La gioia della Speranza

con Davide Nava

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La crisi della democrazia, il modello cinese e il Natale di Gesù
Il dramma della libertà tra memoria e speranza nella Storia d’Italia di Ciriaco De Mita

Nelle “Cartoline” di Fuschetto la Donna del primo Novecento

Costruiamo insieme la Civiltà dell'Amore!

Un percorso di guerra nella crisi della politica e dell'economia
La grande crisi e il silenzio dei cattolici
I giorni della tempesta di Antonio Socci e l'Opera mistica di Maria Valtorta
Il sorriso di Melissa e i volti di Falcone e Borsellino
La tenuta del paese è a rischio
E’ possibile una nuova fase politica della Democrazia in Italia?

Auguri infiniti di Bene a Sua Santità

Dalla fantascienza alla profezia
La Famiglia italiana c'è!
Dobbiamo svegliarci!
Grandissimo Celentano!
La cultura politica e religiosa e la danza mortale delle Kessler
La sfida dell'ateismo all'indifferenza dei cattolici
L'avventura umana del 2012 e il ritorno urgente al Vangelo


La crisi della democrazia, il modello cinese e il Natale di Gesù

Chi non voglia rifugiarsi nella nicchia dell’indifferenza e nell’insipienza dell’ “ottimismo comunque”, può leggere nella complessa esperienza della realtà l’incessante degradarsi degli equilibri politici e il doloroso consumarsi dei valori essenziali che hanno sorretto e alimentato i processi democratici.
La storia, nella sua nudità, senza i bagliori effimeri delle vanità, delle illusioni e delle idolatrie, è davanti a noi ed esige da ognuno il realismo del giudizio e il coraggio delle risposte.
L’intelligenza della gente, quella più umile e sofferente, sente da tempo che la condizione umana, ai livelli della vicenda locale, nazionale, europea e mondiale, sempre più provata da sfide dure e devastanti, non dispone più di risorse, capacità e competenze di natura culturale e spirituale per reggere in questa “resa dei conti” della civilizzazione globale.
Con una straordinaria accelerazione della storia, si va delineando il compimento di un dominio mondiale assoluto, pervasivo, totalitario. La convivenza civile sta entrando tutta dentro la “rete di sapere-potere-avere” con la perdita incessante delle libertà e la dissoluzione delle ragioni del progresso.
Si può ancora sfuggire a questo appuntamento?
Ci sarà ancora spazio per una visione diversa delle istituzioni, per una concezione alternativa del senso del vivere, per una intuizione dell’autocoscienza che aspiri alla trascendenza e all’infinito?
Certamente la realizzazione del disegno di potenza e di dominio, in nome della sicurezza e della pace, richiede un controllo tecnocratico delle possibilità e delle libertà degli individui e dei popoli.
In questa strategia della mondializzazione sembrano convergere e unificarsi con i meccanismi del sistema finanziario globale le due grandiose spinte della modernizzazione già dialetticamente contrapposte nel corso del ventesimo secolo: capitalismo e comunismo.
Infatti gli ordinamenti costituzionali delle “democrazie” dell’Occidente sono sempre più piegati al processo di svuotamento istituzionale e, quindi, alla perdita di sovranità politica e di libertà culturale e religiosa. Mentre nei sistemi antidemocratici delle società asiatiche vengono accolti e praticati con crescente competitività gli schemi operativi, economici e finanziari dell’esperienza capitalistica dell’Occidente.
Il modello socio-politico-economico della Cina comunista già sembra proiettarsi con la dura evidenza, non più utopica, del “regno universale” e proporsi inesorabilmente come traguardo imminente di un imperialismo “effettuale”, accolto senza dissenso di inutili, inermi e impotenti minoranze. E, soprattutto, senza il limite del “segno di contraddizione” che possa infliggere all’immanenza storicista dei poteri di questo mondo lo scacco della trascendenza: “il Mio Regno non è di questo mondo!”
Ecco perché dobbiamo sentire l’urgenza di tornare alle domande fondamentali del vivere: per pensare, per dire, per organizzare un’esperienza personale e civile, politica e religiosa che sia veramente umana.
Umana e perciò anche divina, non ridotta alla misura della bestia, alla regola della corruzione e dell’avidità, al costume del disprezzo e della sopraffazione.
Siamo ormai al bivio: da una parte la pretesa della potenza mondana e anticristica del dominio culturale, politico e finanziario, dall’altra la debolezza inerme della Croce vittoriosa.
In questa circostanza straordinaria ed estrema della convivenza umana e civile, mentre si fa più rischiosa la sfida della vita e più stringente l’aut-aut della scelta di libertà, bisogna rintracciare l’audacia del pensare la Verità e l’ardimento della testimonianza d’Amore.
Il Natale, che sopraggiunge con il Mistero dell’Incarnazione di Dio nella “casa del tempo”, ci invita ancora una volta a decidere il destino dell’io e del mondo con la forza della speranza, per dare testimonianza alla verità nella famiglia, nella comunità, nei luoghi della sofferenza e del disagio, del servizio e del lavoro, della politica e della solidarietà.
Il Natale ci offre non soltanto l’Immagine, ma la Realtà di un Bambino, Uomo-Dio, la cui impronta vive in tutti i bambini del mondo che dal loro concepimento attendono la carezza e il sorriso di tutti gli uomini della terra.
Buon Natale!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 21/12/2012)


Il dramma della libertà tra memoria e speranza
nella Storia d’Italia di Ciriaco De Mita

Prima che lo sguardo tocchi le pagine de “La storia d’Italia non è finita” di Ciriaco De Mita, l’intelligenza è provata dall’Introduzione “inquietante” di Luigi Anzalone e di Giuliano Minichiello, socratici interlocutori e “provocatori di scrittura” dell’Autore.
L’“idea penosa” di Elias Canetti che la storia possa non essere più “reale”, gli eventi non più “veri”, sospinge il cuore che pensa allo sgomento e la memoria nel naufragio del nulla. Ma sono subito le icone di Sturzo De Gasperi Moro, la loro presenza-assenza nell’oggi tormentato e difficile, ad allontanare l’ombra dell’ “irreale” e a illuminare l’orizzonte etico-politico e a indicare con la loro ricerca-cammino-testimonianza un’ermeneutica storiografica. Ed anche un criterio per giudicare il processo etico-politico della nostra democrazia, ripensare e interrogare la sua storia, rimettere, così, in moto la coscienza personale e popolare della libertà in una tensione vitale tra memoria e speranza, tra radici e destinazione.
De Mita non si nasconde dietro l’impersonalità dello storico, irrompe nel dialogo con la pienezza della sua identità autorevole, della sua intenzionalità di intellettuale e di politico sempre militante, con l’ampiezza di una esperienza lunga che gli consente di spiegare, interpretare, misurare il vissuto politico e istituzionale.
Nella narrazione demitiana è protagonista “il linguaggio puro della politica” che va sempre alla ricerca del percorso della ragione e della libertà per ricostruire, riannodare le dinamiche degli interessi e delle aspirazioni, l’insieme delle scelte dei gruppi dirigenti, le strategie dei partiti, le forme e gli inquadramenti istituzionali, l’evoluzione degli equilibri politici, del loro dispiegarsi ed esaurirsi nel processo democratico. “Mi sono mosso sempre ? afferma De Mita in una singolare integrazione biografica e storico-politica ? lungo una linea che assegna alla politica la funzione di aiutare le persone perché progrediscano e siano poste nelle condizioni di esprimere la loro libertà e di tutelare la loro dignità”.
Il sogno di De Mita: “il superamento, sia pure parziale e progressivo, dei limiti della condizione umana nella storia”.
L’analisi ripercorre il costituirsi del processo democratico lungo la linea popolare e cattolica di Sturzo-De Gasperi-Moro in un confronto, non esclusivo ma decisivo, con la linea marxista e popolare Gramsci-Togliatti-Berlinguer. Poi, nel racconto demitiano, diventa preminente, centrale, l’altissima testimonianza politico-istituzionale di Aldo Moro, rappresentata e comunicata con una sorprendente passione e una straordinaria ammirazione umana e civile.
Ma è proprio su la tragedia di Aldo Moro, che chiude paurosamente la fase della modernizzazione affidata all’egemonia progressista della ragione politica e della libertà civile, che l’acutezza di indagine demitiana si piega, quasi timorosa di dover leggere nel mistero della storia non tanto l’insolenza malvagia del demoniaco, ma la debolezza assiologica della responsabilità dei leaders democristiani e il perdersi dell’ispirazione cristiana. Con la giustificazione, ideologica, della laicità.
Il 1978! Alla frontiera di verità e inganno, di libertà e violenza, di amore e di avidità: la traccia e la piaga di un fallimento che scompagina la tradizione cristiana e democratica, scardina, anche nel baricentro dell’Umanesimo cattolico, la civiltà giuridica dell’Occidente e introduce trionfalmente la “cultura della morte” e l’istituto democratico dell’uccisione del germoglio umano nello stesso “patto costituzionale”.
Il ’78 ha vinto la menzogna giacobina, totalitaria e nichilista, che la civilizzazione democratica si realizzi anche con la libertà del ricorso alla violenza omicida e infine con la sovversione dell’impianto antropologico della condizione umana: la realtà ingoiata dal nulla!
Ora sopraggiunge negli scenari della mondializzazione tecnologica, finanziaria e mediatica l’“impero internazionale del denaro” con il dominio di una “ragione senza libertà” e l’anarchismo di una “libertà senza ragione”.
Credo perciò che occorra accogliere una sfida recente di Mario Tronti, l’ultimo marxista vero d’Italia:
“… mi è parso di capire che la crisi della politica non si risolve con le ragioni della politica. Da qui il mio interesse per la teologia politica”. Rintracciando tra afasia e amnesia Giorgio La Pira!
Per questo, soprattutto, il progetto storiografico di Ciriaco De Mita non è concluso: Egli pensa ancora che la storia d'Italia non è finita e noi abbiamo sempre il dovere della speranza per cogliere “la potenza nascosta del domani

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 16/11/2012)


Nelle “Cartoline” di Fuschetto la Donna del primo Novecento

Finalmente, dal suo formidabile archivio di San Marco dei Cavoti, Angelo Fuschetto, antico e infaticabile narratore della Civiltà del Fortore, ha tratto una rassegna di stupende cartoline del primo Novecento.
E’ un dono sorprendente per la memoria difficile del tempo che passa veloce ed anche per l’intelligenza dell’oggi che sempre più si carica di rischi e di sgomento.
E non sono immagini banali e insignificanti: rinviano anche a un piano estetico ed artistico di presenze, di messaggi e di senso, e svelano le verità e le ambiguità di una cultura e di una sensibilità che attraversavano solo la superficie dei micidiali eventi della Grande Guerra.
Da segno stilistico-formale di una relazione privata, destinato alla comunicazione immediata ed effimera, la cartolina dopo un secolo, nell’entrare nell’orizzonte pubblico della storiografia, diventa documento straordinario e prezioso, testimonianza delicata e vanitosa di un vissuto, frammento di passione e di ragione e scintilla di un rapporto di amicizia, segnalazione di vicinanza e di affetto, di conforto e di speranza, di promessa e di attesa. Ma anche cifra di una distanza paradossale, di una “doppiezza clamorosa” tra gli scenari dell’eleganza sontuosa, raffinata, leggera e l’orizzonte tenebroso e violento della “inutile strage”.
Centinaia di figure, di volti, di profili che vengono ora, con una rammemorante “eco visuale”, a trasferire nell’oggi suggestioni, ricordi, legami, sguardi di un’esperienza individuale e collettiva vissuta nell’atroce contesto della tragedia mondiale.
Si riversavano, allora, sulla rete della comunicazione postale, milioni di “saluti”, di “baci”, di “ringraziamenti”, scambi affettuosi affidati all’evidenza suggestiva e alla pretesa estetica dell’”Immagine femminile”.
E’ questa - la Donna - l’icona dominante della Belle Époque, con le forme dell’Art nouveau e le arroganze dannunziane delle prime Avanguardie dello Status symbol, che viene, con la moltiplicazione della riproducibilità tecnica, generosamente consegnata all’immaginazione popolare, alla percezione del cuore affaticato e indurito, perché l’io venga liberato dal senso acre del dolore e dalle mille miserie ed angosce dei tempi dolorosi e infelici.
Era una volatile risposta al bisogno di bellezza, di felicità e di consolazione a lungo dissipato e travolto dal tormento e dalla tristezza della durissima realtà. Una sorta di “terapia di massa” per alleviare e mascherare lontananze e solitudini e per curare e rimuovere le lacerazioni e le brutture arrecate ferocemente all’umano con l’evocazione della bellezza floreale dell’ “eterno femminino”.
Irrompe così e sempre più si dilaterà il mercato della “Immagine della Donna” nei percorsi della pubblicità, della propaganda consumistica e della moda fino al trionfo idolatrico del corpo nudo nella comunicazione mediatica ed ora fino all’imperialismo pornografico dello svilimento erotico, dell’ossessione sessuale, del divertissement nichilista.
Certamente da allora, nella natura contraddittoria e dualistica della Modernità, mentre si avvia la grandiosa avventura della cinematografia, l’iconografia dominante si allontana ancor più dalla sacralità della rappresentazione dell’identità umana e si va gaiamente a impantanare, con la finzione gradevole e frivola del bello, nelle strategie commerciali dello spettacolo e nella logica del divismo neopagano.
Da allora si coniuga cinicamente l’accadere dell’orrore e della strage con la superba e leziosa vanità dell’apparire.
Da allora “l’archetipo femminile”, privato dell’aura religiosa ed artistica della contemplazione perde la raffigurazione storica della maternità e, attraverso il riduzionismo bidimensionale, decorativo e ornamentale, diventa funzionale al pantheon mondano dell’esibizione e della competizione della ribalta mediatica.
Anche per questa luce su le contraddizioni e il disagio della contemporaneità è veramente eccezionale e ammirevole l'operazione editoriale che Angelo Fuschetto ha compiuto con la magnifica “Antologia delle donne-cartoline”, così lontane, tuttavia, da quelle vere, solenni, umili, grandiose che, in nome del “genio della donna”, ancora ci scrutano dalle fotografie raccolte dal nostro Autore nelle sue appassionate ricerche sulla Civiltà contadina del Fortore e del Sannio.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 19/10/2012)


Madre Teresa di Calcutta a Foglianise
Costruiamo insieme la Civiltà dell’Amore!

“E’ viva nella mia memoria la sua minuta figura, piegata da una esistenza trascorsa al servizio dei più poveri tra i poveri, ma sempre carica di un’inesauribile energia interiore: l’energia di Cristo. Missionaria della Carità: questo è stata Madre Teresa, di nome e di fatto”. Così Giovanni Paolo II ha ritratto l’essenziale identità di questa donna straordinaria, col sari orlato d’azzurro, col volto rugoso, sempre cara alla gente di ogni cultura, di ogni fede, di ogni lingua.
A Foglianise, ai piedi dell’imponente Monte Caruso, da dove scende di notte il fiotto di luce che abita l’antico, suggestivo Eremo di San Michele Arcangelo, in una serena, calda serata agostana, tra due maestosi, vigili platani, accanto alla Chiesa di Sant’Anna, è stata evocata la “presenza” fragile ma forte, piccola ma grande di Madre Teresa.
Con una vivacissima narrazione corale e con l’armonico linguaggio plurale di luci, di musica, di danza, di parole, il Musical diretto da Marilena Mastrocinque, ha presentato con successo la testimonianza d’amore, forse la più grande della seconda metà del XX secolo, che ancora giganteggia nella sensibilità collettiva e nella coscienza personale. E che pure suscita, insieme a una sconfinata ammirazione, la nascosta inquietudine per l’irriducibile lontananza di noi dall’indicibile profondità di un amore tanto sublime per l’uomo e per DIO.
Il dott. Francesco Mastrocinque, Presidente del CTG (Centro turistico giovanile), che ha programmato, coordinato e animato l’incontro, ha ricordato tra l’altro con forte pathos un’inedita esperienza: l’aver accompagnato, sulla sua vecchia Fiat, a qualche settimana dal rapimento di Aldo Moro, Madre Teresa a consolare la signora Eleonora, moglie dello statista democraticocristiano trucidato dopo alcuni giorni dalle Brigate Rosse.
Incisiva ed efficacissima l’introduzione di Mons. Pasquale Maria Mainolfi. Ha delineato il cammino della Beata e l’eroicità della “seconda chiamata” che la consegna pienamente al servizio , insieme alle Sorelle Missionarie della Carità, per “i più poveri dei poveri”, amati senza misura, faticando, soccorrendo, chiedendo, elemosinando e, soprattutto, pregando il Cristo Crocifisso ed Eucaristico che invoca ancora dal Golgota: “Ho sete!”
E questo misterioso richiamo “Ho sete!” diventa l’impulso a realizzare una delle più grandi opere di Misericordia nel mondo dei derelitti e dei miserabili.
Nel fervore della rappresentazione artistica è apparsa viva e drammatica la passione per la condizione umana sfregiata e ferita dall’indifferenza e dall’abbandono, offesa e avvilita dal gelo dei “cuori di pietra” così diffusi nella civiltà dell’opulenza e del consumo.
E’ il senso profondissimo del dolore e dell’amore, che attraversa l’orizzonte divino ed umano, a muovere la testimonianza incomparabile della dolcissima Madre Teresa. Ed è venuto ancora una volta a provocarci, a scuoterci, a inquietarci e a suggerire al nostro cuore, sperduto nell’arido deserto del mondo dominato dall’idolatria dell’avere e del successo, il dovere della compassione, la decisione della pietà, la esigente responsabilità dell’amore.
L’incontro a Foglianise con la vicenda meravigliosa di questa Donna, che, con tutta la potenza dell’anima, ha testimoniato di “essere nata per amare e per essere amata”, è stato anche appuntamento con la profezia e con la speranza: la profezia e la speranza di un mondo nuovo, abitato solo dalla misericordia e dal perdono, dalla pietà e dall’Amore.
La validissima équipe di giovani artisti ha recitato, danzato, cantato e ha coinvolto tutti in un’emozionante corrente di sentimenti forti e di riflessioni radicali sull’umano destino. Ha offerto una stupenda lezione di storia della santità che forse potrà sottrarci alla sciocca ostinazione degli egoismi e donarci un orientamento più profondo di vita che ci induca ad accogliere finalmente l’invito premuroso e sapiente: “Costruiamo insieme la Civiltà dell’Amore!”
Dovrebbero moltiplicarsi, sull’esempio della iniziativa di Foglianise, queste occasioni di incontro, in cui, con il concorso della Parrocchia, dell’Amministrazione locale, delle Associazioni culturali e civili agenti sul territorio, con il protagonismo delle generazioni emergenti e con i linguaggi molteplici dell’arte, si possano esplorare i percorsi dell’umana, difficilissima convivenza per ricercare il senso della vita e afferrare il destino dell’Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 14/9/2012)


Un percorso di guerra nella crisi della politica e dell’economia

È lo strapotere del mercato monetario e finanziario il motore universale che decide l’agenda istituzionale delle nazioni e governa la dinamica sociale e civile dei popoli.
La politica e l’economia dipendono ormai dalla rete dominante dell’industria finanziaria, dall’articolazione e dalla concentrazione dei frenetici processi di accumulazione e di investimento e dai meccanismi e dai “giochi” speculativi che non sono più legati con le realtà produttive.
“L’imperialismo internazionale del denaro”ha realizzato ormai una autonomia di dominazione che funziona con la rigida e totalitaria logica deterministica e ossessiva del business.
La statualità si esercita ancora nella rappresentazione della legittimazione democratica e nella prassi convulsa, disordinata e conflittuale delle spinte individualistiche. Ma l’anima del potere non è più legata ai bisogni, alle attese, alle fatiche, alle tensioni della vita e della giustizia; essa è annodata alla pesantezza del gioco materialistico e competitivo del profitto ed è ora sopraffatta dall’affanno degli indici finanziari delle borse e dello spread.
Questa emergenza generata nel “cervello” dell’ipercapitalismo internazionale mostra il tasso di “cattività” cui è stata sottomessa la realtà sociale, civile e culturale. E le sorti delle rappresentanze politiche e dei governi discendono non tanto dalla corrispondenza alla domanda di giustizia e alla finalità del bene comune, ma soprattutto dalla validità organizzativa della tecno-finanza gestita dalla suprema volontà materialistica.
Ormai il difficilissimo equilibrio tra prelievo fiscale, sistema dei servizi e sviluppo produttivo rischia di crollare e di portare al disastro l’impianto geostrategico della modernizzazione globale, facendo entrare in collisione la ragione e la libertà, le categorie stesse del moderno.
Le ragioni del sistema finanziario e le libertà degli individui e dei popoli corrono verso una resa dei conti micidiale e perversa, verso un’atroce esperienza di “totalitarismo radicale e compiuto”.
In questa fase drammatica tutti i poteri operano per la sopravvivenza dentro il mercato planetario, dove ogni realtà fisica e morale, le cose e gli embrioni, la libertà dell’io e la vita del pianeta, tutto diventa merce nel labirinto della storia, abitato dalla violenza e dalla frode.
Come uscirne? C’è un nucleo ideale, valoriale, culturale e linguistico intorno a cui collegare una “rivoluzione” integrale della condizione umana?
La limitazione della sovranità degli Stati e la riduzione della persona a “homo economicus” hanno consegnato la vicenda storica e il destino dell’uomo nelle mani durissime e pesanti del denaro.
Nel futuro della storia, sulla linea della filosofia Kantiana, si possono immaginare tre prospettive: la prima “terroristica”, come costante regresso verso il peggio fino all’autodistruzione della civiltà e all’annientamento dell’uomo; la seconda, “anarchica”, che esclude la regolazione, l’autorità, l’ordine; la terza, “progressista”, del dispiegarsi compiuto della libertà. Ora tutte e tre le strategie del terrore, dell’anarchia e del progresso scorrono insieme nella notte tragica del nichilismo.
E si manifesta attraverso l’orizzonte confuso e buio della civilizzazione planetaria tra le macerie della Tradizione, la frantumazione del Diritto naturale e dell’Etica, il sovvertimento del codice della Vita e dell’Amore. Allora in questo doloroso travaglio del presente l’uomo inquieto deve iniziare a rivedere e a restaurare la sua vera identità e rintracciare il suo reale destino di salvezza e di felicità, rinunciando a corteggiare l’idolatria e chiedendo con umiltà l’aiuto del Cielo.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 20/7/2012)


La grande crisi e il silenzio dei cattolici

Nel recente editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera c’è un duro rilievo al silenzio della “voce cristiana”, alla latitanza della “presenza cattolica”, all’assenza di “ un’iniziativa alta che rechi il segno di quella ispirazione”.
In questa difficile ora della nostra storia, la minacciosa e corrosiva emergenza finanziaria sembra mettere in discussione l’intero impianto civile, produttivo e istituzionale costruito sui parametri esclusivi della modernizzazione e della secolarizzazione: con il rifiuto delle radici cristiane e l’imperversare del relativismo etico; con l’infiacchirsi della vitalità e della coerenza dei Cattolici nella vicenda sociale, culturale, politica ed anche ecclesiale; con la disgregazione dei tessuti demografici e territoriali e con la corruzione dei rapporti etici, morali e giuridici; con l’autonomia delle strategie monetarie e il trionfo edonistico del materialismo planetario.
Per questo abbiamo finito per consegnare la nostra storia alla “sovranità del mercato”, alla regalità suprema del denaro che giudica e condanna persone, popoli, nazioni.
La situazione è complessa e drammatica e incombe sugli equilibri del sistema monetario ed economico dell’Italia, dell’Europa e del mondo il rischio del crollo. E non sembra che l’affanno degli incontri nei luoghi alti delle istituzioni di governo della terra riesca a fermare l’allarme e a sciogliere i nodi aggrovigliati e soffocanti del sistema economico-finanziario.
Ora più che mai è necessaria la presenza intelligente e generosa, convinta, energica e combattiva dei Cattolici che, negli spazi della cultura e dell’educazione, della comunicazione e del lavoro e, quindi, della politica, si muovano con “rigore morale” e “competenza”.
Ma rispondere alle grandi sfide del presente è impossibile se non ci si dispone ad un’autocritica severa con l’analisi profonda dei guasti e delle ferite del corpo sociale del Paese. Per decifrare ed esaminare le cause di questa deriva, le irresponsabilità e le ingiustizie del potere, gli sviamenti dei processi democratici, il caos dei movimenti di globalizzazione. Per capire soprattutto dove, come, quando sono stati traditi i grandi valori popolari, gli ideali costituzionali, le tradizioni forti della libertà e dell’interdipendenza.
Per riconoscere lo smarrimento culturale, assiologico e strategico del “cattolicesimo democratico” che, sopraffatto sulla fondamentale “difesa della vita”, dalla fine degli anni settanta non riuscì a governare più le dinamiche ambivalenti del cambiamento sociale consegnato totalmente alla frenetica “ideologia del progressismo”.
L’ispirazione cristiana, pure affermata e vantata, non aveva più legami con l’aspirazione a pensare, a comunicare e ad agire nell’orizzonte concreto della fede.
Senza questa ricognizione severa e profonda è vana ogni volontà di ripresa e superficiale e fragile ogni disegno di rilancio.
All’autocoscienza esistenziale dei Cattolici, perché siano protagonisti di storia culturale e politica, deve essere riaffidato  l’essenziale del loro “essere cristiani”, seguaci del Vangelo di Cristo travolto e oscurato in una disposizione cinica e farisaica, non alle possibili mediazioni, ma al cedimento, e cioè all’apostasia.
“L’agenda cattolica” per la ricostruzione dell’architettura istituzionale dell’Italia e dell’Europa deve contenere in modo chiaro e dialogico i passaggi fondamentali su le grandi questioni della vita, della famiglia, dell’educazione, del lavoro, dell’economia del dono, della libertà religiosa, della solidarietà, della cura e dell’accoglienza, della globalizzazione della pace.
Noi Cattolici, negli spazi pubblici della testimonianza culturale e politica ci siamo resi irriconoscibili, neutralizzando, dimenticando e censurando l’identità cristiana, la logica rivoluzionaria del Vangelo, la moralità e l’umiltà del servizio.
Per uscire dagli scenari rovinosi e dai sogni cupi di autoaffermazione e di dominio bisogna, senza paura e senza compromessi, rompere le catene dell’inganno che stanno stritolando la Civiltà dell’Europa e dell’Occidente, liberandoci con un radicale “discorso di verità”. E accogliere nelle tenebrose contrade dell’empietà un invito antico che si fa sempre più pressante ed esigente: “Voi che cercate Dio, fatevi coraggio!”. Ma i Cattolici, oggi, cercano Dio?

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 6/7/2012)



I giorni della tempesta di Antonio Socci
e l’Opera mistica di Maria Valtorta

Dovremmo leggere tutti questo racconto intenso e sorprendente di Antonio Socci. E con gratitudine!
Nella dinamica atroce e avvincente del thriller, l’attenzione si concentra sempre più sulla figura reale, concreta di una donna che, per oltre un decennio, riceve dal Cielo il dono di confidenze inaudite, di segreti riservati, di vicende storiche lontane e di visioni soprannaturali.
E’ Maria Valtorta (1897-1961) inchiodata a letto per ventisette anni: la più straordinaria veggente del novecento che, emarginata da una strana congiura di silenzio, viene finalmente introdotta, attraverso l’insolito canale del “giallo in Vaticano”, in uno spazio di comunicazione pubblica, integrativo di quello già aperto dall’eroismo editoriale di Michele e di Emilio Pisani con il Centro Valtortiano dell’Isola del Liri.
“L’Evangelo come mi è stato rivelato”, visione-narrazione affidata dal 1944 al 1947 alla grande mistica, può essere ancora considerato un esercizio letterario, una operazione romanzesca?
Purtroppo un irragionevole potere d’interdizione, muro di tenace diffidenza, ha escluso, da oltre sessant’anni, dalla comunicazione ecclesiale e pastorale questo “Poema” mirabile e perfetto, ne ha impedito l’accesso nei luoghi della formazione culturale e teologica, del confronto esegetico e del dialogo interconfessionale ed ecumenico. La sua diffusa penetrazione avrebbe evitato in grande misura il dilagare di discutibili letture riduttive e di avventate, fantasiose, meschine e finanche blasfeme ricostruzioni della presenza storica dell’Uomo-Dio e dell’origine della Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana.
Il riconoscimento dell’Opera valtortiana potrà rimettere al centro della fede languente, della cultura disgregata, dell’etica sconvolta, non un valore supremo, non un principio etico o giuridico, non un interesse condiviso, nemmeno un grande ideale, ma Gesù Cristo, Dio umanato, Creatore Redentore Santificatore della vita.
Il Cristianesimo è la realtà umana che riconosce Gesù e si raccoglie intorno a Lui per vivere con viva fede la comunicazione evangelica, con forte speranza la comunità ecclesiale, con vigoroso amore la comunione umano-divina in Lui.
E’ la scristianizzazione, “opera dei chierici e non del mondo”, a privarci dell’incontro con la Grazia, dell’attrattiva Gesù, dello stupore per il mistero, dell’entusiasmo del cuore per conoscere e amare Gesù. E a delegittimare e a scoraggiare la relazione con la Profezia e la Rivelazione.
Senza Gesù vivo e vero non c’è Cristianesimo, ma solo una teorizzazione complicata e noiosa, una “copertura” ideologica, una finzione, un farisaico moralismo, un’astuta, perversa simulazione del bene.
Ecco perché incatenare la Parola che irrompe dal Cielo è un grave atto non solo di prevaricazione, ma anche di autolesionismo: il vuoto lasciato dalla non accoglienza della Parola diventa luogo della barbarie, della violenza e della morte.
Ecco perché è diventata urgente e necessaria un’ “autocritica del Cristianesimo”, seria e profonda, per il cedimento dei criteri di giudizio cattolici all’aggressiva pretesa illuministica della rottura tra ascolto e Messaggio, tra storia e Provvidenza, tra vita e Amore, tra uomo e Dio.
Nell’Opera valtoriana parla la Parola: “parla ai credenti per fortificarli, ai tiepidi per informarli, agli increduli per farne dei credenti, ai peccatori per convertirli, agli antidio per farli di nuovo di Dio”.
Perché allora tanti sospetti e diffidenze, tanti silenzi e ostracismi, tanti gelidi razionalismi?
Sulla linea Lourdes-Fatima-Medjugorje ci raggiungono, con crescente intensità e con l’urgenza dell’ultimatum, altri messaggi, raccomandazioni, inviti, premure della Misericordia paterna e materna.
Dal 1972 al 1978 a Madaleine Aumont è stata affidata l’ultima, grandiosa rivelazione: il Segno della Riconciliazione universale, la Croce Gloriosa, da erigere sull’Alta Collina di Dozulé e la Gerusalemme Celeste.
A Don Stefano Gobbi, dal 1973 al 1997, giungono centinaia di meravigliose “locuzioni interiori” della Vergine Madre con l’impulso carismatico alla Consacrazione e alla diffusione in tutto il mondo del Movimento Sacerdotale Mariano.
A JNSR, Fernande Navarro, viene dato, tra l’altro, il compito di far impiantare migliaia di Croci sul volto della Terra con l’invito alla Chiesa di riconoscere la “divinità” di Maria Santissima, Figlia Sposa Madre di Dio.
Sono giunti i tempi della “Verità tutt’intera”! E tanti cuori ne raccolgono i segni e l’eco.
Ora diventa più forte la speranza che presto possa essere riconosciuto l’Autore Divino dell’Opera valtortiana e che per la mistica martire, strumento e voce della mirabile comunicazione trascendente, possa finalmente avviarsi il processo di Beatificazione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 22/6/2012)


Il sorriso di Melissa e i volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quando il male irrompe con tutta la sua tenebrosa tragicità nella storia quotidiana ed uccide e massacra, nemmeno allora la morte riesce ad annientare la vita!
Basta un sorriso, il sorriso immortale di Melissa, quello splendido di Giovanni e di Paolo insieme, ad aprire il mistero del senso dell’essere. A contenere l’onda della paura, ad alleviare l’angoscia , a comunicare la vittoria della vita e dell’amore.
Il crimine anche più perverso e devastante subisce, inevitabilmente, la sconfitta: trionfa la testimonianza dell’innocenza e della verità della vittima, sempre. Perché l’essere non può essere annientato.
La logica dell’Amore che dall’esperienza bimillenaria del Cristianesimo dovrebbe ormai essere interiorizzata anche come categoria storiografica, indica come la Crocifissione di Gesù, e in essa la sofferenza dell’uomo, sia la condizione redentiva della Salvezza nel tempo e nell’eterno.
I “semi della sofferenza” della triste vicenda, ora di Brindisi, vent’anni fa di Capaci e di Via D’Amelio e di tante altre, nella infinita storia di delitti infami, di stragi orrende che segnano di sangue la storia del Paese, ci richiamano severamente all’esercizio coraggioso della verità e all’autenticità dell’esistenza. In alternativa restano l’acquiescenza, l’omertà, la paura, il chiacchiericcio, l’indifferenza, e di qui la virulenza nefasta per ulteriori gesti di sopruso, di violenza omicida e di viltà.
Certamente viviamo un tempo difficilissimo e buio. Si incrociano storie, notizie, esperienze che compongono in un quadro complesso e torbido scenari di infamia e di follia, di ferocia, di terrore, di disperazione.
Ed ora anche il terremoto con gli squarci dolorosi di Vite umane, di Chiese, di abitati sconvolti dalla furia rovinosa dei fremiti violenti della terra aggiunge altre pene, altre angustie.
Il cuore sente gli artigli dello sgomento e l’intelligenza si smarrisce nel pensare le “ragioni” dello scempio, nel considerare l’orribile violazione dell’umano, nel misurare la cinica spettacolarizzazione della strage. Siamo di fronte all’azzardo maligno di una squallida operazione di intimidazione della coscienza, allo svolgersi di un inquietante progetto nichilista: il nulla di Verità, di Libertà, di Amore!
E siamo dentro una “crisi” di Civiltà che gli episodi estremi delle stragi terroristiche dovrebbero svelare nei risvolti più profondi fino alle radici delle “strutture di peccato” entro cui si perde anche la coscienza popolare.
Siamo tutti infatti attori e spettatori di questa crisi. Carnefici e vittime di questa temporalità che sfregia il volto e la vitalità delle nostre comunità fondate dal patto costituzionale essenzialmente sul rispetto della “dignità umana”, sul “diritto alla vita”, sul “Bene comune”.
Su questi tre principi-valori debbono essere valutati i ruoli, le funzioni, l’immagine del potere, della sovranità democratica, della legge, della pace civile, mentre la politica, a vari livelli di responsabilità, con la perdita di motivazioni forti e di moralità, è travolta dall’evidenza innegabile di spropositati investimenti familistici, di scandalose speculazioni privatistiche, di vergognose patologie corruttive, di rinuncia completa ai profili della competenza morale e del servizio. Sembra ormai che il nostro futuro, quello vicino, imminente, si vada caricando sempre più di preoccupazioni, di difficoltà e di sconfitte e ci costringa, con la percezione della gravità della situazione, a riflettere e a interrogarci. Su la vita e la convivenza, sui “diritti naturali”e sui doveri etici che ideologie dissennate, prassi sconcertanti e dissipazioni travolgenti hanno indebolito e corroso in nome di demagogici libertarismi e di individualismi destabilizzanti e minacciosi.
Su la frontiera avanzata della legalità e della giustizia, della statualità trasparente e coraggiosa, del diritto al vivere e del dovere di vivere il bene, le esistenze di questi “eroi” della vicenda contemporanea non si esauriscono nell’orizzonte del tempo, della morte e del nulla. E ci richiamano con severa amorevolezza a non arrenderci, a non disperdere quello che rimane della nostra umanità vera, buona, bella. A non rinunciare al “mistero della felicità della vita e dell’amore”, che è l’essenza universale e immortale del nostro vivere, del nostro morire e del nostro risorgere.
Anche Melissa, dolcissima vittima dell’agguato antiumano e demoniaco, ora si è aggiunta all’eterna comunità di amore dei viventi e ci ricorda con la compiuta potenza d’amore: “Non uccidere!”
Nell’agrigentina Valle dei Templi, in un giorno di luce e di verità, Giovanni Paolo II gridò questa verità primordiale, questo “diritto santissimo” di Dio, Padre della Vita e dell’Amore: Diritto che nessuno può cambiare e calpestare e che se vulnerato invoca nell’abisso del cuore scellerato il fuoco del Pentimento.
Nel respiro dell’anima fino alla fine rimane la speranza di vincere la infelicità, la malvagità e la morte, perché in ogni pena, in ogni trauma, anche in ogni delitto abita una luce: l’amore e la verità di chi viene offeso e la sua libertà invincibile e immortale.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 8/6/2012)


La crisi delle Istituzioni e la debolezza della Politica
La tenuta del Paese è a rischio

Il nostro Paese vive ormai dentro un travaglio di delusioni, di rimpianti e di crescenti difficoltà che si incrociano ancora con la persistenza di illusioni, di sogni ingiustificati e di pretese arroganti. In un misto di allarme e di fatalismi, di preoccupazioni e di indifferenza. Anche di orribili cinismi e di tragiche inquietudini.
Manca ancora un’interpretazione responsabile e condivisa della crisi italiana, europea e mondiale.
Non c’è più la comprensione dei problemi e la lettura degli eventi è superficiale, come è debole la strategia costruita per organizzare risposte funzionali alla drammaticità della sfida globale. La devastazione economica e finanziaria rivela un sommovimento profondo del sistema complessivo della realtà umana così come è venuta ad articolarsi, ad espandersi e a gonfiarsi sotto la spinta e l’ossessione dei processi della “modernizzazione” scientifica, istituzionale, economica, politica. In questa dinamica convulsa, affannosa e confusa, che ha scatenato gli appetiti e gli istinti di una volontà di potenza dissennata ed assurda, sono stati investiti destini e tradizioni, culture e speranze.
La vita, la sua organizzazione giuridica, la sua etica e la sua legalità, è stata consegnata alla tenaglia assiologia di eros e di thanatos: la passione vitalistica della ragione senza verità, della carne senz’anima, del denaro senza dono. E’ questa “civiltà mondana”, che ha rinunciato alla Fede, alla Speranza e all’Amore, a precipitare l’umanità nel dissesto.
Allora è soprattutto l’ethos, il costume di vita che va guarito! A livello personale e comunitario, politico e amministrativo: autoregolando risorse, aspettative, disponibilità, esigenze, sulla “misura vera dell’umano”; ricalibrando i parametri fiscali, monetari e finanziari su uno stile di vita essenziale e rinnovato che espella lo spreco e riconduca il “tenore di vita” dentro i confini delle esigenze primarie e della temperanza; riportando al primato dell’economia reale gli indici, i paradigmi, le attenzioni della teoria e della prassi della governabilità socio-economica.
Ecco perché c’è l’urgenza di auto-riformare la politica: le linee del dissenso, del disagio, anche della stanchezza e della resa emergono drammaticamente tra le convulsioni, le irritazioni e la rabbia, tra la contestazione e il diluvio di critiche e di accuse.
C’è una domanda di “pulizia” che esige una “resa dei conti” sul piano etico, morale e culturale. Eppure tarda ad emergere una risposta ampia e condivisa che recuperi le “ragioni costituzionali” della cittadinanza e, con una presa di coscienza forte e critica, indichi le strade su cui ricomporre capacità, responsabilità, compiti e doveri di una rinnovata rappresentanza civile, sociale, economica e politica.
E’ possibile forse riprendere un dialogo culturale e politico tra le coscienze inquiete che si interrogano ribellandosi alla “mediocrità e alla viltà” di una esistenza comoda e insignificante e sentono il dovere di rigenerare la vicenda politica con impulsi generazionali di cambiamento e di rinnovamento. Ma c’è il desiderio profondo di riprendere il pensiero, il linguaggio e l’azione di una politica incardinata nella quadruplice virtù, greco-romana e cristiana, di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza?
E’ possibile sottrarre la formazione dell’opinione pubblica alla confusione di modelli, di giudizi, di progetti e di rivendicazioni che continuano a imperversare negli spazi della comunicazione di massa, giustificando interessi subdoli di dominio e di prevaricazione?
Certamente il mondo è guidato da poteri enormi organizzati da “ leadership anonime”, capaci di egemonie finanziarie sconfinate. Le democrazie nazionali subiscono esse stesse condizionamenti e limitazioni che riducono fino ad annullarle l’autonomia e la partecipazione al governo delle cose e degli uomini.
Eppure la storia vive nella coscienza di ognuno, il destino appartiene alla decisione del singolo, la libertà di giudizio e di decisione costituisce l’essenza dell’io.
Allora è negli ambiti della convivenza di base, familiari e civili, che si determina la trasformazione, che si genera la rinascita di una civiltà a misura dell’uomo, creatura-immagine di Dio.
La tenuta del Paese è a rischio, ha ragione il signor Ministro, perché è la civiltà complessiva dell’Occidente nel suo assetto costitutivo ad essere sconvolta da una degenerazione radicale e profonda. Perciò è decisivo riprendere le ragioni, il fondamento e la destinazione di una storia che abbiamo ampiamente sconfessato e tradito. Non si potrà ri-crescere se non si ri-genera nella coscienza di ognuno di noi il desiderio del Bene con la Speranza dell’infinito.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 18/5/2012)


E’ possibile una nuova fase politica della Democrazia in Italia?

La situazione difficile del Paese, nell'ultimo tratto della legislatura parlamentare, richiama l'attenzione e invita a riflettere sui principi della convivenza e sulle regole della democrazia con il ricorso urgente e drammatico all' “arte dell'interpretazione” della vita sociale, culturale e politica.
Dove andiamo?
Tra rabbia, indignazione, stanchezza cresce l'ondata di sfiducia verso le Istituzioni; la critica ai gruppi dirigenti e al ceto politico e amministrativo diventa insolente e minaccioso; il rischio dell'antipolitica sembra ormai sfondare i livelli di responsabilità e di prudenza; aumenta la confusione, il disagio, lo sconcerto.
La stretta del rigore e la difficoltà di avviare la crescita moltiplicano le preoccupazioni e spengono la speranza in una ripresa possibile e vicina. Soltanto un terzo della popolazione italiana sta dentro il mondo del lavoro, in Germania è la metà.
I listini di Borsa e lo spread, continuano a segnalare violenti oscillazioni e il fisco viene spinto ad “altezze” ormai insopportabili.
La stessa configurazione dell'Europa comunitaria con la precaria tenuta del suo equilibrio economico e finanziario è entrata nel mirino della diffidenza e della contestazione sempre più aperta ed aggressiva. Si diffonde la nostalgia della moneta nazionale, appassisce il grandioso progetto dei “fondatori dell'Europa” e va in frantumi il loro sogno di protagonismo culturale, etico e politico per la civilizzazione planetaria.
In questo passaggio complesso e decisivo della nostra storia, anche l'Azione Cattolica sente più intensa la responsabilità di sollecitare la coscienza popolare, le forze politiche e culturali a ridisegnare il volto democratico del Paese e a recuperare i legami del patto costituzionale, verificando la saldatura e la coerenza tra analisi, scelte, decisioni e comportamenti politici.
Certamente in Italia è sempre più lacerato il rapporto tra cittadinanza e rappresentanza, tra urgenze dei ceti più emarginati e risposte del potere di governo, tra esigenze di partecipazione e disponibilità culturale e civile dei partiti. E questo anche negli ambiti di base delle vicende amministrative del Comune, della Provincia e della Regione, dove si tocca con mano il crescere delle difficoltà.
E' possibile riprendere i percorsi della politica, rivitalizzando la passione del servizio per la crescita del Bene comune?
L'Azione Cattolica rilancia ora “quattro riforme” necessarie ed urgenti che dovrebbero preparare in modo più trasparente, partecipato e costruttivo “il ritorno della gente” a pensare, a giudicare e a fare politica: “Riforma elettorale”, “Riforma dei partiti”, “Costi della Politica”, “Limite dei Mandati”.
La “Riforma elettorale” deve riconsegnare, con nuovi meccanismi democratici, all'intelligenza del cittadino la capacità di scegliere tra i candidati senza subire il diktat delle oligarchie dirigenziali che esercitano addirittura il “potere di nomina” dei gruppi parlamentari.
Con l'esigenza della “Riforma dei Partiti” viene invocata una nuova disciplina giuridica che possa garantire, in linea con la Costituzione, la dinamica della partecipazione, la trasparenza morale della gestione, la libertà dell'elaborazione della proposta politica.
I “Costi della politica”, non solo per lo scempio e le follìe di cui narrano le cronache giudiziarie di questi giorni, debbono essere valutati con una “misura severa e critica”, eticamente fondata sulla dignità dell'altissimo servizio offerto alla conduzione della “res publica”.
Infine, nella proposta dell'Azione Cattolica, è fortemente incisiva ed opportuna l'ipotesi sul “limite al numero dei mandati elettorali” per interrompere la prassi della “rappresentanza a vita”.
Ma i tempi della “revisione” sono stretti e le logiche consolidate di resistenza al cambiamento appaiono invincibili. Tuttavia non c'è chi non senta che si è conclusa definitivamente un'altra fase della nostra vicenda democratica e che non solo è opportuno, ma è necessario ed urgente, dar vita a un nuovo ciclo della politica per imprimere un più forte impulso di avanzamento civile alla sofferente storia italiana ed europea.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 4/5/2012)


Auguri infiniti di Bene a Sua Santità

Benedetto XVI compie l’85° compleanno e tre giorni dopo, il 19 aprile, conclude il settimo anno di Pontificato.
Il suo sacerdozio al vertice della Chiesa Cattolica mostra compiutamente l’altezza teologica della  sua missione e la profondità della sua dottrina e del suo Magistero a servizio dell’umanità nella storia presente. Tra i drammi continui della vicenda umana animata dallo scontro incessante del Bene e del male, della Verità e della menzogna, dell’Amore e dell’odio, il Papa, “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”, indica costantemente i percorsi della salvezza e del perdono, della riconciliazione e della misericordia.
Nella sua comunicazione sembra raccogliersi tutta la sapienza millenaria che dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, al Concilio Vaticano, ai protagonisti contemporanei della Santità si è riversata nella realtà ecclesiale, civile e culturale della Civiltà occidentale e planetaria.
La sua è una testimonianza grandiosa e semplice, carica di travaglio spirituale e di ricerca poderosa della ragione. Una ragione attivata dall’ardimento della fede, capace di esplorare i luoghi della sofferenza dove è offesa la dignità dell’uomo e dove è più esigente la domanda di soccorso e di solidarietà.
La ragione, che ormai si sta drammaticamente congedando dalla presunzione scientista di poter creare un nuovo ordine politico mondiale e che la cultura relativista sta privando della sua potenza veritativa, in Papa Ratzinger ritrova la luce dell’essere e rintraccia i sentieri della speranza anche escatologica.
La sua biografia rivela la straordinaria attitudine ad aprire il cuore alla tenerezza, alla simpatia, all’amicizia e alla familiarità, alla comunione con la realtà creaturale dei poveri e degli ultimi, dei diseredati e delle vittime e con le esperienze alte della musica e della filosofia. Egli  sente fortissima l’urgenza  e la passione dell’evangelizzazione perché gli individui e i popoli si avvicinino all’annuncio della liberazione e della salvezza e possano conoscere, amare e servire Cristo Redentore del mondo.
L’opera su “Gesù di Nazareth”, in dialogo con le voci più autorevoli della storiografia e dell’esegesi, segna, oltre le sue tre grandi encicliche (Deus Caritas est, Spe salvi, Caritas in Veritate) quanto forte e profondo sia in lui il legame con la persona, con il mistero e la realtà di Cristo. Ed è proprio la lontananza di Cristo dal cuore della Chiesa e dalla testimonianza dei Cristiani che provoca in Benedetto XVI la sofferenza più acuta, il disagio più evidente, il tormento più profondo.
Il Papa non ha paura degli “attacchi del mondo”, delle prepotenze anticristiane, delle ideologie materialistiche. Egli sa bene che Cristo ha vinto il mondo! È addolorato dallo svigorimento della fede, dal dissolversi della speranza, dal venir meno dell’amore nella mente, nella parola, nel cuore dei Cattolici.
E’ in atto, infatti, una perversa dinamica di apostasia nel mondo cattolico.
Si diffonde una strana rinuncia alla grandezza della testimonianza sacerdotale, profetica e regale del credente, del fedele, del consacrato.
Il popolo di Dio sembra soffrire di un deficit  di comunione e di gioia, di luce e di compassione; sembra assediato e incupito dalla tristezza e soprattutto dalle ragioni, dai calcoli e dagli interessi del mondo, dall’invadenza neopagana delle insidiose idolatrie del piacere, del potere, dell’avere.
Questa umanità, che autocondannandosi alla rovina sembra perdere le radici della ragione e dell’amore e dimenticare la destinazione eterna del suo cammino nel tempo, ha bisogno della preghiera, della guida, della sollecitudine del nostro Pontefice romano, Vicario di Gesù Cristo nella nostra difficilissima vicenda contemporanea.
Ecco, è necessario ed urgente avvicinarsi a questo Papa umile e grande, semplice e magnifico, che sembra debole ma è forte: ascoltarlo, imitarlo, seguirlo, obbedirgli!
I nostri auguri siano un segno di adesione totale al suo Magistero, un sentimento di partecipazione al dolore e all’amore del suo cuore di Padre, un vettore di preghiera intensa e corale perché continui a lungo, con la protezione potente e meravigliosa di Maria Vergine Madre e Maestra, a indicarci gli orizzonti della Verità, della Libertà e della Pace e ad accompagnarci in questi “tempi ultimi della storia”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 20/4/2012)


Dalla fantascienza alla profezia
Il riconoscimento del fallimento e la speranza della salvezza

All’inizio del III millennio la carica dell’utopia, la ricerca di una condizione “altra” di civiltà, si è spenta.
Il ‘900, con le tragedie delle guerre, dei genocidi, dei lager nazisti, e dei gulag stalinisti, con i “funghi” atomici di Hiroshima e Nagasaki, aveva già sorpassato con l’orrenda realtà della micidiale potenza autodistruttiva la stessa immaginazione del negativo. Anche nei percorsi della fantascienza, che dell’utopia eredita schemi di rappresentazione scenica e moduli narrativi, inserendoli e moltiplicandoli nelle modalità dello spettacolo, si gioca in modo ripetitivo con i segni della tradizione mitologica e con i frammenti di memoria storica connessi ai meccanismi virtuali delle tecnologie moderne.
E’ assente da tempo la progettualità che osava ridefinire il mondo, la sua organizzazione e la sua vicenda su ulteriori positivi passaggi di civiltà, con illuminazioni paradossali e sconcertanti che concorrevano, tuttavia, a delineare tensioni di umanizzazione e di libertà con la rappresentazione estrema della oppressione e della perdita della dignità umana.
E’ venuta a mancare l’ispirazione essenziale dell’utopia che proponeva e suggeriva, con impulsi creativi forti, nuove forme e pratiche di vita civile, di relazioni familiari, interpersonali e sociali per suscitare rinnovate esperienze di senso nell’incontro con l’altro e con Dio. L’utopia è stata il “motore di mediazione” tra “il già e il non ancora” dentro una traiettoria spazio-temporale che attraversava sia il piano filosofico e teologico sia quello etico, politico e pragmatico. E rompeva, sconfessava, criticava chiusure ideologiche, ottimismi ottusi e dogmatismi esasperati, teoremi rigidi, imposizioni autoritarie. Era una operazione dell’avventura del pensiero che alimentava percezioni sensoriali, emotive, affettive e provocava pulsioni di umanità e di fratellanza, suggeriva risposte metafisiche ai supremi interrogativi dell’essere e del divenire, della vita e della morte, dell’etica e del mistero. Tutta l’orgogliosa effervescenza del millenarismo è chiusa nei circuiti della tecno scienza che non può contenere il “sentire utopico” con l’ansia dello sconfinato e anche dell’assoluto che muove, intorno all’asse della “presenza-assenza” del reale, i dinamismi aperti al futuro della vita e del mondo.
Ora l’intera tradizione epica, drammatica, lirica, insieme alla ricerca teoretica, subisce una distorsione nichilista e viene consegnata a una regia della comunicazione pubblica che corrompe l’innocenza della memoria, tradisce e ferisce il dialogo libero tra le coscienze e oscura l’intelligenza della storia e della libertà tra i sincretismi e i conformismi dell’ideologia mondana e dello spettacolo. La lingua della vita, “lingua del cielo e lingua della terra” (Boris Pasternak), non è più parlata. E resta inascoltata la voce della Bellezza e della Verità. L’utopia che è libertà di avvicinarsi nello spazio-tempo all’infinito ed è “follia” della ragione che aspira ad andare “oltre” il limite, viene incatenata nel calcolo del piacere e dell’utile.
“E’ l’anima straniera sulla terra” (Tralk)
L’unica strada che resta aperta alla libertà dell’uomo e alla sua avventura nella storia è la Profezia.
E’ la Profezia, apocalittica ed escatologica, il dono che può farci attraversare le rovine dei trionfalismi razionalistici e delle superbie progressiste.
La denuncia e l’annuncio del male e del bene, che si contendono sulle scene della vita il destino dell’uomo, possono ancora riportare alla verità e all’amore la coscienza sfigurata e il cuore indurito da una cupa sclerosi procurata da una “egomania” sempre avida di potenza e di fama.
La Profezia grida che la pretesa del mondo contemporaneo di voler possedere il regno della terra è completamente fallita: la presunzione di programmare l’esistenza con la scienza e addirittura di sperimentare e reinventare la vita stessa porta alla catastrofe. La Profezia torna a ricordarci che l’uomo è “immagine e somiglianza di Dio” e che l’essenza vitale di tutto è l’Amore. Perché tutto è stato generato e creato da Dio Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 6/4/2012)


Una buona notizia dal Censis
La Famiglia italiana c'è!

In questi tempi complicati, che si lasciano leggere e interpretare più con la semplicità del buon senso che con i criteri complessi dell’analisi scientifica, sociologica e finanziaria, la famiglia torna ad essere percepita come “luogo fondamentale” della umana convivenza.
Il rapporto Censis la indica al vertice dei “valori vissuti” dagli italiani. Mentre negli ultimi decenni sembrava che fosse travolta nella sua struttura, nella sua consistenza, nel suo ruolo, nel suo destino, cresce ora la sua “potenza relazionale” interna ed anche la sua capacità comunitaria.
Gli impulsi durissimi di crisi, che stanno corrodendo i livelli di consumismo con l’esposizione finanziaria delle famiglie, concorrono a ridefinire e valorizzare il vissuto interno dei rapporti e a risvegliare l’identità culturale, educativa e civile della primaria “comunità di vita e di amore”.
Certamente la risposta vera e forte alla crisi va rintracciata nella possibilità di recuperare i processi, a lungo frantumati e indeboliti, di difesa della famiglia, del suo costituirsi come realtà generativa e formativa, del suo tornare a dispiegarsi anche come unità economica e come soggetto attivo e vivo di solidarietà e di sussidiarietà nella compagine sociale, culturale e politica.
L’assalto ideologico, alimentato da individualismi esasperati e da sconvolgimenti dell’etica e della moralità, l’una e l’altra sottratte alla regolazione personale e collettiva di ideali e di direttive spirituali, ha introdotto vettori di lacerazione e di distruzione di mentalità,  di sensibilità e di tradizioni che hanno sorretto per secoli la tenuta degli equilibri familiari della nostra Civiltà.
La coniugalità, la paternità e la maternità hanno subìto per lungo tempo un’azione di devastazione e di svuotamento che  è ancora diffusa dai maestri della persuasione culturale, scientista e mediatica. Ora sembra che la resistenza divenga più solida, che la consapevolezza del disastro più avvertita, che la volontà di ricomporre il tessuto civile più determinata e intraprendente.
La coraggiosa testimonianza politica di Santorum, nel corso delle primarie per la scelta del candidato repubblicano alle elezioni di novembre per la presidenza degli USA, mostra che è possibile riprendere “il cammino della libertà” per ricostruire alla radice il sistema delle relazioni primarie con la riaffermazione del “Diritto alla Vita”.
Perché è su questa condizione giuridica e assiologica che si rifonda una democrazia trascinata ora nella perversa deriva del relativismo e nel pantano materialistico del “totalitarismo” ideologico che non riconosce l’essenza costitutiva dell’umano, della sua inviolabilità, della sua singolarità, della sua dignità. Per riconoscerlo, questo sacrosanto “Diritto alla Vita”, dobbiamo tornare a rispettare e a benedire questi nostri figli e a servirli con l’esercizio forte dell’Amore.
Il volto di questa società, che i processi di liberazione e di autorealizzazione hanno orientato verso direzioni culturali non in sintonia con la coscienza alta e severa dell’essere uomo, della sua vocazione, della sua missione e della sua destinazione, si è orribilmente sfigurato.
Il ricorso al divorzio e all’aborto, dagli anni ’70, hanno procurato rovinose cadute, offese irreparabili, infelicità diffuse. E’ una ferita dolorosissima nella cultura e nella vitalità delle nuove generazioni.
E’ ora di riprendere un cammino più attento alle esigenze vere e ai bisogni reali: la delusione per lo svanire dei sogni edonistici e delle scommesse egoistiche può diventare il meccanismo per ridare forza a una politica e a una cultura, finora soccombenti, che ricreino un orizzonte di fiducia e speranza.
L’alternativa è solo il completo fallimento e, quindi, l’orrore e la follia di una più invincibile e penosa infelicità.
Ecco perché è urgente e necessario uscire, nell’attesa della Pasqua di Resurrezione, dalla “notte del mondo”: “l’avidità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialistica, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza”( Benedetto XVI).
Risorga nel cuore e nell’intelligenza la forza della Speranza!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 23/3/2012)


Dobbiamo svegliarci!
I conti non tornano

Nella vicenda contemporanea, l’uomo ha perduto  il rapporto reale e appassionato con la realtà. I principi di riflessione, i criteri di giudizio, le direttive di azione non sono più trasparenti, consolidati e condivisi nella comunità familiare, civile, educativa, politica. Una confusione culturale e valoriale travolge i limiti, le distinzioni, le alternative: bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso sono sempre più aggrovigliati in una trama complicata che solo a fatica la coscienza avvertita e vigile, aperta alla trascendenza, riesce a penetrare e a discernere.
Diventa sempre più evidente l’esigenza di “guardarci dentro e capire come siamo fatti dentro e di che cosa abbiamo veramente bisogno”.
Dal socratico “Conosci te stesso!”, al premuroso invito agostiniano a rientrare in noi stessi, perché “nell’interiorità dell’io abita la verità”, viene indicato il percorso della ricerca profonda per rintracciare il senso delle grandi domande che urgono nel cuore umano e che esigono, all’infinito, gioia, felicità, amore.
Ecco, dobbiamo svegliarci: dal torpore e dall’effervescenza cupa di una vita consumata per nulla, a inseguire le piccole cose che muoiono e che pure ci ossessionano e ci angustiano e ci perdono nell’affanno e nella sofferenza dell’intimo nostro.
I conti non tornano! E non tornano non solo nei bilanci della finanza e dell’economia; non tornano soprattutto nella misura, nella regola e nella finalità della verità, della libertà e dell’amore.
Dov’è la vita?  A quali ideali è chiamata?  Con quali responsabilità personali, civili e politiche?
Benedetto XVI ha posto alla nostra intelligenza la questione fondamentale:
“L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?”
Fiòdor Dostoevskij aveva già posto alla orgogliosa cultura dell’ottocento, riproponendola a maggior ragione a quella ancora più supponente e nichilista di oggi, la domanda decisiva:
“Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”
E’ questa la sfida vera, lanciata al pensiero teologico e filosofico e all’esperienza quotidiana degli abitanti del pianeta Terra in questo inizio del XXI secolo.
Un’analisi del tempo presente, della sua cultura, della sua politica, della sua economia, e un giudizio non insipiente e confuso sulla consistenza, sul valore e la direzione di questa storia, possono offrire solo segni di fallimento e di sconfitta.
Ci siamo messi sconsideratamente a “giocare” con la vita e il destino, con  attese e desideri infiniti e abbiamo corrotto tutto, scommettendo follemente con l’assenza di Dio e con la sua “morte”.
Il “genio” del Cristianesimo, che ha costituito questa grandiosa Civiltà, è stato clamorosamente rimosso, rifiutato e condannato dall’ingrata generazione culturale e politica che domina il mondo contemporaneo.
La Chiesa di Benedetto XVI, in questo snodo drammatico della storia, attraversata e travolta da smarrimenti e confusioni, ci richiama le ragioni della speranza” e invita i cattolici a una testimonianza fedele, viva e coerente.
E’ ai giovani, eredi infelici di una “pretesa prometeica” e di uno sperpero idolatrico, che è affidato il sogno di una ripresa e di un ritorno alla grandezza della civiltà: la ricostruzione delle “radici evangeliche” di un nuovo “respiro di umanizzazione”planetaria.
Nel disordine che sconvolge equilibri, convincimenti, scelte, decisioni, è necessario reintrodurre il grande “progetto del bene comune” centrato sul valore supremo della dignità e inviolabilità della persona umana. Ma questo valore è riconoscibile solo nell’accoglienza del principio dell’ “uomo-immagine di Dio” e, quindi, di “figlio di Dio”.
Solo una ragione purificata dell’ “insolenza culturale”, liberata da questo “virus” carico di perfidia e di malizia, può riaprire il pensiero, la parola e l’azione all’impegno di guardare avanti e “in alto”.
Dobbiamo “fare i conti”, quelli veri e fondamentali, con noi stessi e con Gesù Cristo!
Il Papa continua ad avvertirci: “Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”.
Dobbiamo svegliarci!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 9/3/2012)


Grandissimo Celentano?
"La morte non esiste!"

All’improvviso lo scenario di San Remo si è spalancato all’irruzione della profezia.
Forti, penetranti, le parole di Adriano Celentano; ed anche irritanti per l’eccesso di provocazione nei confronti di Avvenire e di Famiglia Cristiana, presenze essenziali del protagonismo culturale ed ecclesiale del Cattolicesimo italiano. Queste parole hanno gridato, soprattutto, verità umane e divine da tempo rimaste flebili, sottaciute, represse, allontanate dalla comunicazione di massa.
Sussultava, sorpreso, il cuore in ascolto a sentire  pensieri sulla morte e sulla vita, sullo scorrere del tempo e sull’eterno,  sulla presenza divina dell’Amore.
“Questa vita è solo una fermata!” ed è parso che si sciogliesse il gelo della lunga stagione di “afasia escatologica”: un silenzio lungo, cupo sul Mistero del Paradiso, dell’Inferno, del Purgatorio e sulla diabolica, incessante, aggressiva insidia di Satana che maledice la terra e la storia.
Mi è sembrato che finalmente una muraglia eretta da razionalismi insolenti, da magisteri arroganti, carichi di perfidia e di intolleranza, da ideologie materialistiche e insipienti potesse crollare. E dal buio, dalla distruzione, dalla guerra, dal terrore, dalle macerie, il mondo venisse toccato dalla luce, da un nuovo  inizio, da una forza potente di liberazione, da una spiritualità immensa e vittoriosa.
E che si potesse sognare la fine del privilegio assoluto della spettacolarizzazione televisiva dominata dai miti e dai modelli della mondanità, dall’esaltazione dell’opulenza e della violenza, dall’orgoglioso cinismo dei vip, dall’esibizione di una carnalità viziosa e corruttrice.
Siamo stati raggiunti da una “lezione di vita” inaudita, e, per il contesto ludico e canoro, addirittura temeraria. E colpiti da una testimonianza concitata e commossa di fede, che è l’eco della tradizione antica di verità eterne purtroppo fiaccata oggi dalle nostre tiepidezze di cattolici stanchi, avviliti, sfuggenti ed ora sgomenti per incredibili intrighi, per torbide farneticazioni, per oscuri complotti che si rincorrono nei giochi perversi delle “diplomazie curiali”.  E addolorati, perché di tutto questo la grande vittima è il Papa, e con Lui l’Idea sacra di Cristianesimo.  Mentre tutti siamo sovrastati e impauriti da un dominio pesante di saperi, di poteri e di averi costituiti con il tradimento della pietà e la corruzione della giustizia.
Nello slancio linguistico di Adriano Celentano trionfa la sapienza popolare, trasparente, generosa e provocatoria che scombina ed umilia le pretese di scientismi supponenti e offensivi: “Gesù è venuto al mondo per dimostrarci che la morte non esiste”.
Nell’invito di ritornare al Vangelo vissuto c’è anche una sfida vigorosa a una pedagogia inconcludente che non sa, e quindi non può, rispondere alla drammaticità dell’emergenza culturale ed educativa.
Sul palco del Festival, Adriano, nell’effervescenza clamorosa e sarcastica di una laicità aperta al Mistero della morte, ha rilanciato le grandi questioni, i perché radicali e fondamentali dell’origine della vita e dell’umano destino e ha indicato con semplicità e con chiarezza le risposte di Gesù, sì di Gesù, che ci attende sull’”ultimo gradino prima del grande inizio”.
Da questo straordinario showman è venuto, avvolto dalla fascinazione della musica e del canto, un invito ineludibile a riprenderci una sovranità perduta, che non è tanto quella politica e civile, ma è soprattutto quella umana, creaturale, di figli di Dio e che è dono di Dio.
E’ questa sovranità divina ed umana che ci è stata sottratta e che abbiamo svenduto per “un piatto di lenticchie” nella vicenda rischiosa e decisiva della nostra libertà. Una libertà che ancora soccombe nella dissoluzione morale di una Civiltà nichilista, precipitata nella menzogna del Principe di questo mondo.
Questo spettacolo ardimentoso e indimenticabile di verità, di libertà e di amore rompe il monopolio dei talk show impastati di vanitosi agnosticismi e di scetticismi dissacranti e virulenti.
Dobbiamo essere più grati a questo strano testimone, scomodo e sprezzato profeta, che ha voluto, da un improbabile palcoscenico, risvegliare il destino divino nella coscienza di una comunità finalmente inquieta, in attesa.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 24/2/2012)


La cultura politica e religiosa e la danza mortale delle Kessler

Le turbolenze dell’euro, le speculazioni finanziarie, gli scenari cupi dell’economia, i debiti colossali degli Stati, le difficoltà devastanti delle imprese, i disagi crescenti delle famiglie rendono difficilissimi i prossimi anni.
E non c’è una cultura politica che possa orientare, con una severa lettura critica della realtà, la direzione di marcia. Ecco perché è necessario che scendano in campo, e con urgenza, nuovi soggetti, una nuova generazione culturale e politica ed anche ecclesiale.
La crisi degli assetti economici e degli equilibri finanziari è solo la rappresentazione fisica, materiale di una tempesta che viene dai livelli profondi, etici, morali, spirituali e soprattutto religiosi di questa Civiltà, che sta rifiutando di riconoscere le sue radici e di rispettare la sua tradizione e la sua genealogia.
Si avverte infatti, ancora confusamente, come non regga più la configurazione della democrazia e quanto sia a rischio la condizione primaria della libertà nei processi sempre più complessi e contrastati della difesa e della promozione della dignità umana e dei valori “non negoziabili”, fondativi e costitutivi dell’essere umano.
Nel mondo della cultura, dello spettacolo, della comunicazione politica sono diventati egemoni modelli sconsiderati ed estremi, che ora minacciano la tenuta stessa delle strutture centrali della convivenza civile.
La vita, il suo primordiale processo genetico è stato consegnato all’arbitrio dell’egoismo e alla presunzione della tecnologia medico-biologica, la famiglia al virus della discordia e della rottura, l’educazione delle nuove generazioni allo smarrimento della regola e alla confusione delle finalità, la comunità alla perdita del Bene comune e all’insolenza dei poteri, la vicenda di un popolo all’oblio delle tradizioni morali e all’idolatria del successo e del denaro.
Il Patto costituzionale italiano, che pure era nato sulla convergenza di culture politiche fortemente esigenti anche sul piano etico, è stato sempre più sperperato e corrotto in una prassi svilita ed opaca.
I sogni ora diventano incubi.
Le sorelle Kessler, “icone” brillanti e seducenti della rappresentazione spettacolare del progresso sociale del nostro Paese negli anni sessanta, sono ora il simbolo della nostra ambigua decadenza e della nostra tragedia culturale.
Con lo spettacolo “Il dott. Jekyll e mister Hyde” ci propongono la tremenda ambivalenza che abita la storia con la drammaticità dello scontro tra il volto del Bene e del Male, della Vita e della Morte. Quella loro danza, incantevole e ancora presente con il fascino di una bellezza immortale, si è infine rovesciata, ahimè, nel mortale, tristissimo “ballo dell’eutanasia”.
Si può riprendere l’iniziativa culturale, politica, educativa per convocare e richiamare alla responsabilità la coscienza contemporanea?
E’ necessario accogliere un invito di Benedetto XVI. Un invito a recuperare l’essenza integrale della condizione umana che solo l’impeto della fede e la ragionevolezza dell’analisi della situazione possono offrire.
Per riconoscere nell’uomo le esigenze di verità, di bellezza, di giustizia, di bontà, di felicità, non possiamo escludere dalla strategia della rinascita e dalla possibilità di resistenza allo sfascio la dimensione spirituale. Non si può consegnare ancora una volta l’avventura che viviamo alle ideologie materialistiche, al primato della tecnocrazia, al calcolo sociologico e statistico, alle dinamiche esclusive della produzione e del consumo e del loro fallimento.
Nelle realtà locali, nei rapporti diretti e vivi dell’esperienza sul territorio, nei nuclei cognitivi, affettivi e relazionali della convivenza comunitaria, sia civile che ecclesiale, è ora di ricominciare a tessere con saggezza il vissuto umano.
Non sono le élite culturali, le aristocrazie del denaro e i vip delle scene televisive e cinematografiche, né i capi delle nazioni e i leader dei partiti a poter dettare il corso felice della storia.
Le linee del futuro vengono dalla gente umile che si interroga su le questioni del vivere, del faticare e del morire e racconta la gioia e la sofferenza di ogni giorno e riesce anche a dialogare con Dio.
Solo in questa esperienza di vita riusciamo a rintracciare, piantati nel presente, le necessità fondamentali dell’esistere e il senso della vita, l’urgenza di tornare all’economia del dono e del servizio e alla possibilità di comunicare con il vero Padrone del tempo e della storia.
Senza la divina Paternità, senza la Maternità della Vergine e la Redenzione della Croce questa storia è divenuta veramente una “brutta favola”.
E’ ora di raccontarci, invece, senza vergogna e timore, la vicenda vera di questo nostro presente, e di correre “ai ripari”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 10/2/2012)


La sfida dell'ateismo all'indifferenza dei cattolici

E’ arduo leggere la situazione complicata e difficile in cui si muove la vicenda contemporanea.
Tutto sembra incagliato in una “sofferenza” preoccupante e irresolubile. La società non riesce più a “fare i conti” con il consumismo e la globalizzazione, con lo Stato e con il Mercato, con l’economia e la finanza, con le ideologie e le tecnologie, con le tradizioni e l’innovazione. E le nuove generazioni, alle quali è sempre stata affidata la realtà del futuro, la sua profezia e la sua costruzione, è priva di sicuri riferimenti culturali, di condivise categorie etiche, di valide certezze morali, di chiari orizzonti di significato e di senso.
Alcuni decenni or sono il  filosofo Martin Heidegger definiva il nostro “il tempo della notte del mondo”, perché il mondo stava diventando sempre più povero, “tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza”.
Per questo è un segno dei tempi che si estenda il confronto conflittuale e fortemente polemico sulla “questione di Dio” e che l’ateismo ponga nel dibattito filosofico, scientifico e politico, le antiche e le nuove ragioni della sua sfida alle teologie e alle religioni, soprattutto al Cristianesimo.
Ci manca Dio? Sentiamo ancora, anche noi cattolici, il bisogno di ascoltarLo, di ringraziarLo, di invocarLo, di incontrarLo?
Ci siamo adattati alla sua “mancanza”!
La sua “assenza”, o la sua “morte”, non ci inquieta più di tanto. La maggioranza dei battezzati non frequenta i tempi e gli spazi della sacralità, non sente la universale vocazione alla santità, non riconosce, non difende, non giustifica le “ragioni della speranza”, non ne proclama l’annuncio.
Gesù, “ la causa della salvezza di tutti”, non è più riconosciuto come Salvatore.
Salvatore da chi?  da che?
La verità di Gesù non è più sorprendente ed emozionante; non appassiona e penetra la condizione affettiva e relazionale della persona, non ne coinvolge integralmente i percorsi e il vissuto, non viene introdotta apertamente e coraggiosamente nella comunità e nella storia.
Nella comunicazione religiosa, nella presentazione teologica, nella stessa celebrazione liturgica, la gelida e astratta logica delle indicazioni dogmatiche e morali e la burocratizzazione del culto non muovono il cuore all’accoglienza, non animano alla testimonianza, non aprono, nell’esperienza della sofferenza e dell’infelicità, il varco alla speranza e all’eternità.
La battaglia all’ateismo, quindi, deve essere vinta prima dentro di noi, nelle viscere stesse della condizione umana: riconoscendosi, ognuno, creatura redenta ed amata da Dio e rianimando in se stessi il rapporto tra fede e ragione, tra Rivelazione e storia, tra testimonianza e vita.
E’ urgente e necessario aprirsi al mistero,  alla profezia, all’invisibile, alla spiritualità, all’esperienza concreta della relazione umano-divina, al cammino della divinizzazione; accogliere l’irruzione del soprannaturale nel cuore e nella storia.
L’uomo non è “evento accidentale”, che pensa, che parla, che agisce, che ama “per caso”.
E’ la nostra religiosità tiepida, cedevole, arrendevole, che si lascia trascinare dai venti del divenire, a rimanere ostaggio della polemica ateistica e  della seduzione agnostica.
La provocazione antireligiosa, razionalistica o naturalistica che sia, può soltanto confermare la necessità di rimanere cristiani oggi e di esigere in modo più completo e profondo le convinzioni della fede.
Anche i non credenti, siano atei o agnostici, hanno bisogno di dialogare e di incontrare dei credenti veri, coscienti della verità, della libertà e dell’amore, testimoni  coerenti e coraggiosi.
Molte posizioni rabbiose e virulenti, molti laicismi aggressivi e anticlericalismi duri vengono generati dalla nostra mediocrità, dalla nostra tiepidezza, dalle nostre ipocrisie e infedeltà.
Siamo noi credenti a mostrare la presenza o l’assenza di Dio nella vita e nella storia.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 27/1/2012)


L'avventura umana del 2012 e il ritorno urgente al Vangelo

Velocemente si smorzano i pensieri e il vissuto dell’anno che se ne va: di tanti giorni resta soprattutto un greve miscuglio di frammenti dentro i già deboli riverberi della memoria.
Mentre si congeda il vecchio, si spalanca la sorpresa del nuovo che sopraggiunge con estenuata effervescenza mediatica e senza le consuete eccitazioni dello spettacolo e le offensive esibizioni dello spreco. E già sull’inizio, con la conferma dei legami, delle consuetudini e degli impegni già presi, si riversa il carico disordinato di presentimenti, di tensioni, di ansie e di sofferenze.
Si è affievolita la solita “euforia” e anche le luminarie sono più flebili.
Infatti sulla “prima soglia” dell’anno già si aggrovigliano tristezze, inquietudini, rassegnazioni e segnali di allarme e di sfiducia.
Il 2012 è già dentro l’emergenza, sotto il segno della recessione. L’Europa intera è ormai esposta alle virulenze e alle convulsioni del conflitto globale, alle insidiose oscillazioni degli indici, all’affanno dello spread.
Si vanno delineando cupi scenari di forsennate speculazioni e di micidiali tempeste finanziarie, vere e proprie guerre planetarie, che devastano consolidati assetti geopolitici e delicati equilibri statuali.
Avanza ormai il funesto corteo della disoccupazione e della precarietà, con la violenta accelerazione dei processi di corrosione dei tessuti civili, sociali ed economici; crolla la capacità di produttività e di competizione; si immiserisce la condizione vitale di vasti ceti popolari; si inasprisce la stretta fiscale; si allontanano le garanzie previdenziali.
Si dilata ancor più il gigantesco debito pubblico, e se continua così il Paese non ce la fa ad uscire indenne dal vortice pauroso dell’iper-capitalismo globale che strozza le posizioni più fragili e indifese.
E’ in questo orizzonte minaccioso ed oscuro che dobbiamo, senza rinvii e tiepidezze, collocare idee di luce, pensieri di pace, parole di speranza, gesti di misericordia e di solidarietà.
Pietro Gheddo, coraggioso missionario in cammino sulle miserabili strade della terra dominata e sfruttata dalla potenza inesorabile del denaro, ora ci invita a una severa riflessione e a un generoso impegno: “Abbiamo creato una civiltà senz’anima; dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”
Tornare al Vangelo: per considerare l’urgenza di un cambiamento necessario, per rintracciare con umiltà sentieri di servizio e di compassione, per rinunciare con decisione all’invadenza dell’egoismo e dell’avidità.
Il meglio di quest’anno che inizia, tra tanti problemi, non è dato dalle circostanze, dalla fortuna e dal determinarsi più favorevole degli eventi; è, invece, affidato alla libertà dell’intelligenza d’amore degli uomini di buona volontà.
Il meglio può venire da un sorriso in più, dalla premura di un “ti voglio bene”, da un sincero cenno di simpatia e di affetto, da un deciso passo di perdono e di concordia, da un generoso esercizio di aiuto.
In condizioni ora più difficili, in concrete, inevitabili situazioni di sacrificio e di rinuncia, dovrà essere più intenso e profondo il senso di umana fraternità, di amicizia, di prossimità.
Qualche giorno fa il Papa ai carcerati di Rebibbia: “… sono venuto a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito”. A ciascuno di noi, tutti incarcerati nelle idolatrie e nelle insensatezze di questa civiltà decadente, giunge dalla Grotta di Betlemme il tenerissimo linguaggio di un Bambino: “Vi amo di un amore infinito!”
Basta poco a spezzare un destino, a inchiodare una creatura alla malasorte, ad avvilire la dignità di un individuo, a sporcare un volto, a ferire una vita. Ma basta una parola, una parola di amore infinito, a confortare, a consolare, a sostenere, a risollevare un’anima aggredita da crudeli tragedie, da sventure inenarrabili.
Questo mondo può ridiventare più umano?
Sì, se reimpariamo l’alfabeto essenziale e i numeri primordiali: le lettere dell’amore e le cifre del dono.
Soltanto questa “Comunicazione Evangelica”, con lo splendore della verità, della libertà e dell’amore, renderà, anche nel difficilissimo 2012, la terra più umana, più divina!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 13/1/2012)

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