La gioia della Speranza

con Davide Nava

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Il Bacio al Dio Bambino
La Natura non ci è più amica
La misura umana e divina della Bellezza
La buona Scuola e la cattiva cultura
La salvezza nella dissoluzione dell’Occidente con l’ascolto della Profezia

Maschio e femmina nella crisi della vita e dell'amore

Il dramma della vita e della storia in Un mare di nebbia di Orazio Gnerre

Padre Lodovico Acernese, una storia vera e affascinante

Abbi cura di tuo fratello!
Non nominare il nome di Dio invano
Ripensare il destino e la storia. Un nuovo inizio


Il Bacio al Dio Bambino

Si cantava e si suonava, quella sera, il 13 novembre, al Bataclan. Kiss the Devil, bacialo nella bocca, bacialo, il Diavolo! E vi irrompeva, truce, armato di Kalash, al grido di Allahu Akbar, il commando assassino.
Ed era l’inferno.
Che succede in questa nostra Europa, agli inizi di questo infelice e tragico XXI secolo dell’era cristiana?
Quella sera impastata di sangue e di orrore, gli Eagles of death metals annunciavano nell’infame canzone il maligno segreto del massacro, l’evidenza e il mistero della storia stessa, ormai sfuggita al governo della Verità, della Libertà e dell’Amore. Sì è lui, il “principe di questo mondo”, il protagonista perverso e pervertitore ad aver preso in ostaggio l’umanità, “il nemico numero uno, il tentatore per eccellenza”.
“Sappiamo così ? lo diceva Paolo VI in una memorabile Udienza del novembre del 1972 – che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana”. E’ lui, il Diavolo, a scatenare l’inganno luciferino delle utopie forsennate e della aberranti ideologie che hanno sconvolto, con le “rivoluzioni” totalitarie e ateistiche, la esperienza politica, etica e religiosa dell’umanità e in essa hanno appiccato il fuoco omicida di guerre tremende, di offese rovinose e di dissennate immoralità. Ed è stato il “trionfo della morte” fin dentro le viscere e le radici della vita e dell’amore.
Alle società e alle democrazie dell’Occidente è stato iniettato il virus del ‘68, il veleno della negazione e dell’alterazione del rapporto tra Verità e Libertà: non è più la Verità a renderci liberi, è la libertà, nel suo vitalismo mondano e protervo, a renderci uomini veri. Con l’orgoglio razionalistico delle sue filosofie immanentistiche e delle sue istituzioni civili, politiche, giuridiche ed economico-finanziarie, la perfida cultura post-moderna non sottrae né l’essere né la vita e, quindi, neppure la radice divina, l’identità dell’umano e la sua destinazione immortale allo scempio del Vero, del Buono e del Bello.
E’ la vittoria del nichilismo radicale che, con il “suicidio metafisico” e lo sradicamento dell’ “albero del Bene e del Male”, introduce in modo compiuto il terrore nella dimora antropologica e la sciagura dell’empietà nella “Città dell’uomo”.
Precipitata nel collasso culturale, etico-giuridico-politico ed economico-finanziario, l’Europa rompe la sua relazione costitutiva con la sua grandiosa tradizione –Gerusalemme Atene Roma– e finisce nel pantano dell’apostasia religiosa, del disprezzo e del tradimento dell’Amore supremo, consegnando la “Città dell’uomo” al delirio demoniaco e alla folle sovranità dell’annientamento e della morte. Anche nella way of life dell’Occidente è penetrato, e da decenni, il torbido dominio del terrore: il grembo dell’Eros e della Vita è stato consegnato a Thanatos, alla morte, alle leggi micidiali dei Parlamenti democratici e alla prassi sanitaria dell’eccidio.
La storiografia degli inizi del III millennio si immerge ormai nell’Eskaton, nel giudizio finale sulla storia della Chiesa e del mondo, e diventa narrazione apocalittica degli “ultimi tempi”!
La de-cristianizzazione europea e occidentale “che sputa sulla chiesa, sul clero, sulla curia, sui simboli della morale cattolica, talvolta anche dal vertice della chiesa stessa” (Giuliano Ferrara), ormai realizza il crollo dell’ “impedimento”, la fine del Katéchon, che trattiene “il mistero dell’iniquità” e ha allontanato per due millenni l’irruzione malvagia dell’Anticristo – distruttore della vita e del Kosmos.
Ora, di fronte allo spettacolo dell’ultima infamia, sconvolti dall’oltraggio, dalle immagini atroci e dall’esperienza di pianto, di angoscia, di rabbia, di paura, di odio, di pietà, dobbiamo ritornare a Fatima. Ne abbiamo stupidamente nascosto il segreto nel sospetto e nella nebbia anti-profetica della prudenza ecclesiastica e non abbiamo accolto l’invito pressante della Madre alla Penitenza, alla Preghiera, al Perdono, alla Consacrazione!
Sorprendentemente il “National Geografic”, in una stupenda copertina, qualche settimana fa, sotto il Volto dolcissimo della Vergine Maria proclamava: “Ecco la Donna più potente del Mondo!”
Non so se Nôtre-Dame, divenuta “museo e sala di concerto”, abbia spalancato le porte ad accogliere, nell’antico abbraccio della divina bellezza e della solennità liturgica, le genti parigine e forestiere in preghiera e in ginocchio.
Le celebrazioni al Canto della Marsigliese, invece, hanno occupato tutta la scena pubblica e mediatica – Non abbiamo altro re che Cesare! E’ sembrata un’assenza inquietante quella della Chiesa di Francia, la figlia primogenita, avvolta in un silenzio gelido, ambiguo, doloroso.
Ecco, ai piedi del Dio Bambino, che nella Grotta della Terra soffre, sorride, perdona e salva tra le braccia della Madre amorosa, la Donna vestita di sole, dobbiamo ritrovare, ora più che mai, il coraggio dell'implorazione, l'umiltà del pentimento e l'ardimento di un BACIO di dolente, commossa e tremante adorazione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11 del 18/12/2015)


La Natura non ci è più amica

Non siamo più solo spettatori dei guai e delle sofferenze degli altri. Ora siamo testimoni, ancora rattristati e increduli.
Anche nel nostro Sannio, la furia delle acque ha mostrato come in poche ore il territorio, familiare e accogliente, con i suoi terreni, con le sue strade, con le sue coltivazioni, con le sue case, i suoi stabilimenti produttivi e i suoi sistemi di servizio, possa essere minacciato dall’isolamento e sconvolto dalla catastrofe. Abbiamo potuto non solo vedere ma vivere la gravità del dissesto, toccare la misura della vulnerabilità delle nostre dimore e l’irreparabile precarietà del nostro esistere. E ci siamo sentiti sgomenti e impotenti.
Molte comunità e famiglie sono state ferite in modo dolorosissimo, alcune anche dalla tragedia della morte.
E restano le piaghe profonde della devastazione: ponti e collegamenti stradali da ricostruire, case da ripulire e ristrutturare, terreni e alvei da ricomporre e stabilizzare, imprese da rinnovare e da rilanciare.
E resta la minaccia: l’incertezza del pericolo che può incombere, l’insidia delle nubi che si addensano, la scarsa garanzia delle previsioni metereologiche, l’imprevedibilità delle frane. E resta, più persistente ed acuta, la paura.
Nessuno può negare che una tempesta di inquietudini e di preoccupazioni abbia stretto il cuore e aggredito la stabilità del nostro pensare l’esistenza personale e il destino sociale secondo i parametri sicuri della vita moderna, per cui è uscita più frantumata l’affidabilità delle tecnologie della comunicazione e delle strutture essenziali all’approvvigionamento elettrico, idrico, termico, alimentare, …
Ci sentiamo esposti, più che mai, all’imprevedibilità degli eventi. Esposti non solo a quelli della storia con le vicende complesse e alterne della politica e delle tensioni ideologiche, degli interessi economici e delle speculazioni finanziarie, delle migrazioni di popoli e delle contese, delle dinamiche culturali e delle crisi religiose, ma ora anche alla dura fenomenologia della realtà naturale, di fronte alla quale ci sentiamo ancora più fragili e completamente impotenti. Tutti, anche i potenti, i ricchi, gli idoli dello sport, i divi del cinema, …
Ecco perché è il momento di porci delle domande forti, profonde, radicali e rintracciare con umiltà il senso di tutto questo.
Cominciando a percepire quanto sia debole e precario il nostro status di vita, quanto illusorio il nostro sogno di benessere, di consumo e di successo, quanto infida la nostra condizione attuale e quanto vicino il rischio di essere, anche noi, vittime di un dramma ineluttabile e di una sorte infelice. E a riconsiderare, al di là dei lampi mediatici di suggestioni improvvise e fuggevoli, dentro le immagini tremende e lontane di sconvolgimenti e di sofferenza, la concreta condizione del male che afferra e dilania la carne e l’anima di creature come noi che, in luoghi distanti, subiscono indifesi i colpi della natura scatenata.
E’ necessario, perciò, uscire dal circuito autoconsolatorio dell’isolamento, dal gelo dell’indifferenza e dalla cronica evanescenza della comoda neutralità e renderci responsabili per gli altri e correre con generosità a dare una mano.
Dobbiamo finalmente dissolvere l’orribile presunzione che i superbi “maestri della ragione moderna” hanno inoculato, come veleno micidiale, nel sangue e nella sensibilità della Civiltà umana: gli uomini possono fare tutto, fare e disfare, hanno diritto a tutto, nel male e non solo nel bene, non hanno nessun dovere di rispettare il dono della vita e i regni della natura.
Ecco perché, abbandonate le strategie poderose e virtuose del vivere e del sopravvivere della ormai morta Civiltà contadina, mentre si compie lo sfacelo degli equilibri dell’ecosistema, la Natura grida il suo “Basta!”.
E si presenta ineludibile, per l’urgenza e la necessità di una risposta sicura, la grande scommessa su la “questione
fondamentale”della Fede e dell’idolatria.
Siamo creature, e con il Creato, fatte dal nulla ad opera di un Dio Padre Creatore che ci ama, ci protegge, ci perdona e condivide soffrendo le nostre disgrazie e il nostro dolore?
O ci sentiamo, noi stessi, orgogliosi costruttori della vita, artefici del nostro destino e perfino cinici “padroni della morte”?
Quando una volta, alcuni decenni or sono, uragani, fulmini e tempeste minacciavano in modo inconsueto i giorni e le notti della gente, le Campane delle nostre Chiese lanciavano nello scenario incupito del Paese i suoni rasserenanti della Speranza e l’invito ad innalzare al Cielo Preghiere filiali ed intense. Si invocava e si supplicava la Vergine Santissima a proteggere la vita, a custodire le case ed i campi. E, sul finire dell’inverno, il Sacerdote benediceva in tutte le direzioni le campagne, alle quali era affidato il destino materiale ed alimentare delle nostre famiglie.
E poi, con gratitudine orante, si celebrava la “Giornata del Ringraziamento”.
In questo presente difficile, da questi eventi di desolazione e di tormento vengono richiami dolorosi a convincerci che noi uomini, pur dotati della potenza straordinaria degli apparati industriali e delle nuove tecnologie, non siamo i padroni del mondo, della natura, della vita e della storia.
Solo la Preghiera ci può salvare!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10 del 20/11/2015)


La misura umana e divina della Bellezza

Non è difficile, e non solo per noi Sanniti, incontrare, oggi, con ammirazione e stupore, i segni della Bellezza e dell’Amore che il nostro Maestro Peppino Di Marzo ha impresso, con la generosità e la fatica della sua mirabile e feconda genialità creativa, soprattutto nei luoghi sacri della Fede, della Memoria e della Preghiera.
Alle molteplici imprese di pittura e di scultura, presenti anche nella Cattedrale di Benevento (“L’Ordinazione sacerdotale di San Pio da Pietrelcina” e il magnifico “Gesù Risorto”), si sono aggiunte, da poco, dieci grandi, suggestive e impressionanti tavole pittoriche della “Madonna del Bosco” in Spinazzola (Bari).
In una Presentazione pregevole, semplice, illuminante, “Devozione di un Popolo che si fa Bellezza”, Mons. Mario Paciello, indimenticato Pastore della Chiesa di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata dei Goti, già fervido ideatore e committente al nostro Artista della bellissima Porta di bronzo della Basilica Cattedrale di Gravina con ventiquattro “alto-rilievi”, espressivi del grandioso Mistero redentivo del “Giorno del Signore”, ha narrato la storia del Santuario. Con diligente e accurata ricostruzione ripercorre le fasi dell’antica devozione generata nel XVI secolo dall’episodio clamoroso del ritrovamento della Icona mariana su un albero, profanata nel 1914 con un infame atto sacrilego e, infine, sfregiata e interrata per sottrarla per sempre alla devozione popolare.
L’Immagine santa della Madonna verrà poi miracolosamente rinvenuta da una signora devota e nel 1952 riaccolta e riconsacrata con manifestazioni straordinarie di popolo e con una intensa e larga partecipazione liturgica presieduta dal Card. Tedeschini delegato di S.S. Pio XII.
In due grandiosi quadri, il nostro Artista accoglie e interpreta l’avvincente drammatizzazione degli eventi della Madonna del Bosco e li rende “contemporanei” con i volti dei protagonisti dell’oggi a cominciare dal Vescovo Paciello e dallo stesso Autore.
Veramente splendidi, meravigliosi, intensi i Volti della Madonna negli otto quadri di “Maria nel Vangelo”, dall’Annunciazione alla Pentecoste. Il Volto di Maria è “raccontato” nel realismo dolce e trasfigurato della vicenda evangelica; è raffigurato con la levità cromatica e l’incanto profondissimo e struggente della Donna innocente e purissima, provata dalle esperienze fondative dell’Incarnazione e della Redenzione.
Stupenda, indimenticabile la Figura dell’Annunciazione che sembra ricapitolare nella sua fine e meravigliosa “complessità iconica”, la grande tradizione che da Giotto in poi costituisce l’universale e incomparabile patrimonio italiano.
Discendono dal suo “archetipo antropologico” di giovanissima figlia di Israele, sorpresa dall’irruzione dell’Arcangelo, le variazioni espressive e luminose della Visitatrice del Magnificat attenta e commossa, della Madre dolcissima ed estatica con il Suo Dio Bambino nella Grotta di Betlemme e poi nel Tempio, mentre ascolta pensosa e assorta la profezia dolente del “Segno di contraddizione” e della spada che Le trapassa il Cuore, e, quindi in Nazaret mentre il Figlio giovinetto ascolta e segue gli insegnamenti paterni di Giuseppe. Ed ecco il primo Miracolo che Ella chiede al Figlio alle nozze di Cana. Poi il Volto travolto dallo strazio atroce ed inumano per il Figlio ucciso, e per i figli! Ed infine lo Sguardo rapito dal fiammeggiare sponsale dello Spirito Santo che investe e penetra il Volto celestiale e gioioso e lo fa trasalire nell’intimo del corpo, dell’anima e dello spirito, anticipando, in un attimo ardente, l’Assunzione umano-divina “nell’alto dei Cieli”.
Ora, a Tufo, nel suo Paese natio, quasi a compimento, per ora, del suo viaggio artistico nella storia vera e santa del dramma dell’umano e del Divino, la realizzazione di quattro incisive e splendide sequenze dell’imponente “Porta del Cielo” e … del Santuario.
Ecco, tra le stelle ardenti, nella coreografia di Angioletti danzanti, l’ascendere in Alto della Vergine Madre, vestita di Luce. Poi lo sguardo si volge all’Arcangelo Mi-Ka-El che indica il Cielo, e, armato di spada, incombe sul tenebroso “pervertito e pervertitore”.
E ancora Sant’Antonio da Padova che stringe al petto il Bambino mentre aleggiano in alto la Madre Santissima e l’Arcangelo. Infine il Martirio della Vergine Barbara accolta nella preghiera e nell’attesa dell’incontro beato con Gesù, mentre un fulmine saetta sul malvagio persecutore e un Angelo è già pronto nell’affidare alla Santa la palma della vittoria e della gloria.
Per cercare di comprendere i gesti, le scelte, le motivazioni, l’orizzonte culturale e la direzione estetica e teologale di Peppino di Marzo è necessario risalire al primo radicamento dell’essere, alla memoria sorgiva dell’esistere e alla gratitudine dell’Artista per “una piccola donna, mia madre, che, con la sua grande fede e il suo amore alla Vergine ha insegnato anche a me a conoscerla e ad amarla”.
Le mirabili rappresentazioni del Santuario di Spinazzola e della “Porta del Cielo” di Tufo entrano nel cuore e invitano tutti noi, smarriti sui sentieri oscuri del mondo, a guardare con confidenza a Maria per inseguire il Suo Sorriso e rintracciare e custodire per sempre la Sua Luce e il Suo Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9 del 16/10/2015)


La buona Scuola e la cattiva cultura

Nella dinamica della vita spirituale, che ha attraversato la storia della Civiltà occidentale animando i processi culturali, educativi e politici, sono state decisive le risposte alle tre questioni essenziali e nevralgiche che l’integrazione culturale ellenica, romana e cristiana ha elaborato nel corso di due millenni.
Dagli anni ’60 del secolo scorso, progressivamente, è divenuto globale un processo di rappresentazione della vita che, penetrato nelle forme della cultura, della politica e dell’economia delle comunità umane ha piagato e alterato la coscienza stessa della persona. Sembra ormai trionfare, con la potenza del dominio planetario, un’anti-cultura perniciosa e micidiale, Giovanni Paolo II l’ha definita “cultura di morte”, che da sempre ha contestato l’impianto costitutivo della cristianizzazione. Viene insidiata e corrotta intimamente la natura della creatura e quindi l’origine, la misura, la condizione e la finalità dell’umano; viene attaccato l’equilibrio ecclesiale e civile dell’organizzazione giuridica e politica della città dell’uomo; viene oscurata e rimossa la presenza provvidenziale di Dio nella vita e nella storia.
Alla triplice questione antropologica, etico-politica e religiosa, orizzonte della convivenza umana, del processo storico della civilizzazione e dell’inclinazione escatologica all’immortalità, si risponde ora con l’indifferenza del relativismo, con l’insensatezza dell’ateismo e, addirittura, con il trionfalismo pubblicitario del satanismo. La secolarizzazione ha destabilizzato la vita sociale e religiosa con il virus laicista della neutralità ideologica, con la pretesa della sovranità democratica di fondare autonomamente la morale e il diritto, con la presunzione prometeica di ricostruire il mondo con la esclusiva modernizzazione scientifica e tecnologica delle sue strutture.
L’antica Civiltà di Atene, tentata dalle orgogliose avventure culturali, politiche e sociali del relativismo filosofico, eccitata dalla tracotanza del potere, svigorita dalle pretese individuali del successo e del dominio, con le procedure della sua democrazia ingiustamente condannò e uccise Socrate e finì per annientare se stessa.
Oggi, l’umanità intera si è sottratta alla ricerca della Verità, alla regola del Bene, alla testimonianza della Giustizia e, imprigionata nelle strategie oscure del nichilismo, si è lasciata sedurre dalla gaia spettacolarizzazione del Male.
Ecco perché la valutazione sul Bene comune, la formazione della volontà morale e la vigilanza della coscienza etica e religiosa vengono travolte. E, ormai priva dell’orientamento profondo nascente dall’attenzione originaria al Vero e al falso, al Bene e al male, al Giusto e all’ingiusto, la libertà cede all’ipocrisia e alla folle idolatria della ragione, della carne e del denaro.
Dentro questi scenari di confusione, di corruzione, di trasgressione, la potenza politica, economica e finanziaria si autocostituisce senza legge morale, senza rispetto per la vita, senza patto etico per la difesa delle istituzioni della famiglia e senza controllo efficace della comunità. E’ la vittoria dell’empietà, della dissacrazione, dell’immoralità, mentre si oscurano e si feriscono, senza allarme e senza dissenso, i vissuti dello stupore, del pudore, della tenerezza con l’offesa all’innocenza, alla pietà, alla santità.
Immerso nel dominio di questa “cultura di morte”, lo spazio-tempo della comunicazione educativa subisce le procedure cognitive, affettive e relazionali tutte calcolate ed omologate su l’esclusiva fruizione materiale e biologica dell’esserci. E, su la distorsione mondana e riduttiva dell’identità naturale, integrale e reale dell’essere uomo e donna, la comunità storica, ora, viene minacciata e imbrigliata dal totalitario “dispotismo illuminato”.
La “Scuola buona”, invece, ha bisogno di Verità, di Libertà, di Amore!
Il rischio gravissimo è che la grande tradizione pedagogica italiana, centrata su la tensione Bene-male, Amore-odio, Verità-inganno, nel diffuso e dissimulato disprezzo della sua eredità, resti senza maestri e senza discepoli.
La Scuola tradisce la vocazione e la missione a servizio della Vita vera, buona e bella se non pone al centro della sua Cultura la potenza trascendente del Creatore e del creato, la sapienza del dramma storico del peccato e della Redenzione, l’iniziazione al cammino nel tempo verso l’Eternità.
Senza accogliere questa sfida degli “ultimi tempi”, la Scuola della Civiltà dell’Occidente è morta.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8 del 18/9/2015)



La salvezza nella dissoluzione dell’Occidente con l’ascolto della Profezia

Siamo finiti in una confusa e oscura “scena” culturale, politica, economica, sociale e religiosa. E non riusciamo a discernere la linea decisiva di quel che avviene in noi e intorno a noi. Ci sfuggono i criteri fondamentali con i quali giudicare le dinamiche del presente e lo sguardo sul futuro è oscurato dal collasso della Speranza e quindi dall’incapacità di intravedere il fine e gli approdi della nostra vicenda personale e mondiale. Premono preoccupazioni, paure, dubbi, risentimenti. E orgogliose presunzioni impediscono di rintracciare l’umiltà per leggere, valutare e ridefinire il percorso del proprio vivere. Non abbiamo preso ancora atto delle formidabili sconfitte della modernità e continuiamo ad aggrovigliarci nelle illusioni di rifare, di ricreare le stesse strutture della vita, eliminando, con la menzogna, la dimensione trascendente dell’Amore e della Verità.
Le grandi tragedie delle guerre del XX secolo e le disastrose, inumane avventure totalitarie del comunismo e del nazismo non hanno insegnato nulla all’intelligenza dei popoli che son tornati a consegnare l’esercizio del potere alla ossessione di ideologie infami che rinnegano l’identità dell’essere umano, le radici della vita, le ragioni vere della libertà, il primato dell’Amore, l’adorazione del Creatore. Si è fatta pubblica ormai una mondiale ribellione a Dio in nome dell’affermazione di una religione unica, di un governo unico, di una moneta unica, perché possa trionfare l’anticristico “Nuovo unico ordine mondiale”.
A nulla sono valsi gli Avvertimenti profetici che, da Fatima in poi, denunciano e annunciano, orientano la coscienza e invitano al pentimento e alla preghiera, al perdono e alla conversione.
Prima che tutto precipiti nella perversione morale più radicale e tenebrosa e che l’umanità, creata a immagine e somiglianza di Dio, si corrompa completamente e si trasformi in una forma animalesca e bestiale, è necessario ed urgente rivedere e rinnovare la propria esistenza, purificare la propria indole rinunciando alla triplice concupiscenza del pensiero, della parola e del cuore.
Allora dobbiamo cominciare a soffrire per questa condizione della Terra devastata nel corpo e nell’anima e sentirci feriti dal rovinare precipitoso dei valori, degli ideali e dei principi della vita. Impariamo a condividere i dolori e le responsabilità della storia, senza abbandonarci, di fronte alle difficoltà enormi del convivere, alla rabbia, alla rassegnazione, alla recriminazione, alla violenza; senza consegnare ai “Maestri del sospetto e del risentimento”, che hanno sfasciato e deturpato con il discredito acre del Cristianesimo la dignità e la grandezza dell’uomo creatura divina e hanno offeso e ripudiato la tradizione e la gloria della santità.
Ecco perché l’Occidente ha corrotto il diritto alla Vita, alla Libertà e al Bene comune e l’ha sostituito con il sogno dell’imperialismo finanziario, con la dittatura del relativismo, con il disfacimento del Matrimonio, della Famiglia e dell’Educazione, con il diritto alla morte, all’aborto e alla eutanasia e, infine, con il trionfalismo gay per il disfacimento dell’integrità maschile e femminile dell’io.
Ora, il rischio della libertà ci richiama duramente e dolorosamente ad essere protagonisti veri e forti in una esperienza estrema di male e di vergogna, in cui siamo sfidati a testimoniare, contro la prevaricazione dei poteri, dei saperi e dei voleri mondani, la nostra umanità integrale di creature chiamate all’immortalità. Ma per essere protagonisti di storia, di vita e di libertà, abbiamo bisogno di credere, di sperare e di amare di più e di porci in ascolto delle Voci del Cielo.
In un’intervista a “Studi Cattolici” di giugno, Fabio Gregori, nella cui abitazione, fra il 2 febbraio e il 15 marzo 1995, la Madonnina di Medjugorje ha lacrimato sangue 15 volte, e, in ultimo, anche tra le mani dell’allora Vescovo della diocesi Mons. Girolamo Grillo, ha spiegato in sintesi il messaggio della “Madre e Regina delle famiglie e della Chiesa.
“La Madonna si è rivolta da qui all’umanità intera, alla Chiesa e a quella porzione di Chiesa che è la famiglia, ponendo questo suo intervento nel solco del messaggio di Fatima. Ci ha messo in guardia che Satana è potente e vuole scatenare l’odio, quindi la guerra per distruggere l’umanità. E per raggiungere questo scopo vuole abbattere la Chiesa di Dio, incominciando dalla piccola Chiesa domestica che è la famiglia.
Alla domanda: “C’è dunque l’incombere di una guerra?”, la risposta drammatica di Fabio Gregori è stata: “La minaccia di un conflitto nucleare tra l’Occidente e l’Oriente, la terza guerra mondiale. E la Madonna ha aggiunto che il demonio avrebbe fatto di tutto per minare l’unità della famiglia cristiana fondata sul Matrimonio e che, senza una nuova conversione, molti pastori avrebbero tradito la propria vocazione, anche con grave scandalo, e che la Chiesa avrebbe conosciuto una grande apostasia, cioè il rinnegamento delle verità cristiane fondamentali riaffermate nei secoli nella tradizione e nella dottrina.”
C’è, purtroppo, una strana, colpevole sordità tra i cattolici che non vogliono sapere e si chiudono nella sorda autosufficienza di un credo superficiale e inconsistente, senza desiderio e attesa di sentire e accogliere i richiami e l’allerta che vengono dalla Madre di Dio, addolorata e preoccupata per l’indifferenza e la tiepidezza dei suoi figli.
La Madonna ci chiede il coraggio della Verità!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7 del 24/7/2015)


Maschio e femmina nella crisi della vita e dell’amore

E’ stata mossa da tempo, e con crescente micidiale intensità, ed amplificata dalla universale e spettacolare potenza mediatica, una radicale contestazione dell’impianto antropologico centrato su la creaturalità maschile e femminile. La differenza uomo-donna, la dualità primordiale nella sua complementarità, su cui si è costituita l’intera storia del genere umano, e che decide da sempre il profilo, l’identità, il destino esistenziale della persona, non è più al centro della vita e dell’amore.
E’ in questione ormai la sostanza stessa dell’umano! E la matrice della Verità, della Libertà e dell’Amore viene esiliata dagli orizzonti del vivere e dagli scenari della storia.
Ciò che di più essenziale e autentico appartiene all’origine dell’umano, alla sua natura, alla sua identità, alla sua potenza relazionale e generativa, subisce un’erosione inquietante, un sovvertimento radicale, una devastazione profondissima.
Tutta la grandiosa fenomenologia dell’Amore, che genera la vita e sostiene la fatica, la gioia e le speranze dell’esistere, è in crisi. Sembra ormai che non abbiamo più parole per dirlo, né concetti per pensarlo, né forze per celebrarlo, l’Amore!
Nella narrazione personale e collettiva e nelle rappresentazioni aggressive e pervasive della videocrazia mondiale, non si dice più nulla dell’Amore, ma tutto della sua prostituzione.
“Ti amo!” suona come un’oscenità o una derisione e più nessuno, nella buona società, osa proferire con serietà un simile nonsenso, afferma il filosofo Jean-Luc Marion, che ha tentato di scavare nella potenza sconfinata e nel disastro del “fenomeno erotico”.
La disposizione arrogante e suicida dell’Occidente al cedimento sul principio-base dell’organizzazione giuridica, che ha riconosciuto e affermato il diritto naturale e primordiale della coniugalità, della genitorialità e della filialità, mette completamente a rischio l’assetto organico e la continuità generazionale della convivenza umana.
E la storia planetaria viene sospinta nell’anomia, nella confusione dissennata della non-differenza, nella disgregazione della regolazione etica del vivere e del procreare.
La nostra Civiltà, nata dalla cristianizzazione dell’Occidente, è finita, attraverso la perversione dell’eros, nella morsa mortale della negazione delle sue radici e nella seduzione del nichilismo.
L’intima comunità d’amore e di vita, la famiglia, è ormai travolta nel disfacimento della sua misura costitutiva, della sua regola etica e della sua finalità generativa, uccisa dal rinnegamento della sua identità.
Il patto del matrimonio, con il suo sigillo, con il suo giuramento, con la sua destinazione, perfino con la sua liturgia, è stato afferrato dalla pretesa ostentata e blasfema del contratto omosessuale.
Ora sono state approntate tutte le linee della strategia e dell’agenda omosessista: il riconoscimento giuridico dell’unione omosessuale, l’introduzione delle adozioni nella famiglia gay e della pratica dell’utero in affitto, la promozione nelle scuole dell’ideologia gender, la censura dei termini linguistici che richiamino la paternità e la maternità e la differenza sessuale, e, infine, le norme terroristiche sull’ “omofobia”.
Così, dopo il divorzio e l’aborto, con quest’ultima, dissennata impresa culturale, politica e giuridica, si compie il passo estremo verso il suicidio dell’Occidente e l’annientamento della vita e della storia.
Certamente questo ultimo “segno dei tempi” indica quanto grave sia la responsabilità sacerdotale e laica dei cattolici che si sono lasciati trascinare nella deriva relativistica, e, nelle scuole cattoliche, nella cultura pedagogica, nella pastorale e nella testimonianza, hanno messo in crisi profonda la pretesa di verità del Cristianesimo. E i segnali e le voci che vengono da molti Episcopati, in vista del Sinodo sulla famiglia, non lasciano sperare nulla di buono. Anzi si avverte già il brivido della resa.
Sulle macerie della modernizzazione materialistica del mondo si annuncia ora la follia post-umana e anticristica del “Nuovo ordine mondiale”, e la sventura.
Ma il cuore di chi crede, di chi spera, di chi ama continua ad affidarsi alla Parola eterna e all’attesa del Regno che viene.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6 del 19/6/2015)


Il dramma della vita e della storia in Un mare di nebbia di Orazio Gnerre

Una recensione elegante e vivace di Michele Ruggiano (Il Sannio Quotidiano del 28-04-2015) a Un mare di nebbia di Orazio Gnerre richiama giudizi e sollecita considerazioni su uno squarcio di vita e di storia del secondo conflitto mondiale e del suo compiersi, anche attraverso la “guerra civile”, fin dentro la realtà opaca e triste dell’oggi.
Il dramma, che l’intelligenza narrativa di Gnerre, esperto della cultura letteraria italiana, coglie con profonda sensibilità morale e spirituale nella immedesimazione empatica dell’autobiografia, è certamente il più complesso e doloroso della nostra vicenda nazionale. Infatti tormenta ancora e ferisce, a settant’anni di distanza, la memoria confusa e dolente e continua, purtroppo, a inchiodare la malizia storiografica e i furori delle appartenenze alla persistente virulenza delle ideologie, non ancora svigorite dalla ricerca documentata, attenta e tenace, come quella di Gianpaolo Pansa, avviata con “Il sangue dei vinti”.
Nella letteratura e nel cinema del dopoguerra, gli eventi dolorosissimi e tragici si rivelano, con pietà, nella trepidazione, morale e affettiva, vera e forte per l’oltraggio arrecato alla vita e alla morte.
Oggi è divenuto ancor più difficile avvertire il tormento della ricerca della verità nell’io e nella storia e, forse, è quasi impossibile percepire l’inganno della perfidia e dell’ipocrisia e soffrirne: siamo finiti nel dominio della tracotanza e dell’indifferenza, precipitati nell’empietà.
Ecco perché la narrazione di Gnerre è anche una coraggiosa testimonianza etico-politica e religiosa, generata nella pienezza di una eminente esperienza culturale e pedagogica con una meditazione severa e preziosa.
Con avvincente taglio cinematografico, Angela, la protagonista, sfollata da Roma insieme alla madre e al fratello nella campagna laziale, ci confida l’esperienza brutale dell’offesa al suo corpo e alla sua anima violati dall’umana bestialità, e, insieme la memoria di un amore nascente per il giovane tedesco, ucciso nel difendere dallo stupro lei e la madre.
Nel suo io, immerso in “un mare di nebbia”, si sono aperte due ferite: la traccia cupa e inquietante dell’offesa sciagurata e violenta e, insieme, quella vitale e dolorante di un’esistenza innamorata, sacrificata nel donarsi a difesa della vita e dell’amore.
E non sono solo due possibilità offerte al destino personale di Angela, ma due destinazioni consegnate alla storia stessa del Paese che esce piagato dallo scontro di sangue e di morte: perdersi nell’avventura mondana e nichilistica o abbandonarsi alla speranza martoriata, ma evocatrice della forte tradizione etica e religiosa.
Angela rintraccia, soffrendo il tormentato naufragare nel “mare di nebbia”, il percorso di luce e l’orizzonte della pietà e della salvezza nell’Amore.
L’umanità del Paese, invece, in questo scorcio di tempo, con la decomposizione della Civiltà del Cristianesimo nell’universalità dell’idolatria materialistica, non sembra volersi sottrarre all’agguato oscuro ed orrendo del totalitarismo che irrompe a sconsacrare ancor più intimamente la vita e la storia.
Il dolore, risorsa delle vittime e dei vinti, ma anche dei vincitori aperti alla pietà, è il segreto interiore dell’essere che disvela l’inganno della menzogna, svelenisce del risentimento, della crudeltà e dell’inimicizia la coscienza infelice e illumina di mistero e di immortalità l’umano cammino nella storia.
Ecco, questo bel racconto di Orazio Gnerre ci invita a conoscere, ad amare, a servire la vita sempre, e, quando viene umiliata, disprezzata e ferita, ad accorrere per difenderla e salvarla.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5 del 22/5/2015)


Padre Lodovico Acernese, una storia vera e affascinante

“E’ la storia vera e affascinante … E’ il racconto di una vita santa”.
Così il Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, all’avvio della causa di Beatificazione e Canonizzazione definisce la vicenda umana ed evangelica di Padre Lodovico Acernese (1835-1916) nella narrazione limpida ed avvincente di Mons. Pasquale Maria Mainolfi.
A cent’anni dalla morte, l’Autore, in dodici intensi capitoli, delinea il forte profilo biografico del Cappuccino irpino che “umile chicco di grano, caduto in terra, se muore, produce molto frutto”. In questa formidabile analogia c’è la motivazione narrativa, spirituale e storiografica della Santità incarnata e maturata nel contesto difficile del Mezzogiorno, nel territorio irpino-sannita di Pietradefusi e Montefusco. Sono i tempi del processo risorgimentale e si realizza la tormentata unificazione del Paese. Dalla fase turbolenta e sanguinosa del Brigantaggio e del travaglio anticlericale della nuova statualità sabauda, che attacca la grandiosa tradizione di servizio pastorale e di formazione religiosa dei Monasteri e dei Conventi con una perversa azione di scristianizzazione, si giunge fino alla tragedia immane della prima guerra mondiale e della sua “inutile strage”.
In questo orizzonte geografico e sociale, politico e istituzionale, culturale ed ecclesiale, viene immersa, con una rappresentazione di “speciale empatia e condivisione” da parte dell’Autore, la figura di Padre Lodovico con il suo “temperamento focoso, la passione per la verità e la giustizia, la vocazione sacerdotale e religiosa, il variegato ministero apostolico, la professione all’insegnamento teologico e alla predicazione, la generosa opera di evangelizzazione, il disinteressato servizio a favore degli ultimi e dei poveri, la coraggiosa difesa della dignità e missione delle donna nella famiglia, nella società e nella Chiesa, la formazione illuminata di laici e consacrati al servizio del Regno di Dio, il cuore colmo di ardore per il Vangelo e l’amore travolgente per l’Immacolata”.
Questi tratti della personalità e della testimonianza di Padre Acernese, rintracciati con cura amorosa nella dinamica multiforme della sua esperienza intrepida e tenace, radicata in un francescanesimo rivitalizzato e sublimato da un fervore mariano profondissimo, sono le dimensioni e i carismi di un apostolato generoso e appassionato, che non si lascia corrodere e gelare dalla irruzione malvagia della calunnia e dell’avversione, dall’infamia e dalla perfidia che, per lunghi anni, lo assediano e lo feriscono.
Una micidiale persecuzione, un vero martirio, questo, che avvicina intimamente Padre Lodovico a San Pio da Pietrelcina, incrociato giovanissimo nel Convento di Pietradefusi.
E’ il Sacerdozio, il dinamismo sacramentale, che sostiene, alimenta, comunica e trasmette la stupenda testimonianza di santificazione, sorgente dal suo cuore ardente, mai avvilito dalla tempesta anticristiana scatenata dal potere politico del nuovo regime unitario e dalla penetrazione della cultura liberal-progressista e massonica nei ceti più abbienti.
e‘ un Sacerdozio mariano il suo, profondissimo, vigoroso, profeticamente anticipato dalla consacrazione alla Madonna nel giorno del Battesimo. L’impulso filiale e tenerissimo per la Madre Santissima, splendida, purissima e perfetta Immagine Trinitaria, rilanciato dalla potenza dogmatica dell’Immacolata Concezione e dalle Apparizioni di Lourdes, diventa il motore spirituale del suo Ministero di Maestro, di Pastore, di Testimone del Vangelo.
E’ un Sacerdozio francescano che sprigiona pienamente la forza dell’umiltà, della castità e della povertà e si manifesta anche nella mobilitazione del popolo dentro la spiritualità del Terz’Ordine, diffuso e impiantato in molte comunità dell’Irpinia e del Sannio favorendo la moralizzazione dei costumi e la rinascita della Fede.
E’ un Sacerdozio di Santità, perché nell’orizzonte relazionale, educativo, affettivo, spirituale, suscitato dall’iniziativa e dalla guida di Padre Acernese, entra una vocazione speciale, la Beata Teresa Manganiello (1849-1876) con l’entusiasmo innocente e gioioso, con la scelta eroica di un amore integrale per Gesù e per i poveri, gli sventurati, gli orfani.
E’ un Sacerdozio generatore di una nuova famiglia religiosa, le Suore Francescane Immacolatine, eredità preziosa di un modello perfetto di “umiltà serafica, di obbedienza, di carità”, di espiazione e riparazione, incarnato per prima nelle testimonianze della Beata Teresa Manganiello e dello stesso Padre Lodovico, e vivaio di altri, innumerevoli fiori di Grazia, di Bellezza e di Santità.
E’ un Sacerdozio della Croce, perché le ostilità, le calunnie, le minacce, le accuse imperversano contro il nostro Cappuccino anche dall’interno della Congregazione, fino a costringerlo, per salvare dalla rovina il nascente Istituto delle Immacolatine, a svestire, dopo 38 anni, il saio e a entrare nel clero secolare. Solo dopo 18 anni di amarezza e di mortificazioni potrà riprendere l’abito francescano, perdonando l’autore della lunga persecuzione.
In questo bellissimo racconto di Mons. Mainolfi è vivo l’orizzonte aperto del Vangelo e si avverte, con la nostalgia e il desiderio di un Sacerdozio infinitamente vero buono bello, la presenza di uno spirito forte e grande, innamorato di Gesù e di Maria, umile e tenace, Apostolo generoso, Maestro di Santità, Santo egli stesso.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4 del 17/4/2015)


Abbi cura di tuo fratello!

Viviamo un tempo drammatico e difficile, attraversato di continuo da miserie sconfinate e tragedie indicibili. Sembra che ogni famiglia stia per essere sopraffatta dall’angoscia e dalla perdita della Speranza e che ogni nazione sia in pericolo e, smarrita, assista impotente alla spietatezza del mondo.
Ora questa dura realtà della storia interroga la coscienza, inquieta il cuore e domanda compassione alle creature umane.
Al dolore profondo e lacerante che ci raggiunge da ogni parte risponda finalmente la pietà e si aprano le braccia dell’accoglienza, della tenerezza, della condivisione.
E’ necessario ed urgente aprire gli occhi sulle vicende tristissime e disperate degli oppressi, dei rifiutati, dei senza diritto, degli abbandonati, degli affamati, dei prigionieri di leggi infami, degli esiliati che fuggono da guerre fratricide e da orrori inauditi.
Si fa tardi. E, prima che la destabilizzazione diventi totale, s’impone la scelta di rifiutare sia l’ipertrofia degli egoismi, sia la paura scatenata dalla cieca e crudele autorità dei padroni della Terra e dei carnefici, sia l’assuefazione alla spettacolarizzazione quotidiana di una storiografia giornalistica e commerciale.
Non possiamo continuare a tradire e a deridere il Comandamento dell’Amore!
Non possiamo lasciare il nostro cuore indurito, la nostra bocca muta, le nostre mani chiuse!
Salvando gli altri che ci implorano con lacrime di sangue, riscattiamo e salviamo anche noi stessi.
E’ questo il momento in cui la memoria delle passate esperienze tormentate e infelici, l’intelligenza attenta e vigilante del confuso presente e la volontà di testimoniare l’essenziale fraternità degli umani possono ridefinire e rilanciare l’identità e il destino di una vitale Comunità civile.
Se si rinuncia a questo compito, vince la viltà e con essa il disonore, l’ipocrisia, l’insipienza arrogante e suicida: trionfa l’anti-cultura della morte e, con la negazione della Verità e del Bene, perisce “l’essere-uomo”.
La consegna, che la responsabilità personale, civile, politica e soprattutto ecclesiale affida alla nostra presenza nella vicenda umana, sta scritta da sempre nell’Anima e nel divenire della Civiltà dell’Amore. Anche nella Costituzione e negli Statuti delle nostre Autonomie locali sta inciso questo “patto di solidarietà”.
Non siamo solo spettatori, ma responsabili di quel che avviene nel mondo. Il nostro stare insieme attende forti impulsi cognitivi, affettivi e relazionali, gesti di fraternità e di amicizia, segnali umili, semplici, concreti di aiuto, di lutto, di pianto, di preghiera.
Sottoscriviamo un impegno, indichiamo una iniziativa cui possano concorrere tutti per soccorrere un bambino ormai solo, una famiglia in rovina. Sosteniamo un progetto di soccorso.
Adottiamo un paese, una parrocchia, una scuola nei luoghi del pianto, dell’ingiustizia e della sventura.
Accogliamo nel nostro Camposanto una vittima della tragedia inarrestabile del “nostro mare” per chiedere perdono e per offrire il suffragio pietoso e sacro.
Liberiamo qualche vita dalla stretta della tristezza e dell’infelicità.
Lanciamo e diffondiamo una iniziativa perché gli orribili scenari della desolazione e della sventura siano sostituiti dall’orizzonte sereno del fraterno convivere.
Nel naufragio dei Barconi stracarichi di vita e di speranza ci sono anche la nostra vita e la nostra speranza.
Dai luoghi dell’infamia, delle disgrazie e della guerre ci raggiunge intensamente un grido: un “Ultimatum per tutti noi!”. Dobbiamo rispondere! Perché saremo giudicati sull’Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3 del 20/3/2015)



Non nominare il nome di Dio invano

I primi giorni del nuovo anno sono stati trafitti, a Parigi, dall’irrompere violento della strage e dell’angoscia.
E’ stata traumatica l’intensa spettacolarizzazione mediatica delle orrende sequenze dell’eccidio. Infine il potere delle istituzioni democratiche ha preteso con una rappresentazione autocelebrativa e trionfalistica di rassicurare e rinsaldare la fiducia della gente spaventata e inquieta, riaffermando il diritto assoluto alla libertà di espressione, fino all’insulto e alla blasfemia.
E la paura resta, anzi cresce lo sgomento. Si moltiplicano infatti gesti di orrore e di infamia, quasi che il mondo sia sopraffatto e straziato dal dominio omicida della razza di Caino.
L’immagine del pilota giordano rinchiuso nella gabbia, mentre sopraggiungono velocissime le fiamme divoranti, è l’icona terribile e sacra della vittima sacrificata dall’odio e dall’empietà. E lo scempio dell’umano, la crocifissione degli innocenti, continua, con insensata ferocia e ad esso non sappiamo reagire né con l’indignazione né col pianto né con la preghiera.
Dobbiamo confessarlo: siamo ormai incapaci di leggere, di comprendere e di giudicare questo tempo, questa storia che ci assedia e ci piega svuotando la coscienza e annichilendo il senso profondo della vita e che consegna, dopo qualche sussulto, all’indifferenza anche i frammenti più atroci e impietosi della cronaca.
Questa nostra Civiltà è ormai allo stremo. La stessa Francia ha corrotto la sua origine e la sua vocazione di “figlia primogenita della Chiesa” e ha affidato il destino della storia alla superba volontà di potenza e all’esercizio esclusivo della ragione irreligiosa e della libertà senza nessuna regolazione etica.
Non c’è più distinzione tra Cesare e Dio.
Cesare ha preteso la divinizzazione di sé e il processo “democratico” è divenuto radicalmente totalitario dentro il sistema planetario delle strutture tecno-scientifiche, finanziarie e mediatiche, rilanciando la sfida a Dio, Padrone della vita e del tempo.
Tra San Luigi IX e Voltaire, tra il primato di Cristo e l’insulto, la Francia, nata dalla conversione di Clodoveo e del suo popolo, e con essa la leadership dell’Europa generata nel cristianesimo, in corteo a Parigi, ha rivendicato e affermato cinicamente il diritto di offendere Dio.
Il reato di vilipendio tutela ora solo il sovrano potere mondano. E impazza così la satira feroce e dissennata.
La dea Ragione, orgogliosa idolatria neo-illuministica e rivoluzionaria, ritorna ad essere invocata ed acclamata in nome della “Liberté egalité fraternité” e, in “odium fidei”, a guidare l’Occidente contro il Dio della Ragione, della Libertà e dell’Amore, tradendo il principio stesso di laicità che afferma “il rispetto per Dio e per l’uomo”.
E’ la ragione libertaria e libertina, recisa dalla Ragione divina donata nella Fede, a generare il terrorismo che si manifesta nel disprezzo totale della vita umana: il suo orrore si espande su tutta la terra e non solo nelle forme aberranti del fanatismo islamista.
L’ipocrisia democratica, che legalmente organizza e gestisce la strage dei non nati e afferma il diritto ad uccidere come ragione di libertà, ha introdotto l’Occidente nella logica dissennata e violenta del terrore. Ora l’uomo, sia che uccida in nome di Dio, sia che rivendichi il diritto di ingiuriare e bestemmiare il Nome di Dio e di deridere oscenamente il Mistero della Trinità Divina e della Maternità di Maria Vergine, profana, offende ed insulta la sua stessa dignità di essere un “animale razionale e libero” e creatura di Dio.
Ecco, siamo, alla fine di questi tempi dominati dalla follia della menzogna e dalla protervia insolente del male, e, prima che tutto precipiti in una rovina irrimediabile e crolli il “Gigante dai piedi di argilla”, i capi delle Nazioni e i popoli ritrovino la luce della saggezza e la forza della speranza nelle vie sicure della Storia della Salvezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2 del 20/2/2015)


Ripensare il destino e la storia. Un nuovo inizio

Inizia il nuovo anno!
Trascina dal passato esistenze, esperienze, racconti; recupera illusioni, gioie, miserie, tristezze, vergogne; e può ravvivare anche le piccole e le grandi speranze che ci fanno vivere il nostro destino e camminare nel divenire della storia.
Tra eredità ed attese, tra tradizioni e aspirazioni, tra desideri e timori, tra denuncia ed annuncio, tutto potrà rinnovarsi, o rovinare, nel ciclo incessante del nascere e del morire.
Sarà anche questo un anno difficile?
Si sono già dissolte, dopo i cenoni, le vibrazioni augurali di bene e di felicità con la congestionata effervescenza mediatica di musiche, di canti, di immagini, di oroscopi … e ritornano le preoccupazioni quotidiane e le paure, le pretese e i rischi dell’esistenza.
E ritornano cupe e terribili le grandi tragedie del mondo, e le follie dell’arroganza e della stupidità.
Nel travaglio della condizione umana, l’intelligenza superba e sorda alle voci della sapienza sembra incapace di cogliere il perché, la direzione e il fine del nostro esserci.
Non riusciamo più ad accogliere la sorpresa del Mistero e i segni della Profezia e siamo assaliti da un senso di vuoto e dall’inquietudine del nulla.
Ora che la “grande crisi” sconvolge gli equilibri sociali, civili, politici e culturali e non reggono più gli assetti organizzativi, produttivi e istituzionali, cresce l’angoscia e si fa più affannosa ed esigente la sfida del vivere. E si fanno più virulente le competizioni politiche e finanziarie, più aggressive le strategie ideologiche che, stravolgendo e strumentalizzando le tradizioni religiose, sospingono duramente la condizione umana nella stretta del potere, nelle spirali della menzogna, dell’ipocrisia e dell’ingiustizia, nel disfacimento dell’identità e nel dominio totalitario del male.
E nel terrore.
E’ ancora possibile sfuggire alla presa micidiale di questa tenaglia di seduzione e di distruzione che “libera” gli istinti animali dell’umano e annienta completamente la regolazione morale, etica e giuridica della convivenza con il tradimento dell’eterno patto d’amore con Dio.
Il 2015, per essere un “nuovo inizio”, dovrà essere l’anno della riconciliazione dell’uomo innanzitutto con se stesso: perché egli rintracci la sua coscienza, perché purifichi il suo sguardo, perché avverta il desiderio immortale dell’anima, perché ascolti la intimità profondissima dello spirito.
Potremo così tornare a guardare il mondo con occhi più buoni. E gli occhi si fanno più buoni, quando sorridono di più, quando non si chiudono dinanzi alla miseria, quando si riempiono di pianto.
Lo sguardo, allora, non più orgoglioso, non più avido e duro, diventa più tenero e luminoso, più amorevole, mite, gioioso.
E l’anima tornerà ad affidare il passato alla Misericordia del Bambino e della Madre che abbiamo implorato in ginocchio davanti alla grotta di Betlemme e vorrà consegnare il futuro che drammaticamente sopraggiunge alla Provvidenza sapiente, potente e amorevole di Dio che guida e custodisce la storia.
Così potrà tornare a battere il cuore vero del nostro Paese, da tempo colpito da un infarto devastante che ne ha sfibrato la vitalità e ne ha depotenziato la capacità di camminare nei tempi faticosi della prova.
Sarà fermato l’avanzare della tragica “super-ideologia dell’irreligione” che nega, in nome dell’umanesimo assoluto e perverso, la presenza e l’azione del divino nella storia. E sarà colmato il deficit di Verità, di Libertà e di Amore che ora ci rende sempre più sventurati e infelici.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1 del 16/1/2015)

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