L'OSSERVATORIO

Riapre “Botteghe Oscure”

Nel peregrinare nei decenni lungo lo Stivale e nelle pagine della vita quotidiana della politica tra le tante segreterie di partiti che avevano sede nell’Urbe, quella che dava più nell’occhio era la sede del PCI, in via delle Botteghe Oscure. Sicuramente meglio quella della DC in piazza del Gesù o quella del PSI in via del Corso.
Poi il PCI fu decapitato e tra Margherita, Ulivo ecc. è giunto al Nazzareno, tristemente noto per uno scellerato patto. Un patto demolito soprattutto per via giudiziaria, che ha sconvolto le strategie della politica che, come ben si sa, hanno bisogno di tempi lunghissimi per essere studiate, discusse e messe in campo, quando però è ormai troppo tardi e quelle scelte obsolete.
E’ quello che è capitato al referendum sulla conferma o meno delle legge che variava la Costituzione. Presentata come un acceleratore della burocrazia, un attenuatore della spesa pubblica è finito nel tritacarne delle esigenze di una società che chiedeva ben altro.
Di fronte a quel SI alla fine ha prevalso l’esigenza di un popolo frastornato dalle varianti sul sociale, dalla Buona(?) scuola, al Jobs Act, all’impazzimento della governance degli istituti di credito, alla riforma della PA. Novità non accettate a prescindere e che hanno segnato sin dal primo momento una campagna suicida del “responsabile” di quelle novità. Deriso e irriso per le sue estemporanee esternazioni. Con livore il popolo è andato al voto e con odio italico ha detto no a quattro domande alle quali, senza quel quadro apocalittico, senza odio ed a prescindere, con tutta logica si sarebbe risposto SI.
Un’ecatombe che ha subissato il PD affossato un Governo. Ma alla fine senza dubbio a pagarne le spese non saranno i burattini della politica,ma un popolo deriso da chi, da destra o da sinistra cerca il proprio tornaconto, di confermare i privilegi “acquisiti” da leggi ad usum delphini.
Un esito quello del voto che dovrebbe riportare in vita in primo luogo le Province “come Costituzione comanda” cioè allo status ante Legge Del Rio, il pastrocchio legato proprio alla loro scomparsa. Venuto a mancare quell’obiettivo sicuramente quelle istituzioni non potranno continuare a vivere nelle attuali condizioni, in un regime quasi dittatoriale, dove solo in apparenza esiste uno pseudo Consiglio, dove ai componenti spetta un unico compito: quello di ascoltare il riassunto delle cose fatte dai Presidenti, non avendo in pratica alcuna possibilità di interferire su quelle scelte. Forse nel mese di febbraio ci sarà il rinnovo dei Consigli ma i Presidenti rimarranno fuori da questa corsa ed in carica per altri quattro anni, quasi sicuramente per rimettere le cose al loro posto, allo status ante la legge Del Rio... forse ne vedremo delle belle.
Un esito al referendum che in città sembra avere molti padri: dai pentastellati alla sinistra, ai reduci del centro e agli scheletri della destra. Messi insieme dal punto di vista politico probabilmente non arriverebbero al 40/45% dei voti.
Resta quel 30/25% sul totale dell’esito da distribuire alla “rabbia”dei cittadini, alle scelte di quelli seppur impegnati o schierati sul Si dalla loro appartenenza hanno diversamente fatto la propria scelta come “Costituzione” comanda... in modo libero e segreto. Piccolo merito senza dubbio anche a quel Clemente, che papa non è, ma che ha saputo ancora una volta dare un indirizzo a quanti “obbediscono” alle sue indicazioni.
Mastella, come il suo padre putativo, Ciriaco De Mita, ha scuola Dc, quella scuola fatta di incontri e scontri dalle segrete delle segreterie, fino ai tavoli istituzionali, giocando su più tavoli partite a scacchi infinite, da patta o solenne vincitore. Tutto si può dire sul primo cittadino di Benevento tranne di appartenere a quella schiera di parvenu della politica che senza arte ne parte credono di poter guidare la “res pubblica” senza idee o un obbiettivo, se non mire personali.
Ed alla fine credo che seppur tra tanti sfottò abbia a giusta ragione esultato a quel risultato attribuendosi una parte del merito.
Il referendum ha quindi scoperto il nervo anchilosato di una politica che non vivendo in quelle botteghe, piazze e corsi è allo sbando, senza idee, senza una mira, senza scollarsi di dosso quella pratica a difesa della casta, irridendo i cittadini. Cittadini che non sono qualunquisti del dopoguerra, né populisti dei nostri giorni, come descritti da chi crede di far politica, ma tale non lo è. Perchè a far politica è proprio il popolo con la sua problematica quotidiana, il problema del giorno dopo, delle soluzioni che non arrivano, mentre nei palazzi si continua a tramare contro. Sì perchè nei corridoi delle istituzioni si combatte chi non la pensa allo stesso modo, si copre di invettive il “contro” ma poi ci si va a letto al momento di tutelare i propri interessi.
Alla fine di queste righe se a qualcuno dovesse venire in mente di chiedermi per chi ho votato lo anticipo: ho votato Si. Un si non per obbedire al PD da cui sono lontano anni luce dalla componente ex pci, un po’ meno da quelle del psi e della dc, ma solo per non buttare all’aria un lavoro parlamentare che più nel male che nel bene aveva cercato di cambiare un qualcosa e i cui tentativi nei decenni scorsi, tra bicamerale e riforma dell’ex cav., erano praticamente falliti.
In definitiva debbo solo scrivere che mai ho digerito quella frase del Tomasi di Lampedusa e del suo Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

geppino presta


UNA FINESTRA SUL MONDO

Una vittoria che non rende felici

Il referendum si è concluso e Renzi ha perso. Adesso che la costituzione è salva possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo e goderci le feste natalizie! Questo è il messaggio che è sulla bocca di tutti. Tuttavia, a parte i soliti commenti di pseudo-esperti di politica e di strategia internazionale che fanno la fortuna dei social network, resta un senso di vuoto inquietante ed una miriade di interrogativi.
Oltre ii confini nazionali le persone non comprendono il perché di queste dimissioni e si chiedono cosa succederá nel prossimo futuro. Essi infatti non comprendono la nostra mentalità; d’altra parte é difficile spiegare ad uno statunitense le accuse rivolte al nostro premier di aver messo su il ‘clan dei fiorentini’, o le logiche assurde di un Partito Democratico che riesce a vincere quando perde e a perdere quando vince, in maniera praticamente costante nel tempo. Delle fritture di pesce di De Luca meglio non parlare: non vorrei che gli stranieri vedano offuscati i paesaggi da sogno che la nostra Campania offre loro...
Eppure restano alcune questioni poco chiare. La prima sta nel comprendere le ragioni per cui il premier ha fortemente voluto questo referendum. In fin dei conti, non era per nulla necessario e altamente rischioso per sé stesso. Le immancabili teorie complottiste che vedono in Renzi un mero esecutore di ordini provenienti dai cosiddetti poteri forti considerano che questi ultimi avrebbero voluto alterare la nostra costituzione al fine di avere strada libera per poter saccheggiare il nostro Paese. Altri attribuiscono le scelte del premier ad un suo egocentrismo smisurato che lo ha portato a sfidare tutto e tutti, sicuro di poter non solo vincere ma fare storia. C’è anche chi ha visto in Renzi l’ombra di un futuro dittatore, in stile faraonico e tirannico.
Conoscere la veritá è impresa ardua; ma la matematica ci dà la certezza di come sia impossibile amministrare l’Italia. Praticamente nessun governo è mai arrivato a fine mandato e ai tempi d’oggi dobbiamo pertanto abituarci a governi che durino non anni ma mesi. Ciò fa sí che ad ogni incontro internazionale importante l’Italia si presenti con un premier diverso, discutendo di accordi a lungo termine con i leader europei e mondiali: è ovvio che, poi, con tali premesse poi ci considerino un Paese inaffidabile, in cui l’incertezza è l’unica componente che continua a regnare sovrana.
Questo è l’aspetto più preoccupante ed il vero problema del nostro Paese: s’impediscono le riforme che contano, la pianificazione di progetti che richiedono stabilitá per poter essere non solo avviati ma anche conclusi. L’economia, ora globale, ne risente e molto.
I giovani continuano nella disperata ricerca di un lavoro che, se trovato, è sottopagato per cui è impossibile pianificare un futuro senza il supporto dei familiari, a meno che non si decida di emigrare. La politica post-referendum offre un PD in frantumi che però probabilmente vincerebbe le elezioni anticipate, un Movimento 5 stelle che avanza in maniera decisa ma che ha in Grillo più un ostacolo che un asso nella manica. A destra c’è ben poco: Berlusconi ritorna per l’ennesima volta, a prova del fatto che senza di lui la destra non esiste. La Lega poi ha Salvini ed il solo fatto che possa avere così tanti elettori rende meglio di tutto l’idea di come siamo messi.
Che dire... meno male che si avvicina il Natale.

Andrea De Vizio


MASTELLA COME PANNELLA

Sono miei i No al referendum

Purtroppo, la valanga di Sì, che il presidente della Provincia Claudio Ricci si è augurata per ilSannio, nel presentare il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina la mattina del primo dicembre nell’incontro alla Rocca dei Rettori, non c’è stata. Il responso, infatti, dice, che due sanniti su tre (67,03%) tra quelli che sono andati a votare (63,07%) hanno respinto la riforma costituzionale voluta da Renzi. Mentre, in città, dove i No si sono attestati sul 70,82%, rispetto ad una partecipazione al voto del 65,40%, la situazione è stata peggiore per il Sì.
Ma se consideriamo che il dato delle politiche del 2013 collocano il Pd, al 23,15% in provincia e al 23,40% in città, e che quello delle regionali del 2015 lo collocano al 24,19% in provincia e al 19,59% in città, si può dedurre che il 32,93% e il 29,18%, raccolti dal Sì rispettivamente in provincia e in città, coprano ampiamente le percentuali ottenute dal Pd nel Sannio e nel capoluogo nelle due competizioni, tenuto conto che l’Ncd, sostenitore del Sì, conta qualcosa solo in città, dove alle amministrative del 5 giugno ha espresso un solo consigliere comunale.
Poiché, però, il No, in sede nazionale ha raccolto il 59,95%, il sindaco di Benevento ha avocato a sé il merito di quel 10,87% raccolto in più in città dai contrari alla riforma, avendo egli fatto campagna per il No. Se fosse attendibile quella logica, Enzo Bianco, il sindaco Pd di Catania, la città che con il 72% ha dato al No la più alta percentuale, avrebbe remato contro il proprio partito.
Ignorando che il voto referendario non è condizionato dalle forze politiche locali, altrimenti a Catania avrebbero dovuto trionfare i Sì, bensì dal giudizio che i cittadini hanno espresso sulla riforma della Costituzione, e prima ancora sulle politiche del governo, Mastella sostiene che, in assenza a Benevento della Lega, di Fratelli d’Italia e de La Destra, solo la sua coalizione sarebbe riuscita a determinare quel risultato in favore dei No in città.
In questo contesto, avrebbe avuto una incidenza anche quel misero 5,72% raccolto da Forza Italia il 5 giugno a Benevento, stante la soddisfazione, per il successo dei No, manifestata da Nunzia De Girolamo, la deputata ridivenuta berlusconiana nell’agosto 2015, al termine della decantazione del suo “tradimento”, essendo passata, nell’ottobre 2013 nell’Ncd di Angelino Alfano per conservare la posizione di ministra delle politiche agricole, carica che, per la vicenda dell’Asl in cui ora figura come imputata, ha dovuto lasciare il 26 gennaio 2014, per evitare che il Governo Letta mettesse ancora la faccia nel far respingere, il successivo 4 febbraio, la mozione di sfiducia presentata contro di lei dai 5 Stelle, dopo che Letta aveva fatto respingere quella contro Annamaria Cancellieri, la ministra della Giustizia intercettata mentre esprimeva solidarietà alla moglie di Salvatore Ligresti, la cui famiglia era coinvolta nella bufera giudiziaria per il crac delle Assicurazioni SAI.
Convinta di essere un due di briscola almeno a Benevento, in considerazione della assai modesta consistenza del suo partito, la nostra deputata cavalca sempre i successi conseguiti da altri, non certo da Mastella, nel caso del Referendum. La De Girolamo non ha mancato, quindi, di ringraziare Silvio Berlusconi, per aver “messo la faccia su questa campagna elettorale”, nel difendere la Costituzione da “una riforma utilizzata da Renzi a scopi personali, cioè nel tentativo di darsi una legittimità elettorale che non ha… giacché l’ultimo capo di governo eletto direttamente dai cittadini si chiama Silvio Berlusconi”, il cui auspicio di non cedere alla tentazione di restarsene a casa, “è stato premiato anche dal Sannio”.
Ma lei, nominata deputata nel 2008 da Berlusconi, probabilmente non era ancora entrata in Forza Italia quando, verso la fine 2005, Berlusconi, per garantirsi la guida del governo sine die, fece approvare dalla sua maggioranza che comprendeva la Lega e l’Udc, la Devolution, una riforma che, prevedendo tra l’altro anche il superamento del bicameralismo paritario, avrebbe sconvolto ancora di più la Costituzione, ritenuta comunista da Berlusconi, ma anche il suo tentativo venne bocciato dagli italiani nel Referendum del 25 e 26 giugno 2006.
Che Berlusconi, come capo di Forza Italia, ma non come capo di Mediaset, abbia insieme alla Lega fatto campagna per il no, la spiegazione è riconducibile solo alla necessità di combattere il Pd e il governo Renzi, anche perché egli aveva concordato con Renzi il tipo di riforma bocciato dagli italiani, nel patto del Nazareno, patto nel quale Berlusconi non si è più riconosciuto dopo la designazione, da parte di Renzi, del Presidente della Repubblica nella persona di Sergio Mattarella. Una storia, questa, che De Girolamo ricorda molto bene, da non poter fare quella dichiarazione, pensando che i cittadini di Benevento non la ricordino.
Tra le forze politiche presenti in Parlamento, solo i 5 Stelle, quindi, erano legittimati a sostenere il No in difesa della Costituzione, ma Mastella, che secondo i 5 Stelle non si è esposto come loro, ne ha minimizzato l’apporto a Benevento, per attribuirsene il merito, sostenendo che i grillini hanno ottenuto in città soltanto il 12%, il 5 giugno.
Però, quando abbiamo saputo, noi assenti, che nella conferenza stampa del 5 dicembre svoltasi nell’aula della giunta, con tutte le difficoltà che sono state causate ai giornalisti, egli si è attribuiti i No espressi dai cittadini di Benevento, ci siamo ricordati che anche Marco Pannella, in una competizione elettorale, aveva avocate a sé tutte le schede bianche, poiché, impossibilitato a presentare liste del suo partito, aveva invitato a votare scheda bianca.
Su questa megalomania di Mastella ci saremmo veramente sforzati a dare una chiave di lettura, se egli non avesse detto che, pur legato a Benevento, si sente in dovere di dare un contributo per gestire questa vittoria sul piano nazionale, in assenza di una proposta politica alternativa.
Ovviamente, poiché siamo ultimi in Campania, ha rispolverato la possibilità di costituire il Molisannio, come necessità di puntare ad un nuovo territorio regionale. Ma questa è una musica vecchia di 35 anni. Se ne parlò, infatti, quando il presidente della Cassa di Risparmio Molisana, nominato commissario della Dc di Benevento, consentì alla sinistra di base di De Mita di assumere il controllo del partito con una operazione di tessere, in cambio della fusione del suo istituto di credito, che non navigava in buone acque, con il Monte dei Pegni Orsini, fusione che diede vita alla Carimmo (Cassa di Risparmio Molisana e Monte Orsini), dei cui strascichi giudiziari, seguiti alla bancarotta, si è parlato fino a qualche anno fa.
Che Mastella sia uscito allo scoperto, con queste dichiarazioni, è la conferma che la sua elezione a sindaco sarebbe stata un modo come rilanciarsi sul piano nazionale, sostengono il segretario provinciale, Carmine Valentino, e quello cittadino, Giovanni De Lorenzo, del Pd. Valentino gli chiede, infatti, di rinunciare “ai cantanti ed alla enogastronomia” e di confrontarsi “sul trasporto pubblico locale, sulla mensa scolastica, sugli indennizzi agli alluvionati, sulle contrade, sul reddito di cittadinanza”, argomenti, questi, “sui quali, in fondo, ha ottenuto il consenso in città”. Giovanni De Lorenzo, dal canto suo, ritiene “francamente improvvido, oltre che risibile, attribuire merito all’azione promotrice (quale?) dell’ennesimo movimento o partito del sindaco di Benevento”, quando invece il voto “è frutto del malcontento generale” dei cittadini “che troppo spesso percepiscono una notevole distanza rispetto al governante di turno”.
Ma è stato, a nostro avviso, anche un voto sulla riforma in sé. Non pochi iscritti al Pd, infatti, mentre ne hanno approvato, con il voto, la parte buona, hanno dovuto ingoiare il rospo rispetto all’altra parte, contenente una espropriazione di sovranità ed una penalizzazione per il Mezzogiorno d’Italia, al fine di sventare danni maggiori per il partito, che Renzi, il suo segretario, ha trascinato in questa avventura. Una buona parte dell’elettorato del Pd, poi, addirittura ha votato contro la riforma, raccogliendo l’appello di D’Alema e della minoranza dei partito, sempre presa a pesci in faccia da Renzi.
Si pensi alla umiliazione subita da questa minoranza, quando Renzi ha sostituito, Bersani compreso, i suoi dieci esponenti dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, contrari alla impostazione dell’Italicum voluta dal segretario del Pd. Vistasi, poi, costretta a votare, per disciplina di partito, la riforma della Costituzione, approvata in Parlamento con il voto di fiducia, quindi con il voto il palese, questa componente del partito è stata accusata di incoerenza, per essersi schierata, all’ultimo momento, per il No.
Insomma, molte sono state le imposizioni di Renzi, nell’intento di emarginare chi non la pensava come lui. Si pensi ancora a come sia stata perduta la Liguria, una regione tradizionalmente rossa, per il fatto che sia stata imposta da Renzi una sua candidata, selezionata da primarie molto discutibili; a come abbia dimissionato, 3 anni prima della scadenza del mandato, Ignazio Marino da sindaco di Roma, una persona uscita pulita da un procedimento giudiziario intentato artificiosamente.
La stessa campagna referendaria, nei suoi 7 mesi di durata, impostata sull’incombenza di molti pericoli in caso di vittoria del No, si è risolta come un boomerang per Renzi. In sostegno del Sì era intervenuta l’Ambasciata americana, era intervenuto Obama, e infine era intervenuto Schaeuble, il ministro tedesco dell’economia, molto simpatico agli italiani e al resto dell’Europa, per la politica di austerity imposta dalla Germania all’Unione. In questo contesto, le agenzie di rating avevano prefigurato tempi ancora più difficili per la nostra economia, il Financial Time aveva minacciato il rischio di fallimento per 8 banche, se avessero prevalso i No, mentre lo spreed si impennava negli ultimi giorni verso l’alto. Il risultato è stato che la borsa abbia registrato importanti segni positivi, che lo spreed sia sceso, e che quei pericoli siano ancora lontani, a parte il rischio di fallimento del Monte dei Paschi di Siena, abbondantemente annunciato.
A questo clima di tensione, si sono poi aggiunte le misure di sicurezza poste in essere dalle Prefetture laddove Renzi si è recato, misure che, a giudicare dalle difficoltà che hanno creato ai cittadini di Benevento, quando il 19 novembre è venuto il premier, non hanno certo orientato gli indeciso a votare per il Sì. A Benevento, dove ci sono state due cariche della polizia in due punti diversi della città contro gruppi di manifestanti che volevano forzare lo sbarramento della zona rossa, estesa anche fino al raggio di 200 metri dal Teatro Massimo, nella quale non potevano circolare neanche i pedoni prima dell’arrivo di Renzi, è stato impedito ad un ragazzo di 12 di rientrare a casa dalla scuola, perché non aveva un documento di riconoscimento. E’ proprio vero che dove entrano le stellette non entra la logica.
Ma vi è stato di più a rendere fosco questo clima: il ministro dell’Interno, Alfano, un altro due di briscola, il 7 ottobre ha diffuso una circolare in cui comunicava alle Prefetture di informare tutti le pubbliche amministrazioni del fatto che i pubblici dipendenti “possono compiere, da cittadini, attività di propaganda al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali”.
Staremo a vedere, ora, come si evolverà la situazione. Durante la campagna referendaria, lo schieramento del Sì sosteneva che il No avrebbe puntato a conservare lo statu quo; invece, Gustavo Zagrebelsky, l’insigne costituzionalista, rispondendo a Eugenio Scalfari, il 2 dicembre, diceva che “il No è innovativo” perché “aprirà una sfida”, nei confronti dell’Europa, mentre “il Sì è conservativo” nella misura in cui “consoliderà soltanto uno stato di subalternità”.

Giuseppe Di Gioia


CON SALEMME E SCARPATI

Continua Palcoscenico Duemila

L“Una festa esagerata” abbiamo visto Vincenzo Salemme in veste di autore, regista ed interprete di questa briosa commedia, che ci ha ricordato il tema affrontato da Luigi Pirandello, nel suo “Mastro Don Gesualdo” e nel racconto de “La giara”.
Perché viene in mente questo accostamento? Perché  il protagonista, un piccolo borghese, arricchitosi con la sua impresa di costruzioni, senza rispettare i contratti di lavoro, desidera  festeggiare, in casa,  i 18 anni della sua bella ed unica figlia. Dopo una vita dedicata al lavoro, Gennaro, il nostro papà protagonista, si trova spesso in disaccordo con le manie di grandezza della moglie,Teresa, che si vanta di avere tra gli invitati anche “l’assessore Cardellino” ed appronta una festa per 42 invitati, che in realtà diventeranno ben 84, giusto il doppio di quelli iniziali.   Gennaro sopporta con pazienza le manie di grandezza della moglie, pur di accontentare sua figlia.
La scena si pare su di una colonna di sedie impilate, sistemate dalla ditta di trasporto, sotto l’occhio vigile del cameriere, per la cui assunzione, limitata a quella occasione, l’imprenditore si era rivolto ad una agenzie interinale. Il cameriere, in realtà, è un napoletano, che si è tinto il viso da indiano e tentenna con il capo, fingendo di essere proveniente dallo paese asiatico. Ha dovuto adottare quell’accorgimento, perché da napoletano non sarebbe stato assunto
La vicenda si svolge però in un condominio, dove giunge la notizia della morte inaspettata del Sig. Giovanni, di anni 92,  abitante, con la sua unica figlia rimasta zitella, proprio al piano di sotto a quello in cui abita la famiglia dell’imprenditore.
Quest’ultima si trova davanti ad un bivio: festeggiare con musica, senza musica, con i vari pro e contro che la  vicenda comporta.
In realtà, sembra che sia l’invidia, unita ad un sentimento di rancore, nutriti dalla donna, per il no ricevuto alle sue avance dall’imprendore Gennaro, a dar vita a tutta la commedia, per la quale, il Teatro Massimo di Benevento, ha visto il pieno in tutte e due le serate consecutive, grazie ad un cast eccezionale. Gli attori, vestiti con gli abiti di Francesca Romano Scudieri, si sono mossi con grande disinvoltura sulle  scene che, create da Alessandro Chiti, scene state illuminate dalle luci di Francesco Adinolfi, in cui, in alcuni momenti cruciali, le musiche di Antonio Boccia, si sono rivelate molto efficaci.
Grazie ancora a Vincenzo Salemme per la sua presenza a Benevento, dove è venuto a recitare anche lo scorso anno, il giorno dopo la sepoltura della madre.
Dalla Compagnia “Gli Ipocriti” è approdato a Benevento l’omaggio della regista Nora Venturini, ad Ettore Scola, scomparso lo scorso 19 gennaio a Roma, con la trasposizione teatrale di “Una giornata particolare”, un film del 1977, interpretato da Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Il tributo al  regista e maestro di fama internazionale ha potuto fornire  sicuramente uno spaccato sulla situazione in cui vivevano le donne e i “diversi” durante il ventennio fascista: Infatti, il capolavoro di Scola è stato riproposto, in maniera egregia,  nella trasposizione teatrale, da Valeria Solarino, nelle vesti di Antonietta, una donna curva sotto il peso dei suoi molteplici e gravosi impegni familiari, e Giulio Scarpati, nel panni di Gabriele Gabriele.
Queste due anime, entrambe sofferenti, si incontrano il 06 maggio del 1938, giorno in cui Hitler giunge a Roma, in una visita ufficiale, per suggellare l’alleanza con Mussolini, in preparazione della guerra mondiale, che sarebbe scoppiata da lì a poco.
La trama è arcinota: il destino di entrambi è segnato e nulla potrà cambiarlo. Lo spettacolo inizia con la proiezione di un documentario del tempo in cui si ascolta il commento del cronista che definisce la cerimonia con ”il fasto improntato alla più maestosa semplicità”. Le bandiere sabaude sventolavano vicino a quelle della svastica, sfilano tutte le Forze Armate del tempo, presagio di ciò che sarebbe successo di lì a due anni, mentre i nostri due protagonisti vivono il loro unico momento di trasgressione.
Faranno poi ritorno tutti e due alla loro “realtà”, Antonietta, a fare la moglie-serva, e Gabriele, a stare in attesa di essere confinato, perché ritenuto omossessuale.  In realtà, saranno loro i veri vincitori. Infatti, le donne saranno ammesse al voto e per i “diversi” si apriranno, molti anni dopo, le porte della tolleranza.
Complimenti per le scene a Luigi Ferrigno, che, con un sistema di scale, ha collegato i due ambienti, in cui si sviluppa la vicenda; molto curati i costumi di Marianna Carbone, le luci di Raffaele Perin, il video ed i suoni di Marco Schiavoni.

Maria Varricchio


UN PROGETTO DI ANTONIO VOLPONE

Corso di fotografia per disabili

Nella “Sala Padre Pio” della Parrocchia Sacro Cuore di Benevento lo scorso 1° dicembre si è tenuta la conferenza stampa del corso di fotografia per disabili “Ibidem Project”, totalmente gratuito. L’incontro era presieduto dal parroco Padre Giampiero Canelli, da Antonio Volpone, ideatore del corso (nella foto), dalla dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Statale “Federico Torre” Maria Luisa Fusco, da Massimo Di Rubbo dell’associazione Futuro Down di Benevento e da Maria Scarinzi della cooperativa IDEAS.
Il corso è nato dalla volontà di Antonio Volpone di coinvolgere quelle realtà parzialmente escluse dalla vita quotidiana per reinserirle attraverso la creatività e la cultura facendoli rimpossessare di quegli spazi spesso negatigli a cause di barriere architettoniche e mentali. Il percorso, iniziato dal fotografo nel 2011 con la pubblicazione di un libro, “Ibidem”, e la realizzazione di una mostra presso il Museo del Sannio, permetterà ai partecipanti di osservare il mondo che li circonda con occhi diversi promuovendo un reciproco scambio tra arte e cultura.
Volpone ha dichiarato: “Ho devoluto l’intero ricavato di questo libro per organizzare corsi per disabili. La mia fotografia è disabile, nasce da un errore fotografico, lo sfocato, il mosso, e ritengo che la disabilità sia un errore della natura. Perciò ho sposato la mia fotografia con questo progetto che è diventato un mio progetto di vita. Quindi organizzerò a vita corsi per disabili“.
Maria Luisa Fusco ha evidenziato: “Sono convinta che gli alunni diversamente abili hanno una potenzialità in più rispetto ai normali, vanno capiti e indirizzati, e vanno alimentate quelle che sono le loro potenzialità. Questa è un’iniziativa che dà l’opportunità di capire qual è il percorso per ognuno di loro”.
Il corso si articolerà in otto lezioni teoriche e quattro pratiche. Tutto il materiale raccolto sarà selezionato per una mostra finale e per la pubblicazione di un libro. Gli allievi che parteciperanno al corso, che sono ben 25, saranno seguiti da fotografi professionisti ben noti nell’ambiente sannita: Mario De Tommasi, Franco Giannino, Generoso Marra, Diego Orlacchio, Pasquale Palmieri, Biagio Prisco, Michele Stanzione, Mario Taddeo, Antonio Volpone, Nicola Zotti.

Vincenzo Maio

PRIMAPAGINA, EDITORIALE, PROVINCIA, SPORT

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