PONTELANDOLFO
Ineluttabilità solo apparente
Le risultanze
dello studio elaborato dal Cresme e commissionato da Legambiente di concerto
con la Confcommercio, non può passare inosservato e licenziato
come un semplice esercizio di demografia e di sociologia. Anzi, risuona
con toni rombanti sulle nostre teste e le conclusioni sembrano pioverci
dallalto come macigni di ritorno da uneruzione vulcanica.
Un destino segnato dal rischio di estinzione nelle aree del disagio abitativo
del Sannio e del quale sembra essere stato assunto a pieni voti anche
Pontelandolfo. E di certo non è consolatorio di essere in compagnia
di altri 54 paesi della nostra Provincia. Ma gli indicatori trattati non
sono simboli di profezie solo funeste, ma fotografano, ancorché
a tinte buie, la situazione locale. I dati strutturali, landamento
demografico, lo stato dellistruzione, dellassistenza sociale
e sanitaria, la produzione, il commercio, i pubblici esercizi, la ricchezza,
esprimono in modo inequivocabile solo lo stato temporaneo delle cose,
ma certamente sono numeri emendabili.
Sfuggire ad un destino segnato solo in apparenza, potrebbe essere più
semplice di quanto si possa pensare ad una prima lettura. Se è
vero che il reddito pro-capite corrisponde solo ai due terzi della media
nazionale, se il tasso minimo dei diplomati risulti i tre quarti di quello
nazionale e se primeggiano nella tendenza migratoria che precocemente
invecchia la popolazione residente, è anche vero che possono distinguersi
quali comunità ad alto potenziale culturale, storico e naturale.
E come sottolinea la stessa Legambiente, questi paesi custodiscono risorse
immense che se valorizzate in modo adeguato, possono diventare la forza
economica e sociale del sistema-Italia. Un corretto uso del territorio
e del paesaggio, la riscoperta della vocazionalità e laffermazione
delle nostre identità sono elementi di un patrimonio notevole e
di certa integrazione nel largo processo di globalizzazione in atto.
Nel tetro bilancio ricavato dalla Cresme, emerge una popolazione residente
in lento declino, ma alla quale si contrappone la vitalità del
turismo rurale che richiama flussi dal napoletano e mentre la produzione,
il commercio e i pubblici esercizi sono in piena decadenza e si perdono
pezzi del mosaico, in termini di pubblica istruzione e di assistenza sociale
e sanitaria, si può contrapporre, magari accelerando le procedure
per lavvio del programma affidato ai Fatebenefratelli.
Per evitare lo spopolamento, rischiando di lasciare comunità di
soli anziani, bisognerebbe rilanciare le tradizionali attività
artigianali e dei prodotti tipici, con sostegni finalizzati alla loro
valorizzazione e alla razionalizzazione dei processi. Un esempio che possa
agganciarsi al quadro della situazione, è stata la manifestazione
"Passeggiando per Spaccamontagna", organizzata dalla Pro-Loco,
che ha avuto il sugestivo scenario di casa Pagliari: un casolare rurale
recuperato con grande gusto e soprattutto nel pieno rispetto delle tradizioni
da questo imprenditore napoletano ben integrato e che soprattutto vive
più come un indigeno che di "importazione", la sua condizione
turistica.
La manifestazione della Pro-Loco, che ha voluto far riscoprire il Medioevo
attraverso Landolfo, principe longobardo, e le sue donne, scoprendo la
Pietraia dei desideri. Un occasione sprecata, però, questa iniziativa
dellente turistico locale, secondo uno dei leaders dellopposizione,
F.Guerrera, definendo discriminatorio la selezione ad inviti adottata
dai responsabili e denunciando anche la mancanza di pubblicizzazione.
Ma Guerrera non si è fermato a questa polemica certamente non "gratuita",
ma insieme agli altri consiglieri dopposizione ha chiesto al Sindaco
la convocazione di un consiglio straordinario per discutere sulla possibilità
di sospendere il pagamento del canone di depurazione calcolato sulle bollette,
in quanto tale servizio non è funzionante e nel rispetto del dettato
delle L.450/97.
Nicola
De Michele
APICE:
NASCE UN NUOVO MERCATO ANTIQUARIO
AnticApice
Nel
borgo antico di Apice si tiene, il penultimo fine settimana di ogni mese,
un appuntamento interessante per tutti coloro che amano lantiquariato.
La manifestazione, dal titolo "AnticApice", è organizzata
dallAssociazione Culturale Il Castello ed ha preso il via nello
scorso mese di settembre.
Al primo appuntamento non sono mancati numerosi visitatori, che sicuramente
aumenteranno ai prossimi incontri. Il successo delliniziativa è
infatti scontato, sia per la peculiarità dellantico borgo
di Apice, un paese che ha accresciuto il suo fascino dallessere
completamente disabitato e che quindi merita sempre una visita, sia per
la manifestazione che, oltre a presentare numerosi espositori del settore
antiquario, si arricchisce anche per appuntamenti musicali, folkloristici
e gastronomici.
Il prossimo incontro è quindi fissato per sabato 21 ottobre, dalle
14.00 alle 20.00, e domenica 22, dalle 9.00 alle 20.00.
F.M.
CASTELVENERE
La Torre della Dea Ciprigna
Del
"castrum veneris" se ne parlava già nella "Rationes
Decimarum Italiae" del 1308, allorquando il casale "Vieneri"
diventò feudo dei Sanframondo, che detennero il maniero fino al
1460.
Conclusosi il dominio del nobile casato, il castello passò, nel
1500, in dominio dei Signori Monsorio fino allespropriazione delle
loro terre e di altri beni a scapito dellerede Giovanni che, attraverso
un prestanome -tal Lelio Carfora- vendette il feudo a Marzio Carafa, duca
di Maddaloni.
La "torre" del castello che, tuttora, guarda la vallata, in
cui scorre il torrente Sineta e, che, più tardi, venne denominata
"Torre della Venere", è quanto rimane della fortezza
del feudatario Monsorio, il quale abitualmente, risiedeva in San Salvatore
Telesino.
A mano a mano che il gastaldato dei Monsorio si andò espandendo
e la sua notorietà valicò i confini dellameno sito
della Valle Telesina solcato dal tortuoso Calore, il "Veneri"
venne abbinato al prefisso "Castel". Cosicché il "Castelveneri"
della Longobardia meridionale finì per avere la stessa posizione
e funzione del "Castel di Venarìa" nella Longobardia
settentrionale, ovverosia una reale fortezza eretta nel XVII secolo, nei
pressi di Torino, da Amedeo Castellammonte, chiamata la "Versailles
del Piemonte".
Nel 1645 il castello passò, come innanzi citato, a Marzio Carafa,
la cui famiglia lo detenne fino alla legge abolitiva della feudalità
del 1806, a cui fece seguito il Regolamento-decreto dell8 giugno
1807, che disciplinò la spartizione dei feudi.
In virtù di questo riassetto, operato da Francesco I re delle due
Sicilie, "Castrum Veneris" diventò parte integrante del
Demanio ex-feudale appartenente allex Barone Principe di Colobrano
Domenico Gaetano Carafa che, nel 1829, fu investito del titolo di nuovo
duca di Maddaloni.
Salvatore
Mariani
S.MARCO
DEI CAVOTI: OCCORRE UN ATTENTO RIPENSAMENTO
SUI LAVORI E SULLA PARTE STORICA DEL PAESE
Il centro "antico"
veste "moderno"
La conservazione
è di rigore, perché il patrimonio storico-urbanistico si
identifica con lo stesso paese, fa parte del suo tessuto connettivo, ha
un posto fondamentale nel formarsi, nel consolidarsi e nella vita della
tradizione
Disperdere o modificare tali testimonianze vuol dire,
perciò, cancellare la tradizione ed indebolire il tessuto di un
paese.
Così si esprimeva Giulio Carlo Argan, storico dellarte emerito
e padre della storia dellarte contemporanea e moderna. "Ammirando"
il centro antico di San Marco si ha netta la sensazione di trovarsi in
un luogo "nuovo" che contraddice le affermazioni dellillustre
storico dellarte. Il nucleo cronologicamente più remoto conserva
un rapporto perfetto tra la struttura abitativa ed il sistema stradale
che sembra accompagnare dolcemente le differenze altimetriche del sito.
Le costruzioni più antiche, come il "palazzo marchesale"
e la "torre campanaria" sono gli elementi emergenti rispetto
alla omogeneità di gran parte dello storico complesso. Un po
ovunque si colgono i segni di un glorioso passato. I vari scorci e gli
angoli più suggestivi invitano ad una attenta ed oculata osservazione
sulle trasformazioni in atto. Evidente appare la "regola" che
ne ha permesso lo sviluppo e gli interventi modificativi come in molti
centri minori medioevali delle nostre zone interne.
A San Marco si constata lesistenza di elementi di palese contrasto
con la "regola", quali alcune ricostruzioni che, alterando il
rapporto tra edificio e circostante, di fatto annullano ogni altro discorso
successivo. Siffatti interventi presiedono allo sviluppo di nuovi elementi
abitativi che si articolano su ben tre livelli rispetto a quelli circonvicini,
non considerando le ragioni geologiche ed insediative del sito. Non occorre
essere degli esperti per notare che alcuni comparti in fase di realizzazione
sono contraddittori con le più normali norme di recupero di un
centro antico. Probabilmente era necessario uno strumento urbanistico
attuativo, come un piano di recupero che definisse regole certe e limiti
di intervento. Quelli proposti (si vocifera che i lavori siano stati da
poco sospesi per lintervento delle competenti autorità),
risultano realizzati in strutture di cemento armato, con tipologie del
tutto diverse da quelle circostanti che alterano il contesto stesso di
insieme. A tale proposito una delle regole fondamentali dellarchitettura
prevede un attento uso dei materiali con lo sviluppo formale e tipologico
dellelemento.
Ed allora ci si chiede come mai tali interventi, progettati e gestiti
anche da giovani "talenti" locali, non propongono soluzioni
più attente e calibrate al sito? Si potrebbe rispondere che le
strutture in cemento armato potrebbero essere paramente esternamente con
elementi lapidei o similari per mascherarlo nel contesto dinsieme,
ma in quanto alle altezze proposte come possono inserirsi nel contesto
abitativo presente?
Le risposte possono essere molteplici e diverse rispetto a tali interventi,
ma senza dubbio negative, come quelle riferibili ai nuovi assi stradali
che si stanno realizzando ignorando la clinometria del sito e dei rapporti
della stessa con il circostante, nel rispetto del contesto complessivo
ambientale di riferimento.
Il
comparto più antico
La zona
denominata "Toppo", il comparto forse più antico del
nucleo storico, va assumendo caratteristiche di forte disomogeneità
strutturale con l"apertura" di una strada irrazionalmente
ricavata nellultima propagine che supporta il sito alto dellantico
borgo, per immettersi nel nulla. Il tracciato, infatti, avrebbe dovuto
consentire un secondo accesso viario in direzione del Belvedere e della
Chiesa Madre, allo stato serviti da ununica, angusta strada daccesso.
Il tortuoso percorso evidenzia una pendenza del 30% circa ed una nuova
protezione a "gabbioni" dalla scarpata in precedenza mai scalfita
da dissesti o cedimenti, essendosi il promontorio consolidato nel tempo
raggiungendo un equilibrio geologico e morfologico con la presenza di
una folta vegetazione. Il nuovo percorso muore in itinere, laddove inizia
la privata pertinenza mai espropriata per dimenticanza o per rispetto
dellaltrui proprietà. Danaro dissipato, dunque?
Il danno, comunque, è stato arrecato sia materialmente sia ambientalisticamente
sia per la sicurezza dei fabbricati esistenti nellarea. Lasse
di penetrazione (si dice) avrebbe dovuto immettere in una sorta di anfiteatro
da ricavare nel "cuore" del centro storico. Lesiguità
dei fondi ha spento gli entusiasmi per lambizioso progetto. E, poi,
gli espropri sono un pessimo deterrente per il mantenimento o il consolidamento
dei consensi
elettorali. Non convincono, altresì, le "iniezioni
di cemento" inoculate nel "corpo" del belvedere, terrazzato
sui resti di un antica chiesa che "ospita" materiale di risulta.
Possono esse concorrere alla maggiore e migliore stabilità del
panoramico osservatorio? Per converso, si trascurano interventi di piccolo
respiro, come il ripristino di stradine e vicoli che intersecano il paese
antico, divenuto, col tempo, ricettacolo di sporcizia e di rifugio di
bestiole di varia specie e natura nonché pericolo per lutenza
della quale è costantemente compromessa la sicurezza nella deambulazione.
Il potere politico-amministrativo arriva quasi sempre impreparato allappuntamento
storico-urbanistico del paese, spendendo cifre, anche enormi, per lavori
che, ancor prima di essere ultimati, manifestano la loro precarietà.
Perché si producano opere importanti e significative, opere che,
come si dice, lascino il segno, è necessario che gli amministratori
(coloro che commissionano lintervento) siano più presenti
e vigili alla realizzazione del progetto originario, lasciando poco spazio
allarbitrio ed alla discrezionalità di chi attende alla loro
esecutività. È questo un "degrado" che ci penalizza
pesantemente ed al quale dobbiamo assistere impotenti e preoccupati.
Antonio
Perrotta
Collaborazione tecnica
Arch. Prof. Gerardo Marsullo
MORCONE
E BASELICE NE RIVENDICANO LA "DISCENDENZA"
Che Fine ha Fatto "Murgantia"?
"Murgantia"
era città cospicua tenuta dai Sanniti che, nel IV secolo A.C.,
protendendosi attraverso le tribù dei Pentri e degli Irpini anche
nellApulia, riuscirono a controllare un territorio di quindicimila
chilometri quadrati con una popolazione maggiore di quella di ogni altro
stato o lega contemporanea dellItalia peninsulare.
Così come ce la tramanda lo storico latino Tito Livio "Murgantiam
validam urbem" era ben fortificata, ma venne lo stesso espugnata,
occupata e distrutta dai Romani nellanno 296 A.C. nelle operazioni
della terza guerra sannitica. Il comandante dellesercito capitolino
Decio Mure la mise a ferro e a fuoco assieme a Ferentinum e Romulèa,
nelle vicinanze del monte Vulture e del monte Morcone sovrastante il lago
Pésole.
Si può ragionevolmente supporre che Romulèa corrisponda
alla Sub Ròmula (lattuale Bisaccia) degli Itinarari; Ferentinum
era Forentum (lattuale Forenza), ma di "Murgantia" non
esistono altre menzioni, se non che il suo nome possa sopravvivere nella
pianura immediantemente ad est di Venusia, in cui esistono varie località
denominate Murgia.
Seguendo questo orientamento di storici di competenza ed impegno, che
li rendono credibili, lubicazione di "Murgantia" immaginata
laddove oggi è Morcone, o anche dove si trova Baselice lascia abbastanza
perplessi; però Morcone potrebbe derivare dalla vetusta Mucrae,
di cui parla Silvio Italico nelle "Puniche", mentre Baselice,
nonostante la tesi sostenuta da storici locali circa una lapide, su cui
sarebbe inciso il nome "Murgantius" continua a restare tra le
località meno conosciute in cui esistono mura poligonali.
A tal punto è permesso non contraddire quanto è scritto
in un dizionario: "Morcone, terra (allora) in contado di Molise,
compresa nella diocesi di Benevento si vuole che fosse dove un tempo era
Murgantia nominata da Livio". Resta comunque che a Morcone esistono
delle mura poligonali, che facevano da cinta alla città. Esse sono
molto antiche e rivelano che ivi doveva esserci "ab antiquo"
un forte luogo abitato distrutto dalle soldatesche romane sotto la guida
di Mario e poi di Silla tra gli anni 91-88 A.C.
Salvatore
Mariani
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