichissime, che, arroccata sul pendio di una montagna, ricorda per l’appunto un presepe. Con il suo caratteristico paesaggio fatto di scalinate scenografiche, strade strette e tortuose, case affiancate le une alle altre, balconi pittoreschi, volte e archi rampanti, edicole in ceramica colorata, piazzette, fontane, portali, vicoli e viuzze in salita, il paesino appare, specie con le luci della sera, come la materializzazione di un presepe vivente 365 giorni all’anno, quasi un’opera artistica come quelle realizzate dagli abilissimi artigiani di San Gregorio Armeno a Napoli. Proprio la sua conformazione fisica ha suggerito l’organizzazione di una manifestazione denominata il “presepe nel presepe”.
Anche quest’anno, il 3 e il 4 gennaio in uno scenario naturale ideale, dominato dalla maestosa roccia della “Prece”, si è svolta la rappresentazione morconese della Natività, giunta ormai alla sua XXIX edizione. Qui la tradizione del presepe vivente ha avuto inizio nel Natale del 1979 per iniziativa di un gruppo di giovani dell’Azione Cattolica che, coinvolgendo altri abitanti del paese, animarono per la prima volta la sacra rappresentazione. La manifestazione ha ottenuto finora importanti riconoscimenti fra cui il 1° Premio come «miglior presepe vivente d’Italia» nel 2000, conferito dall’associazione siciliana “Amici del Presepe delle Madonìe”.
Nel largo fuori Porta San Marco vengono riproposte le cinque scene dinamiche fondamentali - l’annunciazione, il viaggio di Maria e Giuseppe verso Betlemme, la nascita di Gesù nella grotta, l’arrivo dei Re Magi e la lunga fiaccolata dei pastori che vanno a onorare il Salvatore. Il cuore della rappresentazione è la capanna della Natività, dinanzi alla quale i visitatori si soffermano: vicina agli umili, ai poveri e al popolo sottomesso, invece che ai grandi uomini e ai potenti, essa rammenta a noi tutti che 2000 anni fa’ il Cristo è nato per la salvezza di chi ha bisogno.
Oltre alla sacra Natività, per le vie del borgo e all’interno delle abitazioni del centro storico sono ricostruite una quarantina di scene statiche e di ambienti: ad esempio lo sfarzoso banchetto del re Erode in compagnia di alcuni ospiti, allietato dalla danza di ballerine vestite da odalische; oppure il presidio romano con il censore e coppie di soldati che controllano che tutto si svolga nel pieno rispetto delle leggi di Roma. Nella parte vecchia del paese vengono riproposti scorci di vita quotidiana di una tipica comunità contadina, con costumi d’altri tempi e la simulazione di antichi mestieri, oggi quasi dimenticati: il mugnaio, il fabbro, il falegname, il ciabattino, lo scalpellino, il ramaio, il canestraio, il vasaio e altri. Si tratta quindi di un presepe per metà “a percorso” nel quale gli spettatori, passeggiando lungo le strade, rivedono dal vivo la rimessa in opera dei mestieri di un tempo, e per metà “a copione”, per ciò che riguarda le rappresentazioni sceniche relative alla natività, ispirate sia alla tradizione sia al racconto evangelico.
Qui è possibile assistere allo spettacolare torrente di fuoco della “Ndocciata” (o “intorciata”) di Agnone, inscenata tutti gli anni nel paese molisano, noto per le sue campane in bronzo, in occasione della ricorrenza dell’Immacolata. Il grande rito del fuoco in cui vengono usate grosse torce dette “ndocce”, fatte con legno di abete bianco e ginestre, l’8 dicembre 1996 arrivò anche in Piazza San Pietro a Roma, al cospetto di papa Giovanni Paolo II. Spenti i bagliori delle decorazioni artificiali, il fuoco acceso delle fiaccole al culmine dei giorni più brevi dell’anno ha una connotazione simbolica: indica il trionfo della luce e della speranza sulle tenebre.
Un altro presepe vivente tra i più belli e riusciti nel Sannio è quello che si tiene il 27-28 e 29 dicembre di ogni anno nelle viuzze e nelle piazzette dell’antico borgo medioevale di Pietrelcina, trasformata per l’occasione in un’odierna Betlemme. Svolgendosi sempre nei tre giorni stabiliti, quest’ultimo costituisce un appuntamento annuale dalle date certe e quindi imperdibile.
Il fiore all’occhiello della manifestazione è, anche qui, la scena della Natività, ambientata nel locale sottostante la casa natale di San Pio, un tempo usato dalla famiglia del Santo come magazzino e stalla per l’asino. Ma il teatro della rappresentazione è l’intero rione “Castello”, dove Padre Pio è nato e ha trascorso circa 30 anni della sua vita.
Come per Morcone, senza dubbio contribuisce al successo di pubblico e di partecipazione della rappresentazione la particolare conformazione del paesello, arroccato su un promontorio chiamato la “Morgia”. Il grande interesse suscitato dalla manifestazione è dovuto soprattutto alla meticolosa attenzione prestata ai costumi (si cerca infatti di riprodurre l’abbigliamento palestinese) e alla scenografia (il paesaggio viene allestito tenendo conto degli aspetti tipici dei villaggi palestinesi: così i vicoli sono arricchiti con palme, cespugli di canne e paglia; al posto delle porte e delle finestre delle case sono utilizzate tende di sacco e stuoie; l’illuminazione degli ambienti diviene più fioca ma suggestiva grazie all’utilizzo di fiaccole e candele).
Penetrando fin nel cuore del centro storico, i visitatori possono incontrare banchi di mercanti, taverne e osterie in cui ci si diverte, botteghe artigianali, massaie, lavandaie, taglialegna, ecc. Si può osservare come un tempo si produceva il formaggio o la pasta fatta in casa, il pane o i dolci tipici della zona, come si lavavano i panni e si filava la lana o ancora come si impagliavano le sedie, come si fabbricavano i cesti e le funi, come si scolpiva la pietra, come si lavorava il ferro, il legno e le pelli per le calzature. Inoltre durante la manifestazione, ogni anno, viene riproposta all’interno di uno dei più antichi frantoi della comunità pietrelcinese la spremitura delle olive, utilizzando, come avveniva nel passato, una grande ruota in pietra detta “mola”, mossa da uomini o asini.
A Morcone e a Pietrelcina si celebrano alcune delle più suggestive rievocazioni della Natività, non semplici ricostruzioni storiche e religiose, ma occasioni per la riscoperta dei migliori valori umani e delle antiche abilità artigianali. Allestite in perfetta sintonia con l’ambiente naturale, queste manifestazioni sono anche uno sprono a riflettere sul vero significato del Natale, fondendo insieme storia, tradizione, magia e una forte spiritualità.
La buona riuscita di tali rappresentazioni, che catalizzano ogni anno l’attenzione di migliaia di visitatori, è assicurata dalla folta partecipazione, come figuranti, degli abitanti stessi che, alla stregua di bravissimi attori, si calano perfettamente nei ruoli loro assegnati (la Sacra Famiglia è impersonata talvolta da vere coppie mentre per il Bambinello è scelto l’ultimo nato nel paese). Riunendo e coinvolgendo intere comunità, diventano anche espressione di solidarietà.
Il principale fascino dei presepi viventi è che il visitatore viene come trasportato indietro nel tempo, immerso nella magica atmosfera del Natale e incantato dalla bellezza dei luoghi. Per questi motivi, essi meritano di essere conosciuti e vissuti.
Mariavittoria Albini
VALLE TELESINA
La "Città dei sette"
Nel numero precedente, con l’articolo “Le unioni dei comuni” si è sottolineata la volontà di creare, in Valle Telesina, nuovi assetti amministrativi. Tra questi è la “Città dei sette”.
La “Città dei sette” è formata da sette comuni sud-matesini (Cerreto Sannita, Cusano Mutri, Guardia Sanframondi, Pietraroja, San Lorenzello, San Lorenzo Maggiore, San Lupo) che hanno in comune una serie di caratteristiche ambientali, sociali e culturali.
La vasta estensione territoriale (circa 200 kmq), abbraccia gran parte del Matese sudorientale come una “cintura verde”, alternativa al Parco Regionale del Matese, cui tuttavia fanno parte quattro comuni della “Città dei sette” (Cerreto, Cusano, Pietraroja e San Lorenzello).
La popolazione complessiva della “Città dei sette” è di 20mila abitanti circa, ma solo un comune (Guardia Sanframondi) supera i 5mila abitanti; l’unione di questi comuni, quindi, è anche un impegno di energie per frenare il fenomeno dello spopolamento, che dagli anni 70 in poi ha interessato anche i sette paesi.
La bassa densità di popolazione (24 abitanti per kmq) fa pensare a una “città giardino”, quindi a un turismo verde, che potrebbe essere il fattore trainante per lo sviluppo economico di questo territorio, atteso che non c’è nei comuni aderenti un settore commerciale sviluppato.
La “Città dei sette”, con un impegno di energie di tutti i settori, sociali e istituzionali, potrebbe rappresentare un’importante opportunità per tutti, in primo luogo per i giovani, che avrebbero meno ragioni per allontanarsi dai paesi di origine.
Rosario Longo
BREVI DA LIMATOLA
Un servizio postale
da terzo mondo
Da oltre un mese la consegna della posta avviene con notevole ritardo, causando immaginabili disagi ai cittadini ed alle imprese di Limatola.
Tale situazione si è aggiunta alla cronica inefficienza dello sportello postale, più volte oggetto di contestazione da parte dei limatolesi che, spesso sono costretti ad andare nei vicini centri di Amorosi, Dugenta, Caiazzo, Castelmorrone o Squille per pagare una bolletta o spedire una raccomandata.
Eppure nel sito internet di Poste Italiane c'è scritto che è “un'azienda al servizio dei cittadini che rappresenta un motore di sviluppo per l'intero Paese” ma a Limatola si vede che è tutta un'altra storia.
Raccontano che il postino si sarebbe infortunato e da oltre un mese non si riesce a trovare un sostituto per la consegna della corrispondenza. Eppure Poste Italiane (è scritto sempre nel sito) ha 14 mila uffici postali ed un organico di 150 mila dipendenti!
Per fronteggiare questa ennesima umiliazione i cittadini lanciano una pubblica sottoscrizione che può essere firmata anche on line oppure presso l'azienda Eurogronde srl, Via Provinciale loc. Campitello.Tel. 0823481116.
Le prime delibere
del nuovo anno
Non c’è nessuna lotteria in palio, né tantomeno uno spirito denigratorio, ma soltanto opportunità di informare.
Limatola, una comunità di persone operose e serie, da anni subisce le umiliazioni di una strada provinciale impraticabile ed in condizioni indecenti. Non c’è un Piano regolatore e nemmeno una rete efficiente di illuminazione pubblica. Il comune impegna (tra l’altro) 23.000 euro per le luminarie di Natale. E potremmo continuare.
In cima alle preoccupazioni dei limatolesi c’è comunque la crisi economica attuale e mal sopportano gli sprechi, soprattutto nel settore pubblico.
In cima alle preoccupazioni dell’Amministrazione Comunale a giudicare dalla prima delibera dell’anno 2012, forse, c’è ben altro.
Il 5 gennaio alle ore 17 si è riunita la Giunta Comunale di Limatola ed ha sfornato la prima delibera, la n° 1 dell’anno 2012 porta il titolo: “determinazione dell’indennità di funzione degli amministratori”. E’ stato stabilito il compenso mensile degli amministratori: agli assessori € 298,59; al vicesindaco € 398,15; al sindaco spetterà invece € 1991,25.
Sempre nella stessa seduta c’è il tempo per confermare all’ufficio di staff del Sindaco il compenso annuo di € 86.000.
A raffica seguono poi le altre delibere di spesa (allegra?), come quella di ben 580.000 euro per il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti.
Sito internet
inaccessibile
Questa volta il Sindaco dovrebbe rispondere alla legittima interrogazione dell’ing. Pietro Di Lorenzo che nel corpo del documento recita:
“premesso che il sito istituzionale www.comune.limatola.bn.it presenta diverse incongruenze e patologie (ci sono dati incoerenti con la realtà di Limatola come farmacie, banche, aziende, ect) riscontrabili a chiunque effettua l’accesso;
considerato che da tantissimi giorni è impossibile accedere all’albo pretorio, con grave pregiudizio per la necessaria informazione istituzionale;
visto le Leggi e regolamenti in vigore,
si chiede di conoscere:
i motivi che hanno causato questo vero e proprio blocco dell’attività istituzionale.