La gioia della Speranza

con Davide Nava

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Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo!
Terra nostra bella e avvelenata! Anche nel Sannio
Da San Pompilio a Papa Orsini: Amerò sempre
Il Cappellano di Garibaldi a Benevento
L'Italia infeconda e la differenza maschio - femmina
"Il potere che frena" di Massimo Cacciari e l'annuncio della "fine dei tempi"
Giulio Andreotti: un popolano cattolico romano principe della democrazia italiana

L'urgenza di uscire dalla palude
La Missione profetica di Benedetto XVI non è ancora finita
La Politica tra "corruzione sistemica" e progressismo anti-cristiano
Agenda 2013, difendere la natura umana!


Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo!

Siamo agli ultimi giorni dell’anno e il Natale stenta a far sentire il suo richiamo di gioia, di pace e di amore.
Distratti ancora da mille frivolezze e pur travolti da infinite preoccupazioni, l’ansia ci spegne nel cuore la gioiosa confidenza nel Bambinello che viene. Sono sempre più miseri i segni, i messaggi, gli inviti, i canti, i suoni che rievocano e rinnovano la grande Tradizione del Figlio disceso dal Cielo per noi uomini e per la nostra salvezza.
Con i nostri piccoli non viviamo più l’attesa e la tenerezza del Mistero: le immagini della Vergine Madre, di Giuseppe, del bue e l’asinello, dei Pastori, degli Angeli, dei Re Magi non risvegliano più la memoria stanca, non aprono le sensibilità e le intelligenze secolarizzate allo splendore e alla bellezza che irrompono dal Cielo per gli uomini di buona volontà. Dio, il Volto di Luce, la Parola di Vita, il Bacio d’Amore, non riesce a penetrare la barriera dura ed ostile, eretta dalla nostra libertà con l’orgogliosa presunzione della ragione, con la concupiscenza della carne, con la resa all’idolatria delle cose e del denaro.
La nostra terribile libertà rende impotente l’Onnipotente! Ora, nell’orizzonte del mondo, fattosi più oscuro e più minaccioso, la prossimità dell’anno nuovo non comunica sogni, stupore, fascino; gela le attese e le promesse e toglie il respiro alla speranza delle nuove generazioni; priva di ardimento e di entusiasmo gli impegni, le sollecitudini e i doveri di chi lavora; inasprisce il tormento di chi, emarginato, solo e infelice, finisce per non alzare più gli occhi al Cielo, ad inseguire nel dramma della storia il percorso della Stella.
Questa nostra umanità contemporanea, che pure, ancora conserva qualche relazione con Dio, non riesce ad amare il Piccolo “uomo-dio” condannato alla sconfitta e alla morte dalla cultura, dalla teologia, dalla politica e dalla giustizia del Suo e del nostro tempo. Il sapere, il potere e l’avere della mondializzazione hanno decretato l’esclusione del
Dio-bambino dalla storia della Terra!
E’ “follia”, è “scandalo” adorare, amare un Bambino destinato alla Croce!
La storia, dopo duemila anni dall’Incarnazione, appartiene ancora al potere di Cesare, alla violenza di Erode, alla giustizia di Pilato, al giudizio del Sinedrio, al prepotente dominio del “Denaro”.
L’Occidente cristiano non crede più. Ha reciso il Natale dalla Pasqua, il nascere dal risorgere, il tempo dall’Eterno, l’umano dal Divino. Non attende il grande Ritorno, non invoca più il Regno dell’Amore, non grida “Vieni, Signore Gesù!”
In attesa dell’Anticristo, il mondo Insipiente e folle, tra Apostasia e Tribolazione, attende la sua fine.
E intanto sopraggiunge anche l’orrore dell’“Eutanasia dei bambini” a rendere più completa e perversa l’offesa alla Vita.
Noi cattolici eravamo stati invitati, dalla premura pastorale di Benedetto XVI, alla “critica della modernità” e all’ “autocritica del Cristianesimo”.
La cultura politica, economica, giuridica, teologica, invece, continua a rispondere con l’Ideologia tenebrosa della commistione capitalistica e comunista, con l’azzardo ateistico e totalitario dell’auto-creazione e dell’auto-redenzione, con l’esecuzione della menzogna del dominio assoluto proposta da Satana, prima nell’Eden e, poi, nel deserto di Giuda al Figlio dell’uomo.
E’ il trionfo della Bestia con il rifiuto del Vangelo della Verità, della Libertà, dell’Amore; con la corruzione e il crollo del Matrimonio, della Famiglia e del Sacerdozio, fondamenta essenziali della Civiltà umana, della Civiltà dell’Amore.
Dobbiamo, allora, con i nostri bambini, tornare ad adorare il Bambino che salva, a pregare e ad amare l’Innocente e la Mamma Santissima, perché sia allontanata la catastrofe dagli scenari cupi del presente. E ritorni la Pace tra Cielo e Terra, tra tutti i popoli, nei nostri cuori! Ecco, nel gelo del mondo, dobbiamo tornare, tutti insieme, a cantare con gioia, con speranza, con fiducia, con gratitudine, con amore: Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo!
Auguri di Bene, di Gioia, di Pace, d’Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11 del 13/12/2013)


Terra nostra bella e avvelenata!
Anche nel Sannio

Sgomento, amarezza, indignazione, senso di smarrimento.
La fosca storia dell’infelice “Terra dei Fuochi” ci inquieta l’anima e ci aggredisce con l’orribile carica dei veleni che penetrano nelle viscere dell’ecosistema territoriale, nel tessuto meraviglioso e complesso degli esseri viventi della Madre Terra che “ne sustenta et governa”.
E’ ferita la bellezza; è sconvolta l’organicità e la potenza della vita naturale; ne viene alterata e corrotta la relazione fondamentale, essenziale con le comunità ivi insediate, offese nella loro esistenza, nel loro sviluppo e nel loro destino.
Una patologia perversa ha rotto, dopo la fine della Civiltà contadina, i legami filiali di appartenenza e gli equilibri delicati e profondi tra natura e società. Sono stati violentemente attaccati i processi biofisici, biochimici, morfologici e fisiologici della nostra terra, in spazi familiari e produttivi, in ambienti ridenti e suggestivi.
E’ stata fomentata, questa micidiale devastazione, dall’ignobile mercato dei rifiuti, anche di quelli tossici e radioattivi, dalla maligna intraprendenza affaristica di squallide agenzie camorristiche, dalla colpevole inerzia delle istituzioni non più attente e attive nel controllo e nella custodia dei territori. Ma anche dalla accidia e dalla insipienza di tutti noi, travolti dalla logica forsennata del consumismo, che corrode anche il bene della terra. E noi, non più pronti, perciò, a cogliere con sensibilità e tempestività i primi insulti all’ambiente, ci siamo lasciati avvolgere ed assediare sempre più dall’invadenza senza misura dell’immondizia, dall’assalto puteolente della sporcizia, dalla letale virulenza dei rifiuti tossici.
La natura, sconsacrata dall’offesa sacrilega, geme nel suo martirio di corruzione e di morte.
Finalmente per la decisa testimonianza evangelica di un Sacerdote coraggioso, Padre Maurizio Patriciello parroco di Caivano, e per la mobilitazione tenace e dolente delle cittadinanze coinvolte, si va delineando una più forte ed efficace capacità di risposta alla sciagurata e torbida rete di abusi, di truffe, di falsità, di riciclaggio, di favoreggiamento, di omissioni. In questa infamia è precipitato “il Servizio di smaltimento” che, da presidio della salute, si è trasformato in micidiale generatore di malattie e di morte.
Forse l’avvio, se e quando ci sarà, del sistema di tracciabilità dei “rifiuti pericolosi” potrà arrestare le scorribande notturne di carichi di scorie velenose che, anche sulle colline del Fortore e dell’Alto Sannio, raggiungono siti occulti, resi accessibili e vulnerabili da delinquenziali connivenze e complicità.
Da tempo, anche nel Sannio, sono diffuse voci inquietanti su strane, oscure operazioni di interramento certamente illegali.
E’ divenuto perciò urgente e necessario che con una ferma azione degli Amministratori locali, responsabili primari della sicurezza territoriale e della salute dei cittadini, sia messa in atto una seria ricognizione degli ambienti sui quali è scattato il sospetto dell’aggressione e, verificata l’insidia criminale, venga programmato l’intervento di risanamento e di bonifica dei terreni degradati.
La spaventosa dichiarazione, a lungo segregata, del boss della camorra Carmine Schiavone sul colossale, inaudito crimine di avvelenamento ambientale, è un richiamo paradossale e clamoroso alla coscienza e alla responsabilità di tutti.
Non possiamo consentirci più sordità e indifferenza se non vogliamo rendere irreparabile il danno e rinunciare per sempre a una agricoltura pulita.
Abbiamo tutti il dovere di lasciare alle nuove generazioni ancor viva, generosa e fedele questa nostra povera terra, per troppo tempo da noi martoriata, violentata e oppressa.
Non sono inutili gli allarmi: mobilitano coscienze intorpidite, risvegliano intelligenze distratte, aprono alla speranza cuori afferrati dalla paura.
I richiami possono dissolvere, o almeno indebolire e contenere, cinismi, ipocrisie e menzogne nei luoghi del potere spesso cieco, sordo ed inerte.
Gli avvertimenti possono rianimare e sospingere le comunità alla lotta per difendere il diritto alla vita dell’Uomo e della Terra affidata alla custodia e all’amore di tutti noi.
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("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10 del 15/11/2013)


Da San Pompilio a Papa Orsini
Amerò sempre

Diventa produttore cinematografico e regista. Mobilita quattrocento parrocchiani e li trasforma in una troupe di interpreti umili e intelligenti, una efficiente squadra di collaboratori generosi per uno spettacolo tenerissimo e avvincente.
Insieme all’intera comunità ecclesiale di Montecalvo Irpino, Don Teodoro Rapuano porta sugli schermi, in uno squarcio di storia del ‘700, la vita del Patrono, San Pompilio Maria Pirrotti, compagno e maestro dei vivi, confidente premuroso dei morti, missionario infaticabile e penitente del Cristo Crocifisso e Risorto, figlio e servo della Madre di Dio.
Del Santo irpino, il Parroco-regista aveva già avvicinato, con amorosa e costante sollecitudine, la straordinaria avventura umana e sacerdotale, raccogliendo, in un Museo organizzato nell’antico palazzo della famiglia Pirrotti, e, con finezza narrativa, nella biografia “Crisci santo”, le tracce, i segni, i ricordi, il destino.
In questo esordio sorprendente e temerario, il nostro regista-narratore-sceneggiatore si è mosso preparando, istruendo, guidando, entusiasmando i “suoi” attori nell’impresa ardua e complessa, corale testimonianza di una radicata e sentita appartenenza civile e religiosa.
E finalmente questa straordinaria, commovente lezione di vita, di servizio e di santità viene sottratta alla marginalità cognitiva e diventa “documento filmico”, popolare comunicazione storiografica ed artistica di una altissima, eroica identità umana e cristiana che, pur lontana da questo nostro tempo, segnala una singolare, attuale e vivace contemporaneità. E rilancia dentro il nostro presente, reso inabitabile alla sacralità del vero, del buono e del bello e perciò chiuso alla necessità della Redenzione e della Salvezza, la pro-vocazione urgentissima di una testimonianza forte di Fede, di Speranza e di Amore. Da venerare, da accogliere, da supplicare! Da seguire e imitare, perché dentro il cuore del Sacerdozio e del laicato cattolico, attraversati rovinosamente dalla crisi della Verità e dall’insidia demoniaca del disumano, rinasca il desiderio vittorioso di purificazione e di pietà.
Il Cardinale Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ed anche Mons. Celli del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, dovrebbero visionare questo film bellissimo per proporlo a modello di una “pastorale popolare”, di un’azione culturale sorgente dal basso, dalla tradizione rammemorata di una comunità, dalla ricerca delle sue radici e dei suoi protagonisti, per rinnovare le condizioni e le motivazioni del ritorno alla Fede.
Questo è il tempo che esige di ripristinare il contatto, sempre più interrotto, tra memoria ed attesa, tra passato e presente, tra genealogia e nuove generazioni; di ravvivare la tensione tra il tempo e l’eterno in una civiltà tutta chiusa nel labirinto della violenza e della morte; di risvegliare la coscienza contemporanea, ora sviata e infelice, perduta in avventure insensate e rischiose.
Ecco perché dal richiamo suggestivo, e felicemente sperimentato, alla riscoperta di un Cattolicesimo sacerdotale, eroico, sorgente di profonda spiritualità e di documentata storicità, viene ora la prova della continuità, con un nuovo appuntamento con la vita, con la storia, con la santità.
Ora che la Chiesa, nel riavviare, dopo oltre duecentocinquanta anni, il processo di Beatificazione di Papa Orsini, Benedetto XIII, richiama l’attenzione storica e la sensibilità popolare su uno dei più grandi Pastori della Chiesa beneventana, sarebbe meraviglioso poter rivisitare e rappresentare i luoghi, le radici, l’umiltà della potenza pastorale, il coraggio della vocazione, la fortezza e lo stile della sua eroica testimonianza sacerdotale, episcopale e pontificia.
A don Teodoro bisogna rivolgere ora la sfida di ritornare dietro la macchina da presa, per offrire alla Chiesa e a tutti noi un altro splendido dono di sapienza culturale, artistica e organizzativa.
Le Diocesi di Benevento e di Gravina di Puglia, la sua città natale, dovrebbero accompagnare la nuova impresa di riconoscenza e di gratitudine al Venerabile Vincenzo Maria Orsini con la speranza di venerarlo presto sugli altari e nelle chiese dove ancora si conservano i segni della sua presenza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9 del 18/10/2013)


Un nuovo lavoro di Angelo Fuschetto
Il Cappellano di Garibaldi a Benevento

Ancora una volta ci raggiunge una splendida sorpresa editoriale, narrativa e iconografica di Angelo Fuschetto, straordinario ricercatore di tracce storiografiche, che sa frugare con perizia negli scenari sociali e culturali del Fortore e della nostra Civiltà meridionale.
Ci consegna la “cronaca risorgimentale”, drammatica e tesa , di tre giorni di vita beneventana ? il 26, 27, 28 settembre 1860 ? e il profilo di uno strano personaggio, fra’ Giovanni Pantaleo, “il cappellano di Garibaldi”.
Il 3 settembre di quell’anno fatidico, dopo otto secoli, si era chiusa la storia di Benevento città pontificia e iniziava la vicenda della “Provincia sannita”, che, dopo 150 anni, in questi mesi complicati, inquieti e difficili, sembra concludersi con scarsi rimpianti e senza molta nostalgia.
La soppressione istituzionale delle circoscrizioni territoriali del Regno sabaudo prima e della Repubblica poi consente, ora, di guardare senza pregiudizio a quegli eventi e di giudicarli e di custodirli senza retorica e senza ipocrisia.
Al centro della narrazione a più voci di Angelo Fuschetto, c’è l’incontro doloroso e drammatico tra il frate siciliano e l’Arcivescovo.
Il Cardinale Carafa è la potestà spirituale che presiede il culto liturgico e sacramentale della Chiesa, a servizio del popolo di Dio. Dopo la cacciata del Delegato Apostolico, senza sostegno politico-militare, privo di solidarietà popolare, viene isolato e abbandonato dalla borghesia cattolica intimidita e opportunisticamente silenziosa ed assente.
Fra’ Giovanni Pantaleo, invece, è il nuovo potere che si propone con la protervia della rivoluzione e l’arroganza fascinosa di un’autorappresentazione teatralizzante: la tonaca e la camicia rossa, il Crocifisso con la sciabola e la pistola. Egli avanza la pretesa di predicare al popolo, in Cattedrale, in nome della rivoluzione garibaldina e savoiarda.
Il Cardinale, invece, gli intima di togliersi dal petto il Crocifisso insultato dalla “compagnia di armi omicide”. Egli, umiliato e severo, è la Chiesa di Gesù Cristo ferita dall’attacco eretico e scismatico dell’apostasia rivoluzionaria e progressista, giacobina e massonica del frate garibaldino.
E’ lo scontro tra due idee, tra due progetti, tra due prospettive di Nazione.
Prevarrà, allora,attraverso la sopraffazione e l’emarginazione della Chiesa, con la tragica repressione militare della reazione popolare, e con la subordinazione e lo sfruttamento delle risorse umane, finanziarie ed economiche meridionali, l’ideologia statalista, liberal-massonica della “Conquista del Sud”.
L’esibizione spericolata dell’effervescenza anti-ecclesiastica di fra’ Pantaleo si pone a servizio di una logica che va al di là della finalità unitaria del processo politico-istituzionale. Essa è diretta a neutralizzare e ad azzerare, dopo la conclusione del potere temporale, anche la potestà spirituale del governo della Diocesi di San Gennaro e di Papa Orsini.
Angelo Fuschetto riporta la vivida annotazione diaristica del Cardinale: “ … il mattino del 27 furono aperte con violenza le porte della Chiesa metropolitana, sforzato l’uscio del campanile, e, al suono festivo del campanone, invitato il popolo ad ascoltare le virulenti ed empie parole di un apostata sciagurato, che, sprezzando ogni mio divieto, volle dare più volte l’infelice spettacolo delle sue aberrazioni”.
Il 28 settembre, su iniziativa di fra’ Pantaleo, il Cardinale Carafa è costretto, manu militari, ad abbandonare l’Episcopio, “mentre una turba aizzata da qualche facinoroso rumoreggiava intorno al palazzo”.
Nasceva così, non solo con la soppressione del “potere temporale” di Pio IX nella città pontificia, ma anche con la sospensione della giurisdizione religiosa e l’allontanamento del suo vertice ecclesiastico, la provincia di Benevento.
L’Unità d’Italia si realizzava anche su una strategia di rottura tra Dio e Cesare, in un disegno di espropriazione culturale, civile e spirituale, con l’offesa dell’anima popolare e religiosa che era stata alimentata dalla tradizione vigorosa e profonda del Cattolicesimo.
Giovanni Spadolini, un secolo dopo, affermerà: “Cavour volle fissare e delimitare le competenze specifiche della Chiesa nel suo magistero ecclesiastico, escludendola dalla società civile, dal mondo della politica, dall’istruzione, dalla scienza dove il dominio incondizionato sarebbe stato quello dello Stato e dello Stato soltanto”.
Di quella strategia politica l’aggressione di fra’ Pantaleo alla massima autorità spirituale della Chiesa nel Sannio era un segnale minaccioso e drammatico.
Questo bel lavoro del nostro Angelo Fuschetto va letto con gratitudine per l'Autore e con sapiente attenzione ai processi della storia, animati sempre nella pluralità, varietà e complessità degli eventi, dalla formidabile lotta della Verità, della Libertà e dell'Amore.
San Giovanni Bosco aveva scritto nel pieno della fase risorgimentale: “L'unica vera lotta della storia è quella pro o contro la Chiesa cattolica”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8 del 13/9/2013)


L’Italia infeconda
e la differenza maschio - femmina

La Corte Suprema degli Stati Uniti ancora una volta ha alterato il destino costituzionale e vitale della Nazione americana e ha dato una accelerazione poderosa al processo di rottura e di disgregazione della Civiltà occidentale e planetaria.
In nome della Libertà!
Nel 1973, introducendo, con la sentenza “Roe contro Wade”, la legalizzazione dell’aborto, ha affermato il diritto di uccidere nel grembo materno il germoglio nascente della vita umana.
Ora, dichiarando incostituzionale parte del “Defense of Marriage Act”, sancisce che il matrimonio non è più unione esclusiva fra uomo e donna. E Barack Obama esulta: “Ora siamo tutti più liberi!”
Invece i Vescovi cattolici dolorosamente dichiarano: “Giorno tragico per il matrimonio e la nazione!”
L’opposizione, pur vigorosa e decisa, con il riferimento alla natura, alla tradizione e alle istituzioni, non è riuscita a contrastare e a resistere all’incalzante dinamica anche mediatica del “matrimonio gay”.
Viene così abolita la differenza di genere fra le creature umane. Mentre, da sempre, dal Creatore della vita e dell’universo è stata affidata alla potenza generativa dell’uomo, maschio e femmina, il ruolo fondamentale della procreazione e della continuità generazionale.
Ora trionfa la logica radicale e orgogliosa della trasgressione che offende il progetto coniugale e ferisce la sostanza irriducibile della femminilità e della mascolinità, della maternità e della paternità. E la filialità, scommessa feconda d’amore e speranza sconfinata dell’umana avventura, viene sempre più consegnata all’obbligatoria egemonia post-umana delle biotecnologie e al sogno insipiente di un’immortalità senza anima e senza amore.
E’ la “cultura della morte” a devastare le radici dell’umano, ad avvelenarne le sorgenti, a distruggerne il destino: la Vita ( il diritto alla vita e la realtà della vita) non è più il generatore metafisico della nostra vicenda storica. Il virus della decomposizione vi è penetrato con un programma suicida di annientamento. Ha attaccato il principio della complementarietà duale, fisica, psicologica e spirituale, dell’ uomo e della donna, da cui unicamente si origina la concreta, positiva e feconda condizione dell’esistenza per la trasmissione della vita, della libertà e dell’amore nel dinamico equilibrio culturale e sociale dell’umana convivenza.
In contrasto profondo con il paradigma del “maschio e femmina”, la rivoluzione post-moderna, nell’estremo aggressione alla legge naturale, alla norma morale, alla tradizione, sta, infine, abbattendo la comunità familiare su cui si è costituito da sempre il processo di civilizzazione. E’ finita per prevalere una tendenza torbida, rovinosa e distruttiva che si alimenta di una cultura capricciosa, anomica e dissacrante, sospinta dalle pulsioni egocentriche degli istinti animali, esibita con le rappresentazioni mediatiche e spettacolari del disordine civile e morale.
A conclusione della rivoluzione culturale, centrata sull’io e non su Dio, finita nel naufragio della post-modernità sregolata e dissoluta, i figli restano senza padri e senza madri, senza tutele e senza cure, senza ideali e senza speranza, in un deserto arido e sterile.
Il matrimonio era stato già sfidato, provato e devastato dal divorzio di massa e dall’interruzione omicida della vita nascente. Ora, nel suo spazio sregolato e confuso può ormai entrare di tutto, perché con l’ “ibrido omo-lesbico” in esso non c’è più autoregolazione né misura né significato né senso.
Dopo la Spagna di Zapatero, anche la Francia di Hollande ha legalizzato la “liberazione gay” e ha accolto la spinta di una ideologia eversiva e trasgressiva, e ne ha preteso la normalizzazione pubblica e istituzionale.
All’Italia spetta il compito arduo, ma non impossibile, di non cedere alla mistificazione rovinosa e di non lasciarsi condizionare, contro il senso comune e il buon senso, dal modello di una società devirilizzata, indifferenziata ed egalitaria.
Negli scenari cupi e tristi della durissima crisi che mortifica la voglia di futuro e avvilisce le energie dell’intelligenza e del lavoro dei giovani, è l’ora di reagire con un supplemento di coraggio e di entusiasmo per tornare a crescere, a vivere, a scommettere sull’avvenire.
Prima bisogna recedere da convincimenti disordinati e confusi, dalle seduzioni di iniziative sconsiderate e di orgogliose pretese giuridiche, che trascinano verso il naufragio epocale l’intera specie umana.
Solo dentro l’orizzonte della natura, della vita e della legge dell’amore vero, fedele e fecondo, potremo rintraccia

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7 del 12/7/2013)


“Il potere che frena” di Massimo Cacciari
e l’annuncio della “fine dei tempi”

Questa complessa, formidabile ricerca di Cacciari inquieta, presagisce, interroga: scatena una tensione e uno sgomento nell’ intelligenza della storia della libertà e convoca l’“io”, nudo davanti al compimento? il Dies irae? apocalittico-escatologico della “vita del mondo” che c’è e che verrà.
Dall’inizio dei tempi fino alla fine, la creatura umana vive la sua storia per rispondere a una sfida decisiva: salvare o perdere la sua destinazione divina. E’ il dramma di un aut-aut che apre l’accesso al Regnum Dei e che può chiuderlo con una decisione tragica di rifiuto e di morte.
Ora, all’inizio del III Millennio, l’energia della Civiltà cristiana? la sua Religione, la sua politica, la sua cultura, la sua economia? sembra prigioniera dei tempi della Apostasia e dell’Anomia. La potenza della “secolarizzazione”, nell’accelerazione dello sviamento dell’Umanesimo dalla condizione “cristocentrica” alla sua dissoluzione, con l’impeto dell’illuminismo, del positivismo, del marxismo, delle loro variabili socio-culturali e politiche, dei loro esperimenti totalitari, ha trascinato l’Ethos globale tutto dentro lo “spirito del mondo”. I poteri del Sacerdotium e quelli dell’Imperium non sono più collegati dall’equilibrio “duale” del reciproco riconoscimento, non sono più sostenuti dalla logica della mediazione, della moderazione, del compromesso. La sovranità del popolo democratico dell’Occidente, irretito nel labirinto dell’auto-idolatria della “ragione”, della “carne” e del “denaro”, non riconosce più un riferimento, un’ispirazione, una finalità che la trascenda e che sottragga l’io e le istituzioni del mondo alla potenza compatta della diabolica libido dominandi e alla presa totalitaria del mercato.
Con la progressiva neutralizzazione del teologale legame trinitario? Fede Speranza Carità? la Modernità, lontana ormai dalle sue radici e dalla direzione cristiana, ha rotto il rapporto biunivoco tra Ragione e Fede, tra Storia e Speranza, tra Vita e Carità, inaridendo nell’intimità antropologica la passione primordiale della Verità, della Libertà e dell’Amore.
L’identità umana? Imago Dei? subisce così l’espropiazione di “sé”, l’alienazione del “dono divino” e accoglie, quindi, la spinta di una seduzione piena e irresistibile che travolge la tenuta cognitiva, affettiva e relazionale della persona nel rapporto fondativo con se stessa, con gli altri, con la natura, con la realtà, con Dio. La negazione del peccato e il fascino degli anti-Comandamenti convincono i Cristiani all’infedeltà, a recedere dall’amore e dall’obbedienza alla Chiesa evangelica, povera, casta e misericordiosa, anzi a rovesciare la configurazione dogmatica, sacramentale, morale, etico-sociale, per reinterpretarne Tradizione, Rivelazione e Magistero con l’esercizio esclusivo della ragione dominante nel tempo senza “oltre”.
L’irruzione dell’Anticristo negli scenari della storia degli “ultimi tempi” non può avvenire prima che l’altra figura apocalittica, il “Falso Profeta”, possa predisporre le condizioni favorevoli all’accoglienza, al riconoscimento e al trionfo della sua figura pseudo-divina, del suo ruolo mistificatorio, del suo dominio planetario. Sono due le Bestie apocalittiche a guidare gli eventi nella sfida atroce dell’orgoglio satanico.
Allora l'“impedimento” -il Katechon su cui riflette profondamente Cacciari- che trattiene, arresta, frena nel percorso della storia la manifestazione anticristica e sposta fino alla fine la Parusia, è dentro la potenza spirituale del Pastor et Nauta, nella sua irriducibilità e nella sua fermezza nell'Amore della Verità per la salvezza dell'uomo.
L'Ecclesia militante, nell'appartenenza al Fiat Voluntas Tua, crede, spera e ama vivendo nella “città terrena” e, ricevendo da questa anche l'energia dia-bolica della divisione, può acconsentire all'insidia dell'orgoglio che allontana dalla “Via Verità Vita” e altera la stessa promessa-attesa dell'appuntamento apocalittico-escatologico con la sostituzione dell'io a Dio, del “figlio della perdizione” al Cristo.
L'Ora dell'Anticristo, imminente da duemila anni, s'introduce subdolamente nell'orizzonte della vita e della storia, quando la rottura della “forma ecclesiastica” scompone la dimensione giurisdizionale, amministrativa e burocratica da quella mistico-profetica e sacramentale. Allora la vicenda ecclesiale frana nell'Apostasia radicale ed universale, si corrompe nell'inconsistenza, nella decostruzione e nello sradicamento della tradizione e nella teatralizzazione planetaria di un nuovo “culto” di violenta e insensata auto-idolatria. Ma sono abbreviati, anche se carichi di tragedia universale, i giorni tenebrosi dell'Anticristo. Sopraggiunge improvvisa la Parusia vittoriosa del nostro Signore Gesù Cristo!
C'è una straordinaria convergenza tra la filosofia politica del “potere che frena” e la profezia di Fatima del 1917 del “Mio Cuore trionferà!” Questi due percorsi - di ragione e di fede - insieme possono aprire l'orizzonte della storia alla grande Speranza che sconfigge con l'Amore “la fine perversa di tutte le cose”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6 del 14/6/2013)


Un popolano cattolico romano principe della democrazia italiana
Giulio Andreotti

Biografia complessa, intensa, straordinaria, anche drammatica. Giulio Andreotti è protagonista della storia politica, culturale ed ecclesiale del Paese e perfino di quella giudiziaria. Quasi ad identificarsi con l’autobiografia della Nazione, dalla costruzione del nuovo ordine costituzionale fino al tramonto opaco e convulso di questo presente, in cui non sembra reggere più l’impianto costitutivo dell’identità democratica nel sostenere equilibri di sviluppo civile, sociale ed economico.
La “presenza” di Andreotti resta ancora sulla frontiera della dialettica ideologica e della controversia storiografica, tra valutazioni e interpretazioni più misurate e prudenti ed altre più avverse e aggressive, eco delle lotte e delle miserie che attraversano il concreto divenire dell’esistenza e l’esperienza pubblica, aspra e combattiva dell’esercizio del potere.
Nella dinamica intrigata delle relazioni interne alla Democrazia Cristiana e dei suoi rapporti con la vicenda complessiva del Paese, Giulio Andreotti mostra compiutamente la sua “arte di maestro della politica”. Con una capacità unica di giocare un ruolo primario, attento, realistico, flessibile, moderato, quasi sempre decisivo in tutte le fasi della storia democristiana. Sia in quella iniziale quando accompagna la grandiosa impresa di governo di Alcide De Gasperi nella ricostruzione della Nazione e dello Stato del Popolo italiano, sia quando assiste e partecipa, in modi diversi e in ruoli sempre rilevanti, allo svolgersi delle iniziative, delle scelte, delle alleanze della vita politica e delle decisioni di governo sul terreno interno e internazionale. E si muove, sempre, senza esibizioni ideologiche e cadute retoriche, con la misura di una comunicazione linguistica concreta, a volte ironica, capace di sostenere brillantemente la scena anche mediatica.
La capacità nell’“arte di governo” è straordinaria: c’è sempre Andreotti nella fase fanfaniana, dorotea, morotea come in quella craxiana della realtà parlamentare e politica. E c’è, in una condizione difficilissima, al governo di una situazione tremenda in quel micidiale 16 marzo del 1978, quando Aldo Moro, “la mente sovrana” che custodisce e compone l’intelligenza degli avvenimenti italiani, viene sospinto da una violenza estrema e scellerata in un dolorosissimo destino di martirio.
Ed è in questo passaggio traumatico che trionfa “la cultura della morte” con l’introduzione della “legislazione sull’aborto”. Si consuma così il distacco tra la tradizione cattolica popolare, fondata sul Bene comune e il processo di modernizzazione guidato dall’esercizio esclusivo della ragione economica e finanziaria, segnando il fallimento della modernità con la dissoluzione nichilistica dei valori della vita, della libertà e dell’amore.
Giulio Andreotti continua ad intervenire con realismo nei mutabili scenari della politica e il suo posizionarsi rispetto all’evoluzione degli eventi viene delineato senza manicheismi, gestito senza arroganza, orientato sempre a conservare le dimensioni e la sensibilità della tradizione cattolica.
Nella laicità positiva di Andreotti è valorizzato al massimo il rispetto per il Papato, il legame con il Vaticano, l’attitudine al servizio e all’ascolto delle condizioni difficili e marginali.
“Il villaggio dei Ragazzi” di Maddaloni, la direzione della rivista “30 Giorni”, i rapporti con “Comunione e Liberazione”, la partecipazione agli eventi di solidarietà, il dialogo con i protagonisti della vicenda spirituale e religiosa del mondo, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa, la difesa della famiglia e della centralità del matrimonio, sono segni di una testimonianza profondamente cristiana.
Non sono valsi a distruggere l’immagine di statista e l’identità di “uomo buono” i processi per mafia e le accuse di cinismo, di perfidia e di doppiezza.
Per oltre un decennio, nelle sedi giudiziarie, affronta l'insidia di temibili e pesanti impianti accusatori che potrebbero sconvolgere le ragioni etiche, esistenziali e politiche di una esperienza gettata nella rappresentazione perversa dell'infamia e del demoniaco. Egli regge alla prova con le risorse vive e forti della fede, senza che l'onda violenta del giustizialismo e del moralismo possa travolgere la dignità e la grandezza del suo agire e del suo patire.
Nella nostra storia il ricordo di Giulio Andreotti deve essere segnato dalla riconoscenza e dalla gratitudine.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5 del 17/5/2013)


Grillo Bersani Berlusconi
L’urgenza di uscire dalla palude

Scenari confusi ed oscuri della politica, debito pubblico, recessione e devastazione del tessuto produttivo, capestro fiscale con evasioni scandalose, blocco creditizio. Si accelera la demoralizzazione del Paese e crescono l’ansia, la depressione e la paura nel cuore infelice della società civile.
Sembra che stia per raggiungerci il tempo della decomposizione dell’organizzazione civile e istituzionale: c’è allarme per la difficoltà di comporre una linea strategica che possa almeno resistere alle tensioni autodistruttive ad evitare lo sfascio.
Non c’è più una “ragione politica” unitaria nel nostro Paese. Una ragione che sia riferimento sostanziale di una sovranità democratica sperimentata a livello culturale, etico e sociale. Il patto costituzionale è ormai sfilacciato e frantumato: esistono idee diverse e conflittuali sull’identità, il ruolo e le finalità della realtà nazionale e sulla sua relazione con l’Europa ed il mondo. Il Bene comune non viene più declinato sulla condizione più difficile e fragile della società italiana, ma sulla misura finanziaria degli equilibri socio-economici e della tenuta dell’Euro ormai sottratto al potere dei popoli e alla sovranità statale.
L’impotenza relazionale tra le forze parlamentari indica la gravità della paralisi progettuale e della debolezza delle strutture istituzionali e gestionali del Paese. Prevalgono, con virulenza e cinismo, enormi interessi di parte ed equivoche miopie ideologiche. E, a fronte della enormità dei problemi che richiedono interventi straordinari, manca una presa di coscienza forte e condivisa che richiami tutti all’emergenza e alla solidarietà.
Il deficit di realismo è preoccupante: non c’è una lettura comune dell’indebolimento e del travaglio della vita nel suo generarsi negli spazi sofferenti della famiglia, dell’educazione e del lavoro. Anzi si fa più arrogante e oppressiva la prassi del dominio finanziario, mentre con un sempre più vasto disagio sociale si diffonde la condizione della povertà e dell’emarginazione.
L’exploit di Grillo, nato dall’incontro di una raffinata e sperimentata capacità di penetrazione mediatica e di mobilitazione popolare e da una efficacissima critica delle articolazioni clientelari e corruttive del sistema politico-economico-finanziario, si è realizzato con una “presa di distanza” dalle forme istituzionali e burocratiche della complessa vicenda europea e con una tensione volontaristica di recupero delle risorse culturali delle nuove generazioni. Ma, con la completa rottura dalla tradizione politica e amministrativa e con l’esigenza di un rinnovamento radicale realizzabile con l’esercizio esclusivo della funzione politica il “Movimento 5 Stelle” si è chiuso in un circuito di incompatibilità e di solitudine in attesa della palingenesi con l’annunciata estinzione delle altre forze politiche.
Nel Partito Democratico dopo la vittoria-sconfitta elettorale è prevalsa finora una strategia di orgoglioso isolamento, alimentata e condizionata dalla spina del grillismo da una parte e dalla indisponibilità a negoziare una relazione con Berlusconi dall’altra.
Il PDL invece si è mosso su una linea di affidamento e di alleanza necessaria per assicurare al Paese una prospettiva di governabilità per rispondere alla gravità della situazione politico-parlamentare ed economico-finanziaria.
Certamente “il tempo stringe”. Non c’è più spazio per sfuggire al peso delle questioni essenziali e per diluirle su tempi più lunghi. Il Paese muore! Forse l’euro si dissolve; il modello economico globalizzato non concede più condizioni possibili per uscire dalla depressione e dalla crisi; avanza funesta e tragica la dittatura sovrana del denaro e dei suoi anonimi detentori che chiede il conto ai Paesi più indebitati e più deboli dell’Eurozona.
Occorre allora disporsi con tutte le forze disponibili, politiche, sociali, economiche e religiose a reggere una condizione difficilissima e severa in cui le persone, le famiglie, i gruppi sociali sono esposti a rischi enormi e a sfide cruciali per la sopravvivenza.
Bisogna prepararsi velocemente a un passaggio di diffusa sofferenza nelle comunità locali e nei quartieri urbani per organizzare una rete di protezione e dinamiche di solidarietà. Solo dal basso, in una logica di reciprocità orizzontale, si ricostruiscono positive ed efficaci condizioni di aiuto, di sostegno, di cura, di soccorso. Sarà pure spettacolare e di grande impatto mediatico l’urlo dirompente di protesta e di rabbia lanciato contro le rappresentanze istituzionali, ma risulta inutile, anzi dannoso: non si esce così dalla tragedia di un sistema che vacilla e che crolla.
E’ invece necessario il ricorso al cuore, alla capacità di incontrare il prossimo perché gli sia assicurato il diritto alla vita, il respiro della speranza, un legame di fraternità.
Molto spesso la protesta, non solo quando è intreccio di condanna, d’insulto e di offesa, è segno di moralismo. Con essa si copre e si giustifica il personale deficit di compassione e di amore e di responsabilità.
Questo è il momento di chiedere soprattutto a se stessi, e non tanto agli altri, il dovere di risvegliare la propria attenzione sul volto ferito di chi incontriamo sul nostro cammino. E’ l’ora della testimonianza, ed ognuno, con l’aiuto di Dio, deve essere pronto ad offrirla con coraggio e umiltà.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4 del 19/4/2013)


La Missione profetica di Benedetto XVI non è ancora finita

L’allontanarsi, semplice e solenne, di Benedetto XVI dal Soglio Pontificio è un segno grandioso di Storia Sacra, un gesto mite e risoluto, un evento apocalittico che inquieta l’anima del mondo e rivela il segreto profondo e drammatico degli “ultimi tempi”. Annuncia l’epocale resa dei conti tra l’amore e il disprezzo nella “città dell’uomo”, penetra nel legame di Sacerdotium e Imperium, rende visibile ed indifferibile l’aut-aut tra destinazione trascendente della storia umana e pretesa di un compimento immanente e mondano.
Con la sospensione dell’esercizio del Ministero Petrino cade l’impedimento, si scioglie il vincolo del Katéchon, viene tolto di mezzo chi trattiene il cupo manifestarsi del Mysterium Iniquitatis con il tragico irrompere del “figlio della perdizione” per la conquista del mondo.
Sembra un doloroso e traumatico atto di debolezza, di sconfitta, di resa, la rinuncia alla Sovranità umano-divina del Pontefice di Roma. Invece, è l’ultimatum all’Occidente nichilista e scristianizzato; è la risposta dell’umiltà alla forza proterva del mondo globalizzato; è la cura estrema e dolorosa al fermento ribelle, insano e insolente che cova da tempo nel corpo stesso della Chiesa.
E’ iniziata così, con la Passione della Chiesa e del suo Papa, il Getsemani della storia umana che, tra verità e inganno, tra bene e male, tra libertà e schiavitù, raggiunge ora il suo “punto-Omega” per un traguardo di vita o di morte, di risurrezione o di annientamento.
Siamo al redde rationem tra Vangelo e anti-Vangelo, tra Luce e tenebre, tra Regnum Dei e impero della Bestia. Siamo al capolinea del percorso iniziato nel Grembo di Maria di Nazareth con l’Incarnazione della Parola Eterna e Infinita nel Cuore di carne dell’umano irredento.
Sono stati tanti gli “avvertimenti della ragione”, tanti gli “ammonimenti della fede”, venuti dal Magistero possente, trasparente, luminoso di Papa Ratzinger! Di “autocritica della modernità” e, soprattutto, di “autocritica del Cristianesimo moderno”: la sporcizia, la corruzione, la doppiezza, l’ipocrisia, il mordersi e lo sbranarsi, le divisioni che deturpano il volto della Chiesa, le tentazioni del potere che strumentalizzano Dio per i propri interessi, …
Un Magistero profetico, questo di Benedetto XVI, carico di denuncia e di annuncio, di promessa e di attesa, di Speranza! Comunicato non con la veemenza di un linguaggio oracolare e irritante, ma con l’intonazione amicale, fraterna, con lo stile delicato di una paternità misericordiosa, confidente e tenerissima: “L’umanità si trova in bilico tra una precaria sopravvivenza e l’abisso dell’autodistruzione”.
Anche nel pensiero, nella parola e nell’agire dei “figli della Chiesa del Dio Vivente” sono penetrate, purtroppo, le categorie culturali, politiche, economiche dell’orgogliosa autorealizzazione mondana, dello sfrenato, spettacolare edonismo carnale, della competizione aggressiva ed omicida. Tutti vettori micidiali della destabilizzazione gravissima e distruttiva del patrimonio teologico e morale e dell’impianto di presenza e di testimonianza del Cattolicesimo. Ora, la grandiosa missione di Verità, di Libertà, di Amore e di Bellezza, custodita per due millenni con il Vangelo dal Papato romano, tra contraddizioni, fatiche, debolezze, tradimento, martirio, momenti difficili, viene trascinata davanti al giudizio di condanna della cultura-prassi contemporanea che, insipiente e blasfema, continua a gridare contro il Dio-Uomo: Crucifige!
Eccoci, nella Chiesa Eucaristica e Mariana, sull’ultimo crinale della storia, sul Golgota della morte e della Vita, tra gli abissi del male e della Salvezza. Sono in campo tutti i soggetti e gli strumenti della menzogna e dell’inganno, dell’infedeltà e della perfidia, della violenza e del terrore; già il virus dell’Anomos intellettuale, spirituale e morale corrode e corrompe le fibre intime del cuore e della storia.
Questo tempo del disordine e della confusione, abitato da una Civiltà ormai senza radici, senza regole e senza ideali, corre precipitosamente, per mancanza d’amore, verso la “fine perversa di tutte le cose”. Nella Spe Salvi, Papa Benedetto, nel riprendere l’indicazione clamorosa e terribile di Immanuel Kant, ammonisce l’umanità sul rischio incombente della rovina planetaria, affinché, recuperata la strategia creaturale della Speranza, ritorni, con il desiderio essenziale della preghiera, ad esercitare la compassione e la consolazione dell’essere-uomo con gli altri. E l’intelligenza purificata possa discernere la destinazione vera della storia, sottrarla con il pentimento al giudizio irrevocabile della Giustizia e affidarla alle Braccia paterne e al Cuore materno della Misericordia Divina.
Alla ragione offuscata ed esitante, sviata dietro le infami “idolatrie della ragione senza Fede, della carne senza Speranza e del denaro senza Carità”, Benedetto XVI porge, con la certezza che la Croce vincerà, l’invito premuroso a condividere, nelle prove difficili della “Grande Tribolazione” e tra le insidie minacciose dell’ “Apostasia”, la sua esperienza di silenzio, di penitenza e di preghiera.
Il suo ultimo Tweet : “Grazie per il vostro amore e il vostro sostegno. Possiate sperimentare sempre la gioia di mettere Cristo al centro della vostra vita!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3 del 15/3/2013)


La Politica tra “corruzione sistemica” e progressismo anti-cristiano

Dove va la “Politica”, oggi, nelle contrade dell’Occidente democratico, dentro l’orizzonte convulso della mondializzazione?
Non è facile leggere la complessità dei processi della modernizzazione, la variabilità dei ritmi di organizzazione capitalistica, la molteplicità contraddittoria delle analisi e delle valutazioni, gli indicatori di quantità e di qualità dello sviluppo. E non è semplice individuare, nella effervescenza scombinata dello spettacolo politico-mediatico, le linee strategiche e le direzioni essenziali dell’equilibrio istituzionale e sociale, della tenuta economica e finanziaria, della prospettiva positiva di futuro. Per fare i conti veri con la recessione, con la crisi, con i nostri guai e con le nostre paure.
La politica è il “luogo democratico” dove l’intelligenza di un popolo orienta la propria vicenda civile lungo percorsi indicati dalla cultura costituzionale, dentro un processo di civilizzazione tessuto con la vitalità della memoria e con la creatività delle aspirazioni e del progetto comune di Bene.
Ma, da oltre due secoli, dalla Rivoluzione francese in poi, il grandioso processo storico è segnato visibilmente da un confronto pervasivo e decisivo, giunto ora alla sua fase finale. La sua dialettica attraversa e prova la coscienza personale e penetra nella ricerca culturale e scientifica, nel cammino delle nazioni, nelle relazioni tra i popoli, nelle strutture stesse della statualità giuridica e nelle funzioni e nell’evoluzione degli apparati di servizio e dei sistemi di informazione, di comunicazione e di controllo. E’ la sfida del dominio mondano con la “legge del più forte”.
Nel secolo XX, la sperimentazione politica che più duramente ha reso pubblico, evidente, drammatico lo scontro con la tragedia mondiale di guerre tremende e distruttive, è quella dei regimi totalitari e criminali del Comunismo e del Nazismo, con l’offesa radicale alla condizione umana. La memoria delle vittime e dei carnefici è nel cuore della storia e parla con voce eterna dalla profondità della cattiveria dei nostri giorni.
Eppure ritornano, penetranti e persuasive, nella forma democratica, le seduzioni e le promesse dell’azzardo prometeico, dei non lontani annunci di auto-realizzazione umana, di inauditi progressi scientifici e domini tecnologici, di superamenti epocali dei limiti e delle dipendenze, di formidabili scommesse eugenetiche …
Infatti nel dibattito politico, le strategie civili, culturali, economiche sono tutte dentro le dinamiche della “secolarizzazione” spinte precipitosamente verso la completa deriva anticattolica.
Ma anche tra i cattolici, purtroppo, è penetrata forte e suadente la prospettiva progressista che fosse accettabile il “compromesso con il mondo” per decostruire il nascere, il vivere, il morire a abbatterne le istituzioni fondamentali e i principi, in nome della libertà dell’individuo.
Ma ora che la “posizione progressista”, anche in Italia, si è completamente piegata all’accettazione delle ragioni esclusive dell’evoluzione materiale, “l’ultima modernità” è divenuta auto-critica delle sue radici cristiane e lotta aperta e durissima contro i presupposti naturali e storici della Religione.
E la barbarie antiumana del XX secolo diventa ora democratica e progressista.
L’attacco all’identità naturale e alla famiglia, con la sovversione teorica, tecno-scientifica e pratica introdotta come conquista giuridica nei “parlamenti democratici” dell’Occidente, viene ancora dall’ideologia atea di Marx e di Comte, dagli entusiasmi progressisti e sanguinari dei totalitarismi e attraverso le sperimentazioni micidiali della bio-ingegneria medica, trionfa nella pratica abortiva ed eutanasica, si esalta nella vittoriosa avventura gay e si affida alle “bande di briganti” per la conquista del mondo.
Il “Nuovo Ordine Mondiale”, con la parola d’ordine che “è l’uomo a fare se stesso”, proclama il dovere e il diritto fondamentale di libertà: “Rifare l’umano!
Non basta più l’orgogliosa narrazione di sé, la mito-biografia della creatura elitaria, bisogna superare nella prassi i limiti e la dipendenza della creaturalità. E’ l’autocreazione dell’io nuovo, la radicale trasformazione culturale e psicofisica dell’umano, il punto di arrivo dell’autorivelazione storica dell’uomo a se stesso.
Il pensiero cattolico nella indicazione della “Dottrina sociale della Chiesa” perciò non può entrare più nel processo decisionale democratico.
Va sconfitto, emarginato, represso.
Anche in questo nostro appuntamento elettorale, celato per la perdita del senso della storia, è questo l’oggetto vero della contesa che i “dominatori di questo mondo” perfidamente perseguono.
La “corruzione sistemica”, infatti, non devasta solo i rapporti amministrativi e gestionali e i circuiti economici e finanziari. E’ penetrata con violenza distruttiva dentro il processo della civilizzazione occidentale, lacerando radici, tradizioni, ispirazioni e legami del patrimonio di fede e di cultura, di speranza e di storia, di ethos e di vita.
Noi, soprattutto se cattolici, dobbiamo con urgenza tornare a guardare la Storia e la Politica con “gli occhi di Dio”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2 del 15/2/2013)


Agenda 2013, difendere la natura umana!

Sembra ancora valido ed efficace il processo democratico. Che sia sempre più attivo e fervido il network della comunicazione politica ed elettorale con la generosa teatralizzazione mediatica della dialettica tra leader e tra opinion maker è evidente.
E, quindi, l’esercizio della libertà per orientare e promuovere l’equilibrio sociale ed istituzionale del Paese dovrebbe essere sicuramente garantito.
Eppure, oggi, la cultura politica, in cui si raccolgono le esigenze primarie della comunità e le sfide della vicenda contemporanea nella loro complessa drammaticità, è tutta concentrata dentro il circuito dei processi finanziari e materiali. Ma questi non sono più disciplinati nell’autonomia della statualità nazionale e, in gran parte, sfuggono ormai alla comprensione completa, al giudizio e al controllo dei cittadini, tutti investiti della sovranità costituzionale.
Nella cultura occidentale, sia europea che americana, si è insinuata la potenza corrosiva e distruttiva del nichilismo con l’ideologia tragica della rivoluzione antropologica che travolge la costituzione biologica, psicologica e morale dell’uomo.
Il pensiero e il vissuto degli uomini e delle donne del nostro paese sono attraversati dalla negazione radicale della natura umana, purtroppo consegnata al relativismo affettivo, cognitivo e relazionale.
E questa negazione sta diventando “pensiero unico” dell’Occidente: l’io perde la propria radice, rende arbitraria la propria identità sessuale e la stessa complementarietà di maschio e di femmina, rifiuta la finalità unitiva e procreativa, elimina la famiglia come forma sociale e istituzione fondamentale della convivenza. “Essere padre, madre, figlio” non è più l’esperienza fondativa della comunità e della sua continuità nella storia.
La Francia socialista di Hollande, già “figlia primogenita della Chiesa” e culla della ragione illuminista e rivoluzionaria, sta avviando il processo di eliminazione, anche linguistica e giuridica, della concezione primordiale della realtà familiare, del matrimonio tra maschio e femmina, del rapporto genitori-figli, travolgendo le dinamiche biologiche ed educative e sconvolgendo i rapporti affettivi e l’orizzonte stesso della vita e dell’amore.
Il francese Padre Daniel Bourgeois, in una predica forte e clamorosa, sostiene che sia “la mentalità socialista a incaricarsi di promuovere nella sfera della sessualità e dell’affettività una libertà individuale sostanzialmente illimitata, che i più selvaggi tra i liberisti non oserebbero mai accordare giustificandola con una legge”.
Ora, l’attacco micidiale e vastissimo che si sta dispiegando con una straordinaria disponibilità di risorse e di connivenze, in nome dei diritti individuali di libertà, incontra deboli resistenze. Il cedimento dell’impianto cattolico della società, lungo il percorso divorzio-aborto, sembra giungere al suo compimento.
Eppure questa drammatica questione sembra marginale nel confronto politico: nessuna forza politica la pone al centro della proposta programmatica e la propone alla riflessione e al giudizio etico e culturale della cittadinanza democratica.
I principi essenziali e non-negoziabili, Vita-Matrimonio-Educazione, sono consegnati all’indifferenza,  alla confusione e all’irrilevanza politica: segnali veramente preoccupanti della resa della cultura cristiana ed umanistica e della catastrofe della bimillenaria civilizzazione fondata sulla dignità dell’uomo, sull’inviolabilità della sua vita, della sua natura e del suo destino.
E’ urgente prendere posizione, è necessario riprendere coraggio per difendere l’uomo dalla perdita della sua relazione con l’essere.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1 del 18/1/2013)

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