PONTELANDOLFO
Si è tornati a parlare di acqua
La storia,
non solo politica, di Pontelandolfo, sembra ineluttabilmente legata alla
sua acqua, per vari motivi, per varie vicissitudini. Una storia a tratti
passionale, sanguigna; altre volte beffarda e angosciante. Dallacqua
e sullacqua sono partite e sono state consumate intere pagine di
vita quotidiana.
Un territorio, quello di Pontelandolfo, che è stato sempre avaro
di risorse materiali, che col tempo ha sfiancato anche le più "indomabili"
passioni. La tenacia, lamore per la propria terra e la ricchezza
nello spirito e nei sentimenti, alla fine, sono state preda dellabbandono.
Un abbandono, tuttavia, mai definitivo. Quel cuore in gola che accompagnava
le persone agli esodi di massa che a più riprese, sfidavano queste
terre, non ha mai cessato di battere, non ha mai voluto recidere i fili
delle proprie radici e che batte sempre più forte, ogniqualvolta,
nei ritorni, si intravede la torre di Pontelandolfo.
Tutto questo quadro poetico, per dire, che tra le pochissime risorse di
cui è sempre stato dotato Pontelandolfo, una è lacqua.
Sgorga un po ovunque e le sorgive si moltiplicano in ordine sparso.
Un po come lenorme patrimonio umano pontelandolfese sparso
in ogni angolo del mondo. Questa comunanza, tra risorse umane ed idriche
non è causale, in quanto a rileggere la storia sembrano pagine
scritte nello stesso copione, dallo stesso autore e dense di beffarde
analogie. Il patrimonio di risorse umane che si è dissolto nel
mondo e che collabora al progresso civile e sociale di tante comunità,
soprattutto oltreoceano. Il patrimonio di risorse idriche che dissolve
nelle aree contigue e che ha lasciato per molti anni, il paese, privo
della sua stessa acqua, specie nel periodo estivo. È giusto rendere
disponibile a chi ne ha bisogno, una risorsa di cui si abbonda, ma di
qui a privarsene fino alla mancanza, sembra beffardo ed angosciante. E
questo succedeva e purtroppo succede ancora oggi, ancorché in misura
nettamente ridotta e scaglionata. Infatti, Pontelandolfo nel periodo estivo
ancora deve fare i conti con i propri serbatoi che riforniscono lacqua
alle abitazioni.
Agli inizi del secolo ci pensò il Consorzio Idrico di Fragneto
Monforte e lAbate a prendersi un po dellacqua pontelandolfese.
Più in là arrivò il Consorzio Idrico dellAlto
Calore a portarcene via un altro po. Ma certamente le colpe non
erano attribuibili a questi Enti, se è vero come è vero
che allepoca dellaccordo i rilevamenti del fabbisogno idrico
di Pontelandolfo furono effettuati nella stagione invernale; periodo in
cui anche i più sprovveduti sanno che vi è abbondanza dacqua.
I dolori sono venuti, poi, con larrivo delle stagioni estive, quando
quel liquido scarseggia. Ci sono state estati in cui il razionamento dellacqua
è stato veramente difficile.
Le amministrazioni civiche, hanno posto riparo a queste incongruenze canalizzando
e sfruttando altre sorgenti. I risultati si sono visti, ancorché
non sono state definitivamente risolte le penurie estive, se è
vero come è vero che in molte notti dei mesi di luglio e agosto,
lerogazione è spesso sospesa per consentire il riempimento
dei serbatoi.
Daltro canto, queste operazioni hanno impoverito i corsi fluviali,
rendendo impraticabili gli improvvisati stabilimenti "balneari"
della nostra gioventù, quando in epoche meno opulente, si prendevano
dassalto le "briglie" per sconfiggere le calure estive,
ed in tempi più remoti, anche per igiene personale. Oggi, che lacqua
si deve pagare come servizio pubblico, torna dattualità per
il canone di depurazione. Qui si consuma unaltra beffa della storia
e della politica. Al di là delle vicissitudini che hanno reso precaria
la gestione delle bollette, la stima dei consumi ed ogni altro accessorio,
la depurazione suscita sentimenti di rabbia e di amarezza. Infatti, Pontelandolfo
è stato uno dei primi Comuni, forse dItalia, a dotarsi di
un impianto di depurazione delle acque reflue, ancor prima, addirittura
che si completassero i percorsi fognari, ma che non ha mai funzionato.
Qualche anno fa furono effettuate delle prove di funzionamento che ne
stimarono lobsolescenza in quanto lattivazione faceva consumare
energia a livelli economici.
Ebbene, oggi, Pontelandolfo discute sul pagamento del canone per un servizio
che non viene erogato. E su iniziativa della minoranza consiliare è
stato celebrato un Consiglio Comunale ad hoc, dove sono state evidenziate
queste incongruenze. Sono ormai parecchi i Comuni che hanno sospeso il
canone, in mancanza di un servizio da erogarsi, confortati da diverse
sentenze, ancorché non definitive. Le tesi portate avanti dalla
minoranza non sono state accolte in quel consesso, per cui si continuerà
a pagare laliquota sulla depurazione. Le motivazioni adottate dalla
maggioranza, sono sembrate sterili, perché se è vero che
attualmente la comunità pontelandolfese beneficia di altri servizi
a costi bassi, come lICI ad esempio, questo non giustifica che paghi
per un servizio che non viene erogato. Ma forse sulla decisione della
maggioranza non cè certamente unostinata perseveranza
su provvedimenti impopolari, ma la prudenza è dettata anche dai
recenti provvedimenti presi dalla giustizia civile ed amministrativa circa
le famose assunzioni decadali e che ancorché non definitivi, pesano
sulle "tasche" dei componenti della Giunta Municipale.
Nicola
De Michele
SAN
GIORGIO DEL SANNIO
Ricordo di Padre Vismara
Di
lui, del missionario brianziolo Clemente Vismara, a S. Giorgio del Sannio,
ridente cittadina ad un tiro di schioppo da Benevento, i ragazzini delle
elementari non sapevano praticamente nulla. Lo incontrano a scuola, nelle
aule di via Bocchini e di Ginestra. Ed è subito di feeling. Sono
in duecento a mettersi in marcia lungo le pagine dellalbum a fumetti
"Clemente missionario in Birmania", scritto dal noto giornalista
Pietro Gheddo.
Già dalle prime vignette gli scolaretti di quarta e quinta diventano
protagonisti di una straordinaria esperienza, così lontana e diversa
dalla loro realtà quotidiana. Una esperienza lunga ben 65 anni,
quella vissuta da padre Vismara, sulla prima linea dellevangelizzazione,
tra i più poveri ed emarginati. Ed eccoli appunto laggiù,
nellinferno della foresta tropicale, i duecento bimbetti sangiorgesi.
Accanto a loro, proprio lui, il missionario brianzolo, ormai ex valoroso
sergente maggiore della guerra 1915/18, che sta costruendo un ospedale.
Eccoli, sempre insieme a lui, a Monglin, dove insegna ai tribali a coltivare
il riso con attrezzature moderne.
"Mi sembra quasi di vedere S. Clemente (è tuttora in corso
il processo di canonizzazione e perciò non è ancora santo,
n.d.r.), a dorso di un mulo, in cammino verso un villaggio sperduto sulle
montagne -confida Alessia allamichetta di banco-. Da grande, mi
piacerebbe visitare la capanna dove accoglieva i suoi orfanelli".
Le tigri inseguite da abili cacciatori in groppa a superbi elefanti, i
fachiri che stupiscono con cento sortilegi, i briganti in agguato nella
giungla si sono ormai affievoliti. Dietro e sopra a queste suggestioni
esotiche dalle sfumature favolistiche, la piccola Alessia e i compagni
di avventura seguono solo un uomo reale, barba bianca e sopracciglia lunghe
e nere, un uomo in carne e ossa dal cuore fanciullo e dalle mani operaie:
padre Vismara.
"Lesperienza civile e religiosa del missionario brianzolo -sottolinea
il dirigente scolastico Massimiliano Lombardi- merita senzaltro
di entrare nella comunità sangiorgese". Una semplice riflessione.
O, meglio, un invito che sfonda una porta completamente aperta. Sono già
orientati, i ragazzini del plesso in via Bocchini e di Ginestra, a riscrivere
la storia di padre Vismara. "Faranno indubbiamente concorrenza al
fumetto di Pietro Gheddo", assicura Klara Helino. Cè
da crederle. Del resto ci sarà anche lei, la maestra Klara, ad
accompagnarli in questa nuova affascinante avventura.
Vincenzo
Di Pinto
PONTE
Riuscita la I edizione della Festa della Falanghina
Si è
tenuta a Ponte la Prima Festa della Falanghina, durante la quale, grazie
alla Vinicola Ocone e ad altri vinificatori locali, è stato possibile
degustare presso lantica abbazia longobarda di S.Anastasia della
ottima falanghina, prodotta dallomonimo antico vitigno, che ancora
viene coltivato nella zona.
Promuovere questo particolare vino divenuto doc è sempre stato
il pallino del sindaco di Ponte Mario Meola, il quale, soddisfatto della
riuscita della manifestazione di questanno, che ha visto la presenza
di numerosi addetti al settore, ci ha dichiarato di essere intenzionato
non solo a continuarla, ma addirittura a dare vita, a partire dal 2001,
ad una manifestazione di più vasta portata che si chiamerà
"La festa della vendemmia", e che dovrebbe -almeno nelle intenzioni-
rappresentare il momento clou della raccolta della tipica produzione locale.
Nei prossimi numeri torneremo sullargomento, intervistando il sindaco
e chiedendogli maggiori ragguagli su questa iniziativa, che se ben organizzata
e promozionata potrebbe costituire per leconomia di Ponte un ottimo
volano di crescita.
Adolfo
Biele
SAN
LUPO
I contadini impegnati nella raccolta delle olive
I soci
della Cooperativa olivicola di San Lupo si sono riuniti la scorsa settimana
per pianificare e stabilire le modalità della prossima campagna
olearia. Infatti linizio di novembre coincide con linizio
della raccolta delle olive che a San Lupo rappresenta lattività
economica più importante e più diffusa.
La raccolta viene fatta a mano sfruttando solo il lavoro delluomo,
perché i coltivatori temono che lutilizzo di macchine adatte
alla coltivazione, come vibratori, possano danneggiare le piante e, quindi,
non facilitare la raccolta.
La produzione e la raccolta dellolio extra vergine di oliva viene
fatta con mezzi del tutto artigianali. Forse per questo motivo il "nostro"
olio è stato riconosciuto a livello nazionale come prodotto genuino
a bassa acidità.
Antonella
Guerrera
SANTA
CROCE DEL SANNIO
Il Castellum de Prata
Sul
colle della Valle dellAlto Tammaro, che sovrasta lantico "pagus"
sannitico-romano, dominava il "Castellum de Prata casale di S.Crucis"
che Desiderio, Re dei Longobardi, donò, con tutte le sue pertitenze,
ai monaci benedettini di Montecassino nel IX secolo.
Dal "Chronicon" di Pietro Diacono, infatti, risulta che il Casale
di Santa Croce era un castello o una fortezza. Da esso, nellanno
1000, prese la denominazione la famosa famiglia normanna dei Santacroce,
il cui capostipite ebbe per nome Guasmondo.
In seguito, dal 1154 al 1166 lo detennero Rodolfo Alamagno e Tolomeo di
Castellore.
Al tempo di Carlo I dAngiò il feudo passò, nelle mani
di Ragone e, poi, di Manfredi, sempre del casato dei Santacroce; ma, nel
1306 Carlo II dAngiò concesse in donazione i "Castra"
ovvero le fortezza di S.Croce e di Casalvatica a Bartolomeo Siginulfo,
conte di Telese.
Nel 1315 il castello divenne possedimento di Riccardo di Gambatesa, a
seguito dellinvestitura del feudo da parte di Roberto dAngiò
e, da questi, per testamento, al nipote Manfredo Monforte, la cui famiglia
lo detenne per molti anni.
Nel 1465 lo acquistò Giovan Battista del Balzo e la signorìa
della sua stirpe si estinse su S.Croce soltanto nel 1624, allorché
Matteo Danieli acquistò i suoi diritti sul feudo.
Nel 1633 il fortilizio andò in possesso di Ottavio Vitagliano di
Tramonti, il quale, per sopperire agli onerosi debiti contratti, fu costretto
a vendere il feudo alla famiglia Tramontano, che lo governò, per
lungo tempo, fino al 1802.
Salvatore
Mariani
SAN
MARCO DEI CAVOTI
La B.C.C., certezza dellavvenire
Tre
recenti licenziamenti hanno notevolmente falcidiato lorganico della
B.B.C. di S. Marco dei Cavoti ed incideranno, in assenza di un turn-over,
sul perfezionamento della sua trasformazione da cassa di tipo tradizionale
a cassa di credito-impresa. Sappiamo, però, che il passaggio dalla
prima alla seconda tipologia non si giustifica solo sul piano numerico.
Questultima, infatti, agisce in base ad esclusivi criteri deconomia
gestionale. Essa, per quanto in apparenza suggestiva, risponde ad una
concezione quasi manichea del bene (i tecnici) e del male (i politici)
e ad una visione concreta di come debba essere il credito sul piano locale
e la sua gestione pratica. In questi ultimi quattro o cinque mesi si è
intravisto come spesso le varie teorie economiche diventino fallaci e
venga manifestandosi una domanda sempre più pressante di chiarezza
per quel che riguarda la gestione del risparmio cittadino. E ciò
lo rende pessimista sul futuro della nostra povera economia caratterizzata
di cicli corti che la classificano come "economia marginale".
Si spiega, allora, il chiasso ed il clamore per una vicenda sfavorevole
allazienda e al cittadino e condannabile per le selezioni occupazionali
non ispirate a criteri propriamente non meritocratici.
Qualcuno si è letteralmente scatenato: accuse a 360 gradi che non
sottoscrivono attestati di benemerenza per gli ex amministratori. Dalle
offese personali si è passato direttamente a quelle, per così
dire, di servizio: eccessivo costo del denaro, bassi tassi di raccolta,
scarso controllo interno, scarsa garanzia sulla custodia del risparmio.
Saranno i nuovi amministratori a garantire le finalità istituzionali
dellazienda di credito? Noi ci limitiamo a riflettere sulla presenza
dellazienda di credito nel contesto sociale e produttivo cittadino
e della zona dinfluenza nei campi ed aspetti anche diversi da quelli
che formano oggetto del suo interesse. Il vertice dirigenziale vanta un
curriculum aziendale di primordine cui è legata levoluzione
strutturale e gestionale della banca. Né va disconosciuto né
sottaciuto, lintervento, apparso agli occhi dei più come
pura e semplice sponsorizzazione, nella vita di relazione, di cui speriamo
non si sia trascurato di valutare gli aspetti più importanti anche
se meno evidenti.
Noi pensiamo di poter affermare che alla BCC di S.Marco, per certi aspetti
sia toccata la stessa sorte delleconomia: quella di essere considerata
come un corpo separato dalla società locale e, perciò, alieno
della sua espressione più intima, che è la cultura dimpresa
unita alla cultura dintervento. Che non sono una sorta di mecenatismo
volto alla qualificazione della propria immagine, bensì una presenza
interattiva con le più diffuse fenomenologie del nostro tempo.
Sarebbe, pertanto, mistificatorio considerare la BCC di S.Marco entità
passiva. Essa è strumento insostituibile per risolvere i problemi
di taluni "personaggi". Infatti nello scenario dello sviluppo
economico locale essa svolge un ruolo che non è possibile far finta
di non vedere e di valutare: il diffondere della cultura dellinnovazione
e del
cambiamento
Antonio
Perrotta
LImprenditorialità del Fortore
Da qualche
tempo il mondo politico sta dimostrando una rinnovata sensibilità
per i problemi della tutela del lavoro nella piccola impresa. Le ragioni
sono facilmente individuabili nella nuova struttura del processo produttivo:
la maggiore tutela legislativa e contrattuale del lavoro conquistata negli
anni settanta, dopo lautunno caldo, è stata quasi integralmente
concentrata nellarea delle imprese grandi e medie, non toccando
quelle piccole. Ciò ha creato due distinti mercati del lavoro,
con livelli di tutela radicalmente differenti: in quello dellimpresa
grande e media vi è tutela contro i licenziamenti illegittimi e
quindi opera un controllo della mobilità e della professionalità.
Nella piccola impresa niente di tutto ciò. Non solo, ma anche quella
parte del diritto del lavoro, come le norme in tema di sicurezza ed ambiente,
che sarebbe applicabile anche nella piccola impresa, di fatto non lo è
per la concreta impossibilità di autotutela dei lavoratori per
una mancanza di protezione contro i licenziamenti e di una garanzia della
presenza sindacale. Mentre nel passato i mondi della piccola e grande
impresa erano tra loro separati per cui il piccolo imprenditore era un
soggetto economico che tentava con fatica di esprimere le proprie capacità
produttive opponendosi alle tendenze monopolistiche del grande capitale,
oggi è questultimo che mira ad utilizzare le capacita produttive
della piccola impresa come risposta alla crisi delle grandi organizzazioni.
Come possono i lavoratori della piccola impresa costruire unazione
rivendicativa nei confronti del loro datore di lavoro se questi non decide
mai nulla al cosa, al quanto ed al come produrre?
Se la diagnosi appena abbozzata è anche solo in parte vera, ne
scaturisce unimportante riflessione: se lobiettivo sarebbe
quello di estendere lazione sindacale in unarea nella quale
è tradizionalmente assente e contemporaneamente ridurre lo scarto
di tutela esistenti tra le grandi e piccole imprese, vi sono prima di
tutto, alcuni livelli minimi di civiltà giuridica da salvaguardare
che ruotano intorno a due aspetti tra loro indiscindibilmente connessi:
la tutela contro i licenziamenti ingiustificati ed i diritti sindacali.
Lipotesi più delicata sotto il profilo politico è
quella della piccola impresa sotto linflusso dominante di un committente
(è il caso di tutte le aziende tessili del Fortore). Delicata perché
i piccoli industriali tendono a negare questa realtà o, perlomeno,
a sottovalutarne la diffusione, ed anche perché unazione
sindacale nei confronti di queste imprese non collegata ad unazione
svolta nei confronti del committente è destinata a fallire. Se
è predeterminato il prezzo della commessa, come, quando e cosa
produrre, ai lavoratori non resta che accettare le condizioni imposte
(non dal datore di lavoro ma dal committente) oppure rinunciare alloccupazione.
La soluzione potrebbe essere quella già da tempo presente nel contratto
dei tessili: lobbligo per limprenditore committente di introdurre
nel contratto di commessa una clausola che obblighi il commissionario
al rispetto della contrattazione collettiva. Non verrebbero così
penalizzate le piccole imprese che, per la loro maggiore capacità
imprenditoriale, riescono a produrre in maniera ottimale ed a minore costo
rispetto alle grandi imprese. A tale obiettivo dovrebbero tendere le piccole
aziende tessili operanti nel territorio fortorino. Sono state esse, infatti,
ad iniziare un "discorso" di industrializzazione del territorio
che vive da sempre una stagione dattesa. Alla loro presenza ed al
loro progressivo potenziamento è affidato lo sviluppo ed il mantenimento
dei livelli occupazionali di intere comunità.
A.P.
Incertezza e
Futuro
Non
cè bisogno dellacume di un Tiresia o del genio politico
di un Bismarck per "cogliere" il legame che vincola maggioranza
ed opposizione comunali a S.Marco dei Cavoti. Il cittadino benpensante
aveva auspicato un serrato ed intenso confronto politico (anche con scontro,
se necessario) tra gruppi contrapposti, con il cuneo, magari, di un terzo
incomodo.
Logica avrebbe voluto che il quadro politico-amministrativo si stabilizzasse
sui criteri cui era stato improntato il processo di riforma elettorale
con la maggioranza da un lato a sostegno dellesecutivo municipale
e dallaltro lopposizione ad esercitare il ruolo cui era stata
chiamata dagli elettori. In effetti il "faccia a faccia" politico
successivo (almeno fino ad oggi) non è stato eccessivamente aspro,
anzi piuttosto morbido e talvolta inesistente. Il dialogo politico, pertanto,
si va consumando non nella sua sede naturale, che è il consiglio
comunale, ma tra fazioni di partiti e movimenti e, da ultimo, con un sistema
di stampo operaistico, oggi in disuso, quello del volantinaggio domenicale
e festivo.
Ciò che ne scaturisce è il diffondersi di una apatia pervasiva
che si va allargando dal "sistema" politico alla società.
Sembra infatti in questo momento che la comunità sammarchese sia
entrata in una fase di sonnolente agnosticismo ed incertezza. E tutto
questo proprio nel momento in cui sarebbe necessario uno sforzo in più
per raggiungere gli obiettivi che si attendono. Sarebbe eccessivamente
sentimentale in queste condizioni chiedere che lo sforzo fosse solidale.
Sarebbe sufficiente che il dialogo ed il confronto si svolgessero secondo
coordinate di iniziativa politica e non di regole autoimposte. Si ha la
sensazione di assistere ad una specie di non dichiarata guerra di tutti
contro tutti.
Per qualche aspetto la politica amministrativa in senso stretto, malgrado
tutto, è ancora lespressione di un conflitto regolato. Fuori,
invece, è il regno del disordine. Sembra, anzi che il conflitto
politico non riesca più ad incanalare quelli presenti nella società.
Il paese assiste per lo più allo spettacolo con molta indifferenza.
Di tanto in tanto "tifa" a favore di quella che al momento ritiene
essere la propria squadra. Qualcuno sembra addirittura divertirsi assistendo
a questo spettacolo. I più non si riconoscono nella classe dirigente
e talvolta si ha la sensazione che la credibilità di questultima
sia scesa a livelli mai toccati in precedenza. La situazione può
essere interpretata secondo due chiavi diverse. Tutto questo, si potrebbe
sostenere, è fisiologico nel quadro di unamministrazione
comunale pluralista (ci sono infatti rappresentanti di tutti i partiti
politici o come tali designati): come la concorrenza è lanima
del commercio così il conflitto o lappiattimento sono lanima
della politica. Ma si può anche sostenere la tesi opposta, e cioè
che è venuto meno qualsiasi collante, un qualche pur minimo orientamento
capace di tenere insieme coloro che amministrano e che consenta loro di
fare il proprio mestiere, quello, appunto di "dirigere" il paese,
tenendo conto degli interessi che sono più vicini (o meno lontani)
allinteresse di tutti. Ed è la somma di queste condizioni,
con ogni probabilità, che determina incertezza.
Ancor più della solidità o della precarietà del confronto
politico richiesto per intercettare la traiettoria che porta a realizzare
il bene del paese, ancor più delle preoccupazioni sollevate da
una stagnazione amministrativa, linsicurezza si proietta nelle prospettive
dei sammarchesi come espressione del pressappochismo municipale che deprime
ogni giorno larena politica. In realtà qualche punto fermo
dovremmo averlo: dovremmo sapere che il futuro del nostro paese si gioca
sulla capacità di operare coraggiosamente con programmi, ma soprattutto
realizzazioni ambiziose.
Il vero "scontro", allora, è fra due "partiti":
quelli di coloro che guardano al paese con fiducia in una strategia di
lungo periodo con rese immediate, e quelli che guardano a S.Marco con
la paura di perdere, nel breve periodo, la propria nicchia protetta di
privilegio.
A.P.
E-mail: redazione@beneventogiornale.com
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