TELESE TERME

I giovani e l’impegno politico

Nell’ambito della "Festa del Popolo della Libertà" —che si è tenuta a Telese Terme dal 19 al 21 settembre— si è svolto il convegno dal titolo "I giovani e l’impegno politico".
I relatori sono stati nell’ordine: Ettore De Conciliis, presidente regionale "Azione Giovani", Armando Cesaro, responsabile dei giovani universitari di F.I., Luca Ricciardi, presidente provinciale di A.N., Giampaolo Zarro, coordinatore provinciale dei giovani di F.I., Roberto Chiuto, parlamentare dell’Udc, Nunzia De Girolamo e Nicola Formichella, deputati del Pdl.
Quasi all’unisono, dal convegno è emerso che è necessario avvicinare le nuove generazioni alla politica e che c’è bisogno di costruire una classe dirigente per il futuro; tuttavia, è apparso evidente, che è un compito difficile, perché i giovani hanno difficoltà a colloquiare con la politica, sempre troppo distante dalle loro aspirazioni. Ecco che allora "c’è necessità di una politica che abbia il coraggio di parlare, non dei giovani, ma con i giovani; che abbia il coraggio di coinvolgerli e di far capire loro che può essere un’attività esaltante", ha dichiarato Roberto Chiuto. Ancora, secondo il deputato dell’Udc, è necessario conoscere da vicino la realtà politica, confrontandosi con le istituzioni, anche iniziando, ad esempio, come consiglieri comunali, per dimostrare di avere le capacità di rappresentare il territorio.
"Noi diciamo: i giovani in politica perché vogliono impegnarsi, i giovani in politica per fare un percorso; la vera rivoluzione non è soltanto il federalismo fiscale; la vera rivoluzione è quella culturale, è quella che dice no al clientelismo, è quella che dice no all’assistenzialismo", ha dichiarato poi Nunzia De Girolamo nel suo appassionato intervento.
Bisogna uscire dunque dal "vittimismo" meridionale e da un modo di fare politica, che al Sud ha sempre trovato proseliti, aiutare i giovani nella crescita umana e sociale; dire sì alla meritocrazia; dire no al relativismo etico e culturale.
"Se si continua a fare la politica del singolo, non si va da nessuna parte; se non capiamo che accontentare uno significa scontentare cento, non abbiamo fatto una politica giovane: siamo dei giovani vecchi" ha concluso l’onorevole De Girolamo.
Un convegno, fatto dai giovani, per i giovani, da cui emergono preziosi suggerimenti per la classe dirigente che deve trovare un dialogo con loro, deve spronarli all’attività politica, deve porli al centro del cambiamento sociale del Paese.
L’auspicio, infine, di tutti i relatori, è stato che i giovani siano davvero formati, siano davvero al centro per costruire il rinnovamento e dare avvio a quella rivoluzione culturale e valoriale che assicuri a tutti un futuro in linea con le proprie speranze e le proprie aspettative.

Rosario Longo


SAGRA ENOGASTRONOMICA DI MASSA

Un saluto all’estate

Dal 19 al 21 settembre si è svolta a Massa, piccolo centro vicino a Faicchio, la ventitreesima "Sagra Enogastronomica", una manifestazione caratteristica con la quale si vuol dare "l’addio all’estate" nell’imminenza dell’equinozio autunnale.
Ogni anno, a settembre, si apre la festa e "nell’oscurità e nella quiete più assoluta, i peccatori di gola hanno un’occasione in più per non redimersi".
Del resto è veramente difficile redimersi davanti a "zuffritt", "trippa e fasul", "p’parul mbuttit", "panzarott", "tagliaregl’e cic’r", "pizza cu a v’rraccia" e tante altre ghiottonerie, il tutto "annaffiato" dagli ottimi vini massesi, decantati anche dal poeta latino Orazio, che contribuiscono non poco a mantenere viva l’allegria.
La Sagra di Massa è "Nu salut a staggiona" - come ricorda in una bella poesia in vernacolo, la poetessa Elena Cofrancesco — un saluto che è un arrivederci all’anno successivo, quando la piazzetta del borgo tornerà ad essere "riempita" dai turisti, trasformandosi ora in palcoscenico musicale, ora in trattoria tipica, ora in "occasione" di scambi e di conoscenze.
La manifestazione tuttavia, grazie al felice intuito della locale Pro Loco, è anche momento di "spiritualità", perché al suo interno si celebra la tradizionale e sentita festa dell’Addolorata, da sempre cara al popolo massese.
Massa, dunque, ogni anno, per tre giorni, diventa "ombelico del mondo", punto d’incontro e riferimento per tante persone in cerca della "buona cucina" del "buon bere", e, perché no, di relax, in un ambiente sereno e tranquillo che ristora il palato e ritempra lo spirito.

R.L.


CAMPOLI DI MONTE TABURNO

Festeggiato per la prima volta
San Michele Arcangelo

Si è svolta il 29 settembre, a Campoli del Monte Taburno, la prima festa in onore dell’Arcangelo San Michele, la cui ricorrenza religiosa è particolarmente sentita nella comunità.
San Michele Arcangelo, che è diventato il simbolo della lotta perenne tra il bene e il male, ha, per la tradizione cristiana, l’importante compito di difendere l’uomo dalla tentazione del diavolo.
La grande devozione dei campolesi per questo Santo è stata dimostrata dalla presenza, alla processione, di un gran numero di fedeli, ma la venerazione verso san Michele è ben radicata in tutta la Valle Vitulanese. Sono qui presenti, infatti, alcune cappelle erette a devozione del Santo e ben noto ai fedeli è l’eremo di Foglianise che si trova ai piedi del Monte Caruso.
La realizzazione della festa religiosa è stata da sempre un vivo desiderio della comunità campolese ed ora, finalmente, il 30 settembre scorso si è potuto concretizzare ciò che ieri poteva apparire solo un’idea.
La giornata è stata caratterizzata da tre celebrazioni eucaristiche che hanno preceduto la processione svoltasi nel pomeriggio. Ha fatto seguito, poi, un’altra messa e anche in questo caso la partecipazione dei fedeli è stata particolarmente intensa.
I riti religiosi sono stati presieduti da don Giovanni Rossi, il quale non ha potuto non ringraziare il Comitato che ha reso possibile la realizzazione della festa e quanti hanno aderito subito all’iniziativa.
Infatti, come egli ha sottolineato, l’Arcangelo San Michele è di vitale importanza dal punto di vista della fede, perché il suo cospetto infonde sicurezza nelle avversità della vita, dove è forte la presenza del maligno.

Teresa Nifo


PONTELANDOLFO

La ruzzola del formaggio

Grazie all’Associazione S.D. Ruzzola del Formaggio, sorta qualche anno addietro con lo scopo di salvaguardare e valorizzare la più antica delle tradizioni di Pontelandolfo, il prossimo fine settimana di ottobre, nei giorni 18 e 19 le strade del paese ospiteranno il Meeting Nazionale del Formaggio, aperto a 5 categorie di peso diverse: dalle forme di 1 Kg fino a quelle di 20 Kg. Non è la prima volta che il popolo sannita ospita una manifestazione di tale portata, rubando per un momento tale gioco al suo habitat naturale, che è quello carnevalesco. Ma la voglia di rappresentare il proprio gioco al confronto con le altre scuole popolari d’Italia è forte ed è pregnante. Infatti se il gioco della ruzzola è unico nella nostra regione e nel territorio sannita, trova diverse corrispondenze in altre regioni d’Italia: quali Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo, Marche, Umbria, Lazio, Calabria e Sicilia.
L’apertura di questa tradizione verso l’esterno, con l’adesione alla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, aderente al CONI, ci ha fatto scoprire l’esistenza di giochi analoghi nelle più disparate aree geografiche del belpaese, ognuno con il medesimo filo conduttore e con regole similari ed adeguate alle esigenze dei territori e delle popolazioni che lo praticano ancora oggi. Per completezza di informazione va anche richiamata l’esistenza di una Lega Sport e Giochi Tradizionali aderente all’U.I.S.P., altra organizzazione sportiva.
Intorno a questa usanza che i pontelandolfesi considerano semplicemente un "giuoco" mentre è un vero e proprio sport che non richiede solo la forza fisica, ma anche abilità, capacità, determinazione e grande spirito di concentrazione, si dipana un’aura di mistero che la rende ancora più interessante. Tante sono le leggende, gli aneddoti e i racconti che ci sono stati tramandati dai nostri antenati; qualcuno celebrante le gesta degli antichi eroi del gioco; altre che celebrano il gioco come metafora della vita. In questo contesto ci piace riferire della leggenda del barone e del contadino che vollero regolare una disputa proprietaria, nata per uno scherzo delle carte e finita col lancio del formaggio. Una partita che finisce sempre pari da secoli e che il barone e il contadino continuano nelle notti di carnevale e che non avrà mai fine, o almeno fino a quando questo gioco resterà vivo nel cuore del popolo di Pontelandolfo.
L’abbiamo richiamata in breve questa leggenda perché nel web ha trovato una grande risonanza, tanto che il blog di Mitì Vigliero, Pacida Signora l’ha incorniciata lo scorso 31 gennaio, ricevendo molti riscontri ed evidenziando anche l’esistenza di altre comunità sparse per l’Italia che praticano questa tradizione. Ora se tutti questi riscontri ci fanno perdere una certa "esclusività" dell’evento, dall’altro ci confortano nell’interpretazione della nostra storia. Ci indicano che la direzione intrapresa nella scoperta delle nostre origini è quella giusta. Infatti, dalle informazioni fornite dalla federazioni menzionate si scopre che il gioco della ruzzola è di antichissima tradizione e non tanto perché lo dicono i pochissimi documenti storici esistenti, quanto per la vastissima diffusione che aveva in tutta Italia, almeno fino a quando l’industrializzazione e l’abbandono delle campagne hanno portato a trascurare un gioco non nobile, perché praticato dalle categorie più umili della popolazione.
Il gioco della ruzzola ha origini incerte: secondo alcuni si perde nella notte dei tempi, quando fu inventata… la ruota. Secondo altri non è esagerato che potessero essere gli etruschi i più diretti indiziati, in virtù dell’affresco trovato nella "Tomba dell’Olimpiade" di Tarquinia, in cui si scorge un lanciatore nell’intento di lanciare "una forma". Nobile antenato ne fu certamente il lancio del disco decantato nei poemi omerici e dai poeti greci. Ma di sicuro gli antichi romani lo praticavano, tanto che nella tomba di un bambino sepolto alla fine dell’impero romano, è stato rinvenuta una ruzzola con lo spago. E questa circostanza ci riconduce alla monografia di Daniele Perugini del 1878 che chiama il gioco "del cacio" insieme al tiro alla palla, la lotta ed il pugilato fra le rievocazioni ludiche in onore di Ercole e che qui, nella località Sorgenza aveva dedicato un villaggio fondato dai Liguri Apuani deportati nel II° sec. A.C.: il Pagus Herculaneus . Misurare la forza e l’abilità non era solo sfoggio di vigore e salute fisica, ma anche dimostrazione di benevolenza e protezione del dio di origine greca, Ercole. Infine, poiché l’oggetto del lancio era, in origine, una forma di durissimo formaggio pecorino stagionato che i pastori si divertivano a far rotolare lungo i pendii e i tratturi nelle lunghe e durissime transumanze, ben si sposa con la tradizione storica di Pontelandolfo da sempre famosa per i suoi pascoli, il latte e le carni degli allevamenti.
Appuntamento, quindi ai prossimi 18 e 19 ottobre per rinverdire la memoria delle gladiatorie imprese di un polo sannitico.

Nicola De Michele

PRIMAPAGINA, EDITORIALE, CITTÀ, SPORT

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