
INTERVISTA
CON L'AVV. FRANCESCO LUONGO,
PRESIDENTE NAZIONALE MOVIMENTO DIFESA CONSUMATORI
"Attenti alle… svendite"
In tempo di saldi, anche se i commercianti, già in periodo prenatalizio hanno invitato i loro “buoni” clienti a fare acquisti scontati, mettendo praticamente in atto del presaldi, abbiamo voluto sentire l’Avv. Francesco luongo, che a Benevento rappresenta il Movimento Difesa del Cittadino, per avere lumi in materia. Ovviamente, dal momento che le associazioni dei consumatori hanno assistito i cittadini di Benevento nel richiedere al Comune il rimborso della tassa sulla depurazione, abbiamo prima di tutto voluto sapere da lui quando avverrà la restituzione delle somme pagate per un servizio inesistente.
“Il Movimento Difesa del Cittadino”, ha esordito Luogo, “insieme ad altre associazioni, come la Federconsumatori oltre a Cittadinanza attiva, ha avviato in provincia di Benevento la campagna per il recupero delle somme della depurazione, sulla base di quanto confermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui, in mancanza di impianti, non si doveva pagare questa tassa. Ci siamo attivati in vari comuni della provincia, oltre che a Benevento, dove siamo riusciti a chiudere, con l’amministrazione comunale in carica, un accordo in base al quale i consumatori che hanno presentato istanza di rimborso si vedranno rimborsare la somma versata negli ultimi 5 anni”.
Perché non anche gli anni precedenti?
“Perché la Corte dei Conti della Campania ha fatto questo chiarimento, sicché, in mancanza di un azione giudiziaria che confermi la prescrizione per il decennio e trattandosi di una transazione, abbiamo ritenuto di accettare questa proposta che comunque non vincola i cittadini che non si dovessero ritenere soddisfatti. Per quanto riguarda i tempi, la transazione dovrebbe partire tra gennaio e febbraio”.
La tassa sulla depurazione fu introdotta dal sindaco Viespoli nel ‘94, sostenendo che i soldi, accantonati, sarebbero stati utilizzati per la realizzazione del depuratore. Ora, dal momento che, come dice lei, gli utenti che hanno pagato la tassa saranno rimborsati solo per gli ultimi 5 anni, chi non l’ha pagata dall’inizio si troverà avvantaggiato!?
“Devo dire che la tassa sulla depurazione non è stata istituita dall’amministrazione Viespoli. Esiste dal ‘94 in base a una legge nazionale (rivelatasi incostituzionale – ndr), che poi è stata applicata anche a Benevento”.
Ma in assenza di depuratore!
“Sì, in assenza di depuratore. Ma è questa l’assurdità dell’Italia, dove le tasse si pagano anche per qualcosa che non esiste (cosa non presa in considerazione da Viespoli – ndr). E’ dovuta intervenire la Corte Costituzionale. Ma noi, già nel 99, ponemmo il problema. Chi non ha pagato, sicuramente è stato avvantaggiato e premiato dalla fortuna. Questo glielo posso confermare assolutamente”.
Si parla di depuratore da parecchio tempo. Intanto, la Gesesa ha proposto di utilizzare, per un bacino di utenza di trentamila abitanti, l’impianto del Consorzio Asi in località Ponte Valentino, che dovrebbe essere concesso in uso, per il 50%, alla Luminosa, se sarà insediata la centrale elettrica. Altro regalo per chi viene ad inquinare. L’amministrazione comunale non condivide la proposta della Gesesa. Lei cosa ne pensa?
“Io penso che il problema del depuratore sia uno dei più spinosi. Si è parlato molto ma si è realizzato poco. Alla luce del pronunciamento della Consulta, secondo cui non va pagata la tassa per un servizio che non esiste, è evidente che c’è una urgenza, anche di natura ambientale, di realizzare gli impianti di depurazione. Quello che però è stato forse sottovalutato dalla Gesesa e dall’amministrazione è il fatto che, alla luce della legge 13 del 2009 e del relativo decreto attuativo ministeriale, è obbligo del Comune fornire agli utenti, all’interno delle bollette, notizie certe e chiare in ordine al programma di realizzazione e di attivazione degli impianti di depurazione. Su questo aspetto, forse è il caso anche di incontrarci con la Gesesa e il Comune, per capire come tali informazioni verranno date e soprattutto quando. Va ricordato poi che i soldi versati in passato dai cittadini potrebbero non essere sufficienti per la realizzazione degli impianti di depurazione, in quanto da settembre 2008 non stiamo più pagando la tassa sulla depurazione. Con oltre 6 milioni di euro incassati dagli utenti, il Comune, che ha ricevuto anche finanziamenti pubblici, non dovrebbe avere problemi per la realizzazione degli impianti di depurazione”.
Parliamo di saldi. Perché per i saldi ci sono tempi prestabiliti, salvo che non si tratti di ristrutturazione di negozi?
“La materia dei saldi è stata molto approfondita e oggetto di numerose modifiche da parte del legislatore nazionale e regionale. Il decreto Bersani e la legge regionale 1 del 2000 prevedevano dei tempi, stabiliti da ogni Regione, entro cui mettere in atto i saldi. Negli ultimi anni, però, ci sono state delle modifiche, per cui i comuni possono stabilire, di loro volontà, dei periodi che possono essere variabili. In mancanza, la Regione prevede un arco di tempo, fisso, che va dal 2 gennaio al 30 marzo. Il Comune di Benevento ha ritenuto di non dover modificare questa impostazione”.
Ma perché non si possono liberalizzare i saldi?
“Infatti, da tempo le associazioni dei consumatori chiedono la liberalizzazione dei saldi. Mentre, fino al 2007, era vietato al commerciante far partire le vendite promozionali 40 giorni prima dei saldi, con l’ultima circolare dell’assessorato alle attività produttive regionale, sulla base del decreto Bersani, questo divieto è stato abolito. Quindi, di fatto, anche prima del 2 gennaio, data di avvio dei saldi, il commerciante può fare vendite promozionali. Il discorso dei saldi è un discorso prettamente commerciale. Infatti, è più interessante parlare di saldi che di vendite promozionali, in quanto, con i saldi, i consumatori sono più portati a fare acquisti”.
Il consumatore come può difendersi dall’alterazione del prezzo originario.
“E’ importantissimo guardare la vetrina, perché i commercianti hanno l’obbligo di esporre il prezzo originario, la percentuale di sconto e il prezzo in saldo. Voglio ricordare che proprio quest’anno abbiamo invitato i vigili urbani ad effettuare controlli. Questo perché, nel caso in cui sia violata questa norma, ci sono sanzioni che vanno da un minimo di 516,46 euro a un massimo di 3.098,00 euro a carico del commerciante. Quindi occhio al prezzo in vetrina e diffidare da ribassi superiori al 30%”.
Il consumatore, che abbia visto prima dell’avvio dei saldi un capo esposto a prezzo pieno, spesso riesce a vedere se il prezzo è stato alterato. Una volta, è capitato a chi le sta di fronte, di vedere esposta una pelliccia che, scontata del 20%, recava lo stesso prezzo con cui era stata esposta a prezzo pieno, come pure gli è capitato di acquistare, in saldi, con uno sconto del 40%, un giaccone, il cui prezzo originario era lo stesso di quello con cui tale capo era stato esposto a prezzo pieno. Se l’alterazione del prezzo originario viene spesso constatata dal consumatore, perché sfugge a chi è preposto a fare controlli?
“I finti saldi sono un problema che è diventato particolarmente grave proprio da quest’anno. Per i saldi invernali, ci sono arrivate molte segnalazioni, da parte dei consumatori. Le dirò di più: nella vicina città di Avellino, la guardia di finanza, effettuò, prima dell’avvio dei saldi estivi, la ripresa fotografica di molte vetrine, dopo di che andò a sanzionare quei commercianti che avevano alterato, sui capi in saldo, il prezzo originario. I controlli, a Napoli, ormai vengono fatti abitualmente. E speriamo che vengano fatti, quanto prima, anche nella nostra città, dove purtroppo, anche a causa della crisi economica in cui versano molti commercianti, si sta approfittando un po’ troppo di questo periodo dei saldi. Cosa deve fare il consumatore? Deve denunciare queste frodi alle associazioni dei consumatori, che provvederanno a interpellare le autorità preposte”.
Guardi, questa “polo”, scontata pare del 30-40%, è stata acquistata 5 anni fa, al prezzo di 70 euro, presso un noto negozio. Il capo non si è maltrattato, dopo tanto tempo, perché appartiene ad un marchio famoso e di qualità, che tratta quel negozio. Tre anni fa, chi le sta di fronte ha comprato, in saldi, presso lo stesso negozio, due maglioncini, al prezzo di 40 euro, che non hanno fatto buona riuscita, anche perché, non prodotti da quel marchio, probabilmente non facevano parte delle merce che comunemente vende quel negozio. Una volta Antonio Lubrano denunciò il fatto che, in periodo di saldi, certi commercianti si approvvigionano, presso grandi distributori, di merce non di qualità, che poi espongono con prezzo falsamente scontato. Esiste ancora questo giro?
“Un’altra cosa che molti consumatori non sanno è che, in periodo di saldi, possono essere vendute solo le cose che si trovano in magazzino. C’è un espresso divieto di approvvigionarsi per i saldi. Questo divieto però viene costantemente disapplicato, perché non c’è nessuno che controlla. Quindi, capita che commercianti disonesti si approvvigionano di molti capi, ovviamente di qualità inferiore rispetto a quelli che vendono abitualmente, che poi vengono esposti a prezzo pieno. Anche in questo caso, c’è, a monte, una carenza di controllo, perché, se controlli vi fossero, sarebbe facile verificare, dai registri di magazzino, da quanto tempo è presente in negozio un determinato stock di capi di abbigliamento. Il consumatore non può fare questo tipo di controllo; può solo utilizzare il buon senso, andando a scegliere, sulla base di quella che è la sua esperienza, capi che effettivamente appartengono ad una determinata qualità. Il campanello di allarme deve scattare nel consumatore, quando vede esposti capi eccessivamente ribassati. Allora delle due è una: o sono capi molto vecchi, oppure sono capi di scarsa qualità, che in quel momento vengono venduti ad un prezzo che, mentre sembra quello di un affare, nasconde invece una truffa”.
Infatti, molti commercianti mettono in saldi articoli passati di moda, sostenendo che gli articoli di natura classica non vanno scontati, in quanto si vendono sempre. Il consumatore come si difende, rispetto a questo discorso che fanno i commercianti?
“Il consumatore non è uno sceriffo che può fare i controlli. Il consumatore deve difendersi facendo l’acquisto senza farsi trasportare dall’emozione di acquistare un capo che in quel momento è firmato ma che poi si rivelerà una vera fregatura. E’ ovvio che se il consumatore si sente truffato, perché il maglione di cashmere non si rivela di cashmere, può, entro 60 giorni, denunciare la cosa al commerciante, richiedendo la sostituzione del capo o la riduzione del prezzo”.
Ogni anno si discute sull’apertura dei negozi nei giorni festivi. I supermercati vogliono restare aperti tutte le domeniche, i piccoli esercenti resistono.
“Il problema delle liberalizzazioni a senso unico è un problema che le associazioni dei consumatori subiscono da anni. Ormai, quando sentiamo parlare di liberalizzazioni, ci viene il terrore, perché sappiamo che con le liberalizzazioni ci sarà un aumento dei costi e una riduzione della qualità dei servizi. In una piccola città, forse due centri commerciali sono troppi e stanno strangolando il piccolo commercio. I dati sono preoccupanti, perché le saracinesche abbassate sono visibili, sia in zone commerciali, sia all’interno dei centri commerciali. Siccome Benevento ha delle esigenze che sono esigenze di quartiere, noi abbiamo proposto al sindaco non solo una semplice liberalizzazione, ma una verifica delle esigenze del consumatore. E’ chiaro che va fatto anche un discorso occupazionale: più stanno aperti i centri commerciali, più questi dovranno fare assunzioni, perché è impensabile, come purtroppo accade, andare in un centro commerciale di domenica e non trovare, in un determinato reparto, nessun commesso, o trovarne uno che deve sovrintendere su più reparti contemporaneamente. A queste furberie della grande distribuzione, che ha promesso occupazione senza mantenere l’impegno, siamo veramente contrari. E’ ovvio che il consumatore oggi ha necessità di avere degli orari che sono più confacenti a quelle che sono le sue abitudini. Quindi, nel mentre siamo favorevoli ad una liberalizzazione maggiore, vorremmo anche che si vada ad articolare gli orari a livello di quartiere. Ci sono quartieri dormitorio, che la mattina si svuotano: pensiamo a Capodimonte, a Pacevecchia, dove il commerciante ha più interesse a tenere aperto il suo esercizio la sera, quando vi è il rientro dei residenti. Quindi, aldilà del commerciante del centro storico, a cui basta lavorare poche ore, e alla grande distribuzione che vorrebbe tenere aperti i propri punti di vendita anche di notte, ma senza assumere personale, noi chiediamo una liberalizzazione più attenta a quelle che sono le esigenze della città e dei cittadini”.
E’ stato introdotto lo sportello pomeridiano nelle banche per consentire ai lavoratori di poter accedervi in orari in cui non lavorano. Lo stesso discorso dovrebbe valere per i supermercati e per i negozi. Il cittadino che non può fare shopping a Benevento quando non lavora, trova conveniente recarsi in province limitrofe, dove può fare acquisti nei giorni festivi.
“Noi denunciamo da tempo il problema della cosiddetta evasione consumistica. A Benevento, se il commercio va male dipende anche dal fatto che molti beneventani ritengono molto più conveniente andare a fare acquisti a Roma, a Napoli, Avellino e non a Benevento. Questo aspetto negativo deriva da un discorso di protezionismo che storicamente le amministrazioni locali hanno garantito ai commercianti, per cui il problema del commerciante del centro storico diventa il problema del commerciante della città. Noi invece, che non tuteliamo i commercianti ma i consumatori, sappiamo bene che i problemi del consumatore del rione libertà non sono gli stessi di quelli del consumatore del corso Garibaldi, così come i problemi di un consumatore che è lavoratore dipendente non sono gli stessi di quelli di un professionista. Cosa fare? Beh, il problema lo stiamo ponendo da tempo; però l’amministrazione non ci vuole sentire, nel senso di fare una pianificazione congiunta di quelle che sono le iniziative, come la programmazione di eventi, finalizzate ad invogliare i consumatori a rimanere a Benevento, a fare acquisti. E un pizzico di coraggio devono averlo anche i commercianti della nostra città, perché è impensabile che il consumatore uno stesso capo lo trovi ad Avellino a un prezzo minore rispetto a Benevento. Qui si scontra un problema generazionale, per cui molti commercianti non hanno capito che il consumatore del 2000 è un consumatore mobile, che ci mette poco ad arrivare a Roma e pochissimo ad andare ad Avellino o a Napoli. Senza poi tener conto che, nei prossimi mesi, nella provincia di Caserta, verranno aperti degli outlet. Il che comporterà un ulteriore evasione anche dei consumatori della nostra provincia, perché il problema del commercio a Benevento è anche quello di non riuscire ad attrarre consumatori della nostra provincia, che preferiscono recarsi in altre zone”.
L’istituzione dei parchimetri ha provocato una quasi triplicazione del costo della sosta. Sentiamo dire, in proposito, che a Bologna la sosta non costa meno che a Benevento. Però, nelle varie graduatorie, soprattutto per quanto riguarda il reddito pro-capite, Bologna è nei primi posti, mentre Benevento è negli ultimi posti. Può reggere questo paragone secondo lei?
“Le tariffe, così come sono state innalzate nel 2010, le riteniamo troppo alte. Bisogna poi verificare se i parcheggi a pagamento sono di numero uguale a quelli liberi, così come la Cassazione ha stabilito. Quindi, su questo vorremmo si aprisse un confronto con l’amministrazione comunale, anche perché riteniamo che il proliferare delle strisce blu, mentre da un lato serve a razionalizzare la situazione dei parcheggi che è critica in alcune aeree, dall’altro non deve ledere quelli che sono i diritti dei residenti a fruire di sosta libera. C’è tutto un aspetto legato alle problematiche connesse ai parchimetri che non è stato affrontato: come fare i controlli, chi li fa, se un parchimetro non funziona, cosa succede”.
Giuseppe Di Gioia
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