PONTELANDOLFO

Un Natale pieno di gioie e dolori
…e la Storia e’ la stessa

Uno strano titolo quello scelto per sintetizzare gli avvenimenti natalizi in terra pontelandolfese. Non numerosi i fatti, ma certamente importanti. E se da un lato non hanno consegnato parte della Giunta Municipale alla completa serenità che ognuno si augura possa trovare in queste occasioni, dall’altra vi è stato chi ha voluto onorare la storia brigantesca dei nostri luoghi.
La richiesta di rinvio a giudizio per il sindaco e due assessori della Giunta Municipale di Pontelandolfo avanzata dal PM Iannella ha certamente turbato l’aria di festa. Le accuse mosse sono abbastanza pesanti: abuso di ufficio, falso ideologico e turbativa d’asta in concorso. Sono coinvolti anche il segretario comunale e il titolare dell’impresa che ha realizzato la ristrutturazione e il completamento del Cimitero. Sono cose che dispiacciono da un punto di vista umano, ma questa è la politica. Del resto chi intende assumersi le responsabilità del governo civico mette in bilancio anche queste circostanze, ancorché animato di buoni propositi e di una certa autostima. Ma il presupposto dell’infallibilità esiste solo nell’infinito e nella potenza di Dio. Anche se scontato e retorico, il concetto che l’errore appartiene all’umanità potrebbe essere calzante per questa circostanza.
Una vicenda che ha preso le mosse della denuncia di 4 consiglieri di minoranza che si erano opposti alla richiesta di archiviazione della procura, per il tramite dell’avv. R.Prozzo. Uno scontro legale che ad una prima lettura appare interessante, visti i difensori nominati negli avvocati De Longis Junior e Del Basso De Caro. Ma al di là della cronaca e lungi da noi, atteggiamenti di mera speculazione politica e personalistica, siamo tentati da una riflessione costante: l’atteggiamento dilatorio, opportunistico e alla lunga perdente, di una maggioranza che osteggia l’accesso agli atti da parte della minoranza, non fa altro che armare e dare maggiore convinzione all’opposizione. Tutti sanno che ogni medaglia ha il suo rovescio, pertanto se si inaspriscono gli animi si arriva ad una lotta sanguinosa.
Non entriamo nel merito delle ragioni o dei torti: per questo ricorriamo alla frase fatta, che è compito della magistratura appurare le verità e fare giustizia. Questo pugno forte mostrato dalla maggioranza, è in realtà segno di debolezza e di grande insicurezza. Come più volte abbiamo tentato di suggerire tra le righe del nostro giornale, questa chiusura nei confronti della minoranza è sintomo di paura che si amplifica ogniqualvolta scattano provvedimenti come quello riferito. Governare da soli non sempre paga. Un accesso meno vincolato, più in linea con le esigenze dell’opposizione significherebbe provare la certezza di un buon governo, la legalità dei provvedimenti e trasparenza elevata ai massimi livelli. Ci auguriamo che tutto possa risolversi nel migliore dei modi e soprattutto che tali episodi possano far ripensare sugli atteggiamenti restrittivi e conflittuali. Comunque le festività natalizie sono state supportate da un bellissimo effetto scenografico: la piazza ben illuminata con lampadine bianche e lo stesso scenario della natività posto sotto i piedi del monumento alla Madonna della Pace (non è un caso che sia stata collocata in quel luogo) e gli alberi del viale illuminati in serie come le strade americane, in omaggio alla gemellata comunità USA, hanno ridato il senso al Natale.
Le manifestazioni organizzate dalla Pro-Loco, le consuete novene con la consegna dei calendari del GTF Ri Ualanegli, che tra l’altro ha rinnovato il consueto Pranzo degli Anziani il giorno della Befana e che quest’anno celebra il 25° anniversario della nuova forma sociale, hanno dato smalto e trainato un paese sempre più votato alla pigrizia sociale. A proposito, il sodalizio pontelandolfese è in procinto di raggiungere Stoccarda in Germania, per rappresentare il Sannio e l’Italia in una grossa manifestazione patrocinata dall’EPT di Benevento.
E la storia? Ci onora sempre quando qualcuno si interessa alla nostra storia. È il caso del religioso e professore Davide Fernando Panella che ha pubblicato "Brigante in terra nostra" e nel quale saggio ha voluto riscrivere i fatti d’armi dell’agosto 1861, sulla scorta di ricerche personali condotte presso la nostra comunità. Ebbene l’opera mette in rilievo come la strage fosse causata più dalle conseguenze che dall’incendio o dall’intervento piemontese. Una numerazione certosina: 74 furono i defunti iscritti nei libri ecclesiastici dal 15 agosto al 15 settembre di quel fatidico 1861. Come dire: Non nova, sed nove = Non cose nuove, ma in modo nuovo per la nostra comunità. La storia scritta nei libri è sempre quella dei vincitori, mentre la tradizione orale, quella ereditata dagli avi ha sempre avuto una chiave di lettura diversa. Quel che resta, comunque sono i fatti: una comunità inerme passata per le armi era scritto nel destino, se è vero come è vero, che per una serie di circostanze dimostrate, la reazione dei soldati savoiardi non rispecchiava gli ordini ricevuti: ritardi di comunicazioni, malinterpretazioni e quantaltro costarono la vita di 17 anime innocenti che pagarono col loro sangue un tributo pesante alla storia d’Italia. Di queste persone, 13 furono vittime in quel 14 di agosto, mentre altre 4 lo erano già state il precedente 7 di agosto.
17 vittime civili che reclamavano giustizia, una riabilitazione storica già tentata nel lontano 1974 dall’allora sindaco Perugini. Oggi a distanza di 26 anni, visto anche il continuo interesse dimostrato per quei fatti in ogni dove, sarebbe auspicabile un convinto ritorno in argomento, anche perché l’attuale Presidente della Repubblica C.A.Ciampi si sta dimostrando il vero presidente di tutti gli italiani: gli va ascritto il merito di aver rilanciato l’orgoglio nazionale, la riscoperta dell’italianità ed è molto sensibile agli accadimenti della storia. È un’idea che è anche un’aspirazione: la ricerca di un’assoluzione che l’animo del vero pontelandolfese ha sempre conservato. È l’ora della riappacificazione con la storia d’Italia.

Nicola De Michele


TORRECUSO

Esiste solo la "Misericordia"

L’impegno per gli anziani, nella nostra provincia, continua a mostrare carenze e zone d’ombra.
Le insoddisfacenti risposte al problema appaiono particolarmente gravi se si considera che spesso sono il frutto di incuria e di inerzia. I finanziamenti regionali, in molti casi non mancano, magari si tratta di fondi esigui, ma ci sono.
Eppure le amministrazioni locali denotano a volte scarsa sensibilità e poca consapevolezza dei rimedi disponibili. Negli ultimi due anni sono stati stanziati per Benevento e provincia solo qualche centinaio di milioni, niente di più. Cifre misere rispetto ai miliardi che traboccano da bilanci e programmi delle varie amministrazioni. Ma quei pochi miliardi rimangono accantonati per anni nelle casse regionali, senza che nessuno se ne curi.
Lo scandalo sta nel fatto che quei soldi sarebbero destinati agli interventi a sostegno della terza età, quella fascia anagrafica nella quale è compresa quasi un terzo della popolazione sannita.
Alcune leggi regionali specifiche prevedono stanziamenti a favore delle amministrazioni comunali che intendono avviare progetti per l’assistenza agli anziani: assistenza domiciliare, vacanze, centri di accoglienza. I Comuni che intendono farne richiesta debbono effettuare un’indagine conoscitiva, attrezzare una consulta comunale ed elaborare il piano di intervento. Purtroppo nel Sannio non tutti i Comuni hanno fatto richiesta di finanziamenti. Manca, a livello locale, la sensibilità di approntare piani per la terza età, una delle emergenze sociali dei prossimi anni.
Nel caso specifico di Torrecuso lo scorso anno ha ottenuto solo qualche milione, cifre irrisorie rispetto alle esigenze della popolazione. E mentre i fondi pubblici rimangono inutilizzati il volontariato, in particolare la "Misericordia di Torrecuso" fanno da soli, fondano le loro iniziative di assistenza sui pochi fondi raccolti tra benefattori e cittadini comuni. Eppure il Comune di Torrecuso ha nominato una "consulta per gli anziani" e per questo non dovrebbe essere complicato ottenere cospicui finanziamenti: è necessaria una delibera in consiglio comunale e l’assunzione dell’onere da parte del Comune. Molto spesso, come successo in altri Comuni, alla richiesta presentata alla Regione non fanno seguito i necessari adempimenti e alla fine il progetto presentato viene respinto perché non idoneo. Va comunque detto che due anni fa alcuni consiglieri comunali nominati nella consulta effettuarono un monitoraggio sugli anziani, ma non sulle patologie di cui erano affetti, ma l’inefficiente organizzazione ed in alcuni casi il netto rifiuto di molti anziani non hanno mai fatto decollare alcun progetto.
La "Misericordia" di Torrecuso rappresenta una delle organizzazioni presenti in provincia che più si muove nell’ambito del sociale.
Una massiccia schiera di volontari che dirige i propri sforzi su diversi settori: dall’emarginazione sociale, alle famiglie disgregate, agli anziani, all’assistenza dei disabili, fino ad arrivare a coprire alle carenze del nostro sistema ospedaliero. A fare tutto questo dovrebbe provvedere il Comune o le strutture pubbliche, ma questo quasi mai accade proprio perché la materia è affidata a persone che non sempre sono in grado di stipulare convenzioni con cooperative di professionisti del settore assistenziale. La "Misericordia" sta svolgendo da anni un ruolo ormai insostituibile con difficoltà economiche consistenti, con pochi fondi a disposizione e con una storia alle spalle di tribolati rapporti con enti pubblici e cittadini comuni. Sono ormai decine le persone che prestano la loro opera per rendere la "Misericordia" più efficiente e più umana: gente di ogni età e di ogni condizione sociale, studenti, pensionati, impiegati, operai, professionisti. Hanno lavorato tantissimo in questi anni ed hanno ricevuto molto in termini di riconoscimento per la loro disponibilità e professionalità, tanto che oggi il risultato e ampiamente positivo.
Il volontariato è una, o forse l’unica, delle espressioni più originali e più belle di Torrecuso.
La "Misericordia", come abbiamo già detto, non è tuttavia un’isola felice esente da contrasti e da problemi. Uno di questi sta nell’organizzazione del lavoro gratuito: il volontariato, senza mezzi e con il tempo limitato a disposizione, non può intervenire efficacemente quando si inserisce in situazioni disastrose, più volte sono stati impiegati in operazioni di soccorso nei Balcani; oppure si sente mortificato per un non adeguato sfruttamento delle sue competenze professionali. Abbiamo osservato, infatti, che alcune organizzazioni cattoliche avendo alle spalle grandi disponibilità finanziarie, possono più concretamente operare e compensare l’opera dei loro membri almeno con rimborso spese. A questo punto il discorso diventa più vasto. Dovrebbe essere il Governo ad intervenire per dare al volontariato una legge per definire il campo d’azione e per evitare casi di sfruttamento del lavoro o di sovrapposizione di competenze. Per quanto incredibile, la cultura dell’individualismo e del tornaconto ha prodotto in Italia oltre cinque milioni di volontari. La stima è approssimativa perché il loro numero e sempre fluttuante ma anche perché in mancanza di leggi specifiche non è facile orientarsi nel mondo variamente organizzato del volontariato. Sicuramente però un mondo in espansione che raccoglie le migliori energie per potenziare un servizio che si fa sempre più prezioso.

Carmine Pannella


PADULI

"Arte" e "Spiritualità"
all’Insegna del Terzo Millennio

I Frati Francescani del Convento "S.Maria di Loreto" di Paduli hanno salutato il terzo Millennio all’insegna dell’arte, ospitando tra le "sacre mura" un concerto della Polifonica Sannita diretta da Padre Antonio Pirozzolo ed una mostra di pittura. Quattro i giovani artisti sanniti che hanno esposto le loro opere. E così nel mentre all’interno della chiesa vibranti melodie musicali si levavano al cielo, magico appariva l’approccio con la soffusa poeticità della pittura nel contiguo chiostro. All’incirca una sessantina le opere presentate al pubblico, tra oli, tempere, acquerelli, su supporti anche di carta vetro e ceramica. Interessanti i trapassi cromatici che l’artista Maria Botticelli ha saputo realizzare su irreali squarci di sintetizzate realtà. La Botticelli, che vive ed opera a Paduli è anche esperta di grafica pubblicitaria.
Molto belli i ritratti della pittrice Rosalba Panella, frutto di un sapiente compromesso dello stile pittorico rinascimentale e di quello barocco. La Panella, che risiede a Castepoto, ha saputo elaborare un personale linguaggio figurativo, carico di emotività e di disinvolti richiami a grandi artisti del passato. Le opere esposte hanno "narrato" la realtà delle cose, in maniera lineare, senza particolari eccentricità, ma hanno cristallizzato nelle loro raffigurazioni una sorta di infaticabile propensione alla ricerca della spiritualità della vita, nei suoi mille rivoli.
I nudi e gli scorci paesaggistici di Carmela Grillo, proveniente da Telese, sono la dimostrazione che l’arte resta soprattutto l’espressione elaborata del proprio Io. E come ama ammettere la stessa artista: "Faccio della mia mente palestra di studio delle emozioni, delle espressioni, dei sentimenti, dei moti dell’anima che si riflettono nei miei quadri".
Ma suggestive, emozionanti, pervase da un velato senso di tristezza restano le opere di Giuseppe Caruso. L’artista, che vive ed opera a San Giorgio del Sannio, trasla la sua attività anche a Milano. È architetto, docente di disegno e storia dell’arte e maestro di design, Grisaille e Trompe l’Oeil. I suoi dipinti spaziano dai nudi agli scorci paesaggistici ed a tematiche che di volta in volta esprimono con paventata sicurezza le tensioni o gli amori che irretiscono la sua anima. Uno dei suoi quadri più belli "la mareggiata" denota una profonda sensibilità cromatica, ma anche la forza e la coerenza necessari per affrontare gli oscuri labirinti dell’inconscio. Le tecniche e gli stili sono le più svariate e permettono all’artista immediatezza di creazione ma anche riflessione e ricerca concettuale. La mostra che si è svolta dal 2 al 6 gennaio grazie all’impegno dei francescani di Paduli, ha fatto emergere artisti ai quali auguriamo approdi sempre più raffinati ed importanti. Ad maiora.

Patrizia Bravi


SAN MARCO DEI CAVOTI

"Insieme e’ Possibile"

Schietto, rilevatore, coraggioso, coerente, veritiero. Questi gli aggettivi che si sommano nella mente mentre si susseguono le scene del "musical" proposto dagli alunni dell’I.T.C. di S.Marco, con repliche a scansione giornaliera, dal titolo "Insieme è possibile" di suor Maria Lacquaniti. La scuola abbandona gli spazi, spesso angusti, delle aule per calarsi nella società per offrire il suo contributo di conoscenza e formazione ma anche per unire le risorse intellettuali alla realtà effettuale perché diventi materia di studio ed emulazione.
Con tono severo ed accorato ma allo stesso tempo battagliero e deciso, il "musical", attraverso l’esaltazione delle note musicali, affronta il problema dei "mali" della società e suggerisce gli strumenti per combatterli, ripudiando retorica e luoghi comuni per incidere positivamente sulle coscienze in formazione dei giovani. Con la regia della prof.ssa Lucia De Sciscio, la collaborazione dei professori Sandra Spadafora ed Aldo Leopardi, coordinati dal professore Antonio Gentile, l’I.T.C. propone annualmente interessanti progetti insiti nel piano dell’offerta formativa, concedendo ampio spazio a quelli che contemplano un contatto diretto con l’utenza per seguire insieme una traccia che conduce prorompentemente nell’educazione morale.
A quale obiettivo, dunque, la scuola mira? Non crediamo più alla formazione del cittadino modello, formato nel dominante interesse collettivo, pronto a sacrificarsi per lo Stato, come volevano i reggitori dell’antica Sparta ed i loro moderni epigoni di destra e di sinistra. Crediamo piuttosto che la scuola debba favorire, volgendolo al meglio, lo sviluppo individuale del giovane, che dia alla collettività l’apporto cosciente di una personalità matura ed arricchisca di propri valori la vita associata. Abbiamo sperimentato abbastanza il vuoto che si nasconde dietro le retoriche facciate del collettivismo. Vorremmo, perciò, che la società fosse costruita per l’uomo, kantianamente considerato come fine e non come mezzo dell’intervento educativo.
Il "musical" proposto dagli allievi dell’I.T.C. indica con forza l’avvio a maturazione delle doti originali dei giovani, operando sul registro delle vocazioni, della fantasia, della libertà, e coltivando l’inclinazione alla vita di gruppo ed il senso di appartenenza ad una comunità in cui vivano da protagonisti uguaglianza, solidarietà e senso civico. Sono questi due momenti distinti, ma non necessariamente contrastanti, che l’educazione deve riuscire a conciliare nella formazione di una personalità equilibrata. Rinnovare continuamente la scuola perché i giovani esprimano il meglio di sé; ricostruire il paese facendo leva sulle qualità degli uomini che lo compongono.
Secondo questo programma, una chiara impronta morale è il principale "valore aggiunto" che l’educazione deve apportare alla generazione montante. I sammarchesi, i fortorini, gli italiani possiedono solide virtù: laboriosi, ingegnosi, fedeli alla famiglia. Ma varcati i confini di quest’ultima o la cerchia dei loro diretti interessi, spesso il loro rispetto dei valori collettivi subisce una brusca mutazione: quando si tratta della cosa pubblica, prevalgono in molti lo scetticismo, il relativo, quasi che l’antica dottrina della doppia verità riviva sotto forma di doppia morale. È questo il vizio che ha dato origine a gran parte delle nostre ricorrenti bancarotte nazionali, da Caporetto, all’8 settembre, a tangentopoli.
Per guarire questa piaga la scuola può molto. I ragazzi del "musical" lo hanno indicato non solo nella maggiore conoscenza del "sapere", ma soprattutto educando ai principi dell’amore, della verità, della solidarietà. Nell’età scolastica il giovane acquista gli standard di giudizio che lo guideranno nella vita. Quando l’aula scolastica insegna a guardarsi dal compagno che "ruba" la penna, ma a sorridere della destrezza di chi copia il compito; quando il docente mobilita la scolaresca mandandola in piazza in difesa dei propri interessi corporativi, avviene nei giovani una definitiva inversione della scala naturale dei valori. Al primo posto, dunque, tra le funzioni della scuola va collocata l’educazione morale. È questo, non altro, il principale apporto che essa deve recare alla personalità dei giovani, dei ragazzi, degli scolari.
Si sa bene che non servono a questo scopo i precetti o le ammonizioni. L’esempio, molto più che non la parola, si imprime nell’animo del fanciullo. Sarà, quindi, anche il comportamento del docente il fattore determinante di una ben riuscita formazione etica. L’entusiasmo di quest’ultimo per la sua materia, la sua fede nei valori che è chiamato a trasmettere, la sua convinta adesione alla serietà della sua missione, la sua quotidiana diligenza, costituiranno le basi essenziali di un’azione educativa volta a trasfondere negli allievi i princìpi di un codice morale. Ed i ragazzi dell’I.T.C. hanno dimostrato, attraverso la finzione teatrale, di aver assimilato le regole di questo codice gridandole con forza ad integrazione di un patrimonio educativo vissuto e sviluppato nel corso degli anni. Non tutto, però, dipende dall’insegnante. Intorno a lui agiscono altre forze: i colleghi, l’amministrazione, lo stesso edificio scolastico con la sua immagine, la sua tradizione, la sua capacità di accogliere…
Aggiungiamo che l’importanza data alla scuola dalla famiglia, dall’opinione pubblica, dalle istituzioni politiche, influisce direttamente sui suoi risultati, incidendo in quella sfera morale che abbiamo detto dover costituire un suo prevalente obiettivo. Il "musical" ha, in buona sostanza, indicato tre obiettivi: la centralità dell’uomo, il primato della morale, la ricerca del sapere quale strumento irrinunciabile per poterle conquistare. Sono i cardini di un sistema del quale il "musical" ha cercato di definire le articolazioni.

Antonio Perrotta


ALLA RICERCA DELLE NOSTRE RADICI

Lo stemma di Buonalbergo

"La Terra di Buonalbergo, che fa per arma un Castello con due Leoni rampanti in campo azzurro…"
Così Tommaso Vitale descriveva lo stemma di Buonalbergo nella sua Storia della Regia Città di Ariano, nel 1794.
Il suo è forse uno dei pochi, se non l’unico documento cui rifarsi per individuare l’emblema storico del nostro paese e per confrontarlo con quello attuale. Sebbene nel testo citato non si abbia alcun riferimento circa le fonti, non può essere messa in discussione l’attendibilità del Vitale, da tutti riconosciuto come vera autorità per quanto riguarda la storia dei paesi allora appartenenti alla diocesi di Ariano. Tuttavia lo Statuto di Buonalbergo, approvato nel 1991, all’art. 3 così recita: Il Comune di Buonalbergo ha come suo segno distintivo lo stemma riproducente una torre merlata con due leoni rampanti, sormontato da una corona.
Appare subito evidente la differenza fra le due diciture, laddove il Vitale parla di un Castello in campo azzurro e lo Statuto che parla invece di una torre merlata e di una corona che sormonta lo stemma. Restano senza contrasto soltanto i due leoni rampanti.
La prossima revisione dello Statuto, resa necessaria per adeguarlo alle leggi intervenute dopo la sua approvazione ed in particolare al Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali pubblicato nel mese di settembre, mi ha spinto a fare una non facile indagine per cercare di chiarire, per quanto possibile, il motivo di questa divergenza. Poiché, allo stato, non risultano reperibili documenti ufficiali anteriori al diciottesimo secolo, ho pensato di rifarmi alle arme che usavano le famiglie nobili nel periodo nel quale è sorta la nuova Buonalbergo: la prima casa, infatti, fu costruita in questo oppido nel 1525, da Nicola Perrelli.
Nel 1528 troviamo feudatario di Buonalbergo Innico de Guevara, al quale successe il nipote Francesco e poi la figlia Ippolita; in seguito però il feudo fu posto in vendita dai creditori del defunto Innico ed acquistato per ducati 17.000 da Diana della Tolfa nel 1558.
Diana era vedova di Giovan Battista Spinelli, principe di S.Giorgio la Montagna.
"Non v’è dubbio alcuno che la chiarissima famiglia della Tolfa non sia l’istessa che la Frangipane, la qual famiglia quanto sia in Roma antichissima è noto a ciascuno… L’arme che usano di fare è un’altra torre d’argento in campo azzurro, volendo credo dinotare per la Torre la Signoria che hanno avuto della Tolfa, e per questo non usano di far le antiche insegne Frangipane". (Scocca-Feliciano: Storia di Buonalbergo).
A Diana della Tolfa successe nel 1576 il figlio Pirro (o Pier) Giovanni Spinelli, che conservò il feudo fino alla sua morte, avvenuta nel 1596.
All’epoca Buonalbergo "non possedeva né boschi né selve né alberi cedui per far pascolare le loro greggi per cui i suoi cittadini non avevano altro territorio se non nella difesa della corte marchesale di Casalbore". (Cocozza: I Caracciolo e…). In quel periodo feudatari di Casalbore erano i Caracciolo e precisamente quel ramo della famiglia individuato come Pisquizi o del Leone, il cui stemma era: bandato d’oro, leone rampante d’azzurro con coda rivolta in dentro e linguato (Gnolfo: Storia di Casalbore).
Il primo feudatario dei Caracciolo fu Nicola che nel 1478 era stato nominato "regio doganiere della dogana di Foggia"; nel 1493, alla sua morte, il feudo fu ereditato dai figli Giovan Battista e Bartolomeo. Verso la metà del 1500 signore di Casalbore si trovava ad essere un nipote del defunto Bartolomeo, Giovan Battista che dalla moglie Lucrezia Pignatelli di Monteleone ebbe il figlio Marcello.
Il 27 novembre 1569 Marcello Caracciolo fu insignito del titolo di Marchese di Casalbore, da Filippo II.
Intanto il giovane signore di Buonalbergo cercava moglie: quale migliore occasione per accasarsi con una donzella di nobile stirpe ed eliminare nel contempo le lunghe questioni di confine che travagliavano da sempre gli abitanti dei due paesi vicini? Un matrimonio contratto con una discendente della famiglia Caracciolo di Casalbore avrebbe raggiunto facilmente entrambi i bersagli; fu così che Pirro Giovanni Spinelli sposò Lucrezia Caracciolo, probabilmente figlia, ma senz’altro parente di Marcello Caracciolo.
Questo matrimonio, in verità, compì il miracolo sperato. Invero il 21 febbraio 1585 Pirro Giovanni Spinelli e Marcello Caracciolo (per interessamento di amici comuni, afferma il Cocozza, ma forse ancor più perché divenuti affini) decisero di dare la pace ai due paesi e far cessare così le questioni di confine e di esercizio degli usi civici tra Casalbore e Buonalbergo che spesso degeneravano "in episodi di violenza e di sangue ed in interminabili faide" che investivano oltre l’intera cittadinanza, anche i suoi feudatari.
Certamente, umanamente vorrei dire, Pirro Giovanni doveva adorare sia la madre principessa, sia la sua nobile signora e per tramite loro i casati dei signori della Tolfa, del principato di S.Giorgio la Montagna e del marchesato di Casalbore, ai quali era legato per motivi di discendenza, i primi, e per motivi di gratitudine, l’altro. Come tramandare ai posteri questo suo profondo affetto, questo suo grande amore?
Non poteva esserci cosa più duratura, più simbolicamente valida, che immortalare in uno stemma, il suo stemma, gli emblemi delle famiglie dei della Tolfa, degli Spinelli e dei Caracciolo del Leone.
Ecco quindi nascere lo stemma del feudo di Buonalbergo, nella seconda metà del 1500 proprio nel momento in cui "sul ripido monte S.Silvestro, bagnato dal torrente Montechiodo", oltre alla prima casa cominciavano a sorgere gli altri palazzi che ancora oggi sopravvivono (Palazzo De Ioannecto, Angelini ed altri).
Nuovo paese, nuovo stemma!
Ecco, allora, che la dicitura usata dallo Statuto è quella che maggiormente si avvicina alla verità storica; in effetti lo stemma di Buonalbergo è nato dall’amore di Pirro Giovanni Spinelli e doveva rappresentare: Un’alta Torre merlata in campo azzurro dell’arma dei "della Tolfa" e due leoni rampanti linguati ricavati dall’arma di Marcello Caracciolo del Leone, "Marchese di Casa è l’Albero", il tutto sormontato dalla Corona dei Principi di S.Giorgio la Montagna.
Perché, dunque, il Vitale parla di Castello?
Evidentemente egli realizzò una sineddoche che lo portò a individuare nella torre l’antico castello medioevale che ancora nel presente può ritenersi un simbolo di Buonalbergo. Oggi del Castello, "edificato sopra un’eminente roccia, che sorge a picco per oltre cento metri su di un torrente precipitoso e profondo" non rimane che qualche pietra, alla quale tuttavia resta collegata la memoria di personaggi storici di grande rilievo, primo fra tutti Boemondo da Buonalbergo, figlio di Roberto il Guiscardo, eroe della I Crociata e Principe di Antiochia.

Antonio Scocca


MORCONE

Il Presepe nel Presepe

Le celebrazioni per il presepe il 3 gennaio 2001 non hanno deluso le attese. All’alba una pioggia fitta sveglia Morcone. Non è di buon auspicio. Durante la mattinata esce il sole. Nel pomeriggio non piove. Alle ore 15,30 gli ambienti nel centro storico s’aprono al pubblico.
Ci si muove con disagio per le scale e nei vicoli stretti. Sono ambienti antichissimi, ricavati nella pietra viva. Scarpellieri, fabbri, commercianti, tessitori, pastori e soldati interpretano i personaggi. Fermano agli occhi degli ospiti nel giusto risalto l’avvenimento.
La rappresentazione si ripete il 3 gennaio d’ogni anno. Morcone ha la disposizione degli elementi architettonici come un presepe. Per il clima clemente quest’anno non ha nevicato. La neve è un elemento caratteristico per lo spettacolo. Il paese si può raggiungere durante l’inverno senza catene.
Alle ore 19,00 si chiudono gli ambienti. Alle ore 20,00 inizia la rievocazione della natività oltre la porta di S.Marco. Il tempo è clemente. I visitatori utilizzano l’ampia radura. I riflettori s’illuminano. Su un asinello, tirato da S.Giuseppe, la madonna raggiunge la posizione nella capanna. Nasce il bambino. Per consuetudine di Morcone interpreta il bambino l’ultimo nato di questa comunità.
È una rappresentazione vera con ambienti e personaggi. I re magi cavalcano fino alla capanna. I pastori dalla porta di S.Marco e da sopra "la prece" con le fiaccole si recano alla capanna.
La prece? una montagna a precipizio. Pochi morconesi sono venuti giù per il suo sentiero impervio e pericoloso. In quest’occasione e di notte essi, vestiti da pastori, scendono da Piazza S.Salvatore. Partecipano i bambini con i genitori.
Ne deriva una rappresentazione unica e spettacolare per quelle fiaccole, che s’avvicinano nel vuoto. Si può affermare che, per la caratteristica dei luoghi, nessun Comune può vantarsi di questo spettacolo naturale. Arrivederci al 3 gennaio 2002.
Da informazioni assunte la madonna è stata Ester D’Afflitto, S. Giuseppe è stato Donato Maiella, il bambino è stato Francesco Bollella nato il 21.12.2000

Angelo Gaudio

E-mail: redazione@beneventogiornale.com

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