BUONALBERGO

Li cicci, li puorci, li quanta?

Non appartengo al mondo della scuola avendo lavorato per circa quarant’anni nei Tribunali; leggo, tuttavia, con particolare interesse gli scritti della dottoressa Domenica Zanin, sia per gli argomenti che tratta, sia per il modo garbato col quale porge agli altri i suoi pensieri e le sue idee.
Recentemente ho avuto modo di apprezzare un suo articolo dedicato al "gioco libero". Andando avanti nella lettura, mi tornavano alla mente le espressioni usate da Iolanda Chiuchiolo per la presentazione di un libro di Vincenzo Salierno, già maestro e direttore didattico, pubblicato nel 2003, intitolato "LI CICCI, LI PUORCI, LI QUANTA?", col Sottotitolo "I giochi della nostra fanciullezza", la quale affermava: "I diversi giochi dei bambini di un tempo sono stati cancellati dalla TV e da Internet."
Orbene, è notorio che s’impari più dall’esperienza che dallo studio.
Filippo Ottonieri, il "filosofo" delle Operette Morali, ad un giovane "poco esperto del mondo", il quale sosteneva che sui libri s’imparano cento fogli al giorno relativi all’<arte del governarsi, e della cognizione pratica degli uomini> , così rispose: ma il libro fa cinque milioni di fogli.
Il libro o la televisione o il Computer, quindi, non potranno mai sostituire del tutto "il gioco libero e all’aria aperta".
"Nelle scuole, invece, -come affermava provocatoriamente Papini- abbiamo la reclusione quotidiana... l’immobilità più antinaturale... l’immobilità dello spirito", mentre il giovane "ha bisogno, per vivere, della libertà": "libertà per rafforzare il suo corpo e conservarsi la salute"; "libertà per svolgere la sua personalità".
L’autore parte appunto dalla "validità educativo-didattica dei giochi e dei giocattoli" per imbarcarsi in una meticolosa ricerca nella sua memoria di ragazzino, di cantilene, filastrocche, credenze e favole tramandate di generazione in generazione.
Nel suo lavoro i giochi s’inseguono e si susseguono con ritmo incessante e non danno tregua alla curiosità di chi si lasci coinvolgere nel loro vortice; sembra quasi di vivere nel bel mezzo di un vero e proprio giardino d’infanzia nel quale il Salierno accompagna il lettore, piccolo o grande che sia, e lo fa sentire partecipe di questo suo mondo frobeliano. E lui stesso diventa esempio eloquente del fatto che il gioco possa essere concepito come una cosa seria non solo dai ragazzi, ma anche dagli adulti.
Naturalmente, abbastanza spazio egli ha dovuto dare al dialetto buonalberghese perché la gente di allora considerava quella italiana "una lingua straniera, una lingua il cui vocabolario, la cui grammatica" si erano formati senza alcun rapporto con essa, col suo modo di pensare; la pensava, insomma come gli abitanti di Fontamara, il paese creato da Ignazio Silone. Il suo discorso, pertanto, si arricchisce di termini e di modi di esprimersi dialettali ricchi di colore e di calore che rendono i giochi, ai quali si accompagnano, pregni di un arcano fascino, quasi ci trovassimo di fronte a misteriosi riti di popoli svaniti nell’antichità della storia e che puntualmente ritroviamo in proverbi, detti, indovinelli e girotondi.
"Crai è festa e ce mangiamo la menesta." "Chi non tene che ffa, pettina crape." "Tata lo ‘ngricca e mamma l’ammoscia." (Il letto)
Lo stesso titolo del libro partecipa di questo fascino misterioso e nasconde nelle sue parole un semplice gioco che vede come protagonisti i ceci abbrustoliti (li cicci), i maiali (li puorci) e i quanta, ovvero quanti ceci si debbano dar da mangiare ai maiali e che consiste nell’indovinare il numero dei ceci che ciascun concorrente tiene nascosti nel suo pugno.
Vincenzo Salierno crede e spera nella rivalutazione dei giochi tradizionali, "attraverso la valorizzazione della cultura locale" e riscrive e descrive con grande maestria la mosca cieca, seta setella, a marcolicchio, lo cocozzaro, lo strummolo, le gghioche, e tanti altri giochi poco conosciuti dai ragazzi d’oggi, come ho avuto modo di constatare tenendo un breve corso di storia locale presso la Scuola Media di Buonalbergo.
Lo stesso autore si rende conto che i tempi sono cambiati e che i giochi, in verità, non sono scomparsi dalla mentalità dei ragazzi, ma si sono trasformati, ed essi, a cominciare dalla più tenera età, non vivono più nel fantastico mondo del "C’era una volta", ma si lasciano affascinare dal mondo virtuale della televisione e da giocattoli "ideati da specialisti, prodotti in serie dalle industrie". Viene meno, pertanto, quella parte importante dell’attività ludica costituita dalla manualità, impegnata nella diretta costruzione del giocattolo.
Un tempo, quando non c’erano ancora tutte queste "diavolerie" create dal progresso tecnologico, i ragazzi erano spinti dalla necessità e dal bisogno ad acuire la loro intelligenza e la loro fantasia per inventare e costruire giochi e giocattoli utilizzando materiali poveri recuperati fra gli arnesi del padre, nell’orto o nel prato, nella bottega del falegname, del sarto o del fabbro. Nascevano, così, strumenti musicali rudimentali; fischietti formati con un nocciolo di albicocca o con un filo di avena; trombe costruite con foglie staccate dal fusto delle zucche; zufoli ricavati da un tenero pollone di fico o da una canna; girandole fatte con un cartoncino, una bacchetta di legno e un chiodino; fionde realizzate con una rama di legno biforcuta, un paio di elastici, un pezzetto di cuoio e dello spago.
Dalla descrizione dei giochi, inoltre, è facile intuire che ci troviamo in un ambiente ed in un’epoca ben precisi.
L’ambiente è quello tipico di un piccolo paese agricolo di collina, rappresentato in un momento di particolare disagio come fu quello che precedette e che seguì immediatamente la seconda guerra mondiale.
Allora non mancavano giochi che necessitassero di ampi spazi all’aperto e abbastanza pericolosi, quali A mazza e piuzo, A mazza ferrata, La pallastrella, Lo sciucolo, La mennanionna, La battaglia dei tutoli, A sotta muro…
Il numero dei giochi descritti nel libro è talmente vasto e vario che lascia davvero sorpresi anche coloro che nella loro gioventù li praticarono personalmente e che li avevano da tempo rimossi dai loro ricordi.
L’ opera, pertanto, non solo costituisce una piacevole lettura, ma è anche un veicolo che ci riporta dolcemente indietro nel tempo per farci rivivere momenti di felicità fatta di poco.
Ed in questo il maestro Vincenzo, così come lo chiamavano affettuosamente i suoi alunni, opera come un moderno stregone che attraverso le sue formule magiche richiama in vita esperienze ed emozioni, giochi e giocattoli che si potevano considerare ormai perduti per sempre.
Più che di un’opera didattico-educativa, quindi, la sua è una miscellanea di storia e di poesia che coinvolge non solo la mente, ma anche i nostri affetti ed il cuore, legati indissolubilmente ad un vecchio cavallo a dondolo e alla persona che ce lo aveva donato.

Antonio Scocca


FRAGNETO L’ABATE

Il Premio "Serio" a Marili’ Mustilli

Tra le varie manifestazioni che hanno arricchito il programma della 5° Festa di S. Martino, svoltasi a Fragneto l’Abate dall’11 al 13 novembre, si è tenuta anche la cerimonia di consegna del "Premio Mariannina Serio" destinato ad un’imprenditrice sannita di successo, impegnata nel settore dolciario ed enogastronomico. La vincitrice del Premio, consistente in una targa d’argento ed in una pergamena, è la signora Marilì Mustilli, titolare di una nota casa vitivinicola di S.Agata dei Goti, impegnata soprattutto in campo agrituristico e nell’organizzazione di itinerari e programmi culturali legati alla enogastronomia.
Il premio è stato promosso dal Comune di Fragneto l’Abate, che dette i natali alla signora Mariannina Cocchiarella-Serio, e dal Comune di S. Marco dei Cavoti, ove ella per circa 40 anni aveva gestito e sviluppato una rinomata pasticceria e fabbrica di Torrone, la "Dolciaria Serio". Una donna autodidatta in campo imprenditoriale che, rimasta vedova in giovane età, seppe proseguire nell’attività del defunto consorte, ampliandola ed affermandola sui mercati nazionali ed esteri. Una figura, la signora Serio, che può ben simboleggiare la genialità imprenditoriale della donna sannita di ieri e di oggi.
La signora Mustilli per il suo trentennale impegno in campo enogastonomico, ha ben meritato il riconoscimento conferitole nell’edizione 2005 del Premio. La selezione delle candidate è stata curata dal Comitato Provinciale per l’imprenditoria femminile, presieduto dall’Avv. Ester Perifano. Il Premio è stato consegnato, in una solenne cerimonia, dal Sindaco di Fragneto l’Abate, dott. Nicola Marrone, e dal Sindaco di S. Marco dei Cavoti, dott.ssa Angela Tremante, alla presenza di autorità locali e provinciali e di un folto pubblico di cittadini dei due paesi.


SOLOPACA

Giornalisti in visita al "MEG"

Venerdì sera 25 novembre 2005, una delegazione di 30 giornalisti, appartenenti alla maggiori testate italiane e specializzati in alimentazione e gastronomia, hanno visitato il Museo Eno Gastronomico di Solopaca.
L’interessante visita è stata organizzata dalla Provincia di Benevento, dall’Agenzia Art Sannio Campania, dal Comune di Solopaca e dall’Agenzia romana Motus Media.
Dopo la proiezione di un documentario sul MEG, il Presidente della Provincia On. Carmine Nardone e il Sindaco di Solopaca Ing. Pompilio Forgione, hanno illustrato ai visitatori le peculiarità e gli oggetti presenti nel MEG.
La sala dedicata alle contraffazioni alimentari, con il suo "Pranzo degli Orrori" ha destato notevole interesse nei giornalisti presenti, la sala è unica in Europa.
Nella sala congressi del MEG, a conclusione della visita, si è avuta la proiezione di un filmato tridimensionale, molto interessante e spettacolare, che ha chiarito alcuni aspetti essenziali del MEG.


L’INTERVENTO

La barzelletta dell’eolico

L’eolico nel Sannio più che una fonte energetica pulita e rinnovabile, è divenuta una barzelletta al saldo della "poltica" e dei politicanti proliferi di parole ad aria compressa.
Si usa ed abusa, oramai, dell’argomento per riempirsi la bocca di discorsi discordanti, a volte persino contraddittori all’interno del medesimo schieramento politico.
E sono proprio loro, i politici, a non accordarsi su di una versione unitaria da rendere all’opinione pubblica. Infatti se per taluni l’eolico rappresenta il mostro selvaggio deturpa ambiente ed inquinante, che apporta benefici ridicoli se non azzerati alla collettività, per taluni altri questa fonte energetica rappresenta non solo lo status symbol di una politica da maggioranza di governo nazionale, ma soprattutto un grande business in senso strettamente economico.
In questo marasma di dichiarazioni dissonanti ciò che sfugge al cittadino medio è se l’eolico sia un bene o un male. A questa semplicissima domanda sarà un po’ difficile concedere una risposta che appaghi gli uni e gli altri.
Si rammenta, così tanto per pura cronaca mitologica, come anche in favore di chi avesse perso i lumi, che l’eolico deriva dall’antica divinità greca Eolo, Dio dei venti, per cui si suppone che codesto tipo di energia sia sviluppata dalla forza del vento.
Con questo assodato presupposto sarebbe una idiozia andare ad istallare le famigerate pale o torri, come dir si voglia, lì dove il vento non soffia. Se poi il vento spira forte e robusto solo in alta montagna, lì dove l’ambiente è incontaminato e la suggestione del paesaggio ricorda le tele di Renoir, mica è colpa dell’uomo e della sua volontà di individuare energie alternative.
Se poi proprio l’eolico deturpa l’ambiente dovunque esso venga istallato, a prescindere dall’aggettivo selvaggio di natura squisitamente politica, allora sarà il caso che continuiamo ad esistere a petrolio, che pure inquina, ma almeno lascia inalterato il meccanismo dei ricchi e dei poveri, il quale appare essere l’unica unità di misura e di peso specifico degli uomini. Magari, forse, con un prossimo governo, più vicino alle resistenze ambientaliste ed ai politici salvanatura part time, tanta resistenza sull’energia alternativa cadrà, e si potrà valutare più serenamente, e senza troppi tira e molla, se il gioco valga o meno la candela.

Rosario Lavorgna

PRIMAPAGINA, EDITORIALE, CITTÀ, SPORT

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