Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

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Buon Natale! Il Dono della Vita, della Libertà, dell'Amore!
L'eroismo dell'amore e della vita e l'ideologia mediatica della morte
Il dramma della famiglia nell'emergenza generativa, culturale, politica ed educativa
Il male e la pietà nel vortice mediatico
Chiesa e Stato nel Risorgimento. Un dialogo necessario oggi!
Adolescenza, morte e immortalità
Le sofferenze e il genio del Sud e le ossessioni della Modernità
Vacanze! La scommessa del vuoto o del dono
Il dramma della disoccupazione e la speranza
Nel pallone: dal trionfo alla disfatta!
I veri bisogni della Gente nella crisi europea
La scossa profetica! La storia di oggi nel Segreto di Fatima
Il Denaro si è impadronito del cuore dell'Europa e del mondo
Pellegrinaggio alla Sindone: Ecce Homo!
Auguri a Sua Santità Benedetto XVI
Elogio della Lega
La Campania può cambiare!
Chiesa e Mezzogiorno
Mentire e rubare. Non è politico, non è morale, non è umano!
Dal Carnevale alla Quaresima
Ad Haiti dopo la disperazione la potenza dell'Amore
Volontariato nel Sannio


Buon Natale! Il Dono della Vita,
della
Libertà, dell'Amore!

Giunge l’esperienza festosa e santa del Natale, che sempre ci rende contemporanei di Gesù!
Gesù nasce nel cuore di questo tempo, nella complessa, drammatica, penosa e preoccupante vicenda di questo primo decennio del XXI secolo. Nel travaglio di forti tensioni e di dure contraddizioni, di ambiguità ideologiche, di declino culturale e di fragilità politiche, tra confusioni e suggestioni mediatiche che oscurano e travolgono la identità vera dell’uomo, nasce Gesù. E’ l’Umano che nella sua condizione verginale e purissima accoglie il Divino per donare all’Umanità sofferente e infelice la possibilità della salvezza. A distanza di oltre duemila anni l’intelligenza della storia, della libertà e della speranza, può accogliere ancora l’annuncio della grande gioia: “E’ nato il Salvatore!”
Dio è con noi, e Si rivela Nascente nella notte miserabile dell’abbandono e del rifiuto, dell’emarginazione e del disprezzo. Ecco perché il nostro sguardo non Lo intravede tra le luci della festa né Lo rintraccia tra le opulenze e gli sprechi dei cenoni. Nasce dove c’è sofferenza, dove la dolorosa morsa della solitudine e della fame ferisce e inasprisce il cuore non raggiunto nemmeno dal sorriso della pietà. Il Bambino abita una dimora che solo i pastori, gli uomini di buona volontà, possono raggiungere.
Ed è volontà umile, generosa, amorevole, priva della presunzione dell’autosufficienza, purificata dall’istinto del dominio.
Solo le labbra pure, non sporcate da parole di impudicizia, di ingiuria e di inimicizia, infatti, possono baciare le membra purissime e tenerissime del piccolo Figlio di Dio. Solo un pensiero adorante, che non nutra la pretesa di inseguire il prometeico esperimento dell’umano e l’empio sogno di divenire padrone di tutto, può curvare la fronte davanti al Divino Fanciullo destinato al Sacrificio della Croce. Solo chi Lo attende come Liberatore può essere salvato; solo chi è spinto dal desiderio di diventare Suo familiare, può entrare nella Grotta di Betlemme e nella casa di Nazaret per condividere l’esperienza di Gioia, di Povertà e d’Amicizia con Maria e Giuseppe.
E’ Natale, se riusciamo ad aprire nel nostro cuore anche un piccolissimo spazio di accoglienza al Bambino che fugge dalla prepotenza, dall’avidità, dall’inganno, e chiede un momento di ospitalità, un segnale di compassione.
E’ Natale, se sappiamo cogliere tra i segni dei tempi l’annuncio profetico del Dio che viene; se sappiamo metterci in cammino, come i Magi, per recare a Colui che dona la Sua Vita e la Sua Morte, i frammenti riconoscenti del nostro essere.
Anche nella comunità ecclesiale, avvolta in pragmatismi inquieti, e perciò svigorita e stanca, è necessario ed urgente riconoscere Dio nel Bambino che la Madre Divina porge alla consacrazione sacerdotale. Certamente in quel nascere quasi nessuno sa riconoscere la nascita di Dio: solo l’attesa dell’adempiersi della Parola può aprire gli occhi della mente e del cuore e le braccia degli uomini per invocare e stringere al petto Colui che è, che era e che viene. Anche nel frastuono, un po’ più triste del solito, mentre si decompongono vecchie certezze mondane, mentre crollano sogni e ottimismi sfrenati, e la mercificazione di tutto, anche della Bellezza, si fa sempre più penosa e avvilente, il Natale fa giungere un richiamo di nostalgia, un soprassalto di vigilanza, una spina di allarme. E, forse, questa Notizia del Dio-che-viene riapre una relazione fondamentale da tempo ferita e recisa dalle aggressioni dell’insensata volontà di potenza o della micidiale virulenza della disperazione. E, forse, il Volto Santo del Bimbo che redime, riesce ancora ad attirare uno sguardo, a incrociare un sorriso, a invocare pietà. Quel Volto continua a dirci parole di Gioia, di Pace, di Amore! Anche attraverso l’opaca pesantezza della cultura della morte, dell’odio e della vendetta, della storia del dominio e dell’avidità del denaro.
Ai piedi del Bambino, in un impeto di bontà e di penitenza, è possibile ritrovarci bambini: senza smanie di esaltanti autorealizzazioni, senza pulsioni di passioni e di potere, solo con un tenue, semplice, umile desiderio di tenerezza. Natale: un respiro di tenerezza! Per sopravvivere allo scempio dell’umano e all’empietà, alla contaminazione del male, all’indifferenza per la sofferenza crescente di tanti e all’ipocrisia insolente che rovescia principi, valori e virtù nella doppiezza delle nostre testimonianze. Anche quest’anno, purtroppo, il copione neopagano non cambia: le scenografie familiari ed urbane sono scintillanti e fascinose, gli scambi di regali ancora capricciosi ed esigenti, gli approvvigionamenti alimentari abbondanti e superflui, e sempre alte ed urgenti, anche degradanti, le spese per i divertimenti. Eppure l’attesa della Luce nelle tenebre, del Bambino che viene è ancora più forte e ineludibile. Ed è attesa di noi, di ciascuno di noi, per donare e ricevere un bacio: un Bacio divino ed umano!
E lo richiede la Madre, la Divina Vergine Immacolata, che avvicina al nostro viso il Volto del Figlio per riconciliarci e per destinare tutti noi a divenire tutti figli di Dio, perdonati e amati.
Questo è il Mistero del Natale. “Gloria a Dio e Pace in terra!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22 del 17/12/2010)


L’eroismo dell’amore e della vita
e l’ideologia mediatica della morte

Nelle famiglie italiane ci sono migliaia di disabili e di malati terminali. Custoditi con premura, trepidazione, affetto, amore! Tra moltissime difficoltà. Sono affidati completamente all’accoglienza primaria di chi, superando emergenze drammatiche, pone “l’amore-alla-vita” nel cuore della famiglia e lo vive senza sosta nella difficile complessità della vicenda comunitaria.
Nelle famiglie, nei luoghi di cura, nel volontariato, sono molti i protagonisti della questa straordinaria relazione d’amore vissuta nella viva partecipazione alla condizione umana sofferente, aggredita e sfigurata da traumi improvvisi, da cedimenti imprevedibili, da violente patologie.
Eppure “l’eroismo dell’amore” a servizio della vita non attira attenzioni, non registra consensi, non suscita ammirazione, non attiva reti di protezione, di sostegno e di  integrazione.
Viene addirittura escluso dai circuiti della comunicazione di massa.
Nella comunicazione, nelle stesse centrali televisive del servizio pubblico, viene accreditata l’ideologia della morte; accolta e propagandata la pretesa dell’interruzione dell’esistenza.
Il “finevita” viene così sottratto alla sacralità del morire per essere consegnato improvvidamente alla relatività di decisioni e di procedure medico-scientifiche non più finalizzate alla salvezza. Con la giustificazione di fare il bene di chi non deve vivere più.
L’azzardo tragico contro la vita è entrato da tempo dentro la cultura, la politica e il diritto dell’Occidente.
Nel XX secolo la potenza dell’uccidere, che pure ha trionfato nelle due grandi stragi mondiali, è penetrata, con i dispositivi logico-linguistici della legalizzazione statuale e con gli apparati medico-tecnico-scientifici, nell’intimità dei processi generativi, nella vitalità procreativa della maternità: a stroncare alla radice il dono dell’amore e della vita. La pretesa abortiva, propria di un regime totalitario e mortuario, è divenuta sfida libertaria dell’individualismo contemporaneo e  del suo tragico conformismo ideologico.
Il “Diritto alla Vita” dall’inizio al termine naturale, che dovremmo affermare, custodire e praticare senza cedimenti, compromessi, tradimenti, continua a franare, stritolato  dagli egoismi  e dalle convenienze, dall’ipocrisia eugenetica della selezione, dalla sospensione dell’alimentazione, dall’auspicio della “dolce morte”, dall’esaltazione del “suicidio assistito”. 
Ormai nello spettacolo mediatico trionfa festosamente l’esaltante esibizione del corpo, oggetto dello scatenarsi della “libido” dell’io. Tra spettacolarizzazione del corpo erotico e rappresentazione del corpo ucciso con la moltiplicazione dell’orrore, è esclusa la comunicazione sulla condizione del corpo sofferente, sulla realtà estrema del vivere. Lo show mediatico mostra crescente ostilità alla condizione del dolore e dell’amore, agli eventi e  alla scienza della sofferenza e della solidarietà, all’epopea umile della Pietas.
La performance di Saviano! Sgomento, tristezza, un sentimento di vuoto e di perdita, un’angoscia infinita.
Dà un senso di vergogna e di desolazione il veder rovesciato l’orizzonte anticanagliesco di Gomorra!
E’ deprimente la declamazione televisiva sulla morte, sull’esigenza “benefica”, eroica, di arrestare il destino vitale di una creatura umana.
Tornano le immagini di Terry Schiavo e di Eluana Englaro a sfidare, con lo splendore della vita e dell’amore e purtroppo con l’eco cupa della condanna, la coscienza indifferente o inquieta del mondo contemporaneo.
E tuttavia continua, compiaciuta e dissennata, la comunicazione pubblica a scambiare e a rovesciare diritti e responsabilità, ad assolvere e gratificare i carnefici, ad umiliare le speranze, i sacrifici e le lotte di chi difende e protegge la vita dall’assalto e dal potere di vita o di morte.
Viene imposta ormai in tutte le forme possibili un’ideologia tenebrosa, che pretende di eliminare dallo spazio della comunicazione la concezione antropologica cristiana e le opinioni e le considerazioni che esigono uno spazio comune di dialogo culturale  e di dibattito politico, giuridico, etico e religioso.
E’ un segno estremo di corruzione culturale, di decadenza etica, di crisi della tradizione giuridica non riuscire a discernere l’alternativa vita-morte, bene-male, verità-menzogna.
Eppure rimane forte, e coraggioso  “segno di contraddizione”, l’appello appassionato di Giovanni Paolo II: “rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21 del 3/12/2010)


Il dramma della famiglia nell’emergenza
generativa, culturale, politica ed educativa

Si addensano in questi giorni, e da più parti, le analisi e le proposte rivolte alla difficile condizione della famiglia. Gli approcci, molteplici e intelligenti, tentano la ricognizione completa delle difficoltà, dei disagi, delle sfide, dei rischi e delle prospettive di ripresa e di sviluppo dell’unità familiare nelle dinamiche convulse e complesse della società contemporanea.
All’ “intima comunità d’amore e di vita”, cellula fondamentale della società, continuano a giungere aggressioni devastanti dalle ideologie che sono radicalmente ostili all’identità eterosessuale e all’impianto naturale e soprannaturale della nuzialità fedele e feconda e, di qui, alla paternità e alla maternità responsabili.
Le ferite profonde del divorzio e dell’aborto, che, attraverso i dispositivi legislativi e giuridici, in nome della libertà continuano ad  alterare, con violenza irreparabile, le relazioni costitutive del patto primordiale d’Amore e ad annientare la vita e la fondazione generativa della continuità e degli equilibri della società. Le alterazioni  della relazione coniugale e l’arresto del processo procreativo sono oggettive, inquietanti  e pericolose “spinte di dissesto”, fattori decisivi della crisi complessiva della società.
“Non si esce dalla crisi economica se le famiglie non si rimettono a fare figli”, spiega Ettore Gotti Tedechi, e chiede che la famiglia venga aiutata “con gli incentivi economici, cioè con sgravi fiscali” per sostenere, nelle difficoltà crescenti, il mettere al mondo figli, la loro crescita e la loro educazione. Circa cinque milioni di famiglie già vivono in condizioni di disoccupazione e di povertà.
Sembra ancora lontana la prospettiva di rimodulare il sistema fiscale: in Italia più hai figli e più alta è la pressione fiscale; altrove, in Europa, più la famiglia è numerosa, più è agevolata.
Paradossalmente, proprio in Italia, dove è più diffusa la considerazione, e la prassi, della centralità della famiglia nella convivenza civile e sociale, non c’è ancora “il patto di responsabilità familiare” e non è stato ancora introdotto il “fattore famiglia”.
Sembra che ora si stia facendo più forte e motivata la riflessione socio-politico-culturale sulle dinamiche della famiglia e più condivisa  l’ “agenda” dei doveri e delle responsabilità, per rendere più attrattiva la creazione del nucleo familiare; è stata ridefinita con più ampia disponibilità di attenzioni e di consenso su manovre di politica di bilancio e di fiscalità ormai ritenute essenziali ed urgenti.
E’ necessario, anche per rispondere ai rischi e alle sfide della crisi degli equilibri finanziari, produttivi e occupazionali del Paese, valorizzare la cultura e la tradizione della vita familiare con politiche funzionali alla sua tenuta e al suo sviluppo, con strumenti normativi e finanziari utili alla valorizzazione del ruolo di servizio, di competenza, d’integrazione e di coordinamento del soggetto sociale primario della vicenda nazionale. Anche per riporla al centro dell’emergenza e della sfida educative.
Infatti  questa generazione giovanile si agita in una rete di incertezze, dove tutto parla di paura, di follia, di smarrimento. E’ urgente rinvigorire la cultura della familiarità e della paternità, l’offerta e la donazione di modelli e di esempi di amore, di sacrificio, di responsabilità. Per la prima volta nella storia, la generazione degli adulti, la generazione dei padri, non riesce a trasmettere a quella dei figli un’eredità di affetti,  di valori, di ideali, lasciandola priva di coraggio e di abnegazione, di testimonianze forti e di capacità di corrispondere nella fatica e nella gioia del vivere al bisogno degli altri. Questa generazione di figli non può rimanere impantanata nell’anti-cultura della morte, tra le illusioni e le delusioni di un’esistenza che paurosamente oscilla tra “volontà di potenza” e “angosciosa disperazione”.
Nel seno, nella dimora della famiglia, si può e si deve  tornare a generare la vita, quella biologica e spirituale, affidando tutti i componenti della famiglia e della società alla logica e al fine dell’Amore.
La politica, se non vuole crollare nella dissennata gestione del potere che diventa violazione dell’ordine naturale e rinuncia al servizio, deve aiutare la vita a nascere per assicurare la tradizione dell’Amore vero alle nuove generazioni. Nella disgregazione del tessuto etico e del vissuto morale della Famiglia c’è tutta la tensione della destabilizzazione della convivenza civile e della corruzione dello Stato.
Ecco, la sfida ineludibile da affrontare nelle comunità e nelle amministrazioni locali e regionali, ai livelli centrali del governo del Paese è la questione della Famiglia. Con l’urgenza dell’ultimatum.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20 del 19/11/2010)


Il male e la pietà nel vortice mediatico

Improvvisamente nel groviglio mediatico entra l’annuncio della sconcertante scomparsa di una fanciulla e poi della sua orribile uccisione. Una esistenza tragicamente spezzata da un delitto atroce che travolge nella sventura i vincoli naturali del sangue e dell’amore e rovina per sempre vicende familiari, consuetudini, destini, speranze. Con il cupo e infame corteo di violenza, di menzogne, di complicità, di omertà l’orrore del male irrompe nell’orizzonte dell’anima e ferisce e sconvolge radici e valori di un primordiale sentire comune.
La storia di Avetrana in un misto di curiosità e di paura richiama l’attenzione sulla insensata potenza omicida che si annida minacciosa nel cuore e si avventa incontenibile e feroce contro la vita.
L’evento fosco e inaudito, sebbene non ancora completamente definito nelle sue linee processuali, con l’evidenza severa e drammatica che pure emerge dalla convulsa cronaca mediatica, ci pone domande inquietanti non solo sulle responsabilità di chi ha commesso l’orribile crimine, sulle motivazioni profonde e sulle circostanze, ma anche sul destino di chi è stata uccisa, travolta nell’agguato mortale e allontanata dallo spazio-tempo del suo esistere e delle sue attese di bellezza e di felicità. E ci interroga sull’eredità inevitabile di sofferenza, di risentimento, di pietà, di condanna e sulla contesa, personale e universale, tra la verità e la menzogna, tra il bene e il male, tra l’amore e l’odio.
E ci rende in tal modo più consapevoli che di questa vicenda non siamo solo spettatori e giudici: essa ci appartiene per la partecipazione intensa di ciascuno alla sacralità della vita e al mistero della morte ed anche per l’esposizione di ognuno all’invadenza del male.
Il lutto collettivo, sempre più devastato dalla teatralizzazione mediatica spesso insolente e spudorata, ci coinvolge veramente se lascia indagare il senso della vita e della morte. Nella drammaturgia televisiva   purtroppo si scatenano anche sollecitazioni narcisistiche ed esibizioni professorali con la moltiplicazione di piste, di suggestioni, di ipotesi, di distorsioni. Si avverte il rischio che l’intero spazio del sentire possa sprofondare nell’abisso di morbose curiosità, di virulenze emotive, di impietosi e irriducibili giudizi, di pulsioni sconsiderate e implacabili. Cadiamo tutti nella rete costruita dall’arrogante prevaricazione del potere della video-comunicazione che assedia e sorveglia abitazioni e territori e scenari del crimine, che pretende confessioni pubbliche di indicibili segreti e confidenze inconfessabili, che annuncia colpi di scena, connivenze e complicità, che scova menzogne e furberie e tutto consegna alla pluralità di competenze specialistiche e al filtro di opinionisti molteplici e contrastanti.
Si finisce così per confondere vita vera e fiction, di mescolare frammenti di realtà e “giallo”.
La cronaca si trasforma in “romanzo in diretta”, attraverso lo scambio reale-virtuale per il magico e perverso travestimento che tutti, vittime e carnefici, introduce nello scenario della celebrazione.
Il caso giudiziario diventa allora narrazione epica della modernità violenta e malata e ci precipita confusamente nella condizione ambivalente dell’esistere ed anche nello scambio di valore e disvalore.
Perfino il “turismo dell’orrore”, paradossalmente condannato negli stessi ambienti mediatici che lo hanno ossessivamente provocato e alimentato, può generare il “turismo della pietà”, il pellegrinaggio della compassione e della preghiera.
Ha scritto qualcuno sul margine dell’immagine sorridente della fanciulla di Avetrana: “Ciao Sarah, perdonaci per non averti saputo regalare un mondo migliore!”.
Tra la superficialità di essere spettatori e lo sgomento dell’empatia è necessario mettersi in sintonia sempre con la compassione. Può crescere così il sentimento doloroso che ci fa avvertire il significato del male e la necessità del pentimento, l’urgenza della riparazione e del riscatto, l’attesa del perdono e della resurrezione.
La madre di Sarah, rappresentazione del volto tragico della pietà, ci comunica ora, con il desiderio tenerissimo di “riabbracciare” la figlia perduta, la fede nell’immortalità.
Ecco una splendida lezione di speranza, che l’Occidente opulento e moderno ha tradito, e che può però, condividendo il dolore del mondo, ancora rintracciare perché sia ridotto il domino orribile della violenza e dell’empietà, dell’odio e della rabbia e venga sconfitta la cultura corrotta della neutralità e dell’indifferenza nel cuore dell’uomo e dei popoli. La pietà soltanto può organizzare con la sconfitta del male il trionfo dell’amore.
E’ la Pietà incarnata di Dio che ha salvato l’uomo.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19 del 5/11/2010)


Chiesa e Stato nel Risorgimento
Un dialogo nesessario oggi!

Nicola Del Basso, liberale storico e Presidente del Centro studi “Benedetto Croce”, con un duplice intervento sulla pagine di cultura de “Il Sannio”, ha recentemente ricordato due eventi: la conclusione nel 1860 del governo pontificio a Benevento e la “breccia di Porta Pia” del 1870. E ha sollevato problematiche storiografiche, giuridiche ed etico-politiche di altissimo rilievo che ancora oggi animano il processo storico, civile e istituzionale del nostro Paese. Le pregevoli  considerazioni le ha collocate dentro l’orizzonte culturale e metodologico del magistero di Benedetto Croce e del pensiero-azione di Cavour.  Le propone con la gioiosa segnalazione della definitiva conclusione dell’antagonismo Stato-Chiesa per la partecipazione del Cardinale Tarcisio Bertone alla celebrazione romana e per il gesto, sorprendente, di Sua Santità Benedetto XVI che ha indossato, per un momento durante l’udienza del mercoledì 15 settembre, il cappello piumato dei Bersaglieri. Certamente è centrale nella riflessione di Nicola Del Basso la questione della libertà nel farsi dell’Unità d’Italia. In questo processo faticoso e difficile non può non essere richiamato il legame interiore tra Cristianesimo e Pensiero liberale. “Ecclesìa e Polis”, “Sacerdotium e Imperium”, Comunità ecclesiale e Comunità civile, sono tutte polarità essenziali e determinanti della convivenza umana. Non solo in Italia, ma nell’Occidente e ora nelle dinamiche della mondializzazione.
La prolungata e diffusa ostilità del mondo cattolico nei confronti del “Liberalismo anticlericale” e delle sue venature massoniche ha per lo più oscurato le ragioni liberali del Cattolicesimo militante nella fase risorgimentale. È stato a lungo sottovalutato il variegato protagonismo filosofico, politico, pedagogico, artistico di personalità di altissimo spessore del pensiero cattolico liberale. Gioberti, Rosmini, Taparelli D’Azeglio, Manzoni,  con molti altri intellettuali, hanno segnato, e non poco, la cultura entro cui si è disegnato il progetto dell’unificazione. Nel Cattolicesimo liberale erano stati individuati altri percorsi di soluzione, come quelli federalisti,  perché fossero evitati i rischi dello scontro, delle fratture profonde, delle ferite dolorose, della sopraffazione omicida. La “questione romana” esigeva fin dall’inizio la conciliazione di due statualità con il riconoscimento reciproco di due distinti luoghi di sovranità. Il Papa non poteva diventare il “cappellano di casa Savoia”.  La stessa drammatica vicenda della violenta integrazione del Sud nel Regno sabaudo non si realizzò certamente all’interno  della strategia politica di una civiltà liberale. Francesco Paolo Casavola recentemente ha scritto: “La Storia d’Italia è stata anche una storia tragica. Averla potuto conoscere avrebbe potuto aiutare a non ripetere errori, che non sono mai dovuti a un fato invincibile. Chi ha mai saputo nelle nostre scuole che nel decennio della repressione del brigantaggio meridionale, dal 1861 al 1870, sono stati trucidati o uccisi 73.875 briganti, una cifra di gran lunga superiore a quella dei caduti in tutte le guerre dell’Unita?”
La “lezione della libertà” che Nicola Del Basso ci affida è un servizio altissimo per la comprensione storica ed  etico-politica del presente, soprattutto se riesce a illuminare il pensiero della globalizzazione, così esposto alla corruzione e alla disgregazione che le forze distruttive della menzogna e del male incessantemente scatenano, sfigurando il volto sacro dell’uomo,  nella grandiosa e drammatica esperienza del vivere. Benedetto Croce e Jacques Maritain, i più grandi esponenti europei del pensiero laico e del pensiero cattolico di quel tempo tragico e infelice, parteciparono, entrambi, all’elaborazione dei principi fondamentali che l’ONU ha assunto a guida giuridico-etico-politica del mondo contemporaneo. La traccia dialogica, tra Fede e Ragione, tra pensiero religioso e pensiero laico, può essere l’unico rimedio  alla presa soffocante dell’ideologia nichilista e delle “idolatrie della ragione, della carne e del denaro”. Nel 2004, in dialogo con Jürgen  Habermas, tra le più significative figure di intellettuali della scena internazionale, sul tema “Etica, Religione e Sato liberale”,  l’allora Cardinale Joseph  Ratzinger invitava la comunità civile ed ecclesiale a “trovare fondamenti etici in grado di favorire la coesistenza delle  culture ed edificare una forma comune di responsabilità giuridica, atta a contenere e ordinare il potere”. 
A questa sfida, nata nell’incontro del Vangelo con la cultura ellenistico-romana, ancora oggi siamo chiamati nell’intelligenza condivisa del Bene comune, a rispondere con urgenza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18 del 22/10/2010)


Adolescenza, morte e immortalità
"E' l'anima straniera sulla terra"

Quel giorno li avevo intravisti, Giuseppe e Nicola, nel tardo pomeriggio, presso il Parco della Rimembranza. La bellezza dell’adolescenza che fiorisce! E l’irruzione tragica, lacerante dell’orrore della morte nei frammenti, prima incerti, di racconti convulsi e drammatici. Uno squarcio improvviso e inquietante nella quotidiana esperienza del convivere.
E subito il tormento e l’angoscia; e la corsa del cuore sgomento a percepire lo strazio immisurabile e l’affanno atroce delle madri e dei padri vulnerati alle sorgenti più intime dell’essere.
E ti accorgi che  non ci sono parole e pensieri in grado di comprendere l’evidenza tragica del morire precoce e improvviso, ma solo silenzio.
Si è gelata da tempo la cultura della sofferenza e del pianto, la memoria del lutto e la sapiente capacità della consolazione.
Eppure vince il desiderio dolente, nella densità della notte, di comunicare a chi soffre un segno di fraternità e di tenerezza. Guardo il volto freddo e piagato e sfioro le mani velate e illividite con un sorriso di silenziosa preghiera. No,  non consegnano ai cuori avviliti e pietosi la notizia orribile della fine, del disfacimento e del nulla.  Li rivedo entrambi lieti ed ardenti dopo il turbinio gioioso e l’ansia inquieta delle prime avventure di libertà dell’esistere.
"La vita si misura dall’intensità e non dalla durata” e la morte non appartiene veramente all’umano, perché l’umano, immortale, ritorna al divino.
Solo l’estenuante e dissacrante malattia dell’anima “moderna” continua a ingannare l’intelligenza e a trafiggere il cuore: persiste insolente a corrodere e a rovesciare la cultura della vita e volgerla nell’ideologia cupa dell’annientamento irrimediabile ed empio.
E’ il congedarsi improvviso e drammatico degli adolescenti dalla storia quotidiana, nella strage continua della strada, a mettere radicalmente in questione l’indifferenza sull’estrema destinazione delle creature umane e a scuotere la protervia della rimozione individuale e collettiva diffusa dalla gaia e dissennata  civiltà del consumo e del denaro. Che in tutti i modi continua a offendere “la povera, affaticata, oppressa e gemente  maestà della vita”.
“Noi non crediamo alla nostra morte”, avvertiva, però, anche Sigmund Freud. Allora che cosa è la morte?
Nella storia ultima dell’Occidente, il complesso di saperi e di poteri ha operato l’occultamento della morte, penalizzandone il senso irridendo le interrogazioni supreme e sprezzando la risposta religiosa, soprattutto quella cristiana che annuncia la Parola di vita eterna. Alla fine della vita biologica, la morte non è solo tormento; è alba, “dies natalis”! Essa compare sul crinale storico-trascendente  dell’essere: è capitolazione della storia, oltrepassamento del terreno, smentita integrale del mondano. Non  “caduta nel nulla”!
Cristo è venuto nella nostra storia e nel cuore degli umani a vincere il mondo, il tempo e la morte. E a ricordarci: “Voi siete dèi e figli dell’Altissimo”.
Ogni perdita, perciò, può diventare chiusura, diniego, avvilimento, desolazione e sospingere l’io nella disperata insensatezza di non voler credere più alla vita e all’amore che non muore.
Ogni perdita, invece, può aprirsi in accoglienza e attesa: accettazione umile della nostra finitudine e confessione del nostro nulla,  affidamento e abbandono alla potenza di “Chi ha vinto la morte” ed ha creato per Amore e per sempre la Vita.
Ecco perché soprattutto nell’abisso del dolore indicibile è possibile credere con una speranza più forte e invincibile. Il desiderio smisurato di tutto quanto è al- di- là, nel Mistero che tutto sovrasta, e che la vita terrena, solo confusamente rivela, è la prova più viva dell’immortalità. E’ l’Amore la prova che ci redime dalla follia estrema che “tutto è finito”.
Allora, non fu l’urto brutale e funesto, è stato il richiamo inaudito e ineludibile del Cielo ad aprire per i nostri cari ancora fanciulli il varco di luce alla Bellezza e alla Gioia dell’Amore assoluto, infinito, eterno.
Nella preghiera, che raccoglie il lamento e anche la protesta per i corpi oltraggiati e strappati agli affetti, e innalza davanti alla Croce di Cristo il tormento per le “vittime belle”,  è necessario accogliere l’invito di Sant’Agostino che persuasivo e dolcissimo, ci raggiunge ora, con lo splendore di Giuseppe e di Nicola:
“Non piangete, se mi amate! Se poteste ascoltare il cantico degli angeli e vedermi in mezzo a loro! Se poteste vedere con i vostri occhi gli orizzonti, i campi senza fine e i nuovi sentieri che attraverso! Se conosceste il dono di Dio che è nei cieli. Asciugate le vostre lacrime e non piangete, se mi amate!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17 del 8/10/2010)


La sofferenza e il genio del Sud e le ossessioni della Modernità

La crisi finanziaria esplosa dal 2008 continua a erodere gli equilibri sociali ed economici con l’evidenza drammatica soprattutto della disoccupazione giovanile e i fantasmi paurosi del crollo e segnala la fragilità dell’architettura globale del mondo della vita costruita dalla forza della modernità.
La civiltà moderna, ora che si va esaurendo, si è sempre più consegnata al dominio del denaro che ha sopraffatto e svuotato il regno della ragione e della libertà a cui la rivoluzione culturale e politica avviata con l’Umanesimo aveva affidato la speranza del progresso continuo e della felicità universale.
E’ alla pretesa razionalistica e libertaria che l’uomo ha finito per incatenare storicamente il destino individuale e collettivo sempre più chiuso nello scenario materiale dello spazio-tempo.
Ecco perché tutto, cultura, politica, arte, scienza, vicenda umana e circostanze storiche, tutto è entrato nell’ambito finanziario; nella logica degli affari tutto è misurato dai parametri del mercato, dai paradigmi inesorabili dell’investimento economico e dall’ingordigia del profitto. Anche la bellezza, il sentimento d’amore, di pietà sono travolti dall’aritmetica gelida del contratto, dall’empietà del calcolo.
E questo schema economistico  di valutazione e di giudizio è divenuto “sovrano spirito del tempo”, premio o condanna per l’agire e per il vivere.
Il Principe di questo mondo abita la Borsa.
Ora la profonda crisi della modernità con lo svelarsi delle sue ossessioni apre uno squarcio di nostalgia e di attesa nell’anima meridionale, mai convinta ma solo sopraffatta dalla furia della prassi convulsa della modernizzazione. Questa ha anche distrutto mondi vitali, cancellato tradizioni di accoglienza e di compassione, consumato legami, relazioni, vincoli costitutivi di comunità familiari, civili, nazionali.
Ha infine immiserito il tessuto religioso, lasciando scoperta  e svilita l’esperienza vitale del desiderio e del bisogno, lasciando deperire l’attitudine verticale all’infinito e all’eterno, con la condanna orgogliosa delle leggi naturali dell’eros-agape, con il sovvertimento del ritmo del cosmo ingoiato dallo scatenarsi degli appetiti sottratti al limite e alla regola della moralità.
La Modernità ha sfidato e condannato tutto ciò che non si lasciava modernizzare dai processi di “liberazione”. Arretratezza, inferiorità, ritardi segnavano inesorabilmente le condizioni della vita e della storia che non si lasciavano introdurre dal progetto illuministico nel corso nuovo della storia.
Ora, la crisi del “modello nordico” dello sviluppo, che decade e degenera nel mentre si globalizza, riaffida un ruolo nuovo alla cultura meridionale, alla sua dimensione mediterranea, alla sua prospettiva unificante e unitaria, alla sua potenza di servizio, alla sua capacità di dono e di accoglienza.
Il primato primordiale dell’umano-divino, con la sua fedeltà alla promessa di salvezza escatologica, è il germe creativo della civiltà umana.
Averlo tradito è il peccato mostruoso della modernità che non ha saputo coniugare le ragioni dei deboli e degli ultimi con la potenza di servizio della scienza e della tecnica.
Il successo della ricerca di Pino Aprile, “Terroni”, indica un bisogno, un disagio e un’opportunità da cui  è possibile riprendere una riflessione coraggiosa e non solo per ritrovare il filo drammatico     dell’unificazione del Paese.
La “questione meridionale ” dei popoli sofferenti , infatti, è ora la questione centrale del mondo.
Nelle coordinate storico-politiche e storico-religiose, che rivelino la centralità della sofferenza e dell’ingiustizia e la necessità del bene comune si avverte l’urgenza del ritorno, dopo la lunga, tragica eclisse moderna, alla realtà dell’Incarnazione crocifissa del Figlio di Dio.
Solo dalle Terre dei vinti può tornare ad illuminare il volto dell'umano, stravolto dalle tenebre dell’ateismo e dello sfrenato cinismo contemporaneo, la grande speranza di salvarci dalla catastrofe.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16 del 24/9/2010)


Vacanze! La scommessa del vuoto o del dono

La vacanza ha ormai un fascino irresistibile. Concentra in un tempo di pausa della routine dell’esistere la fatica del divertirsi con tutti i linguaggi e i gesti che possono dare pienezza alla sensibilità e alle emozioni.
Mette in scena ambiguamente riposo e stress, relax e tensione con un ampio investimento di energia e di denaro, di desideri e di attese su una scommessa indotta prevalentemente dalla potenza mediatica: l’eccesso di soddisfazione.
Nella vacanza l’io mette in gioco tutto se stesso nel tentativo di annullare tutto ciò che intristisce e deprime. Perché si possa aprire un varco liberatorio nell’angoscia, perché si possa tornare poi, con rinnovata vitalità, alla “normalità” del lavoro e dell’impegno, della responsabilità e della condivisione familiare e civile del ritmo dell’esistenza.
Nella vacanza “tutto è possibile”, purché sia vinto il disagio.
E allora nulla è proibito e la trasgressione alle regole diventa norma di una nuova moralità privata e pubblica, funzionale alla felicità, senza limiti e senza misura.
Il principio del piacere,” tutto e subito”, introdotto come comandamento unico e radicale della modernità e intorno al quale si organizza la convivenza con la fruizione edonistica del film, della televisione, della musica, della comunicazione tecnologica, indica e propone la vacanza in modo ossessivo come luogo primario del suo trionfo.
Eppure la vacanza, come momento del “disordine” e della sregolatezza fino alle punte estreme della dissolutezza e della perversione, sta tutta dentro la programmazione tecno-scientifica e finanziaria di questo mondo globalizzato, dove la libertà stessa è vissuta come necessità e costrizione.
L’affare-vacanza è infatti l’esito integrale del mercato: è la progettazione della felicità individuale di massa con l’insieme dei meccanismi promozionali, commerciali, turistici della mondializzazione e del consumismo totale, con la logica dell’omologazione e del conformismo .
Certamente l’impulso culturale dominante nello spazio-vacanza è determinato dall’idea edonistico-consumistica dell’eros e, quindi, dalla riduzione soprattutto attraverso il marketing e lo spettacolo dell’erotismo a pornografia, secondo le procedure, lo stile e le forme dell’esibizione e della seduzione.
Nella dinamica storico-sociale la degradazione delle forme  di sessualità ha raggiunto livelli inimmaginabili. Le relazioni amorose vertiginosamente si moltiplicano e si bruciano con una smania e una rapidità impressionanti e si dissociano emozioni, sentimenti, affettività, sessualità.
Nel circuito della vacanza il “per sempre” dell’amore è sconfitto irrimediabilmente non tanto dalla fragilità della carne, ma dal primato assoluto della gestione impudica delle pulsioni del  proprio corpo.
E’solo  il corpo il protagonista reale. Di qui l’importanza decisiva della cura, della salute, dell’efficienza, del benessere.
E tutto è finalizzato con la seduzione dell’immagine alla espressione e all’autogratificazione della vanità: dall’abbigliamento alla gastronomia, dalla festa alla musica, dall’abuso di alcool fino alla droga.
Eppure la vacanza anche con tutte le sue strategie ludiche e trasgressive non riesce a nascondere e tanto meno ad annientare il disagio: il piacere non è autentico godimento perché una volta soddisfatto è subito esaurito.
Allora il pendolo della Civiltà del benessere, raccolta dentro la categoria del piacere individuale, continua a muoversi inevitabilmente tra desiderio ed apatia, tra forsennate rincorse di desideri e soddisfazioni la cui posta è sempre più alta e distruttiva. La capacità affettiva, che si alimenta di delicatezza e di gratuità, viene a perdere la stabilità e si corrompe drammaticamente.
L’io nel momento in cui esibisce l’orgogliosa potenza di essere “padrone assoluto” di sé, manifesta completamente il suo nulla, la morte del sé desiderante e la fine della relazione con gli altri.
Invece  la vacanza può essere il “luogo reale della gioia, della pace e dell’amore”, quando l’esperienza dell’io si allontana dall’abuso di sé e dell’altro e perciò dal disordine, e si costituisce come struttura di senso, di donazione, di bellezza e di servizio.
Ecco, la vacanza può diventare così riposo dell’anima che medita, contempla e prega, luogo trasparente di amicizia, di rispetto, di cura, di dialogo, di gratuità: reintegrazione di risorse spirituali, morali e civili, oltremodo indebolite e disgregate dalle offese e dai rischi enormi del convulso tempo di oggi.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15 del 10/9/2010)


Il dramma della disoccupazione e la speranza

La speranza non è solo sentimento. E’ soprattutto il pensiero fondativo di una grande impresa. E’ un lavoro di progettualità e di sacrificio, organizzato dentro l’orizzonte del bene comune ove s’incontrano la verità, la dignità e la libertà degli esseri umani.
La generazione dei giovani, che in modo più forte e sicuro dovrebbe legare alla speranza la costruzione del proprio destino, sembra sfiancata dalla perdita di fiducia e di energia nell’assegnarsi traguardi importanti e obiettivi di alto profilo.
Sembra quasi che la storia si sia fermata e rimanga aperta solo l’opzione della rassegnazione e dell’avvilimento rispetto alla dissipazione del divertirsi e alla pretesa del godimento.
Certamente lo scenario entro cui si muovono le forze della storia presenta condizioni negative all’agibilità e al protagonismo dei giovani.
In Europa il punto di crisi è più duro e devastante, perché la logica della commercializzazione che tutto aggredisce e divora non è più contenuta da un patto culturale, educativo e politico, fondato sulla regolazione e sulla autodisciplina delle persone nelle dinamiche della convivenza civile.
In Italia, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, la disoccupazione giovanile rende più visibile la drammaticità della condizione sociale ed economica, più precaria ed incerta la prospettiva della ripresa dello sviluppo integrale e, quindi, più oscuro e penoso lo sguardo sull’avvenire.
Un ragazzo su tre è senza lavoro.
Ora è  necessario ed urgente accogliere la durissima lezione che, soprattutto all’Occidente, sta dando la storia contemporanea con le crepe del capitalismo, con la corruzione dell’etica civile e politica, con l’emergenza educativa, con il cinismo e il disordine delle relazioni umane, con il delitto contro la vita, con il rifiuto dell’ospitalità e dell’accoglienza.
Un elemento strutturale e decisivo della grande crisi in atto è indubbiamente il “suicidio demografico” che sta indebolendo profondamente la vitalità e la prospettiva della compagine umana del nostro Paese e indica anche l’insostenibilità del patto fiscale e previdenziale.
Certamente questo dato allarmante è conseguenza del disfacimento della tenuta generativa ed unitiva della famiglia, della perdita inarrestabile della sua tradizione etica, culturale ed educativa.
L’altra dimensione critica del sistema è il primato assegnato alla “politica del consumo e del debito” che ha ridotto l’uomo a strumento del processo di produzione, di consumo, di accumulazione, di sperimentazione tecnologica, alla mercé del mercato e quindi della logica oppressiva del dominio finanziario dello sfruttamento e della sopraffazione.
Questa crisi è crisi di sistema; il modello sociale ed economico non regge più e sembra essere senza alternative.
Ma un anno fa, in questi giorni, veniva pubblicata l’Enciclica Caritas in veritate che il Papa Benedetto XVI offriva all’intelligenza dei popoli e alla riflessione dei gruppi dirigenti per riaffidare al cuore dell’uomo la possibilità di ricostruire la integralità dello sviluppo per tutti gli uomini.
Ai giovani di buona volontà spetta il compito di riportare alle radici della vita e dell’amore la condizione devastata dell’umano: educando la sensibilità alla disciplina e al sacrificio, potenziando l’attitudine al volontariato, alla partecipazione e alla convivialità, promuovendo iniziative di gratuità e di donazione.
Il crollo della natalità indica l’urgenza di superare la mentalità abortista e di eliminare tutte le forme ideologiche, politiche, giuridiche, culturali e morali che inducono al disprezzo della vita nascente e alla devastazione delle responsabilità coniugali e familiari.
Il consumismo poi ha completamente alterato le forme e gli stili di vita, le relazioni fondamentali della convivenza. Ha modificato con i meccanismi anche pubblicitari degli sprechi e degli eccessi le strategie di governo, gli scopi dell’organizzazione socio-economica e subordinato aspirazioni, attese, desideri degli uomini all’egemonia del denaro, finanziando con l’indebitamento la prospettiva materiale dell’esistere.
Questa civiltà si è impantanata nel nichilismo: non ha più fine, non ha più verità, libertà, amore!
Il mondo è solo un mondo di strumenti, di mezzi, di cose; senz’anima.
Forse i giovani, presi dalla grande speranza, possono ancora scommettere sulla vera bellezza e sulla vera felicità.
Questa sfida è anche l’ultima speranza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14 del 16/7/2010)


 

Nel pallone: dal trionfo alla disfatta!

Uno shoc! La superstar calcistica nella polvere!
Un risentimento sordo, ora rabbioso ora sarcastico ora lamentoso e triste, rende peggiore l’affronto della sconfitta sportiva subita a Johannesburg.
Dal trionfalismo e dall’autocompiacimento di essere i primi, i grandi, i “Campioni del mondo”, attraverso l’inquieto travaglio delle faticose, deludenti prime prove siamo finiti nella disfatta completa. Dal divertimento per lo spettacolo mondiale, su cui era scattata la scommessa della conferma del primato, fino all’amarezza di ritrovarsi ultimi nella gerarchia planetaria e nella graduatoria dei valori calcistici.
L’esclusione provoca sempre una ribellione, perché minaccia una identità nazionale che si convalida e si comunica negli eventi del confronto sportivo e soprattutto con le “imprese del pallone” che più di altre hanno vastissime risonanze e suscitano sommovimenti emotivi sia negli individui che nelle folle convocate dai “mass media” al grande confronto internazionale.
Nello sport si è rifugiato in gran parte lo “spirito popolare” di questo tempo, che, invece, su altri terreni gioca a sgretolare fedi e a frantumare relazioni e solidarietà. E, quando con l’insuccesso la leadership si oscura e precipita nella mediocrità, esplode l’indignazione, saltano i nervi, la frustrazione dilaga, i “miti” vengono assaliti e gettati e il senso del fallimento devasta e consuma simboli e destini ritenuti irrevocabili.
Ma può anche sciogliere presunzioni e arroganze, ridimensionare aspettative orgogliose e perciò eccessive, offrire una misura più equilibrata di rimpianti e rimorsi. Forse bisogna recuperare l’attenzione all’“arte del gioco”, alla centralità della fantasia e della creatività e indebolire le tensioni esasperate e i capricci del tifo e contenere le esaltazioni violente e incontrollate e le stupide, ossessive aggressioni che si accendono negli spazi di gioco e dilagano nei salotti televisivi e nelle piazze.
Ora certamente è difficile non lasciarsi trascinare nelle furibonde risse scatenate su le strategie, su le tattiche, su le risorse umane selezionate, su le responsabilità degli errori e delle sconfitte. E qui è molto facile che un genio diventi un cretino e viceversa.
Ormai, soprattutto questo sport è entrato nello spazio del mercato e dello spettacolo, nei circuiti del potere, degli investimenti e del profitto, nella universalizzazione finanziaria della pubblicità del mondo globale.
Sembra che il calcio sia diventato l’esito ludico-competitivo della secolarizzazione, evento giocoso-gestuale sostitutivo di una liturgia planetaria che richiama partecipazione di massa e condivisione emotiva di altissima intensità e convoca tutti intorno alla teatralizzazione della sfida fino alla rappresentazione estrema del tragico e del comico e alla manifestazione della gioia e del pianto.
Nelle cronache, nei commenti, nelle recriminazioni, nei mugugni, s’incrociano imprecazioni e confessioni e diventa soggetto vero della cocente sconfitta “il terrore nella mente, nel cuore, nelle gambe”.
Il protagonista anche di questa storia diventa lo spirito, nella sua grandezza e nella sua fragilità.
Infatti anche la mente, il cuore, le gambe sono governate sempre da un’idea: un’idea che diventa progetto, organizzazione, entusiasmo. Forse l’Italia di Lippi si è rinchiusa nell’illusione di replicare “comunque” il trionfo del 2006, scommettendo più sulla debolezza altrui che sulla propria forza, più sulla esperienza accumulata, che sulla novità del cambiamento, più sul valore della tecnica e delle tattiche che su la qualità armonica di una compagine integrata e fiduciosa, generosamente dinamica ed efficiente.
Ora che non c’è più la nostra presenza in agenda, possiamo continuare a seguire il Mondiale, senza sofferenze e senza vergogna, senza inimicizia e senza acredine, lasciandoci coinvolgere nella gratuità ludica del confronto sportivo e nella bellezza e nella effervescenza delle geometrie attivate sui campi del Sud Africa. Anche per dimenticare presto il “disastro” e riguadagnare, se è ancora possibile nell’orizzonte “mediatico”, la gioia e la serenità della comunicazione sportiva, del gioco e della festa.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13 del 2/7/2010)


I veri bisogni della Gente nella crisi europea

In Europa, tutti i Paesi, governi, famiglie, cittadini, s’interrogano sulla tenuta dell’euro e dell’economia, sulla necessità di resistere al contagio della crisi finanziaria, sull’utilità e il successo dei piani di azione, sulle oscillazioni e reazioni dei mercati. E molti si interrogano anche sulle illusioni di una Civiltà!
E s’incrociano speranze e paure con proteste, accuse, denunce. Si rincorrono analisi e calcoli e appaiono insufficienti a recuperare ed a reggere gli equilibri sociali e produttivi tutte le manovre fiscali, salariali, previdenziali messe in atto. Sono saltati in tutti i Paesi i limiti posti al deficit di bilancio e si allontana la possibilità di riportare a livelli sostenibili il debito, che in Italia già supera il 115 per cento del prodotto interno lordo.
Viene addirittura affacciata la necessità della svalutazione e, quindi, la fine dell’euro! Le ipotesi del “crac”, della bancarotta e del collasso sono frequentate anche da economisti e da politici importanti.
Ritornano, dopo anni di gioiosi sprechi, di consumi esasperati, di spese pazze, di evasioni fiscali gigantesche e di folgoranti arricchimenti, antiche parole d’ordine espulse dal linguaggio del costume, della politica, dell’economia, della finanza: il rigore, l’austerità, i sacrifici, le regole. Parole facili da predicare, difficili da praticare, ma essenziali per evitare il fallimento annunciato.
L’Occidente opulento, sazio e sprecone non riesce a ri-pensarsi “normale”: capace di posizionarsi sull’essenzialità dei bisogni primari e aperto a rispondere, con una strategia etico-politica positiva, alla domanda drammatica di sicurezza alimentare, idrica, abitativa, medica ed educativa di tutti, all’interno e all’esterno della sua configurazione storica e geografica.
L’Occidente ha posto sempre più al centro dei suoi interessi “il sistema degli affari”; si è concentrato con tutte le risorse, le competenze, le tecnologie, in modo prioritario, sull’espansione finanziaria, indebolendo sempre più i legami con la stessa economia reale e dissolvendo soprattutto la centralità etico-politico-religiosa del servizio alla persona per il Bene comune. L’Europa ha preteso di divenire una grande potenza economica e finanziaria senza essere una identità spirituale. Ed ora, senza radici e senza respiro, non riesce  a recuperare ruolo, forza, strategia nel contesto complesso della globalizzazione.
In questo scenario,  carico di inquietudini e di confusione, anche gli ottimisti scivolano nella paura, sconvolti dalla minaccia del crollo.
Per superare questa fase difficilissima e certamente preoccupante non sono sufficienti le ricette di politica economica e finanziaria. E’ necessario un cambiamento forte e radicale: di cultura, di costume, di azione. E ognuno è chiamato a cambiare. Infatti non sono stati violati solo i parametri dell’economia; sono stati frantumati “i fondamentali” della convivenza, innanzitutto i principi, i valori, i fini del patto di fiducia e di relazione tra le persone!
L’orientamento alla solidarietà e all’unità, l’apertura all’ascolto della sofferenza dei popoli che faticano a realizzare processi di sviluppo e di integrazione e che addirittura sono sconvolti dalla perdita dei beni essenziali per vivere, purtroppo, non alimentano più attenzioni, legami, relazioni, impegni.
L’imperialismo  internazionale del Denaro ha occupato la coscienza e la storia del Mondo.
Allora non è più tempo di pretendere solo che altri, stato governi istituzioni, cambino. E’ necessario ed urgente che ognuno trasformi e converta se stesso. Innanzitutto rinunciando ad invidie e a gelosie, che innescano devastanti processi di competizione e di scontro, che fomentano avarizie smisurate e scandalose corruzioni, che rompono relazioni di fraternità e di amicizia nel cuore delle famiglie e delle comunità e disperdono con la pratica dell’ingiustizia il Bene comune.
Un solo gesto di compassione, di soccorso e di accoglienza, un’adozione a distanza di un bambino infelice, un aiuto a una creatura disprezzata, umiliata e schiacciata dall’infamia dello sfruttamento e dell’oppressione, aprendo un varco nella dura logica del divertimento e della vacanza comunque, può illuminare di gioia l’orizzonte cupo di questo presente. Se vogliamo salvare il nostro futuro occorre rompere gli egoismi in cui siamo imprigionati e respirare la libertà e la responsabilità dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12 del 18/6/2010)


La scossa profetica! La storia di oggi nel Segreto di Fatima

Il 13 maggio, a Fatima, è risuonata con forza  l’eco profonda , irriducibile e misteriosa del 13 maggio 1917, quando la Vergine Maria è apparsa a Lucia, Francesco e Giacinta, i tre pastorelli, alla Cova da Iria.
Sull’immensa spianata del Santuario, Benedetto XVI, in un passaggio breve e formidabile dell’omelia, ha dichiarato: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.
Ha posto fine così a una controversia accesa da tempo, ed anche esasperata, su la continuità o meno del valore profetico del messaggio affidato a Suor Lucia. La lettura fuorviante e riduttiva della terza parte del Segreto di Fatima, che pure sembrava prevalere anche ai livelli più alti della gerarchia ecclesiastica, è stata completamente spazzata via.
Il razionalismo, infatti, ha gravemente insidiato non solo la “ricerca laica” della verità vissuta nell’esperienza storica, ma ha anche compromesso “il senso della fede” nell’interpretazione dei segni profetici che vengono dalla comunicazione ininterrotta tra Cielo e Terra.  Segni profetici finiti spesso nel gelo del sentire teologico e sottratti alla censura e alla minaccia della dimenticanza dall’intensità del fervore e del consenso popolari.
Senza Fatima sarebbe priva di senso tutta la vicenda del XX secolo con il corteo orrendo di guerre mondiali, di stragi, di olocausti, di aborti, di distruzioni, di sofferenze, di infamie!
Senza Fatima anche la visione cristiana della storia sarebbe rimasta senza luce.
Fatima invece riporta nell’orizzonte apocalittico, riconsegna allo scontro escatologico tra Bene e Male e affida, con l’intelligenza della Speranza, al trionfo del Cuore Immacolato di Maria Santissima l’intero percorso della Vita e della Storia.
Fatima ci fa ritrovare, alle radici delle inquietudini, sotto il peso insopportabile dell’infelicità, dentro il fallimento dei sogni mondani, delle arroganze del potere e delle cupidigie del denaro, la consolazione dell’Immortalità e della vittoria dell’Amore. Ci restituisce lo sguardo su la realtà e l’evidenza drammatica . anche compromesso “il senso della fede” nell’interpretazione dei segni profetici che vengono dalla comunicazione ininterrotta tra Cielo e Terra. Segni profetici finiti spesso nel gelo del sentire teologico e sottratti alla minaccia della dimenticanza della verità e della menzogna. E ci svela il protagonismo maligno di Satana che seduce e corrompe il cuore dell’uomo e della storia per annientarne il destino di vita, di bellezza e di felicità.
E’ l’occultamento della presenza inquietante e terribile del demonio a nascondere anche la comunicazione trascendente della Profezia, per cui la missione profetica di Cristo è stata a lungo incrinata  e colpevolmente indebolita e rifiutata.
Ancora oggi con una espansione continua si moltiplicano messaggi straordinari, fenomeni mistici, sorprendenti eventi mariani, episodi miracolosi che dovrebbero risvegliare la coscienza personale e collettiva completamente sperduta e dissipata nel groviglio tumultuoso delle cose e del mondo.
Da Fatima in poi l’invito alla Preghiera e alla Penitenza si fa incessante e premuroso; gli avvertimenti per evitare i rischi e i pericoli diventano sempre più insistenti e clamorosi; si fa “assordante”  l’annuncio della “fine dei tempi” del dominio del Male e del ritorno di Gesù nella imminente, sospirata Civiltà dell’Amore!
Da Dozulé, da Medjugorje, da Naju e da innumerevoli luoghi della terra e da tante “anime vittime” vengono voci e segni che sollecitano alla conversione, al pentimento, al perdono, all’amore. E sono messaggi di speranza e di tenerezza, chiamate alla santità, preghiere di affidamento e di consacrazione, confidenze materne di soccorso e di protezione.
La solenne, autorevole testimonianza profetica del Papa dovrebbe ora accelerare il riconoscimento e l’accettazione ecclesiale del “linguaggio di denuncia e di annuncio” e di allarme, per lo sviamento della libertà, che viene dai veggenti presenti in tutte le parti del mondo.
Il Segreto di Fatima, svelato nel 2000 per volere di Giovanni Paolo II, sta per realizzarsi e per manifestare tutta la potenza soprannaturale della trasformazione del mondo e della vita degli uomini. Presto si compirà la “Grande Tribolazione” con la sofferenza dell’umanità e con il travaglio doloroso che genererà una nuova realtà di Gioia, di Pace e di Amore.
Il Cardinale Joseph Ratzinger già nel 2000, nel commentare il “Segreto di Fatima”, citava il Vangelo di Giovanni: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” e concludeva: “Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci  a questa promessa”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11 del 4/6/2010)


Il Denaro si è impadronito del cuore dell'Europa e del mondo

Per alcuni giorni è sembrato che la crisi finanziaria internazionale trascinasse in una catastrofe, imminente e ineluttabile l’Euro e l’Europa.
Poi la leadership comunitaria, con una gigantesca manovra da 750 miliardi di indebitamento, distribuito sui bilanci nazionali, ha ridato “respiro” ai mercati.
Il crollo, non solo della Grecia, è stato evitato a pochi passi dal baratro; ed è stata spostata “in avanti” la “resa dei conti” ancora più minacciosa e sempre più inevitabile.
La complessità politica, economica e finanziaria, entro cui si muovono i governi degli Stati e s’incrociano le vicende dei popoli, non rende semplice la lettura e facile l’interpretazione dei fenomeni globali che scuotono duramente gli equilibri delle Nazioni e ne mettono continuamente in pericolo la stabilità e la tenuta. Da tutto questo, però, si può trarre un giudizio storico-culturale su l’orizzonte integrale della realtà umana nell’attuale fase storica.
E’ una Civiltà, la nostra, che si è consegnata completamente, con la sua organizzazione civile e con tutte le sue dinamiche, sia nei micro-ambiti territoriali e gestionali sia in tutte le articolazioni istituzionali, al dominio del Denaro. La potenza, incontrollabile ormai, della sua “funzione necessaria”, la penetrazione in tutte le operazioni dell’esistenza, la logica durissima del suo esercizio, hanno reso il Denaro il “sovrano reale” della convivenza umana, ormai sottoposta, in tutte le esperienze individuali e collettive, a una dipendenza assoluta. Ogni cosa ormai è finita nel meccanismo del comprare e del vendere e nulla riesce a sottrarsi alla presa e alla logica del suo determinismo irrevocabile.
E’ sotto il segno e il dominio del Denaro che si sta costruendo il processo di mondializzazione. La rete di Borse e di Banche è il motore, causa efficiente e finale, dell’accumulazione e della gestione finanziaria di tutti gli “affari”. Anche di quelli illegali, che gestiscono, almeno in Italia, un terzo della ricchezza complessiva. E nel business è assorbita l’intera energia umana: lavoro, vita, amore, ricerca, sicurezza, libertà, lacrime e sangue, delitti, nefandezze, speculazioni.
Questa condizione introduce una rottura nel rapporto diretto tra persona e realtà, per cui tutte le relazioni fondamentali vengono alterate e la comunicazione linguistica tra le persone perde le dimensioni del vero, del buono e del bello, perché viene avvelenata dalla mediazione dell’interesse, dalla misura della convenienza, dalla negoziazzione del profitto.
Anche nella famiglia e nella scuola, i luoghi della  socializzazione culturale ed etica, sono penetrate le dinamiche distruttive della diffidenza, del disagio, dell’inimicizia e dell’indifferenza che vengono dalla logica della competizione capitalistica e della tensione vorace del possesso.
Queste spinte riducono l’interdipendenza, soffocano la comunione affettiva, distruggono la fedeltà reciproca.
Decadono le forme della gratuità e collassa la “condizione cooperativa primaria” che dovrebbe essere interiorizzata negli iniziali processi educativi: non matura la coscienza morale e frana il codice naturale ed intimo dell’amarsi.
Ecco perché la statualità dei popoli è ora dominata dal “paradigma dell’avarizia”, dall’esaltazione della ricchezza non tanto come strumento ma soprattutto come scopo, dalla corsa frenetica al divertimento e alla vacanza, dallo sfruttamento senza limite delle risorse e del lavoro degli altri, dall’ostilità alle richieste di soccorso,  di accoglienza e di ospitalità.
Il simbolo di queste Civiltà è il “cuore duro”. La sua cultura è quella della morte, la sua destinazione è il naufragio, il vuoto, la distruzione completa delle radici stesse dell’amore e della vita.
In questo scenario, devastato da sfrenati egoismi, dall’arroganza di poteri enormi non più condizionati e controllati dalle evanescenti e debolissime responsabilità democratiche, cresce, con le offese alla dignità umana e con la perversione dei costumi, la condizione della sofferenza e del pianto, della disperazione e della resa, dell’insicurezza e della dissoluzione.
Solo l’esperienza del dono e del donarsi, solo la fraternità come offerta gratuita di amicizia, di solidarietà, di condivisione, solo l’affermazione dell’unità di tutte le persone e di tutte le genti della terra, solo il riconoscimento della paternità del Dio Creatore Redentore Santità d’Amore possono sottrarre l’umano all’oltraggio dell’offesa, della sconfitta e del naufragio.
Ecco perché anche un piccolo gesto d’amore può resistere al dominio del denaro e del potere!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10 del 21/5/2010)


Pellegrinaggio alla Sindone: Ecce Homo!

Anche in questi tempi, impastati di diffuse negligenze religiose, di dolorosi abbandoni del culto ed anche di disgregazione di antiche tradizioni di pietà popolare, la Sacra Sindone del Signore Gesù sta richiamando a Torino, nella ricorrenza dell’Ostensione dal 10 aprile al 23 maggio, milioni di persone.
Non poteva mancare il Pellegrinaggio organizzato e diretto da Don Pasquale Maria Mainolfi!
E, preparato durante il percorso dalla sua sapiente comunicazione storico-biblica e scientifica e dall’intenso coinvolgimento nella preghiera fervida e ricorrente, l’incontro con l’ “Immagine Santa della Redenzione” si è svolto in un’atmosfera carica di devozione e di commozione.
Il Mistero umano-divino, che vela e ri-vela la Regalità bella e severa della Figura maestosa di Cristo, non poteva non scuotere l’anima con la drammatica Somiglianza dei nostri poveri volti al Volto di Dio.
E la memoria subito richiama “la immagine e somiglianza” che la biblica Genesi segna su la creazione dell’uomo. Il Volto osservato e adorato è, infatti, lo specchio del volto di ciascuno e segnala la “differenza” tra la perfezione, la santità, la pietà di Dio incarnato e la fisionomia dell’io sfigurato dall’iniquità e dall’empietà.
Ecco l’Uomo! È Lui la misura della nostra vera identità creaturale, è Lui l’indicazione del nostro cammino di libertà nella storia, è Lui il fine del nostro destino immortale!
Non è un approccio distratto a un reperto archeologico, un’attenzione momentanea a un’artistica icona, l’Incontro con la Sindone è l’Incontro della Misericordia e della miseria, dell’Innocenza e del peccato: e più ampia  e profonda è la percezione della propria miseria e del proprio nulla e più sconfinata e travolgente è in quel Volto Divino la rappresentazione espressiva dell’Amore.
Nell’Incontro, sfuggono le indicazioni scientifiche, si dissolvono le ipotesi storiografiche, si allontanano i dubbi della ragione calcolante e le negazioni dell’insipienza ateistica.
L’io del supplice pellegrino è avvolto dalla potenza del legame umano-divino, è ferito dalla sofferenza per il Sacrificio della Vittima Santa, è schiacciato dal peso insopportabile di appartenere al popolo dei nemici, carnefici del Figlio di Dio.
E rinasce, con la nostalgia dolorosa della relazione tra creatura e Creatore, tra redento e Redentore, tra amato e Amore, un bisogno di pianto, di perdono, di pentimento.
E in quei momenti di silenzio e di contrizione, l’immaginazione ripercorre, con l’evidenza drammatica de L’Evangelo come mi è stato rivelato della grande mistica Maria Valtorta, la vicenda dell’atroce agonia nel Getsemani, la disumana flagellazione, gli spasimi della crudelissima crocifissione, il pianto inconsolabile della Santissima Vergine Madre; e alla mente ritornano  frammenti profetici di Isaia: “Si è caricato delle nostre sofferenze, addossato i nostri dolori e noi lo giudicammo castigato, percosso da Dio e umiliato,…”
Quando poi si ascolta la “Preghiera davanti alla Santa Sindone”, del Cardinale Severino Poletto Arcivescovo di Torino, si avverte intimamente la luminosa verità del dono divino della Sindone: “Passio Christi Passio Hominis” e si comprende come le nostre piccole croci, accettate con amore, sono tutte dentro la grande Croce di Cristo in una universale corredenzione della Storia e della Vita.
Nella Via Crucis dell’Uomo della Sindone c’è tutta la storia dell’umanità con le presunzioni, le concupiscenze, i delitti che in ogni tempo hanno sconvolto la convivenza umana e ferito il Corpo di Cristo e c’è la certezza della Redenzione, perché Dio ci può salvare se il cuore si apre al perdono e all’Amore.
Invece continua l’ostilità al Martire del Golgota, non vengono meno le offese, si inaridiscono i sentimenti dell’amicizia e dell’accoglienza, si gela la carità e prevalgono forsennati e irriducibili gli egoismi e le concupiscenze.
E Cristo continua a piangere e a gridare il Suo Amore a un’umanità che non ascolta, rinchiusa nell’indifferenza e nell’angoscia.
A Parma, ultima tappa del Pellegrinaggio, nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, una dolce Immagine statuaria di Gesù, nel 1987 e nel 2001, ha pianto e ha effuso dalle Mani trafitte e dal Cuore rivoli di Sangue Divino!
Quei Segni sconvolgenti di Amore sono stati, però, colpevolmente cancellati dal disamore e dal disprezzo. Perché?
Il popolo deicida dal Calvario, dove si era compiuto l’evento più grande di Male e di Bene di tutta la Storia, “tornava indietro percuotendosi il petto”, racconta l’Evangelista Luca.
Dopo l’esperienza straordinaria vissuta nella Torino dei grandi Santi dell’ottocento, dal Murialdo al Cottolengo a Don Bosco, e le visite a Maria Ausiliatrice, alla Consolata, a Superga e a Venaria, e alla Madonna Nera nell’incanto di Oropa, ove il Card. Caffarra Arcivescovo di Bologna ha proposto una memorabile catechesi ai seicento giovani della sua Diocesi, siamo ora di nuovo nelle nostre case, nei nostri paesi, nella nostra città: il Messaggio bimillenario della Sindone e le Lacrime e il Sangue del Gesù di Parma e il sorriso della Vergine possano continuare a suscitare nel nostro cuore pentimento, pietà e riconciliazione!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9 del 7/5/2010)


Auguri a Sua Santità Benedetto XVI

Mentre con profonda gratitudine e venerazione, nel quinto anniversario della elezione al Pontificato, porgiamo a Benedetto XVI,  “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”, infiniti e affettuosi auguri di Bene, si inasprisce contro la Chiesa una campagna violenta e insidiosa di accuse, di severe censure, di gravissime denigrazioni, di oltraggio.
Dopo i ventisette anni di Giovanni Paolo II, il grande polacco-romano di cui si attende con ansia la canonizzazione, ora con la limpida presenza sacerdotale, regale e profetica del Vicario di Gesù Cristo al vertice del governo della “Comunità dei credenti”, continua il “Ministero di insegnamento e di santificazione” fondato nella potenza del Vangelo e centrato sulla mite, mansueta e coraggiosa fortezza dell’Apostolo.
Non sono mai mancati nel corso della sua storia bimillenaria gli attacchi contro la Chiesa di Gesù Cristo.
Ora si intensifica, per la forma, la qualità e l’ampiezza dell’aggressione, l’offensiva sciagurata, perfida e corrosiva, manovrata con ossessiva, maliziosa e irriducibile inimicizia.
Nella Chiesa certamente viene rivissuta la vicenda umano-divina di Cristo. La storia della Parola di Dio, incarnata in questi ultimi tempi, ripropone con maggiore intensità il percorso drammatico della “settimana santa” e la inevitabilità del “passaggio redentivo”. E non mancano, perciò, le apostasie, i tradimenti, le flagellazioni, le sofferenze; e non sarà sottratta alla crocifissione la vicenda umano-divina della Chiesa.
Su questo Pontificato ?\ trasparente e luminoso Segno di evangelizzazione e di contraddizione ?\ è calata già da tempo ed ora con moltiplicata e perversa ostinazione l’accusa del fallimento. Il professore Hans Küng ne ha stilato l’atto con piglio causidico e indignata intonazione farisaica: E’ mancato il riavvicinamento alle Chiese evangeliche; è mancata la continuità del dialogo con gli Ebrei; è mancato il dialogo con i Musulmani; è mancata la riconciliazione con i Latino-americani; è mancata la solidarietà all’Africa; è mancata la riconciliazione con la scienza moderna e con “la teoria dell’evoluzione”; è mancata l’adozione dello spirito del Concilio Vaticano II.
Dichiarata infine la condanna, viene conclamato, “nella comunione della fede cristiana”, il superbo appello alla riforma e alla rivolta. Ed ora, con il ricorso all’intrigo, al sospetto, allo scandalo, al ricatto,  si azzarda l’ipotesi dell’allontanamento del Santo Padre dalla sede apostolica, per colpire proprio Colui che, invece, procede con saggezza, umiltà e audacia, a purificare la Chiesa, ad estirpare il male, ad eliminare la “sporcizia”, a condividere la sofferenza delle vittime, a chiedere perdono e ad invitare alla penitenza  prelati e fedeli.
“Adesso, ha detto Benedetto XVI, sotto gli attacchi del mondo, che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera di misericordia divina”.
Seguendo la lezione del Papa vogliamo continuare a piangere e a soffrire con le vittime, a pregare per i carnefici, a purificare la condizione umana, personale e comunitaria, di noi tutti peccatori in cammino tra grandezza e miseria, tra vergogna e riscatto, tra le seduzioni, le insipienze e le lacerazioni di questo tempo travagliato e difficile. Senza lasciarci sopraffare dagli ignobili e impudenti protagonisti del Male, senza lasciarci intimidire dai processi dei tanti moralisti e giustizialisti, maestri dell’ipocrisia e dell’insulto.
Noi vogliamo bene al Papa , a Papa Ratzinger: per la Sua dolcezza delicata e la Sua forza intensa e pacata, per lo splendore e la trasparenza della Sua comunicazione teologale, per la tenerezza e la levità del Suo sorriso che non vela la speranza, la gioia, la sofferenza, l’amore.
Noi vogliamo bene al Vicario di Cristo: per la straordinaria potenza del pensiero  che si allarga agli sconfinati orizzonti della fede e della ragione a rintracciare i segni, i significati e il senso della Verità, della Bellezza e del Bene, per farci cogliere alle frontiere del Mistero il richiamo dell’eterno destino della nostra vocazione, per risvegliare nel nostro cuore inquieto la presenza e la nostalgia dell’Infinito Amore.
Noi vogliamo bene al Pontefice romano: per il servizio che svolge dal soglio di Pietro nell’ aprire più ampi spazi di Speranza, di Amore e di Unità in difesa degli ultimi, dei deboli, degli oppressi, delle creature tutte di questa Umanità smarrita e dolente, strapazzata e spossata dalla furia del Male e sedotta dall’inganno del Nemico di Cristo.
Noi vogliamo bene al Papa,  “Figlio prediletto” della Vergine Santissima  Madre di Dio e Divina Madre nostra, perché continua a proporre alla nostra coscienza infelice, sperduta nel labirinto di mortali idolatrie, l’incontro gioioso e liberatore con Gesù Cristo.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8 del 22/4/2010)


Elogio della Lega
Politica regionale e meridionale

Si è concluso finalmente lo “spettacolo politico-mediatico”! E si spengono ormai le tensioni più violente e confuse, moltiplicate da polemiche, arroganze, accuse, ricatti, vanità, egoismi, alimentate quasi sempre dall’ossessione del potere che si vuole esercitare “comunque”. Ed emergono nella loro durezza i gravi problemi della vita con l’esigente domanda di risposte e di soluzioni di giustizia, saldate dalla partecipazione popolare.
Resta, nonostante le opinioni autorevoli di tanti candidati e promesse di “cambiamenti epocali”, il groviglio di disagi, di preoccupazioni, di allarme, di risentimenti, insieme a reazioni di sfiducia, di indifferenza e di fatalismo di fronte ad episodi crescenti di corruzione e di protervia, di ignavia e di ingiustizia. E resta gravissima, in tutte le sue dimensioni drammatiche, l’emergenza planetaria della stessa organizzazione umana, culturale, civile, economica ed etica.
Non c’è, condivisa e responsabile, la consapevolezza critica delle radici della storia e della vita e di come siano a rischio le stesse strutture fondative della civiltà.
Augusto Del Noce, già trent’anni fa, insegnava che “le culture di destra e di sinistra sono oggi processi opposti, ma complementari verso il nichilismo”. Ecco perché è una condizione difficile e complicata “esserci” nella politica, nella continua oscillazione fra “realtà e rappresentazione”, tra spettacolarizzazione ed estetica, nella morsa di dinamiche finanziarie, commerciali, mediatiche che restringono gli spazi di libertà e di giudizio e che, non  governate dall’intelligenza etica, distruggono lo stesso “ordine giuridico” fondato sul “Bene comune”.
Bisogna perciò attraversare, con dignità intellettuale, le muraglie di menzogna e di inganno, impastate di astuzie e di calcoli che imprigionano e offendono, corrompono e rovinano la condizione umana; e saper leggere  nella “competizione linguistica” tra le persone  che si candidano ad esercitare il potere la discriminante tra la “politica invocata come servizio” e la “politica praticata come dominio”.
Allora a quale “logos politico ed etico” è possibile affidare la speranza di un mondo migliore, di una convivenza rianimata dalla “fraternità” e perciò sottratta all’assalto “della golpe e del lione”, alla logica totalitaria che uccide il valore sia della ragione  che della libertà?
Sono stati indicati con estrema chiarezza, prima delle elezioni regionali, dai Vescovi emiliani, “ i valori-paradigmi”, principi irrinunciabili e “non negoziabili” della Dottrina Sociale della Chiesa; e sono questi ad essere criteri di discernimento fondamentali del pensare e dell’agire politico, mediante i quali si può e si deve giudicare la politica. L’affermazione di questi orientamenti nasce naturalmente dalla ispirazione, che, dalle sorgenti bibliche, ha fondato storicamente l’umanesimo giudaico-cristiano recuperando in una sintesi organica il meglio della tradizione di Atene e di Roma.
È la “dignità della persona umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio” il perno centrale intorno al quale può muoversi qualsiasi giusta e buona iniziativa dell’organizzazione giuridica della “città dell’uomo”.
E ancora: “La sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile e indispensabile a tutte le strutture e a tutti i poteri;  i diritti e le libertà fondamentali della persona; la libertà religiosa e la libertà della cultura e dell’ educazione; la sacralità della famiglia, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persone e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della Pace; il rispetto del creato”.
Il sentire cattolico per pensare, giudicare ed agire politicamente non può essere manipolato da inquietanti alterazioni e da “intriganti buonismi ed omissioni” nel nome del compromesso e degli equilibrismi socio-culturali.
Un certo fariseismo politico-ideologico, anche nel mondo cattolico, continua a predicare con insipienza ed arroganza che “non abbiamo altro Dio che  Cesare”: perché al potere economico, finanziario, mediatico e politico abbiamo finito per consegnare tragicamente i nostri desideri ed anche tutto ciò che avremmo dovuto “dare a Dio”.
Per questo, cancellando l’origine trascendente e il destino divino dell’essere, abbiamo tragicamente accettato “l’assassinio di Dio e la decapitazione dell’essere umani”. Ma la politica, quella “vera, buona e bella”, è abitata sempre dalla speranza di “cose nuove”, e solo nella speranza riesce a resistere alla corruzione del pensiero e lo indirizza sempre all’intelligenza d’amore, motore della vita e della storia.
La sorpresa della speranza, in questi giorni postelettorali, è venuta da dichiarazioni coraggiose dei due nuovi governatori della Lega.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7 del 9/4/2010)


La Campania può cambiare!
Centralità delle politiche familiari

Sembra che un vento di follia sconvolga l’intelligenza democratica del Paese.
Nella vicenda della democrazia ateniese, all’epoca di Pericle, “se non tutti erano in grado di concepire una Politica, ce lo ricorda ancora oggi Tucidide, tutti erano in grado di giudicarla!”
E’, invece, complicato e difficile, e forse inutile, cercare di costruire un giudizio, carico di saggezza e di prospettiva, che dia la misura, il profilo e l’orientamento del processo istituzionale, civile, economico e culturale in questo presente. Un perverso incrocio di convulsioni mediatiche, di patologie crescenti nell’esercizio dei poteri e delle funzioni amministrative e politiche, di sbandamenti culturali e valoriali, di svigorimento degli assetti economico-sociali e d’impotenza degli schemi operativi a gestire gli stessi processi elementari e primari del convivere, mostra la problematicità di guardare, di interpretare e di muovere questa intricata condizione della realtà campana in cui siamo immersi.
E il nostro sguardo, solo che si allarghi agli scenari più ampi dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente e delle complesse dinamiche della globalizzazione, non riesce a comprendere, a prendere insieme e in profondità, lo svolgersi degli eventi che comunque ci toccano con un allarme sempre più acuto, doloroso e inquietante.
Eppure la necessità delle cose, alle quali continuamente ci richiama la responsabilità di esserci, nei circuiti dell’esistere, impone l’urgenza di decidere e di condividere scelte, riferimenti, possibilità se non di sviluppo, almeno di resistenza allo sfascio e alla degradazione delle istituzioni che governano l’orizzonte della vita e delle sue articolazioni e relazioni fondamentali. Ecco perché il luogo centrale della nostra attenzione culturale, civile, politica ed ecclesiale deve essere la Famiglia.
La Famiglia, con la sua densità costitutiva, biologica e spirituale, di radici e di manifestazioni affettive, emotive, intellettuali dell’identità personale, con l’apertura della relazione agli altri, ai diversi, agli ultimi, con l’attitudine a svolgere un ruolo positivo ed efficace a servizio della comunità e del bene comune, con l’impulso educativo a dare continuità, nel succedersi delle generazioni, alla tradizione storica e alla memoria della fatica e del sacrificio, delle conquiste di civiltà.
Nella polarità familiare si definisce prevalentemente il retto uso della ragione e della libertà. E l’emergenza educativa, che registra la drammatica crisi della ragione e della libertà nello sviluppo della persona umana, indica come si siano alterati i fondamenti della nostra civiltà nella fase postmoderna e si siano indeboliti e disgregati i riferimenti morali, etici e giuridici del pensare e dell’agire.
Allora è soprattutto la FAMIGLIA che deve essere difesa, sostenuta, ricollocata dentro le coordinate naturali dei desideri, delle energie e delle esigenze sorgive dell’organizzazione civile e generative soprattutto delle capacità e delle responsabilità dell’amare e del lavorare.
Nelle istituzioni della democrazia è perciò indispensabile lottare prima di tutto per la Famiglia, perché sia arrestato il processo culturale e politico della sua “decostruzione” antropologica ed etica, giuridica e istituzionale.
Di tutta la tradizione democristiana, democratica e cristiana, almeno la “verità della Famiglia” dovrà rimanere al centro delle decisioni della politica, perché venga custodito il bene decisivo e comune dell’umanesimo democratico. Questo significa che la nostra mentalità, dissipata nell’inseguire i tracciati edonistici e relativistici del materialismo contemporaneo, promosso nella marea di immoralità e di violenza dei circuiti della seduzione televisivi e mediatici, possa riconvertirsi a un’idea forte e grande di “essere uomini” intelligenti, liberi e responsabili. Nell’agenda della politica al primo posto deve essere segnato, perciò, la battaglia per la Famiglia, per il suo diritto ad essere unità naturale fondata sul matrimonio e sul principio della vita, per la sua stabilità socio-economica, per la valorizzazione completa della sua capacità educativa, per la sua presenza forte nel sistema civile e nelle strutture della sussidiarietà e della solidarietà.
Possiamo sfuggire ai mostri della ragione dissennata e agli orrori della libertà sregolata e infelice, che generano confusione, ipocrisia e disagi nelle vicende della lotta politica, rifondando sul paradigma sacro e inviolabile della Famiglia il sentire, il volere e l’agire della convivenza umana e della sua destinazione storica e trascendente.
La Campania può cambiare, quindi, se, nel cuore del suo progetto comunitario, istituzionale, giuridico, culturale e politico, sarà viva questa ispirazione piena di “tradizione” e di “profezia di futuro”..

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6 del 26/3/2010)


Chiesa e Mezzogiorno
Nessuno, proprio nessuno nel Sud deve vivere senza Speranza

La densa e articolata riflessione della Chiesa italiana su la condizione sociale, economica e culturale del Mezzogiorno esige una forte presa di coscienza: sia per ridare respiro a una cultura meridionalistica ormai dissipata e spenta, sia per riaffidare la politica, ora concentrata soltanto su la gestione finanziaria degli interessi e dei servizi amministrativi, allo sviluppo integrale della comunità.
Il documento della “Conferenza Episcopale Italiana”, Per un Paese solidale – Chiesa italiana e Mezzogiorno, dovrebbe trovare ascolto e corrispondenza dialogica, ed anche vivace dialettica, in tutti gli ambiti culturali, civili, sociali, politici ed ecclesiali della vicenda umana della nostra realtà.
Le stesse Parrocchie, luoghi privilegiati di una grandiosa tradizione spirituale e culturale, animatrice di processi decisivi della civiltà contadina del Sud, dovrebbero recuperare la potenza rinnovatrice, “di preghiera e di lavoro”, per ricomporre il vissuto comunitario nello scenario complesso e frantumato del presente.
L’urgenza e la necessità del confronto nascono anche dall’evidenza della situazione drammatica della realtà meridionale, dove si vanno moltiplicando durissime emergenze territoriali e cresce la pena per la devastazione del tessuto sociale svigorito dalla disoccupazione e dalla fuga di energie nuove.
La crisi economica e finanziaria, che incupisce sempre più lo scenario mondiale, condiziona gravemente gli equilibri faticosi raggiunti nelle realtà locali e regionali.
C’è bisogno di un “passaggio strategico”, in cui convergano le linee di intelligenza e di forza dell’intera società nazionale, ricucendo con queste le tante fratture che minacciano in profondità l’organicità strutturale del corpo del Paese.
Lo sviluppo, affermano i Vescovi, “si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri”.
E aggiungono: “ In questo peculiare pensiero solidale, noi ravvisiamo la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare”. In questo pensiero forte di ripensare lo sviluppo, c’è il recupero di una tradizione filosofica, politica e teologica, sempre più straziata anche dalla cultura e soprattutto dalla testimonianza delle persone impegnate nel “mondo cattolico”.
La comunità “appartiene a tutti e si fa insieme”: questo fondamento classico della democrazia non è più l’anima della civiltà occidentale.
Nel Mezzogiorno, i Vescovi invitano a organizzare la speranza, a rivitalizzare la capacità progettuale, a medicare la fragilità del tessuto sociale, culturale ed economico, a rafforzare le condizioni di sicurezza.
E la loro analisi dei guasti è abbastanza precisa e penetrante: “ Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”.
Certamente la corruzione e il disordine etico fuori e dentro le istituzioni sembrano incontenibili e l’intreccio di illegalità e di immoralità imbriglia le autonomie, soffoca la creatività, tradisce gli scopi dello sviluppo umano integrale e riduce la vicenda democratica a una transazione mercantile.
Forse è ancora possibile riprendere il cammino e sfuggire alla sconfitta istituzionale e civile del Mezzogiorno e trasformare la “proposta federalistica” da annuncio di umiliazione ad occasione di ripresa solidale e positiva.
La speranza può avere allora il “volto dei giovani” non succubi del “torpore e dell’inerzia” e non “intimoriti dai messaggi di morte e di terrore”: con le strategie integrate di formazione e di associazione, di saldatura di volontariato e di solidarietà, di osmosi continua tra “ecclesìa e polis”.
La Chiesa non indica la “rivoluzione politica” ma propone l’orientamento e il rinnovamento della coscienza ai suoi figli, prima, e quindi a tutti gli “uomini di buona volontà”, additando i grandi testimoni della fede divenuti vittime delle reazioni violente delle ignobili “strutture” di peccato e di male.
Ecco perché i Vescovi avvertono: “Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà”.
Allora è necessario che la comunità, locale, provinciale, regionale e meridionale, si riscatti “da ritardi e ingiustizie”, scommettendo sulla possibilità, con l’aiuto di Dio, di un mutamento di atteggiamento del pensiero, della parola e del cuore nei confronti degli emarginati e degli indifesi, dei sofferenti e dei poveri.
Occorre, è questo il loro invito, lo stile profetico “ che educa a sperare”, perché la Speranza è denuncia e annuncio: denuncia dei privilegi, delle avidità e delle violenze degli egoismi che travolgono l’”ordo amoris”, l’ordine della giustizia, e annuncio di una ricerca, di un cammino e di una testimonianza di gioia e di solidarietà. Per tutti.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5 del 12/3/2010)


Mentire e rubare
Non è politico, non è morale, non è umano!

La società contemporanea scivola nella palude!
E’ la fotografia, e la denuncia, della corruzione, scattata dalla Magistratura contabile all’apertura dell’anno giudiziario.
Si vanno addensando le pesanti ombre dell’illegalità e dell’immoralità sul volto ferito del Paese, in affanno anche per le difficoltà e i disagi delle realtà più deboli e sofferenti e più esposte agli eventi ancora drammatici e minacciosi della crisi finanziaria ed economica mondiale.
Le patologie del malcostume, dello spreco, della frode, delle tangenti, degli abusi, delle truffe, ormai, attraversano l’intero corpo sociale e si moltiplicano, di anno in anno, sconcertanti episodi di inefficienza, di sperpero, di irregolarità e di enormi danni erariali.
L’equilibrio etico delle imprese, delle amministrazioni, dei sistemi di servizio certamente è attaccato dall’ingerenza mafiosa e camorristica, per cui alcuni “spazi locali e regionali” subiscono l’invadenza criminale della “corruzione esterna”, ma, nel contempo, si è andata sviluppando un costume parallelo, interno alla gestione privata e pubblica, di corruzione e di appropriazione, per cui gli affidamenti degli incarichi, le progettazioni, le consulenze, gli appalti si trasformano in luoghi di micidiali competizioni giocate nella logica delle tangenti.
La “mazzetta” non è più la figura estorsiva ed esosa del condizionamento criminoso; è divenuta il premio consensuale di una affannosa  negoziazione mercantile. In tal modo la gestione politica degli interessi è consegnata alle occhiute e aggressive contrattazioni della “volpe e del leone”.
Tutto questo finisce per alterare radicalmente il rapporto democratico: disarticola, corrompendolo, il consenso; sconvolge i modelli della legalità; offusca l’esemplarità morale  dei gruppi dirigenti omologandoli tutti al paradigma dei “furbi e corrotti”.
Sembrerebbe che la tradizione mafiosa, ancora attiva nella storia del nostro Paese, abbia introdotto nelle compagini burocratiche ed amministrative agenti nei territori il suo “virus” micidiale e pericolosissimo.
Certamente non sono stati attivati i poteri di vigilanza e di autocontrollo all’interno del complesso sistema statuale: l’autonomismo totale e l’indebolimento della capacità reale dell’opposizione nella critica a un esercizio spregiudicato e arrogante della “cosa pubblica” non consente più all’opinione pubblica la percezione della “normalità” o la misura del danno nell’uso delle risorse umane, finanziarie ed economiche neppure di una piccola realtà locale.
L’immoralità è l’evasione dalla responsabilità ed è insensibilità al male. La possibilità delle degenerazioni e degli illeciti non attraversa più il preventivo filtro di vigilanza e di controllo della politica e solo quando entra nei percorsi  della funzione giudiziaria e della comunicazione mediatica accende provvisorie attenzioni ed apre esplosive tensioni giustizialiste che non approdano a rinnovati comportamenti di correttezza istituzionale, procedurale e gestionale.
Dal relativismo morale, generato dal tragico vuoto del nichilismo, non poteva non discendere una distorsione sistemica dell’ “esercizio del potere”.
Dolorosamente ora scopriamo che la “neutralità etica è ipocrisia e  autoinganno” e che “essere morali significa sapere che le cose possono essere buone e cattive”(Z. Bauman). E’ stato un gravissimo errore affidarsi all’illusione che la società moderna si potesse liberare dalla funzione religiosa ed etica e progredire compiutamente cedendo la gestione dei rapporti umani alle forze del mercato, all’impero planetario del potere e del denaro.
Non tutto è possibile; non tutto è permesso; non tutto è lecito!
Dallo scandalo delle esperienze che viviamo, allora, bisogna trarre una lezione di umiltà che ci dia, dopo la sbornia di orgogliose pretese e l’angoscia di tragici fallimenti, la misura creaturale dell’umano, l’evidenza imperativa della regola morale, il paradigma vero del servizio politico e il fine ultimo e soprannaturale della condizione esistenziale.
A noi, che frettolosamente e stupidamente ci siamo congedati  dall’etica della responsabilità e dalla religione della Vita eterna, si riapra l’orizzonte sicuro del Mistero e ritorni il dono della legge d’Amore dell’Uomo-Dio, che da duemila anni continuiamo, purtroppo, a rinnegare e a tradire.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4 del 26/2/2010)


Dal Carnevale alla Quaresima. La perdita del pianto e della gioia

Due immagini del tempo che viviamo polarizzano due modi di essere e di esistere. Sono la duplice espressione di uno stile e di un’etica, che una volta sostenevano la partecipazione viva al ritmo della vicenda civile, la condivisione intensa della alterna condizione della gioia e della sofferenza. Nella civiltà contadina, animata dalla comunicazione profonda del culto e del sacro, tra il periodo natalizio e quello pasquale, si manifestano le rappresentazioni estreme della realtà sociale e culturale di una comunità. Questa si concentrava  prima nella organizzazione dell’”allegria popolare”, nella esibizione molteplice del profilo identitario attraverso gli impulsi creativi della maschera, del ballo, del canto, della musica, della convivialità. Si apriva una  sorta di gara tra gruppi, tra famiglie, tra contrade, con la competizione gioiosa nella spettacolarizzazione del vissuto quotidiano, con la drammatizzazione del lavoro, delle stagioni, dell’eros, dei fenomeni  sociali.
Con la disgregazione, invece, del mondo contadino, con la lacerazione della trama di valori e di relazioni, con la “modernizzazione” del costume di vita e la frammentazione individualistica delle unità familiari, delle parentele, dei “vicinati”, è tramontato il grande spettacolo del Carnevale come auto-rappresentazione corale di una “civiltà territoriale”, delle sue azioni e delle sue tradizioni. Priva di soggettività etica ed estetica, e quindi di anima, la rappresentazione ludica e drammatica del Carnevale si è estenuata nelle forme della commercializzazione, nella replica gelida di “atti scenici” svuotati completamente di motivazioni affettive, emotive e morali.
Quel che resta è ormai tutto assorbito nel meccanismo del mercato, del turismo e dei media. Anche  nel tempo di Quaresima, quando si rileggono e si rivelano gli eventi della storia della Salvezza, si è interrotto il rapporto costitutivo, essenziale, con il senso del Mistero della sofferenza e della penitenza che prepara al compimento della Redenzione.
Il periodo di “quaranta giorni” è introdotto dalla coraggiosa Liturgia delle Ceneri: “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai.
Da bambino, quel “rito di purificazione”, che invitava, con il riconoscimento del peccato e con la meditazione sul morire, alla penitenza e alla pratica della carità, determinava nella coscienza una discontinuità forte con l’esperienza precedente.
Oggi, la Quaresima ha perduto la rilevanza spirituale della conversione: cambiare pensiero, cambiare vita e cambiare via; l’astinenza e il digiuno vengono vissuti solo come momenti dietetici, come terapia per correggere la linea, per tentare di compensare lo stravizio e l’esagerazione alimentare.
Il primato del corpo ha cancellato completamente il riconoscimento culturale e civile della Quaresima, ormai reclusa nella ritualità ridotta del culto e, quindi, senza alcuna evidenza sociale, senza alcuna accettazione della sua necessità nei processi formativi dell’io.
Perciò l’io, senza nessuna esperienza di purificazione radicale, senza nessun momento di pratica penitenziaria e di digiuno, senza nessuna spinta a condividere fraternamente con gli altri le proprie risorse, subisce la potenza esclusiva, il fascino e l’illusione dell’avere, del possedere, del godere. Ora, nel misurare il disordine che sconvolge la vicenda umana nella sua realtà personale e nella sua storia civile, non si può non considerare come sia inarrestabile questa deriva sociale e morale senza il ripristino urgente e necessario della regolazione etica  e religiosa della convivenza.
Il segnale della crisi del Carnevale e della Quaresima indica che siamo ormai divenuti indifferenti alla gioia e al dolore del mondo, all’alternarsi della pietà e della cura nei confronti dell’altro sia nella condizione felice o infelice, sia nelle circostanze positive e avverse dell’esistere.
La impalcatura culturale del razionalismo materialistico e consumista ha sostituito l’ethos della festa e del perdono con la pubblicità capricciosa dell’effimero e delle immagini e con la svalutazione della persona come soggetto reale di storia, anima capace di Dio e, perciò, di amore e di dolore.
Di noi, della nostra generazione, nel Vangelo, è stata data una descrizione straordinaria e completa: “Abbiamo sonato e non avete ballato, abbiamo intonato lamenti e non avete pianto”! La perdita del pianto e della gioia è la ferita più profonda e mortale nel cuore di questa nostra civiltà contemporanea. E ancora possibile curarla, con il ritorno alla pietà e alla compassione, per difendere dall’offesa della violenza e della morte, la bellezza della Vita e la gioia dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3 del 12/2/2010)


Ad Haiti dopo la disperazione la potenza dell'Amore

E’ spaventoso il disastro di Haiti, tragedia orribile della morte di migliaia di persone e dramma indicibile di feriti, di sfollati, di affamati, di bambini soli e dispersi, di senzatetto.
E mentre la terra desolata ancora trema, esplodono le violenze con i saccheggi degli sciacalli e i disordini dei disperati. Giunge, ora, a tutti noi un grido sconvolgente e doloroso di aiuto, di soccorso, di solidarietà. Soprattutto dai volti dei bimbi a rischio di essere rapiti dagli orrendi mercanti della carne degli innocenti.
Ogni cuore umano non può non sentirsi ferito e coinvolto nell’immane dolore di un popolo improvvisamente finito nella catastrofe e nella sofferenza.
E’ necessario che le immagini apocalittiche, trapassando i nostri sguardi, riescano a disserrare l’intelligenza nostra, spesso indifferente alla miseria e alla sventura dell’altro.
E’ urgente che i nostri gesti corrispondano, in una stretta di amicizia e di fraternità, a quelle mani supplici che si alzano in una richiesta di pietà, di pane e di vita: Abbiamo bisogno di tutto!
Solo dentro la cronaca, carica di mostruose devastazioni, di sangue e di pianto, che ci raggiunge con la testimonianza penosa e straziante delle rovine immense, delle vittime e dei sopravvissuti ed anche con la presenza attiva e coraggiosa di tanti volontari animati dalla potenza della speranza e dell’amore, è ancora possibile rintracciare l’umano, l’essenza e la qualità di esserci, in questo tempo assegnato alla nostra responsabilità.
Solo nell’incontro, anche se filtrato dai “media”, con la folla di diseredati, di scampati, di orfani, di affamati, di feriti, si riesce a varcare il confine del nostro egoismo, il muro delle sicurezze e delle abitudini entro cui è chiuso il quotidiano esistere; si può guardare e ammirare, forse invidiare, la premura e il servizio di tanti “uomini di buona volontà” accorsi da tanti paesi del mondo tra le macerie e le tende ove si organizza la cura, il soccorso, per alleviare, consolare, accogliere, ospitare: per sottrarre i più deboli e indifesi alle brutalità e alle sopraffazioni di gang scatenate ed omicide.
C’è bisogno di sentirsi feriti, immersi nel lutto, penetrati da un trauma morale, perché nel cuore trionfi il desiderio di misericordia e di generosità.
E’ l’anima delle persone e dei popoli che deve essere riportata alla luce, estratta dalle rovine e dagli sfregi che si accumulano sulla nostra civiltà con il peso schiacciante di interessi senza misura, di appetiti e di avidità senza confini.
Il trauma enorme, che da Port-au-Prince ferisce tutta la Terra con uno choc dolorosissimo e drammatico, esige il dovere individuale e globale di riconoscere le necessità dell’amore, le universali necessità del dare e del ricevere.
Ecco perché l’unica strategia possibile, realistica e concreta, per salvare il mondo dalla decadenza e dalla corruzione delle sue istituzioni civili, culturali ed economiche, è quella di mettere al centro delle preoccupazioni, degli impegni e dei programmi dell’agire politico la drammatica condizione degli ultimi e dei miserabili della Terra.
Il crudele terremoto di Haiti induca tutti noi a riconsiderare l’identità, la responsabilità e lo stile dell’uomo nello spazio-tempo del suo esserci, a ridimensionare la cinica e cupa volontà di potenza e di morte che attraversa insolente e minacciosa la realtà del presente, a sostenere con entusiasmo e passione le iniziative belle e sorprendenti che l’Apostolato missionario, senza ostentazione, svolge nelle situazioni più difficili e drammatiche del mondo.
Dalle radici della nostra genealogia umano-divina e dalla destinazione comune della nostra avventura esistenziale, viene un segnale, continuo di verità, di vita e di amore che non possiamo più eludere. E’ un segnale, però, contrastato dalla potenza mondana e bestiale della menzogna e del dominio che avvelena la storia con la logica della separazione, della prevaricazione e dell’inimicizia.
In questa lotta si può vincere solo con la forza dell’unità, con l’umiltà del servizio, con il recupero della Pietà. L’Amore è tutto.
Da Madre Teresa di Calcutta, esempio grandioso, amorevole, vivo e sublime di Bene donato alle creature più affaticate ed oppresse della Terra, viene una voce che invoca una decisione forte e santa del cuore: Dio ci ha creati per essere amati dal Suo AMORE e non per essere distrutti dal nostro odio”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2 del 29/1/2010)


Volontariato nel Sannio. La lezione dei Pastori di Betlemme

Il Natale, pure tra le dissipazioni del consumismo e le frenesie della fuga nel divertimento della vacanza, riesce ancora a comunicare una nostalgia e a suscitare un trasalimento di memoria e di gioia. L’annuncio degli Angeli ai Pastori di Betlemme attraversa ancora con la potenza del mistero i tempi lunghi della storia: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e Pace in terra agli uomini di buona volontà!”
E’ la “buona volontà”, quindi, a segnare la relazione positiva tra cielo e terra, a confermare e a conservare il patto tra il Padre della creazione e i figli dell’umanità.
La nostra intelligenza non può non interrogarsi sulla “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il Bene” e a definire la misura personale della responsabilità nei confronti di noi stessi, degli altri, di Dio e del mondo. “Tutti siamo responsabili di tutti!” ci ricorda ancora la saggezza del grande Papa Giovanni Paolo II. I Pastori accorrono ad adorare il Dio Bambino con fede sicura e cieca, con generosità nel donare con l’umiltà dei poveri pronti a servire, con il desiderio di amare e di soccorrere la famiglia poverissima rifugiata nella gelida stalla. Essi ci consegnano la lezione e la testimonianza dell’Amore! E offrono il modello della perfezione umana della Carità alla coscienza contemporanea che non riesce più a percepire la grandezza e la normalità di un gesto gratuito di solidarietà e di condivisione.
Si allarga sempre più la geografia della miseria e della sofferenza, della solitudine e del disagio e diventano sempre più duri e arroganti i luoghi dell’opulenza e del dominio, della sopraffazione e della violenza. E si intensificano nell’orizzonte della globalizzazione planetaria i segnali della degradazione di una civiltà costruita, invece, sulle radici sante del Vangelo di Cristo e sembrano prevalere le devastanti cariche di autodistruzione che ci portiamo dentro.
In questi giorni di festa ed anche di riflessione sul nostro difficile presente e sul nostro destino, Benedetto XVI ci ha consegnato lo splendore della sapienza antica e sempre nuova del Divino Bambino: “Nel Bambino si manifesta Dio Amore: Dio viene senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà; Dio si fa Bambino inerme per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo. In Gesù Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincerci con l’amore e condurci alla nostra vera identità”.
E’ perciò necessario ed urgente liberare l’Amore dal dubbio, dalla paura, dal sospetto che aprono lacerazioni di odio e di rabbia nell’umana convivenza e inducono gli individui a divenire “lupi solitari”, incapaci di farsi prossimo, di riconoscere le tracce di Dio nella storia, che sono tracce di misericordia, di perdono, di confidenza, di fiducia, di amore.
Qualcuno ha affermato che il segno più grande e minaccioso della malvagità e del peccato nel mondo contemporaneo è l’indifferenza.
Infatti l’offesa più distruttiva arrecata all’altro non è tanto quella del pensare, del dire e dell’agire male, quanto quella dell’omissione. Non c’è più attenzione all’altro; non c’è più lo sguardo aperto ed acuto sulla condizione dolorosa dell’altro, né sul suo sorriso né sul suo pianto. Nessuno più scende dalla sua posizione “alta” e accidiosa per avvicinarsi, per donare e per donarsi.
In questi scenari di gelo, di diffidenza e d’indifferenza non è , tuttavia, morta l’esperienza della “buona volontà”, non è cancellata la “grammatica dell’umano”, non è tramontata la possibilità di “diventare figli del Dio-Amore”.
I mondi vitali del Volontariato sono animati ancora dall’”intelligenza per amore” e dall’”amore per capire” e ancora riescono a bloccare in tanti luoghi e in tante circostanze i meccanismi perversi della durezza, della miseria, della disperazione, della sofferenza, della trascuratezza.
Anche i territori del Sannio sono attraversati dai dinamismi del Volontariato che, con la pluralità di strategie, di soggettività e di risorse di accoglienza e di solidarietà, penetrano nei luoghi assediati dalla presenza nefasta dei mali fisici, morali e spirituali e dall’offesa del sopruso e della violenza.
Ecco l’augurio per l’anno 2010 : nelle comunità nostre, dove non è assente l’ignavia, e l’indifferenza soffoca il cuore con pesantezza insopportabile, vinca “la volontà buona” e si alzi generoso il vento del Bene, perché “il Bene è leggero e tutto ciò che è divino corre con piedi delicati” (F. Nietzsche). In questo anno, nel centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, il Volontariato sannita diventi protagonista di una grandiosa e sublime sfida per difendere la verità divina dell’umano, per liberare la potenza dell’amore dalla stretta della ideologia cupa della violenza e della morte e per esaltare il dono della vita.
Il 7 febbraio, Giornata della Vita, il Volontariato attivo nel Sannio, suscitando il concorso della Parrocchie, delle Amministrazioni locali, dei Movimenti culturali, sportivi, ecclesiali, decida di donare a un Bambino il BENE della Vita!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1 del 15/1/2010)

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