TORRECUSO: occorre rinegoziare un programma con le opposizioni

Mutamenti significativi in vista

Molti segni indicano che sono in corso mutamenti significativi della vita politico-amministrativa di Torrecuso. Dopo le elezioni amministrative di giugno 1999, dopo la rielezione plebiscitaria di Mortaruolo, è stato detto, forse a ragione, che gli elettori hanno confermato la vecchia maggioranza ed espresso fiducia a Mortaruolo, e che tutti gli eletti hanno dato, finora, prova di affidabilità ed equilibrio. È sembrato che i popolari abbiano visto riconosciuto il loro peso di partito, premiati dal risultato ottenuto, ed abbiamo anche visto che gli appartenenti al PDS, nemici di sempre di Mortaruolo, siano stati indotti ad un’attenuazione della loro ostilità nei confronti del Sindaco, affiancandosi addirittura nella stessa coalizione. Apparentemente questi sono i fatti: clima disteso, maggiore stabilità e minori tensioni tra maggioranza ed opposizione.
"Apparentemente" questo è quello che si vuole dimostrare alla gente, in realtà sta accadendo il contrario. E se questo può sembrare paradossale ed incomprensibile per chi si occupa di cose politiche, è invece perfettamente "coerente" con il funzionamento scombinato del Consiglio Comunale di Torrecuso. In ogni comune, la maggioranza normalmente sta in piedi se è concorde; a Torrecuso anche quando è discorde, anzi normalmente è così.
Interpretiamo i fattori di stabilità sopra ricordati, capiremo perché la risultante sia l’instabilità. E cominciamo dalla mera osservazione dei fatti. Dopo le elezioni amministrative che, come s’è detto, ha rafforzato la maggioranza con l’ingresso di consiglieri provenienti dal PDS e dai Democratici, questa stessa coalizione appare più irrequieta di prima della consultazione. Dunque, queste considerazioni non sono delle ipotesi, come dice qualche assessore, ma la descrizione dello stato delle cose. Ed ecco le cause. Il PPI di cui il sindaco fa parte, rinfrancato dai risultati delle elezioni amministrative, vuole occupare lo spazio che ritiene le competa come partito che detiene il maggior numero di consiglieri. Con cautela e gradatamente l’operazione riesce facilmente: praticamente il partito di Mortaruolo ha mantenuto tutta la giunta nonché la presidenza del consiglio comunale. Dopo le nomine si ebbero già le prime avvisaglie da parte di alcuni consiglieri della stessa maggioranza che restarono insoddisfatti per le decisioni del Sindaco, anche perché esclusi praticamente dalla formulazione del programma e degli obiettivi che la giunta dovrà perseguire e raggiungere. Anche i partiti del centro-destra dal canto loro, anche se non presenti con nessun consigliere in consiglio comunale, hanno provato ad essere alternativi al sistema instaurato da Mortaruolo, ed hanno forzato i toni ed i giudizi, specie all’indomani delle elezioni.
Comunque si è preso atto inevitabilmente, che senza consensi e senza un capo carismatico non può riuscire ad accedere al potere. Il centro-destra ha preferito restare opposizione, e non ha cercato in nessun modo di attenuare le polemiche per cercare alleanze ed intese sul territorio con aperture verso altri partiti. Questo atteggiamento del centro-destra di chiusura totale, ha dato altro ossigeno a Mortaruolo che può fare tranquillamente pressioni su tutti i consiglieri, tanto anche seppure in ultima ipotesi dovesse esservi qualche rottura, può contare su una minore intransigenza dell’opposizione, arrivando addirittura a chiederne i voti, come già avvenuto in occasione dell’approvazione del bilancio.
E veniamo al partito dei democratici che è l’oggetto principale di queste note. I due consiglieri, Giuseppe Sauchella e Giovanni Cocchiaro, che negli ultimi mesi hanno aderito al partito, hanno ottenuto alle amministrative un buon successo in termini di voti, ma non tale da consentirgli una sorta di supremazia in consiglio comunale. Entrambi, però, rischiano di essere messi al margine del gioco a due PPI-PDS. Dal canto loro si trovano di fronte a un grande dilemma: o riconoscono di aver esaurito la loro iniziativa destabilizzante e ritornano effettivamente nella maggioranza, oppure prendono definitivamente le distanze da Mortaruolo per dimostrare che hanno un modo diverso di concepire la politica e proseguire quindi per altra strada. Paradossalmente, questa situazione insolita venutasi a creare all’interno della maggioranza, non è stata determinata da problematiche politiche o amministrative ma da una lotta interna maturata sin dopo le elezioni, nonché dal desiderio di supremazia personale da parte di alcuni consiglieri che dovrebbero sostenere il sindaco.
A ciò bisogna aggiungere che altri esponenti della maggioranza non hanno preso coscienza del loro ruolo e delle responsabilità connesse a tale ruolo. Tutto ciò ha determinato una progressiva caduta dell’efficienza del consiglio per cui la soluzione delle reali problematiche della cittadinanza passava in secondo ruolo rispetto alle esigenze personalistiche di alcuni consiglieri. Più di un osservatore dà per scontate altre defezioni, sicché siamo ormai al punto di ritenere certa l’esistenza di una giunta incapace di avere in consiglio i voti necessari. Appare, quindi, molto strano che Mortaruolo abbia portato con se consiglieri che da sempre sono stati suoi avversari. Le contraddizioni interne alla sua coalizione erano chiare e presenti fin dal principio: troppe le incompatibilità, diverse le posizioni e le ideologie, senza contare le insoddisfazioni di quanti avevano ritenuto di poter conquistare un assessorato importante o la presidenza di una commissione.
In questo momento tutto è nelle mani di Mortaruolo che cerca di rimanere saldamente al suo posto e rendere così più convincenti, ed elettoralmente, più redditizi i risultati della sua opera di primo cittadino.
Mortaruolo non può rinunciare all’immagine di grande politico ed abile mediatore che ha saputo costruirsi in questi venti anni.
Nonostante questo, però, si deve prendere atto che le cose sono cambiate e che c’è il rischio che la sua carica finisca con l’apparire un incarico protempore. A questo punto, è chiaro che Mortaruolo per restare al suo posto dovrà accettare delle condizioni, ad esempio nominare una nuova giunta e sacrificare così qualche assessore del suo partito, a condizione che gli assicuri di governare e di decidere con autonomia e le autorità connesse alle sue responsabilità con una durata che gli possa permettere di attuare un programma attentamente rinegoziato anche con le opposizioni senza pretese egemoniche da parte di qualche consigliere che già pensa di sedersi al più presto sulla poltrona di sindaco.

Carmine Parrella


PONTELANDOLFO

Le ragioni del cuore

Quando il cuore batte forte e scandisce il tempo della passione, alla fine prevale contro il materialismo più becero, fatto di indifferenza, di assoluto narcisismo e di forsennato personalismo. E prima di addentrarci in questo viaggio "spirituale", invochiamo la cronaca, che per la verità è sembrata povera sia di contenuti che di sviluppi. È stato finalmente approvato il progetto dello svincolo per Pontelandolfo che ha fatto seguito alla convenzione stipulata giorni addietro tra la Provincia e la Regione Campania. Tutti soddisfatti, perché per una volta sono state superate le lungaggini burocratiche e possono partire i lavori, che ci auguriamo possano consegnare al solo ricordo la triste fama conseguita dalla SS.88. E la comunità di Pontelandolfo è ansiosa di poter superare finalmente l’angosciosa locazione "turistica" legata alla pericolosità dello svincolo.
Tralasciando gli aspetti materiali, sembra che una ritrovata spiritualità attraversi la storia attuale di questo paese. La ribalta conquistata dal neo-Consigliere in quota PPI, Cosimo Testa, tra gli scranni della Rocca dei Rettori, calatosi con grande energia nel ruolo, tanto, da non saper rinunciare alla sua passione e non solo al suo impegno, quando ha difeso strenuamente il suo partito originario, la Democrazia Cristiana, in un infuocato dibattito con un consigliere di An. Per spegnere i bollori accesisi si è dovuti scomodare la "miracolosa acqua di Lourdes" distribuita da un Assessore Provinciale rientrato da un viaggio in quella santa località. Altro momento spirituale è stata la pubblicazione di una raccolta di poesie di Libero Perugini, un anziano autodidatta che non fa fatica ad esprimere in versi il proprio amore per Pontelandolfo. Questa comunità che è ricca di poesia e di grandi spiritualità, non trova spesso il coraggio di mettersi in gioco, di rendere disponibile agli altri i valori e le idee che aleggiano ed agitano i cuori che pulsano forte tra le pietre e la voce del vento e restano solo opere stipate nel buio dei cassetti.
Se i versi del simpatico ottantacinquenne Libero Perugini si propongono con l’incoscienza della gioventù, con il coraggio degli eroi, forse è giunto il momento di snidare i pensieri e la poesia dei tanti "poeti nascosti" nei meandri del cuore di Pontelandolfo e renderli fruibili alle attese dei tempi. Quello che ci colpisce nelle intenzioni di questo uomo che ha attraversato il secolo scorso e non poco ha sofferto, è la celebrazione dell’aria sana, della libertà della natura e della semplicità dei ritmi di vita e che richiama specie al fenomeno dell’emigrazione, che ha depauperato a più riprese il patrimonio umano di Pontelandolfo.
E a questo tema si richiama un avvenimento grandioso che si è celebrato nello scorso mese di agosto e che non ha avuto la giusta valorizzazione. Un avvenimento che è passato e solo pochi ne hanno avuto conoscenza. In verità l’unico giornale che ha trattato, sebbene in poche righe, l’avvenimento è stato il nostro. Ma veniamo al dunque. Che il GTF RI UALANEGLI onorasse Pontelandolfo, il Sannio, la Campania e l’Italia a livello internazionale si sapeva, ma che potesse dedicare parte della propria passione ai suoi emigrati oltreoceano non è cosa di tutti i giorni. E l’occasione del 70° anniversario della fondazione di Pontelandolfo Community Club di Waterbury, nello stato USA del Connecticut, rientrante nelle manifestazioni di gemellaggio in atto, onora l’impegno che da anni il sodalizio pontelandolfese sta praticando.
Voluta fortemente dall’amministrazione comunale con a capo il Sindaco Rocco Palladino, i ragazzi del Presidente Nicola Lopez hanno toccato le corde del cuore dei nostri fratelli d’America, rinverdendo la memoria nei percorsi della nostalgia. Per non dimenticare, gli emigrati hanno costituito il Ponte’s club e riprodotto su scala ridotta, la torre, la piazza e la fontana del loro paese d’origine e col quale non hanno voluto recidere le radici. Le speranze di questi uomini erano che un giorno potessero godersi i frutti del proprio lavoro "a casa loro", ma le generazioni successive nate e cresciute nell’opulenza americana, fanno fatica ad accettare una simile situazione. Succede allora, che per non deludere i figli, questi nostri fratelli si accontentano dei flashes estivi e di queste occasioni "per stare insieme" e che i tempi consentono.
Bella tourneè, quella de RI UALANEGLI in America, che ha fatto seguito all’indimenticato precedente del 1990. Spettacoli celebrati, oltre che a Waterbury ed Hartford, anche a New York e Long Island e perfino a Boston nel Massachusetts. Rispetto al 1990, è mancato il Canada, ove risiede un’altra numerosa comunità di pontelandolfesi: sarà per una prossima occasione. Nel palmares, comunque, è stato aggiunto un riconoscimento straordinario, quello del Presidente della Repubblica, Ciampi, che ha premiato con la medaglia d’argento RI UALANEGLI, per i meriti conseguiti nel corso degli anni e per l’attività svolta che onora l’Italia, una motivazione più gratificante dello stesso premio. Resta un solo appuntamento con la "gloria": la possibilità di esibirsi per i fratelli emigrati in Australia, presso le numerosi comunità presenti in quel di Sydney e Melbourne. Ma ci si sta lavorando.

Nicola De Michele


PESCO SANNITA

La Rocca di Monteleone

Il luogo è ricordato sin dall’epoca normanna e la fortificazione apparteneva a Roberto di Montemalo, uno dei principali baroni del Conte di Buonalbergo.
Al di sotto di essa venne ritrovato un ossario, che fece pensare che lo stesso manufatto fosse stato costruito su di un insediamento ancora più antico di "Pescolamazza", vecchio toponimo del borgo sannita.
Rimane ben poco della vecchia fabbrica, che sorgeva sull’alto del colle. Alcuni altri muri delle cortine, senza risalto di torri sono tutt’oggi presenti ed in parte ricoperti dalla rigogliosa vegetazione.
All’interno si scorgono tracce d’imposta di volte a crociera.
La rocca, nel 1133, venne assediata da Ralpotone di Sant’Eustachio e dal conte Rainulfo ma riuscì a resistere.
Essa appartenne alla famiglia della Marra e, poi, ai Caracciolo.
In seguito, divenne possesso della stirpe d’Aquino e dei Principi di Santa Teodora.
All’epoca degli Angioini, il castello fu infeudato alla dinastia dei Sus e gli Aragonesi lo concessero, durante il loro predominio, ai Carafa di Policastro.
Da documenti dell’epoca risulta che, nel 1555, il feudo era già disabitato a causa del disastroso terremoto avvenuto nell’anno 1456, che ne determinò la distruzione.
Dopo l’abolizione del feudalesimo, il territorio fu conservato in parte dai Carafa ed in parte venne diviso fra i pescosanniti.

Salvatore Mariani


SAN MARCO DEI CAVOTI

I "visitors", ovvero la ronda

Provengono da paesi vicini, e taluni, anche da lontano; tutti, però, con le inequivocabili insegne della "balena bianca". Hanno occupato il paese suddividendolo in "buono" e "cattivo". Si sono attivati per l’affermazione delle proprie idee (o principi?) creando liste elettorali, redigendo programmi, scegliendo gli uomini e creando personaggi per dimostrare che in politica, come nella vita (purtroppo), non conta tanto quella parte del corpo che ospita il cervello. Hanno cancellato vecchie alleanze e consolidate amicizie, impossesandosi, talvolta, della volontà altrui per gestirla come una lobby.
Sono costoro i veri gestori dell’azienda S.Marco. I loro nomi? Ognuno li conosce. Se li elencassimo potremmo arrecare danno a qualcuno con l’omissione o l’esagerazione. Perché S.Marco si connota come paese xenofilo (che è cosa diversa da paese gentile ed ospitale)? Perché il sammarchese ama valorizzare l’ospite a discapito del proprio concittadino?
Cominciamo col dire che siamo di fronte ad uno schema mentale piuttosto antico. È dall’immediato periodo post-bellico che le "fortune" del nostro paese sono attribuite alla classe al potere o a qualche diavolo che non si è riusciti ad esorcizzare. Basti pensare che per due mandati amministrativi la fascia tricolore ha cinto il petto di un cittadino di Castelpoto (persona, peraltro, onesta, gentile e disponibile). E pare che subito dopo siano stati i foderi ad avere la meglio sulle spade. Siffatti personaggi hanno saputo tradurre una propria intuizione improbabile in un’operazione politica accettabile, interpretando l’idea democristiana come un retaggio se non addirittura come una rendita ed evitando di misurarsi con la fatica dei progetti e dei contenuti. Hanno precisato e regolato le loro distanze da altri soggetti politici, immaginando che il loro insediamento ed il loro rapporto con l’opinione pubblica ne sarebbero discesi per inesorabile conseguenza, o forse, più probabilmente, scommettendo che i consensi fossero ancora quelli di un popolo democristiano rimasto tale e quale, ansioso di ritrovare una guida perduta lungo la strada dell’antico potere.
Ma quanto è cambiato quel popolo, quanta è cambiata quella strada? Non è cambiato alcunchè. Come sempre il presente fa i conti con un cuore più antico e costoro non si interrogano neppure su ciò che resta del vecchio "cuore" democristiano. La vigilia infinita della seconda Repubblica ha riservato fin qui agli eredi dello scudocrociato un destino roseo ma ambiguo. Da un lato ha lasciato taluni sugli altari, altri li ha fatti rotolare nella polvere. Ma tutti sono ancora oggi gobettianamente, l’autobiografia politica di S.Marco. Rappresentano un modello di organizzazione del consenso (e di gestione di potere) che ha finito per tramandarsi perfino ai loro avversari.
Da destra a sinistra, infatti, tutti cercano di dedicarsi a tessiture, meditazioni, assemblaggi, scoprendosi tutti interclassisti, tutti pluralisti, tutti cultori della complessità politica e sociale; tutti impegnati a creare o sopire sul modello del trasformismo più sfrenato: i "post fascisti" che si propongono protagonisti politici accanto ai "popolari" e i post comunisti. Anzi sono proprio costoro ad erigere a S.Marco gli altari democristiani più imponenti. Sono infatti disponibili a votare un sindaco ex DC per un posto di potere (assessorato) o per un nonnulla generato da azione compromissoria. Sono sempre essi che hanno decretato la chiusura della lunga stagione dell’unità politica dei DC (FI da una parte, U.Deu.R. e PPI dall’altra) ed inaugurato un percorso di scissioni che non sembra ancora concluso.
Da quest’angolo visuale la cancellazione dell’ex DC unita dall’anagrafe politica sammarchese si staglia come un evento solenne che nessuna manovra o circostanza consentono di derubricare. La disseminazione di uomini ai quattro cantoni della nuova politica locale (PPI, U.Deu.R, FI, CCD) può essere per i post-fascisti consolatoria perché concede loro uno spazio, ancorché piccolo, in seno alla politica locale, magari con una serie di compromessi e di patti che nulla hanno da spartire con la mitica onestà o il leggendario senso di giustizia finiani. Così l’attuale realtà politica sammarchese si può leggere come una celebrazione postuma del rito democristiano, con una sola sostanziale differenza che gli ex fascisti e gli ex comunisti hanno dovuto abbandonare al valico di frontiera il loro "ingombrante" bagaglio ideologico ed assicurare i doganieri della loro nuova identità. Gli ex DC, al contrario, possono transitare orgogliosi sotto le bandiere della loro virtù storica senza cambiare sostanzialmente i loro costumi politici.
E i "visitors"? Essi sono diventati i condottieri di questa nuova realtà, di questo nuovo intruglio partitico che assicura la continuità del potere perché ad essi nessuno chiede di diventare "post".

Antonio Perrotta

Memoria storica e nuovi falsi percorsi

Nel duemila si è tramutata in realtà ciò che prima, a S.Marco, era solo un’impressione. Si è allargato a dismisura il solco tra l’opinione pubblica ed i "politici", i quali, nel nostro paese, si identificano, quasi sempre, negli amministratori comunali. Mentre i cittadini hanno ceduto progressivamente ad un sostanziale disinteresse, ad una rinuncia, ad una delusione per la politica amministrativa così intensa da sfociare, alla fine, in una sorta di fredda apatia, l’ambiente dell’amministrazione comunale, dopo una soddisfacente gestione da ascrivere unicamente alla caparbietà ed alla determinazione del sindaco Francesco Cocca, sembra aver portato a temperature altissime il proprio disinteresse per una oculata e concreta gestione del potere.
La commedia sulla scena ha raggiunto, insomma, il suo acme spettacolare ma è avvenuto nella progressiva indifferenza degli spettatori in platea. Troppe comparse o balenanti comprimari si cimentano ancora in ruoli da capocomico: il loro vissuto di postulanti non trova compensazione oggi nel "nuovo" ruolo di amministratori, di elargitori di promettenti gratifiche di varia natura e spessore. Inutile dire che una situazione simile è quanto di peggio si possa osservare sul piano della partecipazione alla vita pubblica. La censura tra amministrazione e pubblica opinione rappresenta una delle malattie più palesi e potenzialmente dannose di cui possa soffrire un paese che si definisce democratico e civile. Tra i vari "difetti" che in genere si attribuiscono amministrazioni, oltre al familismo, la cui reale incidenza non viene mai messa in questione, si trova sicuramente il qualunquismo. Nel qualunquismo che riemerge e nell’antipolitica che si diffonde confluiscono fenomeni diversi, sottovalutati o male interpretati. Il primo e più importante di questi fenomeni è costituito dall’appartenenza alla "cultura" politica democristiana. Per svariate ragioni, questa cultura si è nutrita molto più di elementi sociali che di quelli politici.
La stessa idea, tutt’altro che morta, che la politica debba essere interpretata come un servizio, quasi come un sacrificio personale, e non sia, invece, un’attività nobile, degna di essere intrapresa anche per motivi di ambizione personale, per voglia di fare, per cambiare destini collettivi, per acquisire il merito di distribuire benefici comuni oltre che per intrinseca soddisfazione personale, ha prodotto una specie di scissione nella valutazione che gli elettori potevano dare dei loro politici democristiani. Solo qualcuno di questi uomini si poneva al servizio del suo elettorato e sosteneva di accettare faticosamente i sacrifici derivanti dalla politica e dall’amministrare il paese soltanto, per l’appunto, per spirito di servizio. Dopodichè i presunti sacrifici spesso si traducevano in vantaggi personali anche cospicui e nessuno degli eletti pensava, neanche per un momento, di abbandonare spontaneamente quel servizio impegnativo, assorbente, faticoso che è la politica. Per di più, nonostante qualche lodevole tentativo personale, il politico democristiano non mirava affatto ad educare il suo elettorato alla partecipazione alla politica, ad un’idea politica come impegno sui temi, sui problemi, sulle risoluzioni.
Non può stupire, pertanto, che schiere di elettori democristiani abbiano deciso di risolvere nella pratica la loro dissonanza cognitiva, disinteressandosi o scegliendo altri referenti politici che esprimessero comportamenti più credibili di quelli degli "inamovibili" sul Comune, per "puro spirito di servizio". Si indica, a mo’ di esempio, il gruppo consiliare dell’U.Deu.R. che ha rafforzato sensibilmente il vecchio atteggiamento qualunquistico per non ridare alla politica il "posto" che le spetta. Questi dilettanti della politica stanno fornendo prove mediocri, facendo finta di dialogare con la gente, di accettare consigli e suggerimenti, di aprirsi con i cittadini di fomentare discussioni onde ricavarne pluralità di opinioni.
Questo rovesciamento della tendenza non è scaturito da un diverso sforzo culturale e politico, determinato e sostenuto, di lunga lena. Il loro dilettantismo può essere paragonato ad una sorta di smemoratezza politica che presenta aspetti poco salutari: è la base di un modo vecchio di amministrare (promesse), è un finto invito alla partecipazione (suggerimenti puntualmente disattesi), un falso richiamo all’assunzione di responsabilità (qualche posto c’è ma solo per parenti e… amici) a tutto svantaggio della trasparenza e della buona gestione amministrativa. Se gli amministratori, giovani e giovanissimi, con la guida oculata di un giovane sindaco, Francesco Cocca, che riesce, nonostante tutto, da solo a dare concretezza al programma elettorale, non fossero rimasti attestati lungo le rispettive trincee ideologiche, esplicitando lezioni e riserve della "vecchia" politica, non avrebbero bruciato sul nascere possibilità di cambiamento e di novità, cui è affidato il compimento della democrazia nei piccoli paesi. Per giunta, e non sia detto solo per inciso, oggi l’eventuale abbandono di quelle trincee non corrisponderebbe ad una maturazione politica ideale, convinta e sofferta. Il loro familismo non glielo consente… ormai.

Antonio Perrotta

E-mail: redazione@beneventogiornale.com

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