La gioia della Speranza

con Davide Nava

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Voltare pagina!
La memoria di De Gasperi nell'avventura delle nuove generazioni
La DC di Roberto Costanzo e i percorsi politici dei Cattolici oggi
Il lavoro giovanile nel Mezzogiorno d'Italia
La droga, la morte e la vita
Il compito del politico e lo Stato dei briganti
Lo spettro del disastro e la politica della speranza
Nella crisi della Stato il risveglio della cittadinanza
Santa Sofia! Patrimonio della Fede e dell'Umanità
Nell'Europa di Hitler e Giovanni Paolo II
L'insulto, la rabbia e l'esercizio della critica
Pansessualismo. La crisi del "maschile" e del "femminile"
Amministrazioni vecchie e nuove - Il sogno della politica
Il Male, il Castigo e la Misericordia
La Beatificazione di Giovanni Paolo II il Grande!
Stiamo andando verso l'Apocalisse!
150 anni di Unità d'Italia
La bellezza innocente, la violenza e la pietà
Dignità della Donna e Amore per la Vita!
La giornata della Memoria e la Difesa della Vita
A lezione di Libertà!
La "seconda vita" di Nicola Ferrara


Voltare pagina!
Una svolta nel Paese: una nuova cultura e una coscienza rinnovata.

La confusione cresce inesorabile anche negli ambiti lontani dall’epicentro tormentato della finanza mondiale. Segno evidente della preoccupazione sociale e dell’affanno politico, ormai non più contenibili.
Il governo Monti, nato negli stessi ambienti culturali, professionali e finanziari dove fu affermata l’inevitabilità, la sicura garanzia, dell’euro, potrà rispondere alla gravissima prova?
Reggerà l’euro? E’ stato un “azzardo” o un “merito storico” aderirvi dieci anni fa? E come far fronte al suo possibile fallimento?
Le prove, quelle grandi e fortemente drammatiche, quando irrompono nella vicenda personale, familiare o di popolo, possono anche scuotere, risvegliare, rianimare la coscienza personale o collettiva. E ne possono anche strozzare l’essenziale slancio vitale e creativo.
Ora che all’orizzonte di questa nostra storia sembrano tramontare certezze, priorità, prospettive sicure di futuro e si avvicinano scenari difficili e torbidi, ci accorgiamo che non c’è una strategia culturale, etica, politica alla quale affidare decisioni e scommesse.C’è un vuoto, la presenza inquietante del nichilismo, nella cultura postmoderna! Ecco perché con il crollo degli scenari finanziari e con  l’indebolirsi delle strutture socio-economiche ci sembra di assistere alla “fine del mondo”.
Ora, in questo cambio storico, la crisi dell’Europa, con il venir meno della centralità culturale, economica e politica dell’Occidente, può essere percepita come disgregazione accelerata dell’impianto della stessa Civiltà moderna.
E si affaccia insidioso il fatalismo della resa, con la rassegnazione al naufragio.
Che l’intelligenza politica possa essere travolta dall’incapacità di pensare una via di ripresa e di speranza è un rischio inevitabile se si resta chiusi nel perimetro della modernità (e della sua crisi) centrata sull’inevitabilità del progresso e sulla potenza dell’autonomia della ragione.
Sono proprio i paradigmi assoluti e progressisti del razionalismo, giocati sui terreni del sapere, del potere e dell’avere con la pretesa arrogante dell’autosufficienza, che non reggono più. L’avventura umana è stata abbrancata dalla presa materialistica dell’istinto, della bramosia e del divertimento.
Ritenere che si possano rinsaldare la connessione e ricomporre gli equilibri del sistema capitalistico globalizzato con misure più efficaci ed efficienti è una scommessa perduta.
Lo sconvolgimento in atto non è solo di natura finanziaria ed economica. E’ di portata morale, etica, spirituale. Tutti i valori dell’ “umanesimo cristiano” sono stati ridotti a “valori di Borsa”, avviliti nella logica del rendimento e dell’utile.
La cultura nostra, italiana europea occidentale, è stata generata dentro il crogiuolo straordinario di filosofia e teologia, di memoria classica e di pensiero cristiano, di storie e di attese.
Al centro di questa grandiosa “civilizzazione post-romana” c’è stata la potenza creatrice e redentiva del Cristo, del Dio-Uomo entrato nella storia con la testimonianza  totale dell’amore.
Il nucleo produttivo di questo processo vitale e complesso è nella concezione antropologica della dignità della creatura: l’uomo-immagine della Divinità.
E in questo percorso si è compiuta la più grande e decisiva impresa della storia: l’evangelizzazione-umanizzazione della persona e della storia dei popoli.
Quando, invece, l’antagonismo del dominio e della violenza ha eroso, con l’ideologia dello scientismo e con l’egemonia del denaro, la fondazione stessa della realtà umana, sono prevalse le dinamiche del nichilismo con l’esclusione di Dio dalla storia.
Non ci salveremo se non rintracciamo presto la via del ritorno alle radici della Vita e della Storia, se non invochiamo la fecondità della Provvidenza, se non torniamo a praticare, con umiltà e con amore, le relazioni umane e con responsabilità i rapporti civili e sociali.
Nolenti o volenti l’emergenza deve indurci alla “disciplina” dell’austerità e della sobrietà: soltanto in questa è possibile ricreare le condizioni del risveglio, del risanamento e dello sviluppo solidale e integrale.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22/ del 16/12/2011)


La memoria di De Gasperi nell'avventura delle nuove generazioni

Diventa sempre più aggressiva la devastazione finanziaria che attraversa tutte le coordinate storico-sociali, etiche e territoriali della convivenza umana nell’orizzonte planetario.
Si vanno pure esaurendo le illusioni che potessero bastare nuovi profili di governo e qualche proposito più severo di austerità e di efficienza a risolvere celermente e “tecnicamente” la minaccia di default.
Per tornare più felici e sicuri alla “baraonda” che siamo costretti invece ad abbandonare.
Si potrà pure resistere allo sconquasso, si potranno pure alleviare le sofferenze, i disagi, le difficoltà, si potrà fare molto (o poco) per evitare il franare sistemico delle strutture istituzionali dell’Europa e del nostro Paese…
Certamente non si potrà, mai più, ripristinare la logica dissennata del potere, del successo, dello spreco e la gestione forsennata, osannata e condivisa, degli interessi individuali e di gruppo organizzati fino dentro le istituzioni pubbliche della democrazia.
Gli scenari del collasso della prima Repubblica e del disfacimento della seconda si sovrappongono cupamente e sembrano non lasciare spazio alla risposta politica della sovranità popolare, assediata e sconfitta, svuotata, neutralizzata ormai.
Dobbiamo prendere coscienza che è irreversibile il processo violento messo in moto, il 2008, dal fallimento delle potenti centrali finanziarie del dominio mondiale.
Era quello il “segnale sismico” che la fondazione della convivenza umana, assegnata stupidamente all’esercizio esclusivo di Mammona, della pura ragione finanziaria del Mercato, non reggeva più.
Come poter uscire dal pantano del materialismo globale?
Ripensando la storia della democrazia, suscitando nei giovani la speranza e la progettualità di rinnovamento radicale, affidando al Signore della storia e della vita la scommessa del Bene comune.
Alle radici dell’esperienza repubblicana c’è una scelta di libertà, una decisione di sacrificio e di sviluppo, un desiderio forte di riconciliazione e di pace dentro l’esplosione di una vigorosa energia  comunitaria.  Un nuovo patto costituzionale, un ampio, fervido processo democratico  a guida di un gruppo dirigente formato dentro l’esperienza, l’ispirazione e la pratica dell’essere cattolici. Ritornare a De Gasperi, fondatore della democrazia italiana ed europea, per recuperare non lo schema illuministico,  la tecnica dell’organizzazione civile, ma per rintracciare una sfida, un rischio, un destino! Di unità, di sviluppo, di solidarietà, in un orizzonte certamente difficile e drammatico, ma sempre carico di prospettiva, di ripresa e di cambiamento.
La realtà è sempre positiva soprattutto quando deve partorire un “nuovo inizio”, il cominciamento bello e rischioso di un futuro che appartiene ai giovani. Non più a noi adulti, che non abbiamo saputo trasferire nei processi storici degli ultimi cinquant’anni gli ardimenti e le scommesse, i sacrifici e la moralità, l’equilibrio e la sofferenza dei gruppi dirigenti della prima stagione della democrazia italiana.
Ai giovani bisogna ora indicare quella storia e strapparli allo sguardo rabbioso e malinconico sui cinismi, gli inganni, le cupidigie, le perfidie, le paure, le convulsioni e le chiusure di questo presente triste e spaventato.
In alternativa alla speranza che viene dalla memoria e dalla profezia dell’“inizio”, da alimentare nel cuore delle generazioni emergenti, finirà con il pesare sempre più l’invadenza distruttiva del nulla.
Ai giovani continua a dire dal cielo Papa Wojtyla: “Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21/ del 2/12/2011)


La DC di Roberto Costanzo e i percorsi politici dei Cattolici oggi

Cresce l’allarme: il debito pubblico è insostenibile; l’attacco speculativo infuria; cresce la disoccupazione; il ceto politico non è più credibile; si avvicina la soglia del fallimento e della catastrofe.
La inquieta, delicata e tempestosa situazione dell’Italia e dell’Europa interroga drammaticamente e radicalmente l’intelligenza della nostra storia politica. E deve risvegliare con urgenza e in profondità  la capacità personale e collettiva di assumere una più integrale responsabilità rispetto a questo presente complesso e problematico. Si vanno disfacendo orgogliosi modelli progressisti, si rivelano sempre più le pesanti logiche di dominio finanziario e le perverse pratiche nella gestione istituzionale del bene comune; si vanno paurosamente allargando le situazioni più gravi di precarietà e di sofferenza.
La politica si è infiacchita e si è arresa? Certamente non riesce a scegliere, a decidere e quindi a governare la realtà in questo passaggio decisivo della storia mondiale.
Si può rispondere allora  a una crisi così devastante che sfugge ormai alla gestione democratica del Paese e, purtroppo, anche a una severa analisi convincente e condivisa?
E’ necessario e urgente ritornare alle radici etiche della grande politica e proporre un’agenda strategica di emergenza e di rinascita.
Ritornare al territorio, alla propria gente, ai bisogni reali e alle urgenze primarie: perché dove c’è la propria famiglia, il proprio lavoro, la propria parrocchia, dove si vivono ogni giorno le speranze, le tristezze, le miserie e le gioie dell’esistere, qui bisogna sperimentare le categorie essenziali della politica, del servizio, dell’impegno e della partecipazione.
Ritornare alla fede nell’uomo, al rispetto profondo della sua dignità, del suo essere “immagine divina”: perché è l’appartenenza fedele all’umano, alla inviolabilità del suo statuto antropologico, dall’inizio alla fine del suo esserci nello spazio-tempo della storia, a determinare le prospettive e le strategie della politica.
Ritornare all’ispirazione cattolica, con coerenza, con fedeltà, con entusiasmo, per rintracciare i sentieri, ora interrotti e perduti, dell’umana fraternità, della laicità positiva che non disprezza gli orizzonti della fede, non impone l’arroganza totalitaria di Cesare e accoglie gli irrinunciabili e non negoziabili valori della vita, della verità, della libertà e dell’amore.
Ritornare a porre al centro della vicenda politica, culturale e civile, ed anche ecclesiale, la essenziale presenza della famiglia generativa di sviluppo e di solidarietà e la condizione degli ultimi e dei miseri, per misurare, su la regolazione della vita familiare e sul recupero della vivibilità  e dell’integrazione  dei miseri della terra, i coefficienti della politica e delle normative fiscali, previdenziali, creditizie ed economiche.
Ritornare all’etica della responsabilità e del dovere, alla severità e al rigore dell’amministrare, per cui l’esercizio del potere sia organizzato dentro un orizzonte di moralità e di legalità, per servire, non per asservire e corrompere.
Il ritorno alle radici della politica, nella generosità e nell’intensità del pensare e dell’agire, va perseguito, per non soccombere, con lucida e decisa determinazione: nei luoghi prossimi della convivenza, nel cuore delle comunità, negli organismi periferici della socializzazione e del lavoro. Non possiamo pretendere da altri, nella sfera alta della statualità, l’esercizio autorevole, equilibrato e sapiente del potere, se ognuno di noi non si muove secondo criteri di giustizia, nel perimetro che gli compete.
Ecco perché va approfondita e maturata, con un registro storiografico vigoroso la splendida e incisiva “Cronistoria politica” del  Sannio che Roberto Costanzo ha elaborato – La politica a Benevento nei primi cinquant’anni della Repubblica, Edizioni Natan 2011 − offrendola a tutti noi per riflettere sulla dinamica socio-politica delle nostre vicende locali, sul senso della modernizzazione, dell’evoluzione e della dispersione della civiltà contadina e artigiana e sull’indebolirsi e corrompersi della tenuta etica e religiosa della nostra gente.
Riconsiderare sui percorsi proposti da Roberto Costanzo la storia della D.C., analizzare i passaggi elettorali, valutarne le scelte, giudicarne i risultati, misurare, infine, l’alterazione e la frantumazione della sua organicità e il collasso del suo ruolo può consentire una presa di coscienza storico-politica che valga a decifrare il volto complicato ed anche oscuro di questa fase confusa e rischiosa e a dichiarare le ragioni forti della speranza e della libertà che sono ancora in noi.
Forse, nel rileggere in profondità la lunga vicenda democristiana nel Sannio, potremo comprendere quanto grave sia stato l’allontanamento dalle sorgenti etico-politiche del Cattolicesimo e quanto dannoso il gelo, e poi  l’inaridirsi, delle radici ideali, sturziane e degasperiane, nella nostra esperienza locale e nazionale.
E’ ora di dire, da cattolici convinti, cosa pensiamo di noi e dell’Italia, e ricominciare.
L’intelligenza della fede diventi intelligenza della realtà!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20/ del 18/11/2011)


Il lavoro giovanile nel Mezzogiorno d'Italia

Andiamo con fiducia alla Villa dei Papi! E con animo sereno:”né indignati né rassegnati”!
Il Seminario di studio, programmato dall’Arcidiocesi di Benevento per il 5 novembre 2011 e presieduto da S.E. Mons. Andrea Mugione , sarà introdotto da S.E. Mons. Arrigo Miglio, Presidente Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici italiani.
Le relazioni si annunciano vigorose e penetranti per poter afferrare il senso di questa nostra difficile e accidentata storia meridionale, per leggerne le dinamiche e le contraddizioni, per poter costruire risposte radicate nelle motivazioni, nei disagi e nella precarietà delle nuove generazioni, per poter accogliere i paradigmi essenziali della vicenda economica e valorizzare le risorse, soprattutto quelle ancora inerti, e le strategie possibili dello sviluppo.
Questo appuntamento, a cui ci convoca con premura ed urgenza la Chiesa Beneventana, potrà generare un’attenzione concreta, una prospettiva di speranza, una condivisione progettuale forte, un investimento di fiducia e una disponibilità politica e amministrativa intensa ed aperta?
La crisi che può travolgere la nostra condizione esistenziale, personale e collettiva, già incerta e drammatica e che espone le nuove generazioni e l’intera comunità del Sannio a rischi gravissimi e a prove insopportabili, impone da subito la necessità dell’ascolto, della preghiera, della collaborazione e del lavoro. E senza calcoli, senza indifferenza, senza incertezze.
Anzi con un supplemento di generosità, di donazione, di sacrificio e di volontariato, di lavoro e di gratitudine. Per sfuggire alla “sacralizzazione del denaro” e per riaffermare la divina logica del Vangelo: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda”.
Nelle nostre Comunità popolari è necessario innanzitutto risvegliare dinamiche di aggregazione e sinergie concrete, per ricostruire solidarietà da tempo svigorite e relazioni interrotte. Si possono, così, riannodare alla vitalità e all’effervescenza delle nuove generazioni le istituzioni distaccate e lontane, e stanche.
Le Parrocchie possono svolgere in questo processo una funzione decisiva: richiamare alla speranza e alla responsabilità, alla creatività e al servizio i fedeli spesso rinchiusi nell’indifferenza ed espropriati dall’esercizio arrogante della delega amministrativa.
Dalle Settimane sociali dei Cattolici italiani vengono sorgenti generative di progettualità integrale: di evangelizzazione-promozione umana, di formazione all’imprenditorialità , di espansione associativa e comunitaria, di testimonianza attiva e concreta.
Ecco perché il “lavoro giovanile nel Mezzogiorno d’Italia” è una questione morale, ecclesiale e politica che deve imprimere una provocazione forte, una carica di inquietudine, negli equilibri culturali, civili e istituzionali, non solo, ma anche in  quelli ecclesiali.
Con Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo e solidarietà, l’Episcopato ha voluto dare la sveglia a un laicato cattolico che nel Sud, forse, non si è fatto veramente “costruttore di storia”.
Vi si ricordava, addirittura, che “ogni membro della Chiesa è partecipe del triplice ufficio sacerdotale, profetico e regale − di Gesù Cristo”.
Allora c’è bisogno che i fedeli nella propria comunità affermino l’appartenenza a Cristo Gesù con la testimonianza d’amore a favore di chi vive ora il travaglio di crescenti difficoltà e di rischi straordinari.
La Chiesa, “esperta di umanità”, ha, negli ultimi anni, generato e accompagnato in realtà meridionali difficili, agitate e ferite da antiche e nuove emergenze, progetti vigorosi e impegnativi che hanno moltiplicato soggetti, strategie e fasi di sviluppo.
Disertare, sottovalutare l’incontro non si può! Soprattutto se non si vuole continuare nel lamento e a persistere nella rabbia, se non si vuol rimanere cristiani tiepidi e deboli, nell’attesa vile che altri rispondano ai bisogni e alle esigenze della nostra gente e dei nostri figli.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19/ del 4/11/2011)


La droga, la morte e la vita

Si continua a morire! Il destino di molti adolescenti e di giovani è finito nella rete infame e minacciosa dei venditori di morte e di disperazione.
E la tragedia continua: tra lo scandaloso gelo delle istituzioni, l’indifferenza complice delle comunità infiacchite e il cinismo dei “grandi maestri” del libertinismo criminale, del relativismo etico, dell’edonismo suicida.
Continua il disfacimento sociale , diventa più grave la scomposizione civile, si destruttura il rapporto tra le generazioni emergenti e il circuito delle responsabilità culturali, educative, ecclesiali e politiche.
Quando, dopo una fase di oscuro silenzio, irrompe, lacerante e drammatica, l’evidenza dell’intossicazione mortale di un adolescente, la famiglia sprofonda nella mortificazione dell’isolamento, schiacciata dall’impotenza e, spesso, dall’ingiuria assurda della denigrazione sistematica e vile.
E mentre la coscienza privata e pubblica si nasconde nella retorica e si autogiustifica con la predica esaltante dei valori pedagogici, nessuna strategia viene costruita e praticata nello scenario avvilito ed esangue del territorio, dove tutti siamo bloccati nel sistema materialistico del consumismo.
Infatti si allarga paurosamente il vuoto delle iniziative di soccorso, di solidarietà, di intervento, di rianimazione.
Tuonava una volta il lugubre, triste vociare del no, del rifiuto, della condanna, dell’insolenza, dell’insipienza, ma almeno appariva la furia della dialettica e del confronto pur duro, feroce e polemico.
Ora è calata, sempre più dolorosa e cupa, la notte del menefreghismo.
Perché non siamo nemmeno più infastiditi dalla provocazione velenosa e aggressiva che insidia la salute del corpo e dell’anima dei nostri ragazzi e che assedia la loro indifesa fragilità?
Perché nessuna reazione civile e religiosa, oggi, alla presenza inquietante del dramma devastante l’identità, l’avvenire e le dimore dei nostri figli?
L’opinione pubblica nel passato era spaventata dalla possibile accoglienza di giovani che, pur non appartenendoci, ci richiedevano il dono dell’ospitalità: soltanto un umile rifugio in uno spazio abbandonato e lontano!
Possiamo ora lasciare, squallidamente, al braccio della morte, tra paure, angoscia e disperanza, intere generazioni di nostri figli improvvidi e innocenti?
Possiamo lasciarci andare alla rassegnazione o al moralismo cattivo della diffidenza, dell’astio e dell’intolleranza nei confronti degli infelici che cadono nell’inferno della tossicodipendenza?
La “perversa malattia” del drogarsi, purtroppo, attacca e seduce non solo i soggetti colpiti direttamente nella mente, nel corpo e nel cuore, ma pervade e contamina acutamente gli ambienti civili, imprigiona la coscienza popolare, disturba e corrompe il sentire politico ed educativo dei gruppi dirigenti, spegne l’energia integrale delle famiglie e delle comunità, ne lacera e ne scardina i legami e ne oscura e travolge le prospettive di sviluppo e di speranza.
Certamente resterà l’odissea tragica della condizione umana nella storia fino alla “fine dei tempi”;
ma non potrà tramontare, nell’avventura dinamica, difficile e bella della convivenza interumana, l’intelligenza della verità, della libertà e dell’amore per intravedere il sogno permanente della felicità.
Questo sconfinato desiderio di felicità, sperduto ormai nel pantano del “successo comunque” e nell’oblio di Dio, Provvidenza di amore e di misericordia, può ancora risorgere. Può risorgere se torniamo, tutti, alle radici belle, buone e sante del nostro esserci nel mondo come veri figli di Dio, immagini viventi di Cristo Redentore, Liberatore dell’uomo affaticato ed oppresso nella deriva di questa civiltà sfiduciata e incagliata tra gli scogli e gli abbagli del potere, del piacere e dell’avere.
E’ necessario uscire dalla falsa alternativa della deprecazione e dell’impotenza per tornare alla responsabilità dell’amore e riaccendere l’intelligenza del credere, decidendo di servire, con animo aperto e commosso, le famiglie che vivono il dramma della sventura, della sofferenza e della disperazione dei loro figli: perché è ancora possibile recuperare e sperimentare la Gioia della salvezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 21/10/2011)



Il compito del politico e lo Stato dei briganti

L’emergenza è sempre più grave e l’allarme sociale sempre più drammatico!
S’infittiscono analisi e giudizi anche confusi, si agitano indicazioni e proposte anche scombinate per la crisi profonda e devastante della società italiana. Non c’è ancora una strategia sicura e condivisa. Perché è la questione morale a rendere più inquietante e difficile quella finanziaria ed economica.
“C’è da purificare l’aria”, afferma il Presidente della CEI.
L’evidenza della corruzione nella Pubblica Amministrazione e negli Enti locali, il moltiplicarsi dei “comitati d’affari”, il cancro sociale dell’evasione fiscale e delle speculazioni rapaci e irresponsabili, il discredito che travolge la rappresentanza politica e i gruppi dirigenti, mostrano un Paese malato, “disamorato di sé”, stanco, smarrito e avvilito, dissipato e snervato. Senz’anima!
L’individualismo esasperato e possessivo, che si manifesta in uno stile di vita equivoco, dissennato e licenzioso, irrompe ormai in tutti gli ambiti sociali e civili, devasta i rapporti educativi e affettivi, lacera le istituzioni fondative delle relazioni interpersonali e civili.
Il Papa Benedetto XVI, il 23 settembre, nel Reichstag di Berlino ha ancora una volta ridefinito la funzione della politica e il ruolo del politico con parole chiare e forti: “la politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace”.
E, facendo riferimento alla vicenda biblica del giovane re Salomone, il Pontefice ne ha richiamato la domanda rivolta a Dio: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (I Re 3,9).
Il re, figlio di Davide, non chiede successo, profitto, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici; chiede “un cuore docile”.
Che cosa chiedono,invece, oggi, alla politica gli elettori e gli eletti?
Riusciamo a distinguere ancora, con l’interrogativo di Sant’Agostino, lo “Stato da una grossa banda di briganti”, quando si “apre la strada alla contraffazione del diritto e alla distruzione della giustizia”?
“Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico”, afferma ancora il Papa che, poi, aggiunge: “la richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi”.
Nel governo democratico delle nostre realtà civili, a livello locale, regionale, nazionale, europeo dovremmo condividere l’auspicio del Papa: “penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile, la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace”.
È questa la linea di pensiero e di azione che può ridare responsabilità e speranza alla prospettiva storica del nostro Paese nell’affanno e nell’urgenza delle sfide economiche, politiche, morali e culturali di questo difficile, grave momento.
A rendere più pesante lo scenario sociale ed economico in cui viviamo giungono ora le previsioni del Rapporto Svimez sul Mezzogiorno.
Il nostro Sud, che continua a tracciare la “incompiutezza dell’unificazione italiana”, è sempre più “deserto di natalità”, spazio prevalente di anziani, luogo del declino da cui fuggono giovani e laureati. Vi persistono i vecchi mali e vi si acuiscono gli egoismi territoriali. Da dieci anni le cifre del PIL sono negative e il quadro raggelante della recessione annuncia perfino l’estinzione dell’apparato industriale nel Sud e il fallimento complessivo del sistema socio-economico.
Che dire? che fare?
Senza una severa autocritica che vada a toccare i meccanismi del potere locale e regionale e a misurare l’inadeguatezza delle classi dirigenti, non usciremo dal pantano in cui siamo finiti.
Il Mezzogiorno richiede, prima che sia veramente tardi, parole forti ed esigenti, intelligenze nuove e responsabili, testimonianze di servizio e di solidarietà, guide capaci di governare il territorio con umiltà e saggezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 7/10/2011)


Lo spettro del disastro e la politica della speranza

Le strategie politiche, economiche e sociali, proposte in questi ultimi ultimi tempi per affrontare la drammatica recessione, non prevedono la centralità del fattore famiglia e quindi dell’uomo soggetto di sviluppo e di speranza.
Non c’è nella manovra finanziaria anti-crisi una misura che si concentri su le famiglie anche per ridurre il disagio crescente dei giovani senza lavoro che solo genitori e nonni possono sostenere.
Molti riconoscono che la famiglia è la protagonista della tenuta e della risalita del sistema Italia ora in gravissima difficoltà.
Ma dal riconoscimento di questo primato sociale ed economico non vengono decisioni ed azioni correnti.
Anche dalle istituzioni europee viene affermata la difesa della famiglia perché è l’unità fondamentale della società a cui deve essere riconosciuto il diritto ad un’adeguata tutela sociale, giuridica ed economica per garantire il pieno sviluppo.
Invece la sua vulnerabilità aumenta e lo scomporsi crescente dell’unità organica del patto matrimoniale intensifica i processi di frantumazione della realtà civile e della prospettiva stessa della sua statualità.
Le culle sono sempre più vuote e l’Italia resta senza figli. L’equilibrio demografico e intergenerazionale è rotto.2 bma natalità e la fecondità in Italia, che i dati Istat segnalano, vanno celermente cedendo, malgrado la presenza di madri straniere più propense a mettere al mondo figli. Questa incessante corrosione della struttura civile e sociale peggiora la prospettiva di evoluzione positiva e non favorisce la ripresa del ciclo di sviluppo economico.
Tuttavia non è tanto la crisi che deve spaventarci. Deve farci paura la superficialità e l’inconsistenza della politica che non riesce a rispondere con l’intelligenza della storia alle grandi sfide e ai rischi di questo momento difficile.
Tra poco sarà difficilissimo, veramente problematico, continuare a governare le istituzioni e ad amministrare le comunità, seguendo le logiche del dominio e dello sfruttamento del “potere comunque”.
Ora è necessario più che mai ripensare i principi costitutivi che la forte tradizione democratica custodisce nella nostra memoria nazionale, rinvigorire i valori della moralità e dell’etica popolare, raccogliere le energie e le esperienze per ridefinire il bene comune e una autentica giustizia sociale. Prevalgono ancora dannose divisioni e inutili scontri, stupide rivendicazioni ed egoistici particolarismi, tenaci arroccamenti nei circuiti del privilegio.
Questa complessa circostanza, ancora carica di debolezze estreme e di pretese arroganti, esige invece una coraggiosa ispirazione, una significativa e originale disponibilità a costruire concrete azioni politiche di servizio. Ma questi rinnovati comportamenti non bisogna, con il lamento o con la rabbia, richiederli agli altri!
E’ a se stessi che va riaffidata l’idea alta della politica, per ricostruire dal basso le relazioni primarie che danno vita alle comunità e al progetto della convivenza nel territorio.
A un’Italia sfiduciata e stanca bisogna riconsegnare un supplemento d’anima, risvegliando le coscienze, riaccendendo entusiasmi, rendendo protagonisti i giovani nell’avventura aperta, rischiosa e bella della vita collettiva.
In questa emergenza globale, mentre le fondamenta stesse del capitalismo internazionale sembrano scrollate paurosamente da dinamiche incontrollabili, una realistica possibilità di ripresa è legata alla speranza di un profondo, radicale rinnovamento.
Vogliamo vivere ancora con i desideri rivolti all’opulenza e al divertimento con aspettative da ricchi?
Dobbiamo riconoscere che non possiamo permetterci più il benessere a “buon mercato”.
Il mercato non lo consente più. Né si può “godersela adesso e pagare dopo”.
I sentieri sono impervi, la rinuncia dolorosa e i sacrifici inevitabili. Senza modificare lo stile di vita e convertire l’io alla responsabilità più esigente e generosa, si resta impantanati nella confusione e nell’impotenza.
E’ tempo perciò di riaprire il laboratorio politico del Paese e rimettere in prima linea i bisogni essenziali della gente, i valori e i principi smarriti e traditi, la dignità della persona e il diritto alla vita, disponendoci vigorosamente all’accoglienza, al soccorso, alla solidarietà.
Senza chiusure, miopie, parzialità, convenienze egoistiche, affanni affaristici, arroganze e presunzioni, è ancora possibile riprendere il discorso convincente e le azioni coraggiose della politica.
I tempi della crisi si sono bruscamente accelerati e richiedono una risposta urgente. Non solo dei gruppi dirigenti, ma di tutti i cittadini.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 23/9/2011)


Nella crisi dello Stato il risveglio della cittadinanza

L’evidenza drammatica della crisi profonda dell’organizzazione istituzionale della realtà italiana inquieta e interroga tutti noi.
E non è la paura, né la confusione, né il lamento o la rabbia la risposta che aiuta a riflettere, con responsabilità, su la condizione civile, culturale, economica e finanziaria del Paese nei suoi collegamenti organici con l’Europa e negli scenari della convulsa dinamica planetaria.
Con grande realismo bisogna prendere atto che si sta sgretolando la “scena” di questo mondo costituito nella modernità su l’autosufficienza trionfale della ragione umana e sulla disponibilità “sconfinata” delle risorse materiali, con la presunzione della presa scientifica e tecnologica sulle cose della terra, sui processi generativi e sugli stessi destini della storia.
Il vento della “follia ideologica” continua a sconvolgere la vicenda umana consegnata, purtroppo, ai padroni della terra, che hanno imposto al mondo intero il dominio duro e assoluto del denaro.
Certamente è stata scomposta e ferita la condizione umana, la identità integrale della persona nelle sue relazioni fondamentali con la famiglia e con la comunità, il suo costume di vita. Si è oscurata e spenta infine la sua aspirazione alla destinazione ultima e trascendente.
L’assenza di Dio ha provocato un vuoto tragico nel cuore dell’io e nella convivenza umana con le orribili prove della disperazione e del terrore. E ha lacerato la moralità stessa delle intenzioni e delle azioni umane, aprendo squarci paurosi nella tenuta degli organismi istituzionali fondamentali, la famiglia, la scuola, lo stato. Gli stessi ambiti della vita ecclesiale sono stati avvelenati e corrosi.
Allora è necessario rivisitare con umiltà i luoghi traditi della vicenda umana, riprendere i valori della tradizione svilita, rinunciare alle suggestioni del possesso e del potere, frenare la corsa al consumismo, allo spreco e all’ignobile mercato del sesso. Bisogna aprirsi al dovere dell’accoglienza e ai compiti esigenti del servizio e della solidarietà.
Non può bastare il ricorso alle pur ineludibili manovre fiscali e previdenziali, esigere il riordino severo delle istituzioni, chiedere la promozione di strumenti di riequilibrio e di sviluppo.
Non può bastare una strategia che pianifichi solo risorse materiali e finanziarie.
Occorre innanzitutto speranza e coraggio: speranza nel corso provvidenziale degli avvenimenti e coraggio nell’investire sulla famiglia e sui giovani con fiducia e con senso di sacrificio. E occorre partire dal basso: dai comuni, dai quartieri, dagli spazi della prossimità interfamiliare, dai luoghi dove insorgono i bisogni fondamentali e dove è acuta la sofferenza, perché qui è possibile accendere un fuoco di solidarietà e di pietà e costruire una rete di volontariato e di gratuità.
Occorre quindi fare i conti con se stessi.
Non ci è più consentito dissipare e distruggere, prevaricare ed offendere, violare le regole della giustizia e della legalità e sconvolgere le radici spirituali della vita e la misura della dignità e del rispetto reciproco.
E’ a rischio la coesione sociale; è drammatico il livello della disoccupazione giovanile; è sempre grave e insostenibile la condizione della famiglia soprattutto con figli; è preoccupante per il calo demografico lo spopolamento delle comunità delle zone interne.
La storia complessa e difficile di oggi ha dato un ultimatum all’intelligenza umana, al suo protagonismo politico ed economico, soprattutto alla sua arroganza e alla sua indifferenza per l’umano.
Ora ritorni nella coscienza di ciascuno di noi la passione generosa e disinteressata per gli altri, a cominciare dagli ultimi; ritorni l’attitudine al bene comune e al servizio; ritorni il desiderio di aiutare e di soccorrere, di pregare e di amare, per riparare lo strazio del male.
Senza la conversione vera del cuore la civiltà umana è perduta.
Nelle nostre piccole comunità, anche Benevento lo è, finalmente può essere risvegliato il patto della cittadinanza. Da lungo tempo, la debole democrazia locale è stata sopraffatta dall’esercizio esclusivo del chiuso potere organizzato e dalla logica perversa degli affari.
Solo l’elaborazione condivisa del progetto di governo della comunità, con gli impulsi decisivi del mondo giovanile, ancora capace di sostenere le sfide del presente, con un confronto aperto e critico, può indicare con successo i percorsi del futuro.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 8/9/2011)


Santa Sofia! Patrimonio della Fede e dell'Umanità

La Chiesa di Santa Sofia è nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Bene!
Nella terra desolata della modernità che distrugge e dissacra i segni della Tradizione e sconvolge ed annienta i significati profondi della storia umana e disperde il senso religioso nella cultura e nella coscienza delle nuove generazioni, riemerge il profilo della Chiesa nazionale del Ducato longobardo.
E’ un profilo suggestivo, carico di memoria e di fascino, di bellezza e di civiltà: offre un segno immortale, custodisce un destino di popolo, consegna un messaggio. Santa Sofia è infatti un segno-destino-messaggio che non può essere dissolto e tradito.
Verrebbe ferita la memoria della civiltà se non venisse conservata e protetta la figura più espressiva e solenne di un’epoca che la storiografia una volta definiva “barbarica”. E che taluni, ancora oggi, con spocchiosa e noiosa insistenza continuano a spregiare e a svilire in nome di volgari e malcelati agnosticismi o di residui ideologici blasfemi e offensivi.
Bisogna inchinarsi con umiltà e saggezza davanti all’immensa, invincibile potenza del “sacro” quando si comunica e si mostra come Bellezza e Amore nel dramma della storia.
Questo riconoscimento mondiale sfida l’intelligenza, soprattutto la nostra nel Sannio, ad affrontare la questione della spiritualità per l’uomo di oggi, ad entrare nei percorsi radicali della ricerca della verità e del bello e del buono, a lavorare negli spazi culturali, educativi e professionali con il respiro, oggi non consueto, della contemplazione, dell’interiorità e della creatività.
Santa Sofia è innanzitutto il luogo della sapienza contemplativa, orante, interiore, creativa. Dove il potere del principe si piega alla presenza reale dell’eterno Amore di Dio e della Vergine; dove si compie, si rappresenta e si esalta integralmente l’incontro umano-divino del Mistero salvifico e redentivo.
Guai a ridurre questa circostanza a un gelido affare finanziario, a una mercantile e fortunata occasione di incremento turistico-alberghiero, a un banale gesto di programmazione socio-economica.
Esaltare Santa Sofia significa valorizzare l’ethos della pietà popolare, dell’accoglienza e dell’ospitalità, dell’integrazione etico-culturale e della grandiosa tradizione liturgica e cultuale.
C’è una nuova, crescente domanda di sapere, di vedere, di sperimentare il Divino, di vivere esperienze forti e generose di pellegrinaggio e di cammino, di condividere insieme momenti, eventi e pratiche di gioia, di preghiera, di canto, di silenzio, di meditazione.
E’ necessario, quindi, organizzare progetti convincenti, concepiti per rispondere al profondo disagio, alle fragilità e alle invadenti sofferenze e solitudini delle nuove generazioni, perché le voci, i corpi, le anime di questa nostra umanità escano dallo scontato, abituale consumo di violenza e di spreco.
Abbiamo tutti bisogno di aiuto, di amore, di grazia! Per sottrarci all’assedio del vuoto e del nulla, all’aggressione perfida e insinuante della disperanza e delle frustrazioni.
Benevento, aprendosi in modo più convinto a tutto il territorio sannita e agli orizzonti culturali e spirituali della sua storia, si riproponga con un ruolo centrale nella vicenda meridionale, testimoni le vitali radici della sua religiosità, concentri sull’asse privilegiato con la Pietrelcina di Padre Pio le capacità e le risorse di fede, di arte e di accoglienza, organizzi la presenza nei percorsi storici di pellegrinaggio sulla via Roma – Gargano, riattivi i “percorsi della transumanza”, recuperi sempre più il patrimonio storico-architettonico lungo i tracciati dell’esperienza comunitaria e della speranza, sostenga iniziative che leghino le storie municipali dei Longobardi nel Sannio all’unica potente ispirazione della cristianizzazione micaelica.
Sulla Via Longobardorum, da Cividale del Friuli, a Benevento, al Santuario di San Michele sul promontorio del Gargano, si ravvivi il “pellegrinaggio dell’anima” risvegliata, finalmente, anche dalla riscoperta profonda della nostra vigorosa “genealogia longobarda”.
Non si compia l’errore di ridurre le straordinarie potenzialità della nostra storia millenaria, della memoria, dell’intelligenza e della santità di un popolo a un banale esercizio di intrapresa turistica.
La Chiesa e le Amministrazioni del Sannio siano all’altezza di un’urgenza e di una necessità veramente storiche.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 22/7/2011)


Nell'Europa di Hitler e Giovanni Paolo II

Un pellegrinaggio nel cuore dell’Europa: dalla Baviera a Praga, da Cracovia ad Auschwitz, da Wadowice a Vienna, dalla Slovenia a Trieste!
E’ l’avventura dello spirito, profonda, sorprendente ed intensa, che Mons. Pasquale Maria Mainolfi, dal 22 al 30 giugno ha guidato lungo i percorsi della cultura, della preghiera e dell’arte, della storia politica e civile, dentro i meravigliosi spazi consacrati dalla Fede, creati per secoli dall’intelligenza cattolica e dalla devozione dei popoli e conservati nel patrimonio millenario della grande tradizione europea.
In questi luoghi, che lo splendore delle linee architettoniche e urbanistiche e la cura e il nitore aprono pienamente  all’ammirazione estetica e all’attenzione culturale, si può percepire il fascino e il genio della bellezza e in essa la presenza del Mistero. E il Mistero sembra manifestarsi in continuità attraverso i Volti luminosi della Vergine Maria incontrati dall’inizio − la Madonna delle Vertighe in terra aretina − al termine del viaggio − la Madonna dei Miracoli venerata nella Basilica dei Benedettini a Casalbordino, in provincia di Chieti. Sempre alle Icone sacre, consolanti e confortatrici, della Madre di Dio, per nove giorni, sono stati elevati pensieri, lodi, preghiere e canti ed anche i segreti dell’anima e il pianto intimo del cuore dentro la replica incessante e generosa degli atti di affidamento di ognuno e nelle suppliche corali di consacrazione al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria.
Dagli scenari altoatesini, lungo i tracciati della via del Brennero, carichi di verde intensissimo, si giunge al Duomo e all’Università dell’elegante Ratisbona: qui il giovane Joseph Ratzinger ha iniziato il formidabile magistero teologico e qui, da Pontefice romano, ha rilanciato il messaggio centrale della Ragione-Amore contro l’insidia e le atrocità della violenza che nella storia, purtroppo anche in nome di Dio, è divenuta strumento di fanatismo , di dominio politico e di sopraffazione religiosa. E poi, lungo la via del bel Danubio, ecco Praga affascinante e incantevole che ci accoglie, con l’armonia di architetture dolci e suggestive e con le memorie – da San Venceslao a Jan Palach a Alexander Dubc?k – di vicende anche sconvolgenti e drammatiche di oppressioni totalitarie e di rivoluzioni. Nel cuore vivo di Praga, il Santuario del Bambino Gesù! l’anima si abbandona al sorriso regale del Piccolo Dio umanizzato.
A Czestochova è la Madonna Nera di Jasna Gora ad attendere i pellegrini: il Suo Volto miracoloso, “fuoco centrale” dell’eroico Cattolicesimo polacco, serba in modo indelebile il duplice sfregio dell’insipienza e della ferocia e pure l’eterno sguardo doloroso e tenerissimo della materna Misericordia divina. Poi Cracovia, l’antica capitale polacca raccolta sulla Vistola intorno alla poderosa collina del Wawel, sede del Castello dei Re e della magnifica Cattedrale, dove il cardinale Karol Wojtyla ha svolto il servizio episcopale prima che lo Spirito Santo, il 1978, Gli affidasse il Ministero supremo di Vicario di Cristo per guidare con intrepido cuore mariano, per circa ventisette anni, il popolo di Dio verso il III millennio in nome di Gesù Via Verità Vita. Prima di raggiungere Wadowice, paese natale di Giovanni Paolo II, con il segno ancor vivo della Divina Misericordia annunciato misticamente a Santa Faustina Kowalska, l’immersione della coscienza inquieta nella funesta  e infernale esperienza di Auschwitz e Birkenau: l’evocazione dolorosissima e spaventosa dei lager trafigge la memoria e tormenta l’intelligenza che invano cerca di comprendere l’indicibile tragedia dei carnefici e delle vittime dell’Olocausto. Su uno dei tanti luoghi dello Sterminio, dove dopo circa 70 anni, pur in presenza di segni orribili di annientamenti e di reliquie sante di milioni di sacrificati, che il negazionismo non riesce a cancellare, anche il pianto si è inaridito, solo il Silenzio può trattenere l’immaginazione sul confine spaventoso della micidiale offesa all’umano. Soltanto i profili della sofferenza, della santità e del martirio, soltanto la eco della testimonianza di Edith Stein − Santa Teresa Benedetta della Croce − e di San Massimiliano Maria Kolbe hanno potuto rinnovare nel cuore la fiduciosa speranza nel destino felice dell’uomo e la certezza che anche dall’abisso del male può venire la vittoria strepitosa del bene con il trionfo della Misericordia e della Giustizia.
Poi l’abbraccio di Lolek con il Papà e la Mamma nel luogo natio allontana l’incubo del male radicale e le ombre minacciose dei Precursori tremendi dell’Anticristo che hanno tentato, invano, di organizzare con l’esercizio satanico del potere assoluto e bestiale il fallimento del progetto salvifico dell’umanità voluto da Dio-Amore.
A Vienna, tra le Chiese stupende – mirabile la Cattedrale gotica di Santo Stefano – e i palazzi barocchi e neoclassici si mostra in tutta la sua potente eleganza la Civiltà imperiale degli Asburgo, anche se non sembra che la ragione mondana possa restaurare, anche attraverso la musica sublime di Mozart e i gioiosi valzer di Strauss, la pienezza e l’equilibrio dell’esistere, l’ordine, la nobiltà e l’armonia delle cose, il respiro e il ritmo della convivenza.
Infine a Lubiana, nella giovane e fervida Slovenia generata dal collasso del comunismo e dalla rottura dell’unità jugoslava e quindi a Trieste quasi a sigillare e a celebrare all’ombra del Castello di San Giusto l’impronta memorabile dell’Unità della Patria.
Già nel rientrare a Benevento si può avvertire, con sentimenti di gratitudine per il Parroco di San Gennaro, la misura di una  esperienza intessuta di nuove conoscenze, di più decisivi propositi di bene,  di preghiera e di perdono, di più saldi legami di fraternità, con la conferma anche storiografica che senza radici e testimonianze cristiane non c’è Europa e non c’è futuro!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 8/7/2011)


L'insulto, la rabbia e l'esercizio della critica

La comunicazione pubblica della politica, dallo scontro ideologico sui grandi temi della convivenza al confronto amministrativo su la gestione delle risorse negli ambiti territoriali, è sempre attraversato dalla critica. Nella contrapposizione di giudizi, di analisi, di valutazioni, si accende l’alternativa tra opzioni diverse, si sviluppa il conflitto di opinioni e di interessi, si infiammano le tensioni nella lotta per il potere. In queste esperienze, ora, sembra venir meno il senso forte della parola con l’equilibrio del dialogo e l’eleganza dello stile, con la misura e la pacatezza dei toni, con l’affabilità arguta dello humour, con l’energia di un convincimento sicuro e la generosità di un riscontro positivo all’intelligenza dell’avversario. Si infittiscono sempre più nei discorsi le irritazioni, la sciatteria e la superficialità, i guasti della presunzione e della spocchia, le espressioni aggressive e scostumate. Nell’impasto massmediatico di pubblicità, di spettacolo e di mercato la domanda di consenso sui protagonisti e sulle questioni della politica cede spesso alla logica della sopraffazione e dell’ingiustizia e alle tecniche dell’irrisione e dello spregio.
C’è, nella perdita del linguaggio trasparente e corretto della politica, la dissoluzione della verità delle cose attraverso le operazioni della dissimulazione e della doppiezza, i dispositivi insidiosi dell’illusione e della retorica, i tecnicismi sterili che nascondono la realtà per rassicurare e persuadere all’inevitabilità vittoriosa della società neocapitalistica, tecnocratica e gaudente.
E’ urgente e necessario tornare ad esercitare il diritto alla critica senza lasciarsi dominare dall’arroganza del giudizio superbo e minaccioso, dalla prepotenza della gestione autoritaria e dispotica, dal crollo del rispetto nei confronti dell’essenziale dignità dell’altro, dal prevalere degli impulsi incontrollabili dell’insofferenza e dell’offesa.
Che la società soffra per una dose massiccia di insicurezza, di precarietà e di diffidenza, che avvelena relazioni private e devitalizza funzioni civili, è facilmente riconoscibile.
Il diritto alla critica, spirito della democrazia e, quindi, della libertà di pensiero e di espressione, è finito nella trappola della inimicizia, della paura e della discordia, per cui la disponibilità dialogica è scambiata per debolezza e sconfitta, mentre la durezza linguistica per provata capacità di leadership.
In questo circuito si confondono valori e desideri, fermenti di libertà e di dominio, attese e nostalgie, esaltazioni ed infamie, senza che l’intelligenza, affannata da tante contraddizioni, riesca a discernere più sicure certezze e a decidere per azioni e percorsi più condivisi e responsabili.
Ecco perché al centro delle attenzioni dell’opinione pubblica viene posto lo schema a un tempo moralistico e relativistico del gossip con cariche continue e ossessive di chiacchiere e di pettegolezzo, di esasperazione e di indignazioni, di esaltazione e di condanne. E si fomentano così nello show mediatico risse e frustrazioni, e sale il tasso ambiguo di fastidio e di godimento, con il risultato di un diffuso e invadente scetticismo che svilisce e devasta la tenuta ideale e valoriale dell’io e infetta e lacera le relazioni concrete tra le persone nella vicenda quotidiana.
Ora, con l’esercizio della parola vera, libera e fraterna, si può  interrompere la spinta torrenziale del “pensare e parlar male” dell’altro!
Forse è difficilissimo, ma non impossibile adottare un’autoterapia etico-linguistica e, nei luoghi della politica, della cultura, dell’educazione ed anche della fede, restaurare un senso radicale e forte del rispetto dell’altro. Per sottrarre l’altro al fronte dell’avversione e dell’inimicizia, o, peggio, dell’indifferenza e così recuperare il nostro io all’equilibrio, al senso vero della libertà. Senza l’ineludibile restituzione della vicenda quotidiana al rispetto, alla riconciliazione, all’amore e al perdono, viene resa sempre più irreversibile la caduta di questa civiltà nella tristezza e nella violenza della barbarie e nella degradazione strumentale, utilitaristica e edonistica, delle relazioni umane. Basta, per cominciare, un autocontrollo, più severo degli impulsi di aggressività linguistica per ridurre passioni distruttive, recriminazioni, rabbie ed insulti. Dalla purificazione del linguaggio personale può venire l’energia etica della comunicazione  più sobria, più positiva, più costruttiva.
Un repertorio linguistico interattivo, che escluda i segni malevoli dell’accusa per incolpare e condannare, e che, invece, includa sempre segnali di fiducia, di disponibilità e di impegno per il bene comune, può ricostruire un costume civile, culturale e sociale oggi drammaticamente deteriorato e compromesso dalla forsennata competizione scatenata dalla superbia, dalla vanità del possesso e dalle voglie del dominio.
Se ci sta a cuore la cultura della vita per il futuro di questa civiltà, bisogna cominciare a rinnovare pensieri e azioni in un linguaggio più sensibile e aperto ai bisogni, alle urgenze e alle testimonianze che gridano dalle profondità del nostro tempo, abitato pur sempre dal mistero della Parola viva e originaria dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 24/6/2011)


PANSESSUALIMO:
La crisi del “maschile” e del “femminile”

Chi ha vissuto l’adolescenza alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso non riesce a misurare e a comprendere l’avventura che si vive, oggi, nell’andare verso l’orizzonte giovanile. Anche se ha avvertito il fascino del ’68 e sentito gli impulsi che la “cultura antiautoritaria” immetteva nell’esperienza quotidiana tessuta intorno alla centralità dell’eros.
“Fai ciò che vuoi!” è divenuto, da allora, l’imperativo esistenziale di massa che è penetrato nel processo costitutivo dell’io e nella rivoluzione del costume.
Il sentimento del pudore, i divieti morali, i comandamenti religiosi, che insieme governavano l’iniziazione relazionale tra ragazze e ragazzi, sono stati celermente sopraffatti dalla “moltitudine dei desideri” accesi anche dalle convulsioni dell’istinto e dall’intrigo dei capricci e delle circostanze. Desideri liberati dall’autocontrollo, e perciò non contenuti e guidati verso l’equilibrio dinamico tra la carne e lo spirito, verso la pienezza della moralità rispettosa di sé e dell’altro, verso la destinazione dell’amore nella relazione permanente, indissolubile e feconda.
La sfera della sessualità, sia maschile che femminile, è finita nel vortice dell’emancipazione di rapporti frequentati con la superficialità e le dissipazioni dell’effimero, con la sfrontatezza dell’esibizione spettacolare, con la volgarità della comunicazione linguistica, con l’inconsistenza anche del vissuto affettivo e sentimentale.
Nella logica del relativismo e dell’indifferenza, il sesso è rivendicato nella meccanica del materialismo edonistico che occupa completamente, anche con la rappresentazione “divistica” e pubblica della nudità, la scena del mondo.
Ed è difficilissimo contrastare, frenare, invertire la corsa verso le molteplici forme della sperimentazione commerciale di offerta e di domanda di sesso e di prostituzione.
E’ divenuta tanto devastata e contorta la condizione educativa delle nuove generazioni, affogate nella pornografia, che anche nella Chiesa il discorso pedagogico sulla formazione al celibato in seminario, si è fatto complicato, controverso e difficile. E non tanto per la tragedia della pedofilia, ma soprattutto per il venir meno della altissima considerazione del “carisma della verginità”. Certamente anche nel passato la castità veniva trasgredita e, tuttavia, era affermata senza contestazioni e senza tiepidezze.
Ora, la “formazione alla castità” è il fattore costitutivo anche dell’evoluzione della persona nella vita civile finalizzata al matrimonio. Questa esigenza pedagogica non è più avvertita nella famiglia, nella scuola e nella società. Anzi è fortemente contraddetta dalla cultura dominante che comunica il modello trionfante della “carnalità” e della “genitalità” come espressione vittoriosa dell’auto-liberazione del corpo. Tutto il mondo dello spettacolo, della comunicazione cinematografica e televisiva, della moda, dell’arte, di internet, del consumo ha sospinto la coscienza e la cultura a coniugare la ragione, la carne e il denaro come paradigma universale, immanente e progressivo della storia. E la mondanità compiuta non sopporta alternative né opposizione, non può accettare la testimonianza della castità. Soltanto l’esperienza reale della castità, infatti, volto della verginità, che la fede, essa sola, introduce nel tempo con la fatica, la responsabilità e la bellezza della rinuncia, può contraddire l’avvilente narcisismo che dopo aver dissipato l’amore come sostanza d’incontro tra maschio e femmina nella coniugalità fedele e feconda, ora va disintegrando la stessa potenza duale del maschile e del femminile. E’ saltato, infatti, anche questo criterio di demarcazione, giudicato non più naturale.
L’invadenza giuridica aveva già annientato il patto matrimoniale, sostituendovi i meccanismi contrattuali della separazione e del divorzio e aveva rinunciato a riconoscere l’efficacia primordiale e sacrale della generazione della vita.
Quando l’Occidente democratico, negli anni settanta, ha accettato di introdurre, negli ordinamenti giuridici, le norme, già imposte dalla violenza dei totalitarismi sovietico e nazista, del divorzio e dell’aborto come rivendicazione di libertà e riconoscimento dell’autorealizzazione dell’io, ha accettato e giustificato il delirio del nichilismo: il nulla di sé e dell’altro, l’annientamento dell’amore.
Il ritorno ai fondamentali dell’antropologia cattolica rimane ora l’unica prospettiva di ricomposizione, da cui trarre risorse per donarsi totalmente e per sempre nella Civiltà dell’Amore. Senza dimenticare che solo la Grazia può rendere l’io, esposto sempre alla concupiscenza, un dono sconfinato di gioia, di pace e di amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 10/6/2011)


 

Amministrazione vecchie e nuove - Il sogno della politica

Riprende, dopo le tensioni,  le attese e i giudizi elettorali, la vita quotidiana della nostra città e dei nostri paesi. Con i vecchi e i nuovi amministratori.
E restano le sfide piccole e grandi delle comunità. Mentre diventano ancor più esigenti i bisogni e le domande delle famiglie,  si incrociano ansie, speranze, delusioni e disagi nella convivenza civile alla ricerca complicata e difficile del bene comune.
Un bene per tutti, che l’intelligenza non riesce più a indicare alla libertà e al cuore: con lucidità, con responsabilità, con amore!
Gli orientamenti e gli interessi, le possibilità e le risorse, le scelte e gli interventi si intrecciano e si fondono in dinamiche d’investimento finanziario pubblico che non realizzano conseguenze di bene sociale: servizi più efficaci, più diffusi compiti di imprenditorialità, di promozione di vita, di lavoro, di solidarietà.
Nelle terre del Mezzogiorno è ancora più faticoso e arduo rincorrere impegni forti e propositi affidabili e condivisi, nella pratica del potere locale.
Cresce così il carico delle distorsioni e delle inadempienze e aumenta il deficit di speranza, di sacrificio e di iniziativa. Spesso accade che la “Cosa pubblica” venga inesorabilmente “privatizzata”.
Quando non viene animata dalla strategia essenziale della “sussidiarietà”, non si attiva il patto di operazioni costruttive tra ente pubblico, cittadini privati e articolazioni della realtà territoriale e sociale.
Quando l’esercizio del potere locale si fa “macchina burocratica”, la comunità depressa e sconfitta finisce nel gelido circuito della sopravvivenza rassegnata e dolente, senza energia di mobilitazione e di creatività.
Al riordino complessivo e integrato delle realtà municipali, con l’orientamento dei processi e dei dinamismi culturali, relazionali e produttivi, è affidata invece la scommessa realistica di ripresa demografica e di sviluppo civile.
Questa scommessa appartiene ai giovani: al risveglio del loro protagonismo generazionale nel tessuto etico delle storie locali e delle tradizioni civili ed economiche sottratte, finalmente, alla colpevole dimenticanza e alla drammatica dissipazione delle memorie e dei valori della civiltà contadina e artigianale.
I tempi dell’impero del denaro e del consumismo, e anche dello spreco e dei rifiuti e del disprezzo e dell’offesa, sono certamente e irreversibilmente in dissoluzione.
Ecco, l’avventura umana esige perciò altri modelli, altri traguardi, altri orizzonti, altro destino.
E ci costringe al coraggio di cambiare, di innovare non tanto e non solo le cose. L’agenda del futuro, che già tormenta questo presente, riduce sempre più individualismi prepotenti e localismi asfittici, smorza pretese orgogliose e invadenze offensive ed anche paure, accende legami generosi e relazioni di accoglienza, promuove sensibilità al dono,  disponibilità di servizio e partecipazioni di sostegno e di accoglienza.
Se non si inizia questo lavoro politico e sociale di umiltà e di attenzione nel governo delle realtà locali, continuerà la corrosione e la corruzione di ciò che, pur indebolito e frammentato, è ancor vivo.
Non dovrà prevalere la logica forsennata del dominio con i meccanismi legali della prevaricazione e le tecniche della violenza.
Ma non potrà reggere questo impianto democratico così insidiato e  affaticato, che rimane senz’anima.
Alle Amministrazioni nuove e vecchie giungano le speranze forti, le inquietudini, le urgenze e le aspirazioni generose della gente del Sannio, perché gli spazi, dove si decide, si programma, si lavora per il bene comune, siano aperti all’intelligenza, ai desideri, alla volontà delle nuove generazioni e alle responsabilità di tutti.
“La comunità appartiene a tutti e si fa insieme”: questo è stato il criterio fondativo e istituzionale della democrazia ed è  il limite alle arroganza del  potere autoritario , dalla polis ateniese in poi.
Rintracciarlo, riconfermarlo, riproporlo, viverlo è nel dovere primario, e rischioso, di chi esercita le competenze di governo della città assegnate dal consenso popolare.
Può tornare così, pure tra incertezze e smentite, il sogno di costellazioni comunitarie più aperte e accoglienti, più sicure e solidali, visitate ancora dalla bellezza , dalla pietà, e dalla creatività.
Perché siano “casa comune e preziosa” per tutti.
Questo sogno è la politica!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 27/5/2011)


Il Male, il Castigo e la Misericordia

Si fa un gran parlare di male! Ed è bene che avvenga, almeno per svelarne la presenza inquietante e minacciosa nel protagonismo incessante dell’io.
E’ nel proprio cuore, però, non in quello degli altri, che ne va ricercata la radice, tra le convulsioni dei desideri e le insidie della liberà.
Nel groviglio egocentrico di “corpo anima e spirito”, con profonda intelligenza della realtà, si possono riconoscere la corruttibilità della condizione umana e la debolezza della volontà che si lascia sovente trascinare lontano dalla relazione di reciprocità, di amicizia, di amore, di pietà, di perdono che è, invece, al centro vitale dell’esistenza.
Nella concreta esperienza di ogni giorno si può sfuggire alla stretta perfida e maliziosa del “mondo, della carne e del diavolo” che frattura la misura razionale ed universale dell’essere, la regola morale della relazione sociale, il fine non solo materiale e animale del destino del vivere.
L’io va sempre a collocare la propria identità, il proprio cammino e la propria destinazione tra verità e menzogna, tra bene e male, tra amore e odio, perché è, in ogni momento, unità trinitaria di pensiero-parola-cuore in azione. E perciò decide di salvarsi o di perdersi, salvando la dignità e il patto di fraternità che la costituisce o perdendosi con il tradire la vocazione essenziale dell’umano e con il recare l’offesa sciagurata e impietosa all’altro che gli è sempre fratello.
Nell’incontro con l’altro, infatti, l’io decide di essere o di non-essere. E investe se stesso nell’altro con il giudizio, con l’indifferenza, con la sincerità, con l’ipocrisia, con il rispetto, con la compassione; e si propone e si manifesta con la prossimità o la distanza, il calore o il gelo, le lacrime o la maledizione, con il dono di sé o il nulla di sé.
Ora, questo fazioso vocio giornalistico su “bene e male”, con la rappresentazione mediatica di scenari di disordine e di corruzione, con l’evidenza oscena di volti, di maschere, di corpi, in un mescolarsi di chiacchiere, di sospetti, di condanne e di assoluzioni, getta la coscienza morale e i criteri di discernimento in un caos di ambiguità, di storture e di confusioni. Trionfano le suggestioni e le seduzioni del gossip.
Si dissolvono le linee tra innocenza e calunnia, le demarcazioni tra rivelazioni e delazioni, le distinzioni tra denuncia e aggressione, tra domanda di giustizia e furore inquisitorio e si rovesciano nella teatralizzazione di capricci e di insulti, di intolleranza e di violenza.
Il Male è invece un evento infinitamente drammatico: irrompe nella vicenda primordiale dell’umanità ed esige il sacrificio mortale di Dio. Richiede, il Male, la riflessione essenziale e interiore della religiosità, perché è immensa la sua potenza di dissoluzione, di negazione e di morte. E contro la sua grandezza mostruosa nulla può senza Dio la grandezza umana.
Anche la natura, con i suoi elementi e le sue leggi di giustizia e di amore, è coinvolta nel disastro spirituale dell’umanità e, ferita, devasta e sconvolge la “tenuta ecologica” del mondo.
Il razionalismo, con il rissoso corteo tribunalizio e mediatico, non ha la chiave, né la luce, per misurare l’inganno e l’oltraggio dei “maestri del male” che hanno frantumato l’impianto giudaico-cristiano della “Legge dell’Amore” e consegnato il mondo alle frivolezze e alle indecenze dello spettacolo e alla superba, insipiente esibizione dell’idolatria.
Per orientarsi veramente, per denunciare, contrastare e vincere l’assalto orribile del Male, bisogna tornare a pensare “i Novissimi”, a lungo trascurati e dimenticati nel nostro “mondo cattolico”.
E’ necessario porre al centro vitale della nostra riflessione storica ed escatologica le urgenti grandi questioni: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso! E ad esse saldare le categorie della pena e del castigo.
Ora gli Annunci della “resa dei conti” con il Male si fanno sempre più forti ed intensi, gli Avvertimenti profetici ancora più premurosi e inquieti.
L’io, insordito e avvilito nell’onda sporca della corruzione, può ancora sottrarsi, con il dolore per il peccato e il pentimento, al disastro di questa Civiltà e all’inevitabilità della Giustizia, arrendendosi infine all’abbraccio e alla gioia della Misericordia e alla bellezza della Pietà.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 6/5/2011)


La Beatificazione di Giovanni Paolo II il Grande!

Il primo maggio l’immagine confortatrice, consolante e mistica di Giovanni Paolo II, con il volto splendente, con il profilo ardimentoso, con l’identità santa, sarà sigillata per sempre nella storia della Salvezza e nell’intelligenza della Speranza e della Libertà delle creature in cammino in questi ultimi tempi della vicenda del mondo.
Nella “Beatificazione” di Karol Wojtyla, incontro del tempo e dell’eterno, i sentimenti di gioia, di commozione e di gratitudine si fondono  al riconoscimento universale di una delle più grandiose avventure umano-divine della storia della Fede e della Libertà. Nella Sua testimonianza, infatti, si raccoglie tutta la vicenda complessa, drammatica ed affascinante del Novecento per essere purificata e innervata dentro l’esperienza difficile e confusa degli inizi del XXI secolo.
Da Wadowice alla Città eterna, nella sua singolare, straordinaria personalità umana e cristiana si esprime la più alta unità di “fede e ragione” dell’Occidente nell’attraversamento della modernità e della “morte di Dio”, tra la tragica eruzione del male e le spaventose manifestazioni totalitarie di ideologie ateistiche e antiumane.
La Sua testimonianza intrepida e dolorosa continua anche tra le sfide del trionfalismo tecnico-scientifico e finanziario che osa manipolare e sconvolgere le radici e le strutture della vita e del mondo e aggredire, con la irridente e frivola cultura del nichilismo, il Logos divino della Verità, della Libertà e dell’Amore. E si manifesta con l’annuncio al mondo intero della Speranza, con l’universalizzazione dell’azione evangelizzatrice e il dono della Parola di Gesù Via Verità Vita, con l’offerta riparatrice di perdono, di sacrificio, di sofferenza per la salvezza dell’Umanità consacrata al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria Santissima, di cui viene finalmente rivelato il “segreto apocalittico” annunciato a Fatima.
Essere uomo ed essere cristiano, amante del Vero, del Bene, del Bello, per amare in Dio tutto e tutti! E’ questa l’essenza della sua esistenza e della sua missione.
La sua anima è drammaticamente “polacca”, carica di fede eroicamente provata nella storia fin dentro gli abissi della ferocia nazista e della fosca oppressione del Comunismo sovietico.
Karol Wojtyla ha incrociato i “percorsi dell’Anticristo”, ne ha penetrato profondamente la logica antiumana, violenta e perversa, ne ha subìto l’insulto anche fisico, ne ha svelato la menzogna, la crudeltà, gli inganni e la vergogna.
Ha riportato con decisione e sapienza al centro della cultura, della storia, della vita e della comunicazione planetaria la presenza e il carisma del Vicario di Cristo, e vi ha piantato, con umiltà e solennità, con la parola e l’afasia, con il vigore e la sofferenza, la Croce della passione e della gloria, Segno sublime di contraddizione e di vittoria. La Croce vincerà!
Alla Chiesa militante, insidiata da ideologie di false liberazioni, provata da equivoche suggestioni libertarie e da maligne corruzioni edonistiche, fiaccata finanche da ottuse e sconcertanti ermeneutiche materialistiche e razionalistiche, ha riconfermato la saldezza della Dottrina con la testimonianza ardua dell’Amore e del Dolore fino all’estrema immolazione.
Questa impresa vera, bella, santa è stata compiuta nell’affidamento filiale alla Madre di Gesù. Totus tuus! Egli ha consacrato se stesso, il suo Pontificato, la Chiesa e l’Umanità alla Madre Santissima.      
E’ la Vergine a sottrarlo all’esito terribile dell’agguato mortale; a sostenerlo nell’enorme fatica del Ministero; a guidarlo sui sentieri aspri del mondo; a ispirargli i progetti coraggiosi della pastoralità fervida e generosa. Egli ha baciato la terra di cento e cento città; ha incontrato le folle di tante e tante nazioni; ne ha ascoltato e condiviso i canti, le preghiere, gli affanni, le speranze; ha abbracciato con amorevole tenerezza i giovani e i vecchi, le donne e i bambini di tutte le razze; ha condannato tutte le guerre, le ingiustizie e le violenze che infestano il mondo; ha difeso sempre il diritto alla vita e alla libertà; ha esaltato il patto coniugale, il “genio della donna”, la “teologia del corpo” e la comunità familiare; ha affermato continuamente la libertà religiosa e l’impegno forte della solidarietà.
Dalla Beatificazione di Giovanni Paolo II viene l’invito a una fedeltà più attenta e gagliarda alla sua memoria e alla sua identità, il richiamo a una responsabilità più esigente a seguire i suoi insegnamenti e il suo esempio, la premura a consacrare noi stessi, le nostre famiglie e le nostre comunità al Cuore Immacolato di Maria Regina della Vita e della Pace per il pentimento e la salvezza.
Continui a raggiungerci, ogni giorno, nei momenti più difficili e bui, per sua intercessione, la delicata potenza d’amore del suo ardito e solenne messaggio evangelico:
“Non abbiate paura! Aprite, spalancate le porte a Cristo!”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 22/4/2011)


Stiamo andando verso l'Apocalisse!
Il travaglio dell'Umanità tra cataclismi, guerre e profezie

“Stiamo andando verso l’Apocalisse? È questa l’impressione che hanno molti di noi rispetto ai grandi cataclismi di questi ultimi tempi ed anche alle guerre e agli odi che travagliano molti popoli. La risposta dovrebbe essere di sì”.
Il Cardinale Carlo Maria Martini ha annunciato cosi, sul “Corriere della sera”, i segni della “Fine dei tempi”.
Senza suscitare clamori ed allarme!
Eppure non possiamo più sottrarci alla responsabilità, personale e collettiva, di leggere con attenzione e discernimento gli accadimenti che dopo le grandi illusioni del cambio del millennio (il nuovo Ordine mondiale) stanno attraversando tragicamente e dolorosamente l’esperienza degli individui e dei popoli.
E’ improvvisamente tornata la mostruosa violenza dello Tsumani a comunicare allo sguardo e all’immaginazione uno sgomento brutale, carico di vertiginosi significati di impotenza e di annientamento, di resa, di nulla, di morte. Ed ora si aggiunge l’insidia angosciosa ed orribile della contaminazione atomica a rendere ancora attuale e fastidioso l’incubo della catastrofe epocale di Hiroshima e Nagasaki. E si addensano più diffuse e laceranti paure e più forti preoccupazioni per l’intensificarsi di guerre, di odio, di violenze e di distruzioni.
Solo l’inevitabile spettacolarizzazione televisiva riesce a rendere sopportabile l’affanno e più distante lo strazio per le migliaia di morti e, così, meno orribile e traumatico il peso degli eventi generati dalla furia incontenibile e incontrollabile delle forze della natura e anche dalla presunzione tecnico-scientifica della ragione di poter dominare tutte le risorse della terra e tutte le vicende della storia.
In questi tempi complessi, difficili e drammatici, la coscienza culturale e religiosa, che meno ha ceduto all’invadenza della secolarizzazione e alla deriva della modernizzazione nichilista, continua più umilmente ad avvertire e ad accogliere i segnali del Mistero e della Rivelazione.
E, gemendo, a riconoscere, innanzitutto, l’emergenza globale in cui sono finiti l’impianto, la consistenza e l’equilibrio della civilizzazione moderna e a valutare severamente i rischi enormi ai quali è esposta la stessa sopravvivenza del sistema terra.
Dobbiamo con urgenza fare i conti con la vulnerabilità del mondo!
Ci siamo chiusi nel sistema di forze, di dati matematici e sperimentali, blindandoci nelle certezze costruite sulla rappresentazione materialistica e finanziaria della realtà.
Ora è tempo di svegliarci, non rimuovendo più le lezioni dure e gli avvertimenti incessanti della storia per liberarci dalle pretese di sapere e di dominare ogni cosa.
Ora, dobbiamo prendere atto dell’ineluttabile fallimento della modernità!
Malgrado le smentite tragiche e dolorosissime del XX secolo, aggrovigliato e insanguinato in un corteo infame di guerre, di stragi, di miserie, di oppressioni e di sfruttamento, il mondo ha continuato ad organizzarsi nella logica del dominio e della menzogna e a confermare perciò gli appuntamenti con ulteriori sventure.
Negli scenari di questo materialismo sfrenato, lo spirito travolgente della mondializzazione si è consegnato completamente alla potenza del denaro, all’idolatria di poter comprare e vendere tutto, alla dissacrazione estrema dell’umano. Questa universale trasgressione separa l’uomo da Dio e senza Dio l’io diventa carnefice e vittima di se stesso.
Per salvarsi, a questa umanità cieca e sorda è necessaria l’accoglienza ed urgente la comprensione dei  “Segni dei tempi” che rivelano il giudizio della storia e il ritorno imminente di Cristo nella vita del mondo.
A tutta la terra giungono con sempre più frequenza e intensità le voci soprannaturali che annunciano il compimento della storia del Male. Si aprono ormai i segreti custoditi per secoli nelle profezie di Daniele e di Giovanni, di Matteo e di Paolo e si illumina finalmente l’orizzonte dell’Apocalisse! Nel grido e nel lamento dei veggenti da Fatima a Medjugorje, da La Salette a Kibeo, da Dozulé a Naju, si fa sempre più forte, pressante e ultimativo  l’invito al pentimento, alla purificazione e alla preghiera.
Questa terra empia, violenta, avvelenata e infelice ha bisogno di Dio e del trionfo di Maria Santissima annunciato agli inizi dei tempi.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 8/4/2011)


Un secolo e mezzo di storia patria!
150 anni di Unità d’Italia

Si moltiplicano, si confrontano e si scontrano immagini, profili, riletture, cronache, analisi del divenire incessante della nostra condizione nazionale, della formazione della sua sovranità e del suo destino.
E’ la ricerca collettiva, sempre problematica, di mettere a fuoco una complessa esperienza storica per comprenderne i vettori culturali, i tracciati etici e gli snodi politici, per raccoglierne nella memoria condivisa le avventure e le sventure, i crolli e le ricostruzioni, le ambizioni e le sconfitte, le corruzioni e le speranze.
In un tempo devastato da individualismi esasperati, da smemoratezze e indifferenze diffuse, da premure esorbitanti per idolatrie consumistiche e da paure, che scuotono sempre più le orgogliose certezze di materiali sicurezze, questa “celebrazione” comunque sfida la sensibilità e l’intelligenza a verificare le radici e le dimensioni della nostra appartenenza alla storia comune. Dall’intreccio di memorie, di ricostruzioni, di revisioni, di cronache locali, di documenti inediti riemerge la vicenda risorgimentale con una rappresentazione più realistica degli eventi e meno mitografica dei protagonisti. E, da una valutazione più attenta e misurata, meno insidiata dalla retorica e dalle ideologie, viene fuori il quadro di un dramma civile ed umano straordinario con l’insieme di motivazioni ideali e di strategie diplomatiche, di alleanze e di conflitti, di moti insurrezionali e di iniziative militari, ed anche di stragi deplorevoli e assurde e di violenze enormi.
Nel Mezzogiorno la rivisitazione dei “luoghi della tragedia” ha suscitato la ripresa delle inquiete linee interpretative della “conquista”, della sopraffazione socio-economica e della “guerra civile”.
E pur con il sovrapporsi di nuovi apporti culturali non sembra sia stato modificato però l’essenziale impianto storiografico dell’identità nazionale e del suo costituirsi.
Nell’offerta pedagogica e didattica della nascente realtà repubblicana, nel secondo dopoguerra, veniva confermata la centralità del protagonismo sabaudo-cavouriano e del decisivo concorso mazziniano-garibaldino, in antitesi alla conservazione dell’equilibrio asburgico, pontificio e borbonico. Il nuovo Stato veniva delineato nella sua formazione laico-liberale con la prevalente attitudine anticlericale dei gruppi dirigenti, con l’egemonia lombardo-piemontese nei processi economico-finanziari e la subalternità del Mezzogiorno incagliato prima nella difficilissima e tragica situazione del Brigantaggio e della repressione militare e poi nelle lacerazioni dei processi di emigrazione.
Ma il senso dell’appartenenza unitaria, la coscienza di essere un solo popolo, il riconoscimento sempre più condiviso dei valori e delle radici della Patria erano affidati agli impulsi forti di una Tradizione grandiosa, plurisecolare, che veniva dalla “civilizzazione cristiana” resa possibile  dalla presenza della Chiesa cattolica animatrice anche con la “Teologia delle Nazioni” della multiforme realtà territoriale, religiosa, linguistica, culturale, sociale e civile d’Italia.
Prima di Vittorio Emanuele e di Cavour, di Mazzini e Garibaldi, nella coscienza e nella “ratio studiorum” c’erano San Francesco d’Assisi e Dante Alighieri e i grandi creatori della cultura italiana e, perciò, le voci, le suggestioni, gli orizzonti, le direzioni della Verità, della Bellezza, della Libertà, dell’Amore.
E di questa Civiltà, fino al ‘700, l’Italia è stata l’autocoscienza più alta e matura.
Nella profondità dell’attenzione storiografica non può mancare la misura spirituale della narrazione dell’”anima italiana”, del suo Ethos, perché gli Italiani, vengono prima dell’unificazione politico-istituzionale.
Perché il Paese cresca  fra tutte le incertezze, le tensioni e le sofferenze della vita presente, c’è bisogno perciò di una “nuova unità” tra corpo civile e anima culturale: nel segno essenziale del Bene comune.
Ora, in verità, sembra impoverirsi l’immagine complessiva del Paese e deperisce il ruolo etico-politico-culturale dell’Occidente, di cui l’Italia è la matrice fondamentale.
Prevale la cifra tecnico-economico-finanziaria sia nel giudizio sia nell’organizzazione del sistema mondializzato di poteri e di interessi.
Dalla tradizione prepolitica e spirituale della Comunità nazionale, incardinata dinamicamente anche nell’ordinamento costituzionale della statualità liberale e democratica e della sua tenuta, nonostante cadute, rotture e rovine, persiste una vocazione-missione di popolo di altissima civiltà.
Ecco perché è urgente ricostruire una prospettiva di “apprendimento complementare” tra laici e credenti. Ecco perché è necessario comprendere che l’autonomia della politica e l’autosufficienza della tecnica e dell’economia, private delle “legature” con il “primato morale e civile” e con le grandi testimonianze della Fede, frantumano lo stesso “progetto di libertà” che è patrimonio della nostra cittadinanza italiana.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 25/3/2011)


La bellezza innocente, la violenza e la pietà

In questi mesi il cuore della società civile è stato tormentato da orribili episodi di violenza e di morte.
I volti di Sarah, di Yara, delle gemelline continuano a splendere e a sorridere sui nostri teleschermi. Ma sono accompagnati dai cupi messaggi della tragedia. E la coscienza popolare, se non è distratta e confusa dall’eccessivo vociare mediatico, sente profondamente le spine dello sgomento e vive il dramma dell’appartenenza all’unica fraterna condizione dell’umano.
Infatti la telecomunicazione delle paurose vicende criminali è sempre attraversato dall’ambivalenza cognitiva ed affettiva. Da una parte avvicina alla partecipazione dolorosa con i segni della pietà e dell’angoscia. Dall’altra allontana dall’intensità emotiva e relazionale della sofferenza, riducendo a rappresentazione narrativa, a “giallo”, a freddo esercizio teatrale di percorsi investigativi e giudiziari l’infame e folle agguato del Male alla vita delle persone innocenti.
Nella “cronaca nera” bisogna cercare di entrare con sensibilità acuta, con attenzione pietosa: per aiutare l’intelligenza a percepire il “mistero dell’iniquità” che continua a insidiare il cammino della storia umana con il delitto e l’empietà.
Sembra che il dolore e lo stupore non abbiano la misura del misfatto ignobile e inaudito, che strazia e sopprime l’esistenza di creature inermi e innocenti.
C’è una difficoltà enorme, oggi, a considerare gli eventi, a interrogarci, a valutare i significati, a giudicare le responsabilità, a intuire il senso integrale di questa nostra faticosa avventura nel tempo.
Quando si saranno allontanati dalla scena i volti dolcissimi di queste fanciulle e ne sarà sbiadito il ricordo, sarà forse inutile per noi il loro martirio e vano il pianto dei cari ai quali fu strappata improvvisamente l’umana relazione d’amore.
Questo avverrà se la conoscenza di una tremenda esperienza di violenza e di morte non diverrà lezione di amore e di vita. Certamente anche di giustizia per gli operatori dell’infamia, ma soprattutto di “pietà” per le vittime, di compassione e consolazione per i loro cari, di meditazione e di preghiera per il loro destino immortale. Ed anche per il nostro.
Quanto più grave è l’oltraggio alla dignità della creatura umana, al suo diritto alla vita, alla libertà e all’amore, tanto più esigente e forte deve essere la domanda di senso: perché il male? perché il dolore? perché la morte?
Quanto più disumano e sconvolgente è il gesto di offesa e di sfregio, tanto più profondo e inquieto deve essere il desiderio di recuperare la capacità di ricerca, da tempo trascurata, per rintracciare la verità non solo opaca, materiale e finita dell’io.
Viene, infatti, dall’io innocente, aggredito e sfigurato dall’insulto della ferocia, viene dall’io crocifisso dalla violenza insipiente e assassina, uno straordinario splendore di verità che ne illumina integralmente l’identità spirituale. L’Identità che soltanto l’Amore può delineare e comunicare, perché potenza che salva la bellezza e vince per sempre la morte.
L’Amore sconfigge l’intento distruttivo. L’odio violento e perverso può anticipare tragicamente il compimento di un’esistenza, ma non ha il potere dell’annientamento.
Queste vicende dolorosissime e traumatiche mettono alla prova la ragione umana, ne corrodono l’insolenza e le presunzioni, l’aprono alle questioni radicali ed ultime, la sospingono a misurarsi con la sofferenza dell’innocenza e ad entrare in rapporto con Dio umanato e crocifisso.
Nella nostra esperienza, che la scristianizzazione e l’apostasia allontanano dalle radici della gioia e del dolore e abbandonano alla superficialità del calcolo materiale e alla vanità dell’utile, proprio in questi momenti è ancora possibile avvicinarsi alla Redenzione, per sentire la necessità e l’urgenza di salvarsi dal “non senso”: assurda commistione di irrazionalità e di disamore, orribile carico di violenza e di morte.
Nei luoghi di sacrificio e di pianto, solo dove il cuore, sconvolto dal raccapriccio e dall’orrore, si apre alla pietà, la condizione umana può essere purificata ed illuminata per non essere travolta nella bestialità sanguinaria e per non essere relegata nel gelo dell’indifferenza.
E nel cuore visitato dalla sofferenza può rinascere il fiore della Speranza e della Resurrezione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 11/3/2011)


Dignità della Donna e Amore per la Vita!

Dall’inizio dei tempi il fondamentale rapporto uomo-donna, vissuto tra le polarità della tenerezza e della violenza, del pudore e della dissolutezza, decide l’orientamento profondo della civiltà e le dinamiche concrete della famiglia umana.
La poesia, la letteratura, la musica,  la canzone, l’arte, l’intero universo del pensare, del dire, dell’agire, sentono, vivono, esprimono, comunicano l’essenziale e misteriosa relazione alla radice dell’umano: “maschio e femmina li creò”.
Su questo “legame d’amore”, sul modo e le forme del suo realizzarsi, è fondata la cultura centrale ed assiale della vita e della storia. Ma per la coscienza contemporanea, anche se vigile, critica e accesa, non è facile attraversare la post-moderna apocalisse della cultura. Rischia di essere sopraffatta dalla rete degli interessi, delle presunzioni, delle ipocrisie e di finire impantanata nella perversa ed invadente ideologia materialistica e neo-pagana dei maestri della comunicazione globale.
Sembra, infatti, che questo tempo del vivere si sia congedato dall’ordine, dalla natura, dall’ispirazione e dall’intensità dell’amarsi nell’incontro fedele e fecondo del patto fondativo e generativo della convivenza.
“E’ in atto, afferma Benedetto XVI, un cambiamento culturale, alimentato anche dalla globalizzazione, da movimenti di pensiero e dall’imperante relativismo, un cambiamento che porta ad una mentalità e ad uno stile di vita che prescindono dal messaggio evangelico, come se Dio non esistesse, e che esaltano la ricerca del benessere, del guadagno facile, della carriera e del successo come scopo della vita, anche se a scapito dei valori morali”.
La libertà individuale, sospinta dalla tendenza carnale al piacere, sempre più disinibita anche nella sua potenza autodistruttiva, è divenuta il motore principale del processo di auto creazione della condizione  umana. Nel dis-ordine sociale e politico si rivela la crisi, la follia, della ragione e della libertà.
La ragione non è più misura del vero, del buono e del bello!
La libertà non è più regola del giusto e del Bene comune!
Su quali coordinate, su quali mappe, con quale vettore è ancora possibile rintracciare la “dignità” dell’umano?
Su quali principi e desideri è possibile ricostruire la “logica della reciprocità” e la “comunione dell’Uomo e della Donna”?
E come sfuggire all’infamia, alla vanità e alle suggestioni della pornografia mediatica e alle frenesie erotiche e alle seduzioni spettacolari del libertarismo sessuale, predicato ed esaltato dalle culture elitarie e dalle pedagogie di massa?
C’è un’antropologia forte e ferma sulle categorie di pensiero rivolte alla condizione creaturale dell’essere “fatto ad immagine e somiglianza di Dio”.
C’è un’etica, una pratica di vita, in cui si accetta l’identità umano-divina dell’io, accogliendo il comandamento-invito-ammonimento dell’amare Dio e il prossimo.
La Dignità umana è concentrata nella vocazione relazionale dell’io, nella capacità, nella potenza e nella volontà d’amore.
La creatura umana è “immagine divina” dell’Amore!
La Dignità della Donna, allora, il suo genio!
Il Divorzio e l’Aborto hanno segnato nella storia dell’Occidente cristiano il compimento della “grande liberazione” della Donna con il trionfo dell’autodeterminazione? Oppure l’inizio della catastrofe antropologica ed etica che travolge le radici e il destino della convivenza umana?
Se c’è veramente nel nostro Paese un desiderio civile e cristiano di ricostruire le ragioni della dignità umana, e di orientare l’esercizio della sovranità popolare sulla ripresa di un “minimo di rispetto” per l’altra e per l’altro, è necessario ricominciare a ricostruire le basi etico-politiche e giuridiche dell’impianto familiare sul principio-comandamento-dovere di “non uccidere” i figli della Donna e dell’Uomo!
Chi gioca cinicamente, dentro e fuori le istituzioni, sulla Dignità della Donna, senza voler fare i conti con il gravissimo “errore-orrore” dell’Aborto, continua a condannare alla corruzione la democrazia e alla rovina il futuro del Paese.
Saper discernere tra Dignità e Oltraggio della Donna e, quindi, tra Amore e Odio per la Vita, può donare all’intelligenza sociale e politica la vera misura, la regola della libertà e il fine ultimo del vivere.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 24/2/2011)


La Giornata della Memoria e la Difesa della Vita

La storia-ricordo della Shoah, che ancora raccoglie memorie e, con esse, gli incubi della perversa e tragica vicenda del Male radicale, torna a inquietare l’anima e la cultura dell’Occidente. Soprattutto nelle scuole, dove la “Giornata della Memoria” può aprire l’identità umana in formazione al riconoscimento della natura della coscienza, del senso del vivere, della potenza della speranza anche nei passaggi più difficili della civiltà umana travolta nell’emergenza estrema della violenza, dell’odio e dell’uccidere.
Dalla rappresentazione narrativa, poetica, filmica, mediatica dell’orrore, che ha “reso nero il cielo e spento il sole nel fumo acre dei forni crematori”, viene una motivazione forte e ineludibile ad avvicinare non solo la crudeltà e l’insensatezza dei carnefici e lo spavento dell’empietà, ma a toccare la sofferenza abissale e indicibile delle vittime, inermi e innocenti, sacrificate da sciagurati aguzzini, tra il silenzio dello sterminio e le tempeste di fuoco, in orribili atroci scenari di morte.
Noi, tutti noi, abbiamo oggi il dovere della memoria: non dimenticare i volti sfigurati e distrutti dall’ingiustizia e dall’abuso totalitario della forza, per sottrarli al calcolo ignobile dell’annientamento e reintrodurli nell’orizzonte sacro della memoria e della vita segnata dal sigillo della santità. Non solo in Massimiliano Kolbe e in Edith Stein.
L’umano, l’idea e la testimonianza dell’umano, risiede essenzialmente nel riconoscimento dell’altro, nella comprensione dell’altro, nella consacrazione dell’altro alla pietà, all’amore.
E l’altro è indicato compiutamente nell’accettazione del comandamento supremo: “Ama Dio e il prossimo!”
E abbiamo il dovere dell’espiazione: per partecipare alla sofferenza di Gesù Cristo, al dolore infinito del Golgota, alla preghiera di redenzione della condizione umana ferita dall’inizio dei tempi dall’insipienza e dalla superbia dei primi abitatori del mondo.
Auschwitz è la misura dell’estrema depravazione, ma anche dell’altissima vocazione dell’uomo.
Per questo non appartiene alla storia passata, indimenticabile ma comunque conclusa.
La sua esperienza di malvagità e di disumanizzazione continua, fino alla fine dei tempi, a sconvolgere il nostro presente, a fomentare le nostre ambizioni di dominio, di possesso, di sopraffazione ed anche a provare la nostra capacità di bene e di perdono, a orientare il nostro cammino di liberazione.
Ancora oggi la vita è buttata via, mortificata, violata, annientata! Ancora oggi viene sopraffatta e gettata nella disperazione e nell’angoscia. Ancora oggi, però, può essere salvata, protetta, curata, amata con testimonianze straordinarie di aiuto, di soccorso, di pietà.
Nella complicata vicenda umana, nel cuore dei singoli e dei popoli, lo scontro della verità e della menzogna, del bene e del male, dell’amore e dell’odio, agita continuamente il desiderio della carne, dell’anima e dello spirito e richiama e sfida la responsabilità e l’intelligenza della storia.
Ora, e non sono assenti dagli orizzonti planetari i paurosi segni della ferocia e del terrore, le orribili minacce di stragi e di genocidi, le tremende possibilità di catastrofi nucleari, continua la “proliferazione metastatica” del male.
Continua l’atrocità dell’offesa e dell’orrore, anche con il ricorso alle tecnologie e alle sconsiderate iniziative bio-mediche che manipolano e uccidono le radici e le sorgenti dell’umano. Una spregevole “ideologia di morte” predica, propone e realizza ancora il massacro delle vite nascenti, condanna, in nome del miglioramento dell’esistenza e della razza umana, le “vite indegne di essere vissute”.
E continua la bestemmia contro la vita!
Ausmerzen: bisogna impedire che si riproducano gli esseri umani portatori di “deficit sensoriali e biologici”, di “handicap mentali e genetici”?
La rivoluzione medico-scientifica oggi si appropria delle finalità eutanasiche e delle metodologie eugenetiche e recupera il programma della “selezione evolutiva” e del “perfezionamento genetico”.
Alla tecno-scienza è affidata ormai la sfida superba di ri-creare la condizione umana in modo sempre più perfetto e completo per realizzare compiutamente il sogno dell’uomo immortale!
Il programma di sterminio e di selezione, nucleo essenziale della maligna strategia hitleriana, non appartiene per sempre al passato! E’ ancora attivo il mostro che divora esseri umani, che li sradica e li manipola, che li massacra e li getta fuori dalla memoria e dalla vita; è ancora attivo con raffinate giustificazioni ideologiche ed empie rimozioni ed anche con legittimazioni legali e democratiche.
La coscienza contemporanea, pur intorpidita ed assente, nel rammemorare la Shoah, non può non avvertire la gravità di questi “eventi innegabili” e non sentire il dramma della responsabilità nella difesa radicale dell’umano.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 11/2/2011)


A lezione di Libertà!
Coraggiosa iniziativa di formazione politica a Benevento

Da qualche settimana è aperta a Benevento la “Scuola di Liberalismo”, organizzata dagli Amici della Fondazione Einaudi affidata nel Sannio all’intelligenza e alla cultura politica di Nicola Del Basso.
La partecipazione degli alunni del Liceo classico “Pietro Giannone” e dello scientifico “Gaetano Rummo”, ed anche degli iscritti alla Facoltà di Economia dell’Università del Sannio, sottolinea la valenza anche pedagogica dell’iniziativa tesa ad esplorare segni e significati del processo fondamentale della “modernità” e rilanciarli nei percorsi della ricerca delle giovani generazioni in cammino nei complessi e confusi scenari del nostro presente.
Forse non è facile percepire e valutare la cifra storiografica della “modernità”, sia perché non è caratterizzata da un’unica visione filosofica, sia perché dall’accelerazione della crisi del suo “apparato ideologico” non viene ancora un approfondimento critico di tutti gli elementi di analisi e di giudizio.
Infatti il trionfo della modernizzazione, nonostante l’evidenza crescente della corrosione del “regno dell’uomo” costruito sui “paradigmi della ragione e della libertà” e sulla scommessa del progresso mondano irreversibile, sembra essere ancora il sogno dell’intera umanità.
Dalla tragica avventura, che ha sconvolto la storia contemporanea con l’ “inutile strage” del 1914-18 e la mondializzazione della distruzione e della violenza e del genocidio del 1939-45, il pensiero non ha tratto la consapevolezza e la decisione di dover interrompere radicalmente la frequentazione della teoria-prassi che organizza la cultura, la politica e l’economia intorno all’idolatria del sapere, del potere e dell’avere e all’egemonia totalitaria degli imprenditori della comunicazione, dei maestri della perversione morale, dei padroni della ricchezza.
La logica dell’immanenza, che esclude pervicacemente e dolorosamente dallo spazio pubblico la presenza del Mistero, l’irruzione della Profezia e la testimonianza della Fede, ha sospinto il pensiero, il linguaggio, l’agire degli individui e dei popoli verso una deriva pericolosa e devastante.
L’esercizio esclusivo della ragione, l’esperienza disordinata della libertà, l’avidità sconfinata di beni e di denaro chiudono sempre più la condizione umana in un circuito rovinoso di forsennati e disperati individualismi, di offese micidiali all’inviolabilità e alla dignità dell’umano, di nichilistiche dissoluzioni morali e politiche.
Dentro l’orizzonte della globalizzazione tecnico-scientifica e mediatica del mondo, finito nella rete dell’ “imperialismo internazionale del denaro”, certamente è ancora possibile rintracciare, lungo le linee di crisi, un percorso di libertà e di speranza. Ma è necessaria un’ “autocritica” che sia diagnosi e terapia: diagnosi della rottura tra Fede e ragione, tra Speranza e storia, tra Carità e vita e terapia per guarire dall’autodistruttiva seduzione materialistica.
Solo con il “criterio della trascendenza” è possibile giudicare lo “spirito del mondo” che ha imprigionato la conoscenza nei meccanismi razionalistici dell’esperimento e della logica matematica e perfino negli inganni dello scientismo. Solo con il ritorno al Diritto naturale si può rimettere in moto la dinamica del Bene comune.
Si può uscire, allora, dall’angosciosa e tormentata ammissione di sconfitta e di fallimento del pensiero ormai trascinato nel naufragio nichilista? Si può risalire dal pantano mortale di scetticismi irridenti e di supponenti relativismi? Sono immense le crepe devastanti e profondissime le lacerazioni nel tessuto civile e sociale dell’umanità, cui era stata consegnata la sfida della modernizzazione radicale e della razionalizzazione assoluta.  La famiglia, la scuola, le istituzioni democratiche, le relazioni internazionali mostrano quanto sia diventata grave e inquietante l’emergenza negli equilibri culturali, etici, giuridici dell’organizzazione politica ed economica del mondo, che sospinge addirittura la vita verso tenebrosi scenari post-umani.
Sono veramente “conquiste civili di libertà”, dopo la contestazione del ’68, le introduzioni legislative del divorzio e dell’aborto operate anche dall’ispirazione laicista, comune al liberalismo e al marxismo?
Ben venga, quindi, una “lezione di libertà”: forte, generosa, carica di verità e di speranza.
C’è bisogno però di sciogliere un nodo decisivo: “è la Verità che ci fa liberi”?
La ricognizione storiografica degli inquadramenti culturali e dei grandi testimoni della modernità, con la presa di coscienza della crescente infelicità provocata dalla “macchina ideologica e politica” di essa, può illuminare la ricerca aperta al riconoscimento che la realtà della storia umana, flagellata dalla menzogna del Male, è stata redenta.
E’ possibile ripensare il Liberalismo oggi?
Sarà necessario porre al centro della riflessione dialogica (accanto ad Erasmo da Rotterdam) Thomas More con  la testimonianza, gioiosa e santa, della drammatica difesa della libertà in nome di Dio dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 28/1/2011)


La "seconda vita" di Nicola Ferrara

Il 14 aprile 1971, mercoledì in Albis, tra i profumi della campagna di San Lorenzo Maggiore e lo splendore della primavera sannita, mentre esultano nella bellezza e nella gioia del vivere, l’esplosione di un ordigno di guerra uccide con una scheggia al cuore Valentino Ferrara, quindicenne, e strazia orribilmente il corpo, le mani e gli occhi del fratello undicenne.
Nel cuore del piccolo Nicola travolto dall’orrore si oscura per sempre il fervido mondo dei giochi, delle impertinenze, delle complicità, delle scommesse spericolate e rischiosissime. Si trasforma in rabbia, in rimpianto doloroso e struggente e in risentimento corrosivo lo stupore per i ritmi delle amate stagioni, per i voli sorprendenti degli uccelli, per i viaggi delle nuvole, per i “riti” della coltivazione dei campi e per le feste.
Per Nicola inizia un’odissea tremenda lungo il crinale della vita e della morte, tra le fasi di una sofferenza indicibile per la ricostruzione dell’addome dilaniato, per l’amputazione delle mani, per gli interventi diretti a ridare, ma invano, un po’ di luce agli occhi trafitti per sempre.
Il corpo e l’anima di un bambino sono così improvvisamente raggiunti dall’urto di una sfida enorme, terribile, estrema: chiudersi nella pena e nel cupo adattarsi a un’esistenza infelice e miserabile; oppure resistere coraggiosamente all’insidia nefasta dell’handicap e organizzare la speranza su le risorse vitali, profondamente colpite e sconvolte ma non disfatte. Su questo confine, incerto e dolorosissimo, ove può finire nell’agguato della disperazione l’ultima ansia di vivere o può tornare a crescere la potenza dell’essere, rinasce le “seconda vita” di Nicola Ferrara. Un “piccolo fiore”, sconvolto dal tragico assalto del nulla, diventa, tra le tempeste dell’esistere e le cure, le attenzioni e le premure dell’amore, della Madre soprattutto e della famiglia, un albero alto e poderoso. La condizione esistenziale, pur lacerata dal trauma devastante, rintraccia senza luce negli occhi e solo con due poveri monconi la perduta, vivacissima familiarità con le cose, con la natura, con le persone care, con gli avvenimenti.
Tra i disagi, l’angoscia, i rumori, gli smarrimenti, le complesse e difficilissime avventure della “diversità”, in un contesto di relazioni pubbliche spesso problematiche, segnate anche da ostilità e diffidenze, da gelidi rifiuti, da stupidità e incomprensioni, si ridesta in Nicola una sensibilità che esplora i percorsi domestici, rurali, urbani ed espande e valorizza contatti, rapporti, confidenze, amicizie. Ed ecco riemergere la caparbia determinazione di operare, il vivo desiderio di indipendenza, la volontà risoluta, tenacissima di esercitarsi, la continua conquista di autonomia.
Sempre più si accende e matura la speranza trepidante della pienezza di vita.
E’ la scoperta dell’UNITALSI, l’incontro con Padre Lucio Danzeca, l’esperienza del primo viaggio a Lourdes, la relazione intensa con gli accompagnatori, ad aprire finalmente il percorso della Fede!
“Non riacquistai la vista, racconta Nicola, non rividi la luce, … stabilii un rapporto speciale, intimo e spiritualmente appagante con la Madonna, che da allora non mi ha mai più abbandonato”. Un nuovo equilibrio interiore, centrato sulla sofferenza e sul coraggio e aperto alla trascendente Presenza dell’Amore, orienta l’orizzonte di memoria e di attesa nel cuore e nella testimonianza di Nicola Ferrara.
Poi, in questo universo di volontariato e di servizio, animato da pellegrinaggi, da viaggi, da incontri di preghiera, da iniziative culturali e sociali, irrompe la testimonianza, a lungo sognata, di una “voce” dolcissima che suscita intensità di affetti e disposizione irrinunciabile al patto d’amore. L’innamoramento inquieto attraversa ostacoli, riserve, supera perfino la difficile prova di una contestazione radicale e infine si rivela e si compie in un progetto condiviso e reciproco: “gli occhi di Nunzia erano diventati i miei occhi”. E dal miracolo dell’Amore e del Mistero della Vita, ecco Valentino ed Angelo!
In questa autobiografia, spesso toccante, a volte sublime, lungo il misterioso cammino del Dolore, la vita è risanata e risorge; il destino del fallimento e del perdersi si trasforma in una prospettiva di liberazione e di vittoria, in una generosa e feconda opera di incessante solidarietà.
Nicola Ferrara narra come la “passione redentrice” abbia operato nel suo cuore martoriato e infelice e come abbia donato luce e capacità di vedere, di incontrare, di riconoscere, di consolare e di servire gli altri fratelli malati, poveri, sofferenti, emarginati.
Questa narrazione semplice, essenziale, vigorosa, carica di dolore, di amore, di tenerezza, di pietà, di compassione, da accogliere con gioiosa gratitudine, sia dono fecondo per il nostro cuore stanco, indurito e chiuso all’ardimento di osare la vertigine della vera grandezza e della felicità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1 del 15/1/2010)

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