A VALLE DI MADDALONI IL 24 E IL 25 NOVEMBRE

IX sagra della Mela Annurca

Il 24 e 25 Novembre prossimi si svolgerà a Valle di Maddaloni la IX° edizione della Sagra della Mela Annurca, il tradizionale appuntamento per salutare l’avvenuta maturazione del frutto tipico di Terra di Lavoro.
La Sagra è organizzata dalla Pro Loco di Valle di Maddaloni, con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale, dei produttori di mele annurche e delle associazioni locali (A.D.I. volontariato, coop.Aquilone - Gesco Campania, comitato ex-ECA, Unione Libero Volontariato).
È una manifestazione entrata ormai nella tradizione di Valle di Maddaloni; nel 2001 festeggerà la sua nona edizione superando, certamente, il successo degli anni precedenti ed assumendo una vasta risonanza anche a livello regionale.
La Sagra si propone come obiettivo principale quello di valorizzare un prodotto locale, appunto la mela Annurca, che rappresenta l’orgoglio dei produttori e dell’intera cittadina di Valle di Maddaloni. Ma è anche un’occasione per conoscere ed apprezzare le bellezze naturali e architettoniche, nonché le tradizioni culturali del luogo.
Concerti all’aperto, sfilate di artisti di strada, visite guidate ai monumenti e spettacoli vari fanno da cornice agli stand allestiti nei giorni della Sagra: naturalmente le mele Annurca, pronte da mordere, fanno bella mostra di sé in ampi cesti, ma ai turisti viene proposta anche la degustazione dei loro derivati come liquori alle mele, dolci, frittelle e quant‚altro la gente di Valle ha inventato nei secoli per rendere più sana e dolce la vita.
A Valle la mela, colta verde, viene distesa in grandi letti di paglia e qui giunge a maturazione piano, piano: le sapienti mani dei contadini girandole quotidianamente per mesi, le mostrano al sole d‚autunno che arrossa e carica le annurche pei principi vitali che le rendono "regine" tra le mele.
Studi recenti hanno dimostrato, infatti, che la mela annurca è ricca di sostanze capaci di conferirle un elevato potere antiossidante.
Per cui essa potrebbe avere un ruolo decisivo nella prevenzione del cancro.
La ricchezza in fibra poi, la rende particolarmente adatta a ripulire le arterie dal colesterolo e quindi a prevenire le malattie cardiovascolari.

Domenico Mauro


IL RACCONTO DI GIOVANNI CORBO PREMIATO DAL CONCORSO
LETTERARIO NAZIONALE "CARLO PELLEGRINO" DI MARSALA

La giuria del 1° Concorso letterario nazionale "Carlo Pellegrino" di Marsala (TP), presieduta dallo scrittore Vincenzo Consolo e composta da giornalisti di testate nazionali e dall’enologo di fama internazionale Tachis, ha premiato con il terzo posto il racconto "Le terre dell’Aglianico" del giovane pontese Giovanni Corbo.
"Un racconto poetico -si legge nel giudizio della giuria- di un’Italia ancora contadina e povera, di gente costretta al duro lavoro, ma ancora con profondi sentimenti umani".
Nel pubblicare integralmente il racconto di Giovanni Corbo, che è prossimo alla laurea in Ingegneria Elettronica presso l’Università "Federico II" di Napoli, la nostra redazione si congratula con lui per essere riuscito con grande garbo e stile letterario ad "esportare" nella terra del Marsala l’Aglianico del nostro Sannio.

Le terre dell’Aglianico

Si era svegliato grondando sudore. Quell’enorme letto occupato dal suo corpo malato, gli fece avvertire la solitudine. Dalla piccola finestra Giovanni scorgeva il sole che accennava la discesa sui colli del Sannio, ricoperti dal verde dei vigneti, e pensò che non mancava poi molto al ritorno di Anna.
Una scarica di colpi di tosse lo prostrò nuovamente, squassandogli il petto. Quella maledetta polmonite. Quella maledetta guerra, quella maledetta Russia, le cui gelide temperature lo avevano inchiodato ad un letto. Quella maledetta ferita che lo aveva debilitato a tal punto che il suo corpo sofferente non opponeva più alcuna resistenza alla malattia.
Il ritorno a casa non era stato accolto festosamente dalla famiglia. D’altronde una sola casa e quattordici persone tra padre e matrigna, fratelli, sorelle, sua moglie e i suoi figli. Poca terra da coltivare, il vigneto così delicato da portare innanzi con le poche piogge che cadevano su questa terra così aspra, ma che offriva quell’Aglianico dal gusto così profumato e forte che la sua gola riarsa riusciva ancora ad assaporare a pieno. E lui, ormai inidoneo a qualsiasi lavoro, buono solo a soffrire in un letto, con buona pace di tutta la famiglia.
Anna comunicò a suo suocero che doveva far ritorno a casa per accudire Giovanni. Il vecchio, con lo sguardo duro, non rispose e continuò a lavorare.
Gli sguardi degli altri la seguivano mentre si allontanava, zappa in spalla, con passo rapido e deciso.
Vide la casa da lontano. Non era grande, ma il luogo era bello, sulla sommità della collina, la Castelluccia, da cui si potevano vedere i paesi vicini, Torrecuso, Fragneto, San Lupo, Paupisi, finanche Guardia Sanframondi da un lato, Benevento, fino a Circello dall’ altro.
Sarebbero potuti essere felici lei e Giovanni in questo posto senza quella malattia, ma, nonostante tutto, era bello accudire Giovanni, raccontargli la giornata, scorgere il suo sincero interesse per il vigneto che sembrava più carico degli anni precedenti. Ciò che l’affliggeva erano gli attacchi di tosse che lo dominavano non lasciandogli fiato, mozzandogli il respiro e la malinconia che lo catturava nei momenti di maggior fervore nella vigna, costretto al letto quando manifesta diventava la sua inutilità.
- Giovanni sono arrivata - gridò Anna, appena varcata la soglia di casa, pentendosi un istante dopo per il timore di averlo svegliato. Ma no, ecco che rispondeva con la sua lenta e stanca voce, eppure così gradevole. Entrò in camera e lo strinse a sé, come fosse un bambino. Lui rispose con un sorriso, piano. Anna passò ad aggiustargli i cuscini, mentre le chiedeva della campagna. Voleva sapere dell’uva. Se fosse già matura e quando si prevedeva la vendemmia.
Anna intanto gli porgeva un bicchiere di Aglianico, che lui sorseggiava lentamente quasi volesse, attraverso il sapore, raggiungere l’odore dell’uva matura appesa alle viti, quasi volesse, assaporandone il gusto pastoso, percorrere le ondulazioni della terra dove era piantata la sua vigna.
Intanto Anna gli porgeva la polenta condita con il sugo. Gli tagliò una fetta di formaggio che lui mangiò con un pò di pane.
- Vorrei tanto provare un pò d’uva. Dovrebbe essere già matura là a Vignale Luongo.
Non gli rispose e si accinse a sparecchiare. Guardandola affaccendarsi un senso di sfinimento lo sopraffece e si addormentò. Anna aveva previsto che si sarebbe addormentato. Aveva deciso che al risveglio il marito avrebbe mangiato la sua uva. Si avvolse un fazzoletto intorno ai capelli, prese il paniere di vimini con cui si recava al mercato a vendere le uova, vi mise un tovagliolo, le forbici, poi uscì.
Dalla Castelluccia a Vignale Luongo, la loro vigna, c’erano più di cinque chilometri che al ritorno avrebbe dovuto percorrere in salita gravata dal peso del paniere pieno d’uva. I suoi pensieri non consideravano le distanze. Passo dopo passo immaginava la riarsa bocca di suo marito che accoglieva quegli acini così dolci. Pregustava la sorpresa di Giovanni nel trovare l’uva che sapeva non essere in casa. Non si fermò neanche a salutare la comare di battesimo che tante volte l’aveva invitata.
Ecco, aveva raggiunto il ponte sul Calore. Altri cinque minuti, poi dietro la curva c’è il viottolo che conduce alla vigna. L’Aglianico è dopo le prime viti del bianco Trebbiano; quello più maturo è li vicino al ruscello.
Ripose il tovagliolo nella tasca della gonna, incominciò a tagliare. Dopo qualche minuto si fermò, ne assaggiò qualche acino, mentre lo sguardo vagava intorno, posandosi al canneto tra le viti e il ruscello. Ricordò quando, appena sposati, lei e Giovanni vennero da soli a togliere le pietre dalla vigna. Ricordò l’attimo di pausa in cui si accorse dello sguardo di Giovanni fisso su di lei. Rivisse la fiamma che in quel momento le bruciò le viscere. Rivide le sue mani che la prendevano con ferma dolcezza e la accompagnavano al riparo delle canne. E ricordò l’amore che si scambiarono vicino all’acqua, i loro corpi che si cercavano trovandosi…
Il paniere era pieno. Coprì l’uva con il tovagliolo. Il sole aveva raggiunto la montagna del Taburno. Nonostante la salita, non avvertiva la fatica e chi l’avesse incontrata, avrebbe visto una allegra spensieratezza dipinta sul suo viso.
Prima di arrivare a casa, notò che non vi erano pecore nel recinto. Ne fu lieta perché significava che il vecchio e i suoi cognati non erano ritornati altrimenti avrebbero chiamato suo figlio Pinuccio che badava agli animali. Desiderava rimanere da sola con suo marito. Trovò Giovanni ancora addormentato nel suo sonno agitato. Ebbe il tempo di scendere al pozzo a lavare l’uva. Giovanni si destò sentendo cigolare la carrucola del pozzo. Non avvertendo alcun rumore in casa suppose che Anna stesse prendendo l’acqua per la cena. La vide entrare in camera con il piatto colmo d’uva. Aveva ancora il fazzoletto che le nascondeva i ricci capelli neri. Fu bello vedere lo stupore del suo volto cambiarsi in felicità. Fu bello vedere che aveva capito. Non riusciva a crederci, ma aveva capito. Prese l’uva dalle sue mani. L’assaggiò cercandole gli occhi, mentre i suoi bagnavano di lacrime 1’uva.

Giovanni Corbo

E-mail: redazione@beneventogiornale.com

PRIMA PAGINA, EDITORIALE, CITTÀ, SPORT

Home Page