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TORRECUSO:
UNA MANIFESTAZIONE CHE LANGUE
A
quando la costituzione dellEnte Vinestate?
Doveva
essere una vera e propria rivoluzione con tanto di svolta radicale ed
è stata invece, un meraviglioso fuoco di paglia o, per dirla con
un pizzico di colore napoletano, uno stupendo fuoco pirotecnico da sagra
strapaesana? Anche Vinestate 2000 a conti fatti è risultata una
magnifica bolla di sapone. Ha avuto in sostanza, il merito davvero prodigioso
di aver deluso tutti, nessuno escluso.
Eppure dopo tanti anni ci si aspettava un progressivo aumento di potere
di richiamo di pubblico per una manifestazione riconosciuta stabilmente
anche a livello regionale, ed invece il grande avvenire dietro alle spalle
di "Vinestate" non è bastato ad impedire che fino allultimo
i suoi organizzatori restassero con il fiato sospeso, temendo che la rassegna
di spettacoli di arte e di gastronomia finisse in un flop.
Va detto comunque, che gli organizzatori sono, stati costretti a fare
i conti con un budget prosciugato, praticamente con i soli fondi assicurati
dal comune. Il che significa che anche mettere su unedizione a scartamento
ridotto finisce per essere tanto. Risultato: la definizione del cartellone
è stato più esiguo numericamente e più povero delle
ultime edizioni.
Certo che per una rassegna che vuole essere in crescita è duro
accettare queste condizioni. Ma anche sul tema dei finanziamenti molti
hanno avuto da obiettare: sono ormai tramontati i tempi in cui gli organizzatori
aspettavano i contributi pubblici come la manna dal cielo. Oggi bisogna
confrontarsi con i privati, gli sponsor, ai quali vendere un prodotto.
Tutto questo però non giustifica il risultato della manifestazione.
La sagra così come è stata proposta non ha rilanciato la
valorizzazione dellaglianico e non ha permesso agli espositori di
farsi conoscere. "Vinestate" è invecchiata precocemente,
occorreva invece imprimere una svolta, dare una rigorosa sterzata per
caratterizzarla, conferirgli finalmente una fisionomia che significasse
anche autonomia da altre manifestazioni simili. Anche questanno
la sagra non ha lasciato nulla a Torrecuso, né in termini di promozione
del vino né di coinvolgimento dei viticoltori e dei residenti.
Ancora una volta amministratori ed organizzatori hanno dimostrato le proprie
pecche nel saper promuovere la ricchezza rappresentata dal vino, errori
conseguenti ad una errata programmazione che dura da un ventennio e che
lattuale consiglio comunale non ha saputo correggere negli ultimi
due anni.
La sagra del vino, invece, se adeguatamente coordinata e sviluppata può
creare spazi nuovi alla crescita economica locale. Il problema centrale
comunque, rimane quello di cambiare la struttura organizzativa della sagra.
Questo è sicuramente il primo passo da fare se si vuole attivare
un processo di progressivo sviluppo e funzionalità. Bisogna garantire
alla manifestazione una struttura moderna cominciando col toglierle la
tutela dellamministrazione comunale. In questo senso potrebbero
essere gli stessi produttori a prendere liniziativa. Non dimentichiamo
che la sagra del vino è sorta proprio per valutare e risolvere
i problemi del settore vitivinicolo che deve adeguarsi continuamente alle
trasformazioni economiche e che rimane per i coltivatori di Torrecuso
un supporto necessario di crescita.
Compito della manifestazione era valorizzare e tutelare laglianico
DOC. Pochi però sanno che la maggior parte delle aziende presenti
sul territorio evidenzia carenze sia sotto il profilo strutturale e tecnologico
che sotto quello della gestione. In pratica quasi tutte le aziende di
trasformazione, quasi sempre a carattere familiare, hanno necessità
di svilupparsi sia sotto il profilo della tecnologia dei processi produttivi,
sia di adeguamento alle norme igieniche e sanitarie sia al miglioramento
dellorganizzazione commerciale. Ai convegni promossi dallamministrazione
comunale dovevano partecipare esperti del settore che dovevano delucidare
i coltivatori per la soluzione delle diverse problematiche a cui le aziende
vanno incontro. Bisognava riconoscere in sede di convegno la valenza imprenditoriale
e limportanza che nel tessuto economico della zona assume la produzione
del vino. In questottica i produttori, attendevano la rappresentazione
delle particolari esigenze delle loro aziende che consentisse poi, in
una valutazione organica e globale, la realizzazione di ambiziosi progetti
per lintero comparto vitivinicolo.
E invece, tranne le debite eccezioni, sono venuti fuori i soliti convegni
dai toni stancanti, dalle relazioni terribilmente noiose e ripetitive.
Per sottrarre "Vinestate" ai rischi di una vita stentata e subordinata
a vicende di conflitti e ricambi di potere locali, la soluzione sarebbe
di creare una sorta di ente autonomo dallamministrazione comunale,
dalle forze politiche, in pratica da tutti gli enti locali.
Ed è cosa, questa, di cui si discute da anni senza che però
si sia fatto un solo passo avanti. Ma ora è il momento di lavorarci
concretamente, le idee buone devono avere la forza di imporsi in modo
che si abbiano valide soluzioni alternative.
Carmine
Pannella
PONTELANDOLFO:
SIGLATO L'ACCORDO CON LA REGIONE
Sarà
completato lo svincolo della paura
Lennesimo
tributo di sangue pagato nellinfuocato mese di agosto, sulla SS88,
ribattezzata "la strada della morte", ha indotto le istituzioni
a rivolgere le attenzioni per migliorarne la sicurezza nella circolazione.
Non vale la pena riproporre il catalogo delle "irresponsabilità",
delle "speculazioni politiche" e quantaltro ha generato
un tratto così pericoloso da meritarsi "lonore"
delle cronache funeste.
Quello che è certo è che la strada esiste con tutte le sue
pericolosità e che tutto dovrebbe essere fatto per la messa in
sicurezza, altrimenti il sangue e le lacrime versate, i tributi umani
pagati, sarebbero stati spesi inutilmente. Per non abbandonarci alla retorica,
accogliamo con grande soddisfazione lavvenuta stipula tra il presidente
della Regione Campania, Bassolino e il presidente della nostra Provincia,
Nardone, di una convenzione che farà affluire finanziamenti per
circa 16 miliardi, utili a risolvere le situazioni di criticità
del Sannio. Il primo intervento in cantiere è proprio il completamento
dello svincolo per Pontelandolfo.
A distanza di circa venticinque anni, dopo aver contato centinaia di vittime,
si dovrebbe risolvere una delle più atroci assurdità civili
esistenti: un parto della follia che ha consentito una svolta a sinistra,
che taglia il traffico direzionale della Fondo Valle Tammaro. Un incrocio
che per le caratteristiche assunte, provoca un taglio orizzontale alla
più veloce marcia del traffico. Se richiamate, le condizioni precedenti
applicate per la circolazione presso quel bivio, la dicono lunga, tanto
da far pensare che si è voluto giocare sulla vita umana, ignorando
ogni sforzo per il miglioramento della sicurezza. Allepoca dellapertura,
essendo lattuale tratto di competenza provinciale, allaltezza
del bivio di Pontelandolfo, incrociava la vecchia SS88 e per questo doveva
cedere il passo. Infatti, fu imposto lo stop alla Fondo Valle, che per
quanto fosse più o meno vistosamente segnalato, veniva puntualmente
ignorato dagli automobilisti spesso per quelli che la percorrevano per
la prima volta. Quando, poi, la Fondo valle venne elevata al rango di
statale, diventando la nuova SS.88, passando in gestione dalla provincia
allAnas, gli stop vennero imposti agli svincoli laterali. Oggi la
situazione rispetto al passato è notevolmente migliorata, ma non
risolta definitivamente, in quanto la canalizzazione dello svincolo, se
ha ridotto in parte la pericolosità per chi debba girare a sinistra
per raggiungere Pontelandolfo provenendo da Benevento, e per Campolattaro
per chi proviene da Campobasso, resta estremamente pericolosa per chi
debba raggiungere Campolattaro da Pontelandolfo e viceversa, in quanto
taglia trasversalmente la statale.
Di una storia paradossale si è caricato questo svincolo, oltre
ad una fama funesta, che hanno sempre alimentato la rabbia delle popolazioni
residenti, in quanto il tracciato è stato sempre lì, ma
non è mai stato completato, vuoi per problemi di competenza, vuoi
anche perché le volontà politiche non hanno mai prodotto
gli sforzi necessari utili alla risoluzione. Ecco perché la notizia
della sigla dellaccordo è stato raccolta con soddisfazione
in quel di Pontelandolfo: intanto, per sfuggire ad una fama legata ad
eventi tragici, ma anche e soprattutto per la loro sicurezza. Non è
mai troppo tardi e per questo, al di là di ogni identificazione
politica, laccordo siglato va a merito degli enti che lo hanno voluto.
E se per questo non ci sarebbe niente di eccezionale, in quanto dovuto
per la sicurezza di tutti, è anche vero che per tanti lustri, pur
di fronte a tanto sangue, nulla era stato fatto. Ora, però, ci
si attende anche il completamento della bretella che collega proprio nei
pressi di Pontelandolfo, la SS.88 alla Telese Caianello, soluzione ideale
per evitare, e perché no, sgravare traffico alla discesa "killer"
di Zingara Morta.
Per completezza di informazione, annotiamo che il locale segretario della
sezione DS, Carlo Perugini, ha rassegnato le dimissioni dallincarico,
per pressanti motivi di lavoro che non gli consentono di ricoprire più
quel ruolo in modo esaustivo. Per il resto, Pontelandolfo vive un clima
di attesa legato agli ulteriori sviluppi inerenti la recente condanna
pronunciata dal Giudice del Lavoro a carico di 4 componenti della Giunta
Municipale della passata amministrazione e che più o meno ha la
medesima composizione.
Nicola
de Michele
MONTEFALCONE
VAL FORTORE
Il Castello dei Tre Monti
Il borgo,
con i suoi angoli caratteristici di unarchitettura spontanea, con
le sue ripide e strette vie a scalinate, dove spiccano case costruite
con le pietre del torrente "Gallinella", con tetti coperti di
coppi di terracotta, è di origine medioevale, come testimoniano
i resti del Castello feudale.
Fu esso voluto per desiderio del suo primo feudatario Giannotto nel XV
secolo, che non potè non essere che un Montefalcone, come dimostra
la trascrizione medioevale del nome: mons Falconis (monte di Falcone)
e lo stesso stemma del paese rappresentato da un falcone con tre monti.
La specificazione di Val Fortore fu aggiunta in seguito, il 22 gennaio
1863, con decreto reale.
La cinta muraria del maniero si collegava a tre porte di accesso: la prima,
la "Porta Orientale" portava al Campanile di S.Maria; la seconda,
la "Porta Latrona" conduceva, invece, al Campanile di S.Giovanni
e, la terza era la principale "Porta del Castello".
Sotto i Normanni, al tempo di Guglielmo II, il forte fu feudo di due militi,
come si legge nel Catalogo dei Baroni, mentre, sotto limpero di
Federico II, fu detenuto da Matteo de Lecto. Succesivamente, nellordine,
appartenne al casato Mansella, alla famiglia Caracciolo e, poi, a quella
dei Loffredo.
Nel 1621 venne acquistato da Andrea de Martino, il quale morì senza
lasciare eredi.
La Regia Corte lo vendette allora, nel 1645, a tal Francesco di Montefuscolo,
da cui passò, alla famiglia De Santis.
Nel 1780 il castello divenne patrimonio del Regio Demanio per passare,
infine, in possesso del Duca di Sangro e del Principe di Roccella.
Nel 1764 a Montefalcone e, in tutta la valle del Fortore, scoppiò
una grave epidemia dovuta alla fame, per la quale perirono più
di cento persone (un tomolo di grano costava dieci ducati e un tomolo
di grano dIndia, ovvero granturco, costava addirittura quattro monete
doro!).
In virtù di questo nefasto avvenimento, nel 1782, venne istituito
un Monte frumentario, in forza del testamento del tenutario Grato Ianzito
al fine, soprattutto, di combattere lusura del grano, ma questo
non bastò ad evitare una forte emigrazione del paese nel 1803.
Il castello venne distrutto nel 1809 in quanto, a seguito della diffusione
della piaga del brigantaggio, con lavvento dellunità
dItalia, era divenuto un luogo di ritrovo delle più famose
bande, che spadroneggiavano nella zona, come quelle di Michele Caruso,
di Carlo DAddezio, alias "Catone", e di Leonardo Tulino.
Dopo aver fatto parte della Contea di Civitate, al tempo dei Normanni,
del Principato Ultra sotto gli Angioini e della provincia di Foggia nel
1811, Montefalcone di Val Fortore, a partire dallanno 1861, diventò
comune della provincia beneventana.
Salvatore
Mariani
SAN
MARCO DEI CAVOTI
Verso
il "nuovo"
e se fosse
Francesco???
Piaccia
o non piaccia e quali che siano i termini che si vogliano usare, la condizione
nuova o, come usa dire oggi, il "novismo", segna la fine di
un antico ordine. È una storia di rivoluzione culturale silenziosa,
dai tempi lunghi, che si afferma soprattutto mutando radicalmente la rilevanza
e la priorità dei bisogni, delle scelte e delle esperienze di vita.
Il "nuovo", però, non significa disconoscimento o declino
della storia fin qui vissuta ma, al contrario, si configura nellapertura,
nello sviluppo e nellarricchimento di essa. Sicché il "nuovo"
si presenta non come negazione del "vecchio" ma come sua difesa
ideologica soprattutto quando cè incapacità di produrre
novità rilevanti. Anche se non esprime superamento del "vecchio"
e neppure un suo decadimento, il "nuovo" non significa stabilità
nei confronti del mutamento e dellinnovazione né che tutto
ciò che resiste perde valore perché quello che è
stabile e anche tradizione, cultura, significato ed immagine del futuro,
ma è soprattutto storia. E la storia, come diceva qualcuno, è
"maestra della vita", cioè fonte di insegnamento ed obbligato
punto di riferimento per costruire il futuro. Questo breve preambolo,
che non ha alcuna pretesa pedagogica, ci è parso opportuno proporlo
per poter meglio certificare il cattivo uso che oggi, in politica, si
fa del termine, la sua interpretazione, la sua parafrasi strumentale.
La "novità" si identifica, sovente, con l"uomo
nuovo", con il personaggio che, sdoganato dai margini della vita
pubblica, risolverà, con il classico "colpo di bacchetta magica",
i problemi del paese. Oppure è la mistificazione di un concetto
elaborato per essere usato come "specchio per le allodole" per
occultare il vecchio aforismo "nuova nave, vecchio nocchiero".
Ovvero, infine, è lo strumento di cui si serve colui il quale,
dinanzi alla crisi dei propri ideali o del proprio partito seleziona lelemento
umano innovatore che ponga rimedio ad un processo di deflagrazione destinato
ad acuirsi nel tempo perché privo di un supporto antico credibile,
necessario per la sua rinascita.
A S.Marco dei Cavoti la lettura dellaggettivo non è dissimile,
in genere, da quella visualizzata dallimmaginario collettivo per
tacitare lansia del rinnovamento. Si va, con affanno, alla ricerca
di "uomini nuovi" ai quali viene offerta una "possibile"
investitura di primo cittadino, quasi che un rinnovato codice politico
ed un imperativo morale ne impongano ladozione.
Sono gli ultimi rantoli di chi brama conservare un posto nella storia
cittadina, mentre le mutevoli vicende della vita ne hanno decretato il
passaggio nella poco letta cronaca paesana. Si propinano nomi opportunamente
paramentali di appellativi osannanti qualità civiche, umane e professionali.
Si fanno confronti, si descrivono sommarie biografie, dalle quali estrapolare,
successivamente, i momenti più significativi per darli in pasto
alla gente al fine di ottenere un gradevole, gratificante rigurgito elettorale.
Il confronto politico si misura sugli uomini e sui contenuti senza diffondere
messaggi di disgregazione sociale, modelli ed atteggiamenti striscianti
che minano i fondamenti di una sana e tranquilla vita sociale. Al momento
non si divulgano idee, progetti e propositi ma si propagano solo miti
deteriori del successo a tutti i costi. Non ci si limita a proporre "personaggi"
ma si arriva alla provocazione diretta con il coinvolgimento di soggetti
ignari in un gioco ambiguo di ammiccamenti senza ritegno.
Tutto ciò sconcerta e disorienta coloro che hanno solidi principi
e rovescia i valori etici dellautentico impegno personale e civile.
Sembra di assistere alla fiera della vanità con personaggi che
contattano freneticamente partiti e movimenti questultimi frazionati
anchessi in fazioni o egemonizzati da gerarchetti con la vocazione
del comando. Si formano alleanze che si ripudiano con lo spuntar del nuovo
giorno per tentarne altre anche in contrasto con la omogeneità
dei valori e degli obiettivi. In mezzo a tanta precarietà, tra
il moltiplicarsi di preoccupanti patologie della "nuova" classe
politica locale nel dedalo dei nominativi svenduti a basso prezzo, si
erge, ingigantita, la figura del sindaco in carica Francesco Cocca.
Moltissimi ne vagheggiano la presenza sulla scena politica cittadina come
"leader" di una squadra composita alternativa a tanto protagonismo
e sete di potere che caratterizzano i tentativi di formazione di altre
compagini. Egli, con il suo ricco bagaglio di esperienza amministrativa,
è reclamato soprattutto da chi credette di doverlo distogliere
dalla guida di unamministrazione non emotiva, non frammentata da
rivalse e rovinose faide, causa del dissolvimento di ideali e dellannullamento
di valori, per preparare lavvento di un medioevo amministrativo
che non ha lasciato in eredità testimonianze dimpegno e di
consapevole creatività. La invoca chi sa esprimere palesemente
le proprie convinzioni, sa battersi con determinazione per sostenerli
e si impegna attivamente per affermarle. Lo chiama chi non teme più
di essere esposto alla denigrazione subdola ed ingannevole, alla mistificazione
delle proprie pur trasparenti intenzioni. Costoro non tenteranno di presentarlo
più come cieco dinnanzi ai segni dei tempi nuovi, non lo qualificheranno
come passatista o retrogrado. Nessuno oserà falsificare la sua
storia personale per descriverlo come visionario, incapace o egemone.
È il prezzo che egli ha pagato anche se i detrattori di ieri erano
consapevoli che esprimeva valori forti, profondamente radicati nel tessuto
connettivo di S.Marco dei Cavoti. E, perciò, il sindaco Cocca è
un "uomo nuovo". I cristiani, i politici di ispirazione cattolica
sanno certamente che "nuovo" non si nasce ma si diventa. Non
lo afferma chi scrive ma lo divulgò, come invito e come monito,
qualcuno duemila anni fa: "gettate via il vecchio spirito affinché
siate nuovi".
Antonio
Perrotta
SAN
MARCO DEI CAVOTI
Nuovo
patto con i cittadini
S.Marco
dei Cavoti ed il Fortore non avranno un futuro allaltezza delle
loro ambizioni se le loro forze migliori non sapranno trovare adeguate
vie duscita per le attuali difficoltà, interrompendo la spirale
del decadimento per avviare il circolo virtuoso del risanamento e della
responsabilità. Tra le emergenze di questa travagliata fase non
è consentito sciogliere e dare priorità agli aspetti morali.
Avviare politiche e programmi credibili ed efficaci è una necessità
imprescindibile al pari dellurgenza di realizzare al più
presto i presupposti di una democrazia che governi attraverso la definizione
di nuove "visioni" della politica in grado di rilegittimare
lesercizio del potere e di rimetterlo in sintonia con la società.
Il voto degli ultimi tempi ha definitivamente esaurito la fase dei mandati
storici al servizio dei partiti che prima si erano assunti ruoli salvifici
(sic!) per la difesa e laffermazione di quei valori che connotano
un sistema sociale e riempiono di principi illuminati la vita delle singole
persone.
Così la società sammarchese e fortorina devono prendere
sul serio lordine di rompere le righe e lasciarsi alle spalle ogni
scelta di campo. Esse non hanno più bisogno di vecchi "condottieri"
che fino ad ieri hanno capitanato le crociate o tenuta viva la speranza
del rinnovamento. Soprattutto questa società non è più
disposta a turarsi il naso e a chiudere un occhio verso i comportamenti
di una classe dirigente che da tempo ormai non ha più niente di
eroico. I partiti politici, sfrattati dallolimpo delle ideologie,
sono costretti a cercarsi un appartamento in affitto e un lavoro, mettendo
a disposizione un curriculum (non sempre brillante) con la speranza di
essere ancora una volta selezionati per compiti futuri. Sia che si chiamino
UDeuR, CCD, AN, PPI, PDS, FI, ricerchino un nuovo patto con i cittadini,
tale da restituire trasparenza al mandato di rappresentanza attraverso
il quale dovrebbe prendere forma e contenuto una nuova governabilità
ed una nuova stabilità e modificare il rapporto tra il nuovo sistema
dei partiti e la gente.
Ciò che preoccupa in modo particolare è il fatto che i "nuovi"
politici e i nuovi amministratori credono di agire in piena autonomia
e libertà di funzione, mentre sono solo strumenti in mano a personaggi
che tentano la risurrezione politica aggrappandosi allultimo lembo
di mantello che oggi copre nuove identità dopo aver protetto per
oltre un quarantennio i fatti ed i misfatti di un sistema che gli ingenui
credono dissolti o scomparsi ma che, in realtà, son vivi, vegeti
ed operanti. Realtà questa che ha potuto essere difesa fino ad
oggi in conseguenza di una complicità del sistema politico e sociale.
I soggetti "storici" sono ancora gli interlocutori che decidono
chi può essere ammesso a far parte del "partito dei soci fondatori".
Nel passato, lassetto dei rapporti tra le forze politiche e la gente
veniva sostenuto dallesistenza di una base di consenso effettivo.
In altre parole i partiti erano veramente interpreti di una relazione
positiva tra la società e le istituzioni. Ora, in presenza degli
sconvolgimenti intervenuti in questo reticolo di nuovi rapporti ed al
cospetto di soggetti politici nuovi ma sgonfi, svuotati di ogni ascendente,
portati brutalmente a vivere il presente, solo i princîpi di una
vera democrazia e di uneffettiva assunzione di responsabilità,
che rifugga dalla presenza di "santoni" del passato, possono
restituire un minimo di coesione, al posto del cemento, ormai logoro,
delle ideologie e dei partiti. Altrimenti, saremo condannati a scivolare
lentamente verso il buio, percorrendo fino in fondo il piano inclinato
delle nostre miserie.
La storia recente di S.Marco e del Fortore è la più esplicita
dimostrazione del fatto che i livelli di vita civile, di benessere e di
tutela dei diritti di un popolo non sono mai condizioni acquisite una
volta per tutte, ma il frutto di una difficile conquista quotidiana.
Antonio
Perrotta
SAN
LUPO
Ricominciano
le scuole con i loro
disagi e i loro problemi
Lo scorso
14 settembre si sono riaperte la maggior parte delle scuole della Campania
e così anche lunica scuola di San Lupo: una sezione staccata
delle elementari di Guardia Sanframondi che ospita pochissimi bambini.
Infatti, ben 8 anni fa gli alunni della V elementare di San Lupo frequentarono
la prima media a Guardia Sanframondi, perché la scuola media di
San Lupo doveva essere chiusa.
Così come altre scuole a livello nazionale, per una riduzione massiccia
del numero delle cattedre in Italia, oggi la scuola elementare ha un numero
di alunni piuttosto ridotto rispetto a qualche anno fa e per questo i
bambini sono stati raggruppati in due pluriclassi; la prima elementare
è lunica classe che non è stata abbinata, mentre la
II e la III, la IV e la V sono state accoppiate tra loro.
Forse tra qualche anno anche la scuola elementare scomparirà a
San Lupo e ciò sarebbe una perdita grandissima per il paese intero.
Antonella
Guerrera
E-mail: redazione@beneventogiornale.com
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