Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

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Dante Mastronardi racconta Padre Pio da Pietrelcina
"In hoc signo vinces!" I Nichilisti europei e i Testimoni della Croce
La Santità di Francesco Saverio Toppi Parroco di Benevento e Vescovo di Pompei
Il tradimento della tradizione etica nell'esperienza politica, culturale e civile
Il Segno di Medjugorje: l'ultima chiamata al pentimento e alla riconciliazione
La donna, il sesso e la Ru 486
Ritorno a scuola: con le radici e le ali!
I giovani meridionali tra recessione e migrazione
Michael Jackson: l'esperimento tragico e spettacolare dell'umanesimo postmoderno
Il moralismo mediatico e lo spettacolo della politica nell'Italia di Berlusconi
La crisi della democrazia europea
Elezioni tra crisi della politica e segnali di ripresa etica
Lettere di Giovanni Ariano
Pietrelcina: "sei una città santa!"
L'etica del dono e della sobrietà
La sfida etica globale
L'Amore e le nuove generazioni. Il Papa, l'Africa e l'Aids
A San Bartolomeo in Galdo "Festa dell'arte e della santità"
Il Silenzio e il Mistero di Eluana. Morire per fame e per sete d'Amore!
Pinuccio Perugin: la passione e la ricerca dell'immortalità
Giuseppe Di Gioia un Intellettuale italo-americano e la crisi del Capitalismo speculativo degli USA


STORIA D'AMORE: Dante Mastronardi racconta Padre Pio da Pietrelcina

La storia di Padre Pio è una storia infinita, dona sempre nuove sorprese e comunica una sempre più profonda, intima e suggestiva comprensione della realtà umana e del suo destino eterno.
Dalle prime delle sessantadue vivacissime sequenze narrative della Storia d’Amore, l’io sente fortemente  nel cuore il ritmo e le risonanze emotive ed affettive di una partecipazione familiare, intensa ed organica alla vicenda umana del nostro grande Santo.
E si apre un orizzonte, lontano e pure vicinissimo, abitato da una ricca pluralità di volti, costumi, parole, decisioni, e attraversato da eventi di vita e di morte, di pace e di guerra, in scenari animati da esperienze dure di lavoro e di sofferenza ed anche di festa e di preghiera.
Figure, relazioni, dinamiche, tutte raccolte realisticamente intorno alla drammatica destinazione alla Santità del Frate di Pietrelcina, protagonista “cristico” della più grandiosa e pure dolorosissima avventura umano-divina del XX secolo.
Dante Mastronardi è il regista, più che lo scrittore, della rappresentazione “biblica”, di questa storia sacra che si polarizza su Pietrelcina, e, infine, si compie con sessant’anni di Martirio in San Giovanni Rotondo.
La vicenda umana di Padre Pio, infatti, sembra scorrere nell’autonomia della coralità civile ed ecclesiale in cui di volta in volta è immersa: nel cuore della famiglia di Zi Razio e di Mamma Peppa e della comunità dei Pucinari e tra le mura dei Conventi sempre spalancate all’irruzione della Storia eterna della Redenzione e alla Potenza trascendente dell’Infinito.
E l’Autore sembra che questa Storia la sorprenda nel suo farsi, la insegua nelle sue promesse, nelle sue sfide, nelle sue speranze e la carezzi teneramente, ed anche argutamente, nel suo svelarsi improvviso, nell’apparire concreto della sua Verità.
Scorgi, allora, il Mistero di una Vita, l’Immagine e la Somiglianza del Martirio divino dentro la carnale identità dell’uomo, figlio della nostra Civiltà contadina, chiamato a una missione inaudita, universale, sovrumana per la misura eroica delle grandi virtù monastiche dell’obbedienza, della castità, della povertà, delle fatiche e delle prove sconvolgenti e inaudite.
In questa “storiografia popolare” della Santità, si muovono profili singolari dello scenario pietrelcinese e si avvicendano nei quadri icastici ed essenziali con l’intonazione ora grave e sapienziale, ora giocosa e mordace di scambi linguistici folgoranti.
E’ tutto un mondo, che la furia modernizzatrice ha fratturato e scomposto e di cui la post-modernità dissacrante spesso insidia la memoria, a venirci presentato nei bozzetti toccanti e luminosi, nella vivida rassegna dei luoghi consacrati dalla presenza del Santo: ecco Piana Romana, l’Olmo, la Madonnella nostra, la Torretta, … E ritornano, con il carico ardente dell’affetto e della devozione, i grandi amici dell’infanzia di Francesco Forgione, i frequentatori assidui del convento sul Gargano, e le figlie spirituali, da Raffaelina Cerase a Cleonice Moncaldi, a Mary Pyle, grandi e sublimi storie d’amore incastonate in quella immensa e sconvolgente della Corredenzione, sempre attraversata da un fiume di Sangue, di Lacrime, di Preghiere, di Sacrifici eucaristici, di Confessioni, di Sevizie demoniache, di Luce, di AMORE!
Si mostra così il segreto della genesi di questa esistenza straordinaria, in cui si addensa e si sviluppa la sostanza di una divinizzazione clamorosa ed umile, affascinante e semplice, eppure evidente e concreta nei segni, inesorabili e sanguinanti, della stigmatizzazione e nella Missione sacramentale continua e generosissima: “Non sono più io che vivo , è Cristo che vive in me!”
Solo un “pucinaro”, cui la invadente secolarizzazione non è riuscita a sottrarre la memoria, le radici e l’affinità dell’ethos contadino e a inaridire le sorgenti profonde e popolari della tradizione cattolica, può ancora, all’inizio del XXI secolo, con fervore di intelligenza e di empatia evocare la presenza del grande Paesano santo.
Nei tempi infidi e rischiosi che viviamo, mentre il potere dissennato e insolente della legalità europea sferra l‘attacco iconoclasta e perfido al Segno Sacro del CROCIFISSO per eliminarlo dallo spazio pubblico della nostra libertà e renderlo invisibile allo sguardo delle nuove generazioni, è veramente provvidenziale potersi avvicinare, anche attraverso l’avvincente e persuasivo racconto di Dante Mastronardi, all’Alter Christus del XX secolo, per percepire con partecipe commozione l’universale dramma della sofferenza innocente e redentiva, che è la storia vera ed eterna dell’Amore per la salvezza dell’Umanità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22/ del 18/12/2009)


"In hoc signo vinces!" I Nichilisti europei e i Testimoni della Croce

La CROCE è il Segno sfolgorante e grandioso che ha dato un nuovo inizio all’Umanità e costituisce il centro della cultura, della storia e della vita della Civiltà contemporanea. E non può essere scardinato dall’orizzonte del presente, senza che sia sconvolta e destabilizzata la natura delle cose e ferita e avvelenata in modo permanente la stessa autocoscienza umana.
Proprio in coincidenza con il ventesimo anniversario del “crollo del Muro” che  ha precluso, forse per sempre, ogni possibilità reale, politica e ideologica, alla continuità storica del Comunismo ateo e totalitario, viene organizzata una strategia “legale” per sopprimere la presenza del Crocifisso nello spazio delle istituzioni e dell’educazione pubblica. E’ veramente paradossale riproporre, per altra via, l’obiettivo insensato di escludere, dal cuore formativo della realtà sociale, civile e culturale, la “Immagine” più alta e decisiva della storia stessa, nata dall’evento dell’Incarnazione di GESÙ CRISTO.
Questo significa che non si sono fatti veramente i conti con l’esperienza e l’eredità del Comunismo, con la subdola persistenza delle cariche virulente e distruttive che continuano a muoversi, come orrenda metastasi idolatrica, nel tessuto della storia contemporanea.
Né il ricordo dolorosissimo della micidiale avventura nazista, con la tragica blasfemia della “croce uncinata”, sembra rendere  più avvertita e allarmata l’intelligenza politica e culturale dei Padroni della, Terra che sviano i processi della mondializzazione verso il naufragio e la disperazione.
Anzi sembra che sia in atto una consapevole e intrigante sfida culturale e politica, armata di tutti i più aggressivi dispositivi giuridici e mediatici, per disarticolare le connessioni genetiche, culturali e valoriali, della nostra storia, per inaridire le sorgenti e i canali molteplici della tradizione religiosa e della Fede, per sbriciolare l’”Ethos” dell’Occidente e annientare il “Logos” dell’Amore e del Perdono.
E tutta questa spinta viene legittimata con le giustificazioni filosofiche e politiche, giuridiche e pedagogiche di una “democrazia relativistica”, che si vanta di corrispondere pienamente alla felicità e alla libertà dell’individuo e dei popoli.
Ma è proprio la Dittatura del Relativismo, nel tradire il pensiero e la prassi radicati nel pensare e nell’amare la verità e fondati sulla libertà del perdonare e del servire, a trascinare, con l’insidia e la seduzione del libertinismo della carne, la condizione umana nel vortice della menzogna e del dominio.
Questo rinnovato, iconoclastico attacco alla CROCE Gloriosa, sospinto dall’idea del trionfo della ragione assoluta e nichilistica, rende ancora più evidente, nella sua gravità e nella sua insipienza, la sfida demoniaca del mondo postmoderno alla presenza di CRISTO nella vita dell’umanità.
Mentre la dinamica dell’interdipendenza sociale, civile, culturale, politica muove le genti verso la coscienza e la pratica dell’unità e della pace ed emerge, anche per i non cristiani, il carattere profetico ed ecumenico dell’annuncio biblico ed evangelico da Genesi ad Apocalisse, proprio l’apostasia dell’Europa laicista e secolarizzata minaccia, con i poteri della democrazia sopraffatta e svilita, la grande tradizione, la vera libertà e l’anima profonda della persona e dei popoli.
Il NO clamoroso e inaudito dell’Europa, al riconoscimento statutario del valore irrinunciabile del Cristianesimo come Radice e Fondamento della sua storia, è un atto rischiosissimo di rottura non solo con il nostro passato, ma anche con il nostro futuro, perché getta nel disordine etico, politico e giuridico l’idea e la pratica del Bene comune, della solidarietà e della dignità della persona.
L’offesa alla CROCE, il delitto contro la Sua visibilità e la Sua sacralità, è un “atto di guerra” ignobile, sferrato contro il Re dell’universo, il Signore del Cielo e della Terra, che ha raccolto in questo  Segno paradossale e santo il Sacrificio supremo dell’Amore e del Dolore, il mistero della Sua Morte e della Sua Risurrezione, l’alfa e l’omega della Creazione e della Redenzione e il destino immortale di questa nostra umanità infelice e bestemmiatrice.
Il potere insolente dei grandi di questo mondo, con la ipocrisia della “maschera del diritto”, attacca il potere divino di dare la vita eterna, di liberare dal male, di sconfiggere il dominio della morte. “E’ il potere dell’Amore, che sa ricavare il bene dal male, intenerire un cuore indurito, portare pace nel conflitto più aspro, accendere speranza nel buio più fitto”. E continua Benedetto XVI nel ricordare che la Croce è il Segno della Regalità di Cristo: “Ad ogni coscienza, dunque, si rende necessaria una scelta: chi voglio seguire? DIO o il maligno? La Verità o la Menzogna? Scegliere per Cristo non garantisce il successo secondo i criteri del mondo, ma assicura quella pace e quella gioia che solo Lui può dare”.
L’offesa alla CROCE è offesa all’identità, alla dignità, al destino divino dell’uomo.
E’ necessario reagire coraggiosamente a questo stupido gesto di empietà del potere mondano: è necessario raccoglierci, con un fremito di indignazione e con impeto di pietà, e  pregare pubblicamente il Signore della Storia per chiederGli  perdono e gridare e cantare: “CHRISTUS VINCIT! CHRISTUS REGNAT! CHRISTUS IMPERAT!”

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21/ del 4/12/2009)


La Santità di Francesco Saverio Toppi Parroco di Benevento e Vescovo di Pompei

Una comunicazione culturale ed ecclesiale sulla vicenda umana di un Cappuccino, parroco a Benevento negli anni cinquanta e Vescovo di Pompei dal 1990 al 2001, si è trasformata in una corale manifestazione di gioia e di commozione, carica di forti suggestioni e di profonde vibrazioni spirituali, perché tutti i presenti hanno scoperto il profilo sorprendente di un Santo.
Nell’Auditorium della Chiesa del Sacro Cuore, la sera del 29 ottobre, è stata larga e fervida la partecipazione popolare all’incontro organizzato per la presentazione della poderosa, intelligente e puntuale ricerca di Padre Fiorenzo Ferdinando Mastroianni: “Mons. Francesco Saverio ToppiItinerario spirituale alla luce del diario e degli scritti editi”.
Non vi è stata la fredda rassegna cronologica di una vicenda esistenziale; non si è svolta la ricognizione faticosa di scritti e di annotazioni autobiografiche. Mons. Pasquale Maria Mainolfi non ha presentato un libro; ha illuminato con efficaci impulsi di luce teologale un volto, una persona, un cuore, un’anima, una testimonianza serafica straordinaria e preziosissima, una spiritualità incarnata in gesti di servizio e di donazione inconsueti, in manifestazioni ascetiche e mistiche avvolte a lungo nel silenzio dell’umiltà.
E’ emersa, grandiosa e semplice, dolcissima e vigorosa, l’esperienza umana e pastorale di Francesco Saverio Toppi immersa nell’orizzonte di luce, di infinito e di eterno e segnata con la misura vitale dell’Amore di Dio e del Cuore di Maria.
Questo timido, umile, semplice Cappuccino ha introdotto completamente la sua identità, la sua natura, la sua storia, il suo destino nell’intima ed esuberante ansia dell’anima innamorata di Maria Santissima e del Suo Divin Figlio.
Il Parroco di San Gennaro non poteva parlarci dell’antico Parroco di Santa Teresa in Benevento senza immetterlo compiutamente nel fuoco dell’Amore Trinitario e Mariano: Amore vivissimo che è Preghiera, Dono, Sofferenza, Consacrazione, Sacrificio, Mistero e Ideale di Comunione, Maternità divina, Estasi.
Non era possibile ascoltare, senza intensa commozione, dal vivido racconto di Mons. Mainolfi, il grido di Padre Francesco Saverio  dal pulpito della Cattedrale di Avellino, nel giorno della Festa dell’Immacolata del 1955: “Io sono peccato!” La Santità è coscienza radicale, acuta del senso di umiliazione e di vergogna che si avverte nel riconoscersi “peccato”. E fino alla fine, anche da Vescovo, sarà ricorrente la convinzione di essere “personificazione del peccato”.
In lui matura molto presto la decisione di concentrare l’io solo nell’ascesi della tenerezza ineffabile: “credo-adoro-spero-attendo-amo”.
Dall’Infanzia spirituale ─ “Fammi tornar bambino!” ─ desiderata con l’ardore di un cuore tenerissimo, alla Consacrazione ─ “Sono tuo, tutto tuo!” ─ la vicenda di Padre Francesco Saverio entra nello straordinario e nel Mistero di fenomeni meravigliosi: il martirio d’amore con “fiamme soavi al petto, delicati profumi, estasi davanti al Tabernacolo, il dono della Croce con l’amore-dolore della Passione”.
E sopraggiungono “aridità dolorose ed oscure”, “angosce disperate”, “l’impressione di essere abbandonato da Dio”, ed anche doni indescrivibili di gioiosa intimità nel Cuore di Maria, a cui consacra anche l’amore di Silvestra Tirri, “immagine vivente” della Madonna stessa: Maria e Giuseppe a Nazaret specchio di Silvestra e di Francesco Saverio  nel mistero eucaristico dell’Amore verginale-sponsale.
Nel suo intenso, instancabile Ministero, la celebrazione della Santa Messa spesso ha una durata anche di sette otto ore: il memoriale del Divino Sacrificio diventa presenza di Gesù morto e risorto nel cuore sacerdotale reso incandescente e sofferente dall’inabitazione della Trinità.
La somiglianza misteriosa con Padre Pio è fortissima: c’è un’intesa spirituale profonda; al Cappuccino di Brusciano viene dal Frate di Pietrelcina l’incoraggiamento con una conferma di condivisione: “Pensa ad amare Gesù e non ti preoccupare di niente”.
E’ Parroco dal 1952 al 1956 a Benevento, anche nel Sannio, quindi, è stato vivo il segno della sua testimonianza sacerdotale e penetrante l’esempio altissimo dell’amore alla preghiera, della fiamma dell’apostolato, dello spirito di mortificazione.
Poi dal 1959 al 1968 è giovane Ministro Provinciale a Napoli e svolge con decisione l’iniziativa di suscitare disponibilità più generose, nuove vocazioni, fedeltà alla vocazione e di rianimare la preghiera, la disciplina, la povertà.
E Mons. Mainolfi, nel sottolineare le finalità dell’“Anno Sacerdotale”, indica come modello Padre Toppi! Questi, in una circolare del 1963, scriveva: “Padri e fratelli carissimi! Scuotiamoci dal torpore, che s’insinua nelle consuetudini dei misteri divini e rendiamoci conto una buona volta della tremenda responsabilità del Sangue di Cristo, che grida al Cielo mentre scorre dalle nostre mani”.
Tutta l’esistenza di Mons. Toppi è attraversata da esperienze che sconvolgono la condizione normale dell’essere: “… Avverto un non so che in tutto il mio essere fisico e spirituale: mi sento leggero, agile, quasi capace di staccarmi dal suolo e volare …; un soffio indescrivibile mi spinge nel corpo e nello spirito…”
E’ il vissuto totale di Gesù e di Maria che viene convissuto da lui: vive in Gesù e in Maria la condizione indescrivibile della “Via Crucis”, della Passione, della Morte di Gesù e l’angoscia, il dolore e l’amore della Madre, dentro una infiammata “contemplazione-immersione-comunione” per espiare, riparare, compensare la tragedia dell’ateismo, la tiepidezza della Chiesa, la devastazione morale del Sacerdozio e del laicato.
Così, lungo questi percorsi, la narrazione viva ed entusiasmante di Mons. Mainolfi esplora, penetra, scruta i segreti di un’anima delicata e santa che scala le vie del Cielo dentro le relazioni, le sofferenze, le iniziative pastorali, liturgiche ed ecclesiali, tra le vicissitudini della Terra e le sfide del mondo.
Questo Santo Frate, con il carisma di poter accedere al Mistero sponsale della Vergine e dello Spirito Santo, diventa infine Pastore della Città della Regina delle Vittorie.
Sono state molteplici e meravigliose le indicazioni offerte da Mons. Mainolfi e non è possibile raccoglierle tutte.
Esse hanno suscitato nel cuore un desiderio di conoscere ancor di più la vita eroica di un Santo, per poterlo amare di più e incominciare a venerarlo con ammirazione, devozione, tenerezza, affidandogli la nostra preghiera e la nostra gratitudine.
E’ necessario alzare lo sguardo e invocarlo, Padre Francesco Saverio Toppi, perché insegni anche a noi, dispersi, fragili, avviliti e lontani, la via della Verità, della Santità e dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20/ del 20/11/2009)


Il tradimento della tradizione etica nell'esperienza politica, culturale e civile

Sembra che l’orizzonte della vita italiana sia aggredito, con un accanimento sempre più devastante, da accadimenti inquietanti e drammatici che frantumano l’equilibrio di giustizia e di libertà e sfasciano l’unità e la coerenza delle istituzioni del nostro paese.
E’ la grande tradizione etica che si va disgregando; e si allarga il pantano in cui è finita la condizione morale della nostra vicenda storica. Il paradigma della soddisfazione immediata del desiderio e la logica del potere senza limite e senza controllo hanno guastato l’ordine reale e l’ordinamento giuridico su cui si inquadrano l’esistenza individuale e l’organizzazione civile.
La rappresentazione mediatica continua a gettare sullo scenario di ogni giorno un misto sconcertante di episodi estremi del costume contemporaneo, cui è venuta meno la regolazione della moderazione e del pudore.
Entrano così nell’intimità della coscienza i fermenti e le eccitazioni di condotte dissolute, impastate di comportamenti insani e offensivi, orientate dall’esibizione oscena di un divismo spettacolare che sfregia la verità della bellezza e abbrutisce la sensibilità nativa per il bene. E questa triste esperienza dell’immoralità, privata e pubblica, travolge ed inquina tutti gli ambiti della vita civile, sociale e politica.
Si rivela con crescente intensità la presenza del male, e si comunica con i tratti della seduzione, con la maschera della soddisfazione dei sensi, con l’attitudine libertaria della trasgressione e della perversione, con la foga irresistibile delle pulsioni della carne e delle illusioni scientiste. E si nasconde, il male, nella legittimazione degli atti compiuti, accusando di stupido moralismo il giudizio che accusa e condanna, irridendo la sofferenza di chi prova il rimorso e il fastidio per il cedimento, percepisce la pena per la propria debolezza e sente la compassione per quella di altri.
Una orgogliosa cultura di morte, costruita con la potenza della menzogna e del dominio, ha preteso di corrispondere al desiderio infinito del cuore umano, di amare e di essere amato, con l’esercizio esclusivo della ragione mondana, con le velleità insipienti del successo e del primato comunque, con l’insaziabile voracità delle cose e del denaro.
Questa cultura, che i “maestri del sospetto, del risentimento e della negazione” hanno elaborato e diffuso nell’Occidente e che è penetrata anche nella realtà del Cristianesimo, ha avvelenato, soprattutto nell’ultimo cinquantennio, le nuove generazioni, rendendole vittime di un inganno demoniaco: che si potesse fare a meno di Dio per poter “auto-realizzare l’uomo”. E senza Dio, l’uomo è rimasto solo, esposto senza difese all’attacco inaudito del Male.
Ora che abbiamo rinunciato alla legge di Mosè e di Cristo, stiamo dimenticando i paradigmi fondativi della Civiltà: l’uomo non è più maschio e femmina; il destino non è più decidersi tra la vita e la morte; la morale non è più  la scelta tra il bene e il male; la ricerca della verità è vana; la famiglia non è più fondata sul matrimonio monogamico e stabile; la libertà non è più governo sapiente dell’io integrale e della comunità; l’Amore non è più compimento della legge naturale e divina; l’uomo non è più un essere singolare e irripetibile, generato in un patto indissolubile d’amore; l’uomo è soltanto la sua biologia.
L’oblio delle vere radici antropologiche, il discredito e il rifiuto dell’appartenenza alla Civiltà cristiana, la lacerazione delle ragioni della speranza e dell’amore, rendono inevitabile questa deriva nella follia mondana del potere e dell’inganno,  del dominio e dell’avidità e  precipitano nel disfacimento  tutte le cose e  tutti i valori.
C’è speranza ancora di restaurare, sulle macerie di oggi, il profilo di una rinnovata civiltà, se, tra le ipocrisie e l’indifferenza del progressismo e dello scetticismo, si ritrova il coraggio e la passione di introdurre l’intelligenza contemporanea nella realtà e nelle certezze di una grande tradizione etica e religiosa che tutti abbiamo tradito.
E in questa ricerca, in questo cammino, in questa testimonianza, è necessaria la fatica del sacrificio, la condivisione della sofferenza, la resistenza all’insidia della trasgressione, e, soprattutto, l’affidamento alla potenza trascendente del Divino.
Forse è ancora possibile ritornare al sogno, al mistero, al destino di umanizzazione della storia e interrompere il meccanismo della sventura, della schiavitù e del naufragio.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19/ del 6/11/2009)


Il Segno di Medjugorje: l'ultima chiamata al pentimento e alla riconciliazione

“Io desidero che voi capiate la serietà della situazione e che molto di quello che accadrà dipende dalle vostre preghiere”. Così la Madre Santissima a Medjugorje.
Nei tempi difficili e tormentati che viviamo, ora con angoscia, ora con indifferenza, ora con la pretesa del successo e la “frenesia del divertirsi”, siamo tutti raggiunti da voci, da messaggi, da eventi spesso straordinari e inauditi. Sono richiami forti, penetranti le profondità dell’anima; e irrompono con modalità diverse, lungo percorsi  imprevisti, talvolta come eco flebile e appena percettibile, talaltra come convocazione esigente e ineludibile.
Nell’orizzonte contemporaneo, queste Comunicazioni sublimi si moltiplicano per offrire squarci di illuminazione e di soccorso ai viandanti inquieti della storia, smarriti tra lefrane e le oscurità del presente. Sono centinaia e centinaia i “punti di luce” accesi sul volto della terra a indicare alla coscienza umana, confusa e sviata, tracce di   spesso nascoste e dimenticate, dimore di pietà spesso abbandonate, paesaggi di vita e di bellezza devastati e corrosi dalla virulenza di individualismi scatenati e di perversi relativismi morali.
Da secoli si vanno addensando sull’intelligenza umana torbide e insensate illusioni di felicità e la volontà ormai  si lascia  dominare  dalle trionfali idolatrie del potere, della carne e del denaro.  Ora che la crisi della modernità sta svelando completamente di che lacrime e di che sangue sia impastata la lunga era del progresso senz’anima e della ragione senza fede, è divenuta urgente la necessità di raccogliere nel cuore di ognuno la disposizione all’ascolto, la misura di una speranza non finita, il desiderio di una salvezza non solo terrena.
Dentro la tragica storia del XX secolo, mentre infuriava l’ “inutile strage”, a Fatima,  il 1917, la Donna vestita di Sole veniva ad annunciare la pace e a confidare il segreto del perdono di Dio per la riconciliazione dei popoli. Ma non fu bastevole l’esperienza meravigliosa dell’incontro tra la Madre di Dio e i tre pastorelli portoghesi alla Cova d’Iria ad ammansire le belve umane e ritornò, dopo una breve sosta, con più crudeltà e ferocia l’impresa insana e vergognosa della violenza e della distruzione. Lo strepitoso miracolo della “danza del sole” nel cielo di Fatima, quel 13 ottobre, non aveva persuaso alla preghiera, alla penitenza, al perdono gli abitanti credenti e non credenti, del mondo.
Ora che “i Segni dei Tempi” sembrano più evidenti e inesorabili, con l’invadenza del nichilismo e l’allarme del terrore che feriscono atrocemente il volto nascente del III millennio, si fa più urgente e pressante la chiamata dall’Alto.
Medjugorje  è uno “spazio di luce e di fuoco”, dove è ancora possibile incontrare più direttamente il Mistero che custodisce il destino dell’uomo, perché vi è più viva la Fede, più tenace la Speranza, più incandescente l’Amore; perché più generosa e intrepida ivi è stata l’accoglienza della Presenza sublime della Madre Santissima.  La Donna Divina, che a Fatima ci invitò a salvare dallo sfregio disumano e dalla catastrofe la storia del ventesimo secolo, anche da questo luogo consacrato dell’Erzegovina continua a richiamarci alla pietà, al perdono, alla preghiera, alla riconciliazione, e ad affidarci alla tenerezza e alla misericordia del Dio della vita e dell’amore.
Dal 1981, la Madre di Gesù di Nazaret raggiunge, con la testimonianza vivente di una comunicazione fervida, aperta, generosa, continua, instancabile, tutti i suoi figli: “Io vi amo! se sapeste quanto vi amo piangereste di gioia”. Con la gioia e con le lacrime, con le premure di messaggi intensi di amore e di pietà, Ella vuol salvare il mondo avvertendoci dei rischi e dei pericoli che incombono, indicandoci la speranza di salvezza che si apre solo con la potenza della preghiera e del digiuno, con l’ascolto della Parola eterna del Vangelo e la partecipazione al Sacrificio della Croce del Cristo Redentore.
In giorni probabilmente molto vicini, un frate francescano, Padre Petar Ljubîci?, svelerà i dieci segreti confidati dalla Madonna  a Mirjana di Medjugorje, e si realizzerà una straordinaria e decisiva profezia: uno splendido Segno indelebile apparirà sulle pietrose colline del Podbrdo, luogo delle prime apparizioni della Vergine ai sei veggenti.
Ecco, quindi, lo afferma la Vergine Santa, l’ora di “mettere la nostra vita nelle mani di Dio, di aprire i cuori al Suo Amore e decidere di rispondere finalmente alla insistente chiamata del Cielo”.
La Madre ci avverte, ci ammonisce e ci supplica, comunicando,  senza stancarsi a tutti i figli della Terra che Dio c’è, che Dio ci ama, che Dio vuole salvarci tutti e attende soltanto un grido d’aiuto, un piccolo segno d’amore, una parola di affidamento, un semplice gesto di consacrazione al Suo Cuore Addolorato e Immacolato.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 23/10/2009)


La donna, il sesso e la Ru 486

La maternità e la paternità, cuore della famiglia, della generazione e dell’umanità, sono sottoposte violentemente e radicalmente a un processo crescente di disumanizzazione.  E’ duramente immiserito il potenziale affettivo, emotivo, sentimentale della condizione familiare; si riducono al minimo, nella organizzazione tecnica, economica e sociale della comunità civile, la capacità, la creatività, l’autonomia culturale e lo spazio educativo della moralità.
Nella struttura della società contemporanea, è divenuta pesantissima la fatica fisica e psicologica per sostenere il carico sull’io di ansie, di preoccupazioni, di depressione e per gestire i tempi e i problemi della convivenza. E’ divenuta insostenibile la possibilità di conciliare, nel complicato ritmo quotidiano, le relazioni interpersonali, gli impegni di lavoro, l’esigenza dell’intimità e della gratuità, i bisogni della convivialità e del riposo.
In questo scenario, la condizione della donna è al centro di fratture, di tensioni e di rischi che ne minacciano alla radice la consistenza antropologica e la vocazione matrimoniale e ne devastano profondamente la tenuta etica e il mistero spirituale.
Nella rappresentazione dell’immagine della donna nel mondo della comunicazione pubblica si è raggiunto un punto estremo di offesa e di degradazione, inimmaginabile fino a qualche anno fa.
La donna è divenuta strumento di una pubblicità forsennata e oscena e il suo corpo è mostrato continuamente con l’insulto continuo alla sua dignità. E’ crollato ogni rispetto, e il senso di venerazione per la figura materna è stato espulso dalla civiltà dell’occidente. La spregiudicata condizione della sessualità, scatenata senza misura e senza regola, invade ormai l’intero orizzonte dell’esistenza,  destabilizza l’energia dell’amore e ferisce la capacità di amare e il desiderio di essere amato. E dai primi anni  vengono alterate e corrotte le intenzioni affettive, distorte le sensazioni intime e l’istinto dell’eros nella sua integralità fisico-spirituale viene respinto alla condizione animalesca e bestiale. Si spegne sul nascere la luce dell’amore e s’intorbida e si incupisce l’immaginazione; il sesso scade nel gioco insignificante, diventa competizione, sfregio, aggressione. Nell’intimità e nella confidenza della famiglia, che dovrebbe formare e preparare alla logica della donazione di sé e all’etica del rispetto dell’altro, alla corresponsabilità del femminile e del maschile, irrompe con la tecnica della seduzione di massa e con i meccanismi magici della persuasione psicologica il contagio mediatico della perfidia, della violenza e del cinismo. Vengono proposti soltanto insensati e corrotti modelli divistici di relazione maschio-femmina alla coscienza affettiva e morale dei bambini e degli adolescenti, in un crescendo di “avventure erotiche”, di ostentazione di comportamenti trasgressivi, di moltiplicazione di esperienze narcisistiche. La vicenda formativa, con tutti gli eventi decisivi di educazione della personalità, è completamente immersa nella dinamica dello spettacolo e abbandonata alla logica della perversione e alla frenesia dell’impudicizia. Non c’è più spazio per i valori della castità, della verginità, della fedeltà, del dono indissolubile, della responsabilità e dell’amore per la vita.
Nel conformismo e nel consumismo di massa è irrisa la temperanza e la continenza non è più una virtù;  è divenuto dominante nella suggestione mediatica il profilo della “escort”: l’immagine e la pratica della mercificazione della sessualità nel groviglio insano di potere, di denaro e di successo.
La prostituzione diventa così spettacolo, offerta, scambio, consuetudine, ultima frontiera della liberazione dei sensi, compimento della cultura subumana all’inizio del III millennio.
Lo svilimento atroce della donna, come figlia, come sposa e come madre, è divenuto socialmente condiviso ed eticamente accettabile. Perciò l’infame strategia  d’immissione della Ru 486, come pillola abortiva, è l’ultimo atto della gestione dell’umano nella distruzione della vita.
La legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza dovrebbe addirittura  essere stravolta anche nel suo minimo impianto di garanzia, per consentire e promuovere nei fatti l’aborto a domicilio.
Sembra che la lotta di emancipazione della donna si sia rovesciata tristemente in un processo di strumentalizzazione della sua condizione, del suo corpo, della sua sessualità, della sua  immagine.
Invece nella bellezza, nella grandezza, nell’intelligenza e nella sensibilità della donna, nel mistero della femminilità e della potenza generativa, nella sua capacità di donarsi nella sofferenza e nella solidarietà, c’è un tesoro superumano di redenzione.
Infatti, nella storia c’è, straordinaria ed altissima, l’esemplarità meravigliosa di donne stupende che hanno esaltato, difeso, promosso l’umano femminile nella singolarità di esperienze drammatiche e memorabili e in storie esaltanti di santità.
Se vogliamo salvare dalla catastrofe questa civiltà decaduta, dobbiamo riconsiderare questa memoria e riporla al centro della cultura e dell’educazione. La donna, per il bello, il buono e il vero del suo esserci, può resistere alla prepotenza della “cultura di morte” e offrire, con un universale risveglio etico, a questa storia martoriata e infelice e alla intera famiglia umana, sfidata nel suo senso primordiale e nel suo destino, il  vitale grembo della gioia della pace e dell’amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 9/10/2009)


Ritorno a scuola: con le radici e le ali!

“Sono solo due le cose che possiamo sperare di dare ai figli. Una, sono le radici.  L’altra, le ali”.
Questa riflessione di Hodding Carter può offrire all’augurio, rivolto ai nostri figli e ai nostri nipoti all’avvio del nuovo anno scolastico, la traccia , la misura e il fine della speranza educativa.
Viviamo tempi difficili, complessi e drammatici: la realtà civile e culturale, entro cui è immersa la condizione umana, non riesce più a comunicare alle nuove generazioni il senso e le ragioni del vivere, le radici e le sorgenti della storia, il destino ultimo che la morte sembra sospingere nella notte del nulla. L’emergenza educativa segnala lo sbandamento etico e politico di una civiltà che si è appropriata, con una presa globale, dei domini planetari dell’economia, della finanza, della comunicazione, della tecnologia, senza rispetto per l’uomo. Questa civiltà sembra aver dimenticato le sue radici e, quindi, la sua prospettiva; e la pedagogia, con cui organizza i percorsi di formazione dai primi  processi di alfabetizzazione alle specializzazioni post-universitarie, chiude i sogni, i desideri, le attese delle nuove generazioni nella rete degli interessi mondani, negli scenari della competizione materialistica, nella tristezza dell’individualismo spesso cupo e violento.
Nella dinamica evolutiva e graduale della scolarizzazione l’esperienza vitale, cognitiva, morale e spirituale dei bambini fino all’adolescenza, fatica a rintracciare “il cammino dello stupore”: la sorpresa e la meraviglia di fronte alle cose, agli eventi naturali, agli avvenimenti della storia, ai profili alti dell’umanità che vive, che soffre, che serve con amore nelle molteplici circostanze della grandiosa avventura umana. E’ entrato anche in crisi il modello primario di identificazione tra figlio e genitore, tra discepolo e maestro, tra fanciullo e sacerdote, tra adolescente e le grandi personalità morali della vicenda storica. Nella società ormai senza padri, senza maestri, senza pastori, diventa problematico il processo attraverso il quale l’essere umano tende alla propria perfezione. La perfezione umana, nel tempo, ha carattere filiale, fraterno, sponsale. E nella famiglia prima, nella scuola poi, e nella pluralità sociale delle relazioni umane si potenziano ?Y?Noppure si svigoriscono?Y?N tutti i dinamismi della ricerca della verità, del cammino di libertà, dell’esperienza di amore.  L’io, infatti,  si costituisce realmente dentro la verità, dentro la libertà, dentro l’amore. San Gregorio di Nissa illumina così questo orizzonte: “In qualche modo noi siamo padri di noi stessi, … donandoci liberamente la forma che vogliamo, … in considerazione della virtù o del vizio”.
Ecco perché non è possibile vivere ed educare l’esistenza prescindendo dalla vita morale e dalla libera decisione di rendere buona  l’opera che ciascuna persona compie.
Nell’esperienza contemporanea, la pedagogia prevalente ha preteso di liberare le persone dai vincoli etici, consegnandole ambiguamente a un destino prometeico, di onnipotenza narcisistica: destino nichilistico, di illusione e di finitudine.
L’educazione, invece, va ricollocata urgentemente nell’orientamento sapienziale della virtù, che “concede all’uomo di conoscere se stesso e di essere saggio”. Chi conosce il bene lo fa!
San Giovanni Bosco, il più grande educatore del XIX secolo,  affermava che “ l’educazione è cosa del cuore e del cuore è padrone solo Dio”.
Una scuola alla deriva, attenta solo all’organizzazione tecnica, finanziaria, metodologica e didattica, priva del respiro della sua tradizione millenaria e della sua prospettiva profetica di apertura  al mondo della fraternità, della bontà e della pace, non può riguadagnare le ragioni, lo stile, la fisionomia di una “paideia” planetaria, se non  convertendo intimamente la sua  strategia culturale, etico-politica e spirituale.
Il relativismo,  come ultimo approdo del razionalismo moderno, sospinge ormai la cultura contemporanea, nelle sue dimensioni etiche, pedagogiche, scientifiche, morali, politiche, verso una destinazione drammatica. Il postumanesimo di oggi, arrogantemente prometeico e illusoriamente nichilista, traccia nel cuore delle nuove generazioni i segni distruttivi dell’insolenza e della vanità, dell’ avidità e della violenza, della morte e del nulla. E’ il trionfo della pedagogia della ragione, della carne e del denaro.
Ma è al “bivio del bene e del male”, strappato incoscientemente al processo di educazione, che bisogna riportare costantemente la libertà dell’uomo. La neutralità etica e l’indifferenza morale stanno devastando la fondazione della comunità civile e sconvolgono orribilmente i significati del linguaggio, i segni della storia, il senso della convivenza,  il perché e il fine della vita.
Nell’orizzonte educativo, occupato e insidiato dal magistero mediatico, bugiardo ed equivoco, dei “giganti” del sapere, del potere e dell’avere, ritornino i “maestri” dell’umiltà e della bellezza, i “pastori” della salvezza e della giustizia, i “testimoni” dell’amore,  del perdono e della santità. La catastrofe educativa si può contrastare: con l’alternativa radicale del ritorno, nel cuore dell’uomo e della storia, al Dio della verità, della libertà e dell’amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 25/9/2009)


I giovani meridionali tra recessione e migrazione

La crisi dell'"imperialismo internazionale del denaro" sta svelando quanto sia fallace il mito del progresso senza limite posto al centro delle rivoluzioni sociali, politiche, economiche, scientifiche e tecnologiche della modernizzazione.
Nella dinamica della globalizzazione, tra super-sviluppo e sotto-sviluppo, gli individui, i popoli, le nazioni, che dovrebbero costituire un'unica famiglia, animandola con lo spirito della fraternità e della responsabilità, si trovano divisi da forsennate competizioni economiche e commerciali, da drammatici conflitti politici, da gravissime ingiustizie sociali, da tragiche situazioni di povertà e da persistenti minacce alla pace.
Ed anche nelle ricche società occidentali crolla la disponibilità di beni materiali, cresce il disagio civile e il disorientamento etico, avanza l'emarginazione relazionale, morale e spirituale soprattutto attraverso i meccanismi dolorosi della disoccupazione giovanile e dell'emigrazione.
Ricollocare in questo processo di mondializzazione l'antica "questione meridionale" della nostra Italia, pone un'esigenza a cui la politica, come autogoverno della cittadinanza, non può non tentare di rispondere a 150 anni dall'unificazione risorgimentale.
Gli indicatori dalla Svimez segnalano che, dal 1997 al 2008, settecentomila giovani, laureati, diplomati, operai, hanno lasciato il nostro Sud. E, in questo arco di tempo, gli indici degli ultimi sette anni denunciano la dura realtà della recessione: il Mezzogiorno è cresciuto meno del Centro-Nord, "cosa mai avvenuta dal dopoguerra ad oggi", siamo tornati con la percentuale del Pil ai livelli del 1951: 23,9%.
Questa drammatica lettura della condizione meridionale non indica, purtroppo, dinamismi, tensioni, spinte che stiano per mettere in moto processi di sviluppo di qualche rilievo culturale, civile e politico.
Alle comunità meridionali sembra sempre più mancare una strategia nazionale e regionalistica di forte capacità progettuale, di profondo respiro partecipativo, di corretta determinazione operativa. Spesso le risorse finanziarie sono disperse sui territori senza un disegno unificante di cambiamento, senza una energia finalizzata al Bene comune. L'amministrazione delle comunità è divenuta prevalentemente una fredda funzione burocratica che le vicende elettorali, pur combattive e coinvolgenti, non riescono a sollevare dalla rassegnazione e dal fatalismo. Ed ora che la crisi riduce anche le possibilità di intercettare risorse pubbliche per sostenere servizi sociali e produttivi, il Meridione può precipitare in uno stato di inerzia e di subordinazione agli interessi più duri e aggressivi. Certamente la speranza si riduce, quando si allontanano dall'orizzonte territoriale migliaia e migliaia di giovani intelligenze, forse le più pronte al sacrificio e all'intraprendenza. Si chiudono le prospettive di ripresa, quando si perdono le scommesse ogni giorno sull'organizzazione produttiva e sulla gestione pubblica e si subiscono le conseguenze inesorabili della recessione, senza reagire se non con la pratica antica del clientelismo e il destino dell'emigrazione.
Si sta forse determinando una "secessione di fatto", una deriva dualistica inarrestabile, una forma statuale di federalismo bivalente!
A 60 anni e più dalla Costituente repubblicana, il Paese sembra non aver saputo portare a compimento il grande disegno dell'interdipendenza e dell'unità; anzi, dall'inizio del nuovo secolo, ha imboccato addirittura il percorso della recessione e della divisione.
Al Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che ha letto l'enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, condividendone lo spirito e i contenuti, il Mezzogiorno deve porre una sfida clamorosa ed urgente: Ispirarsi al pensiero cattolico della Dottrina sociale della Chiesa, per modificare i paradigmi interpretativi e operativi della politica (o della non-politica) meridionalistica per recuperare l'unità sociale, economica e istituzionale del Paese.
All'appuntamento storico dell'interdipendenza globale, l'Italia non può presentarsi con il volto ferito da una frattura lacerante.
E' necessaria ed urgente una politica ripensata alla luce degli insegnamenti del Pontefice che ripropongono, nello scenario della crisi irreversibile delle ideologie del primato della finanza, la centralità della persona umana e della sua dignità nell'orizzonte del Bene comune e della destinazione universale dei beni con le strategie della solidarietà e della sussidiarietà. Lo squilibrio costitutivo della storia unitaria italiana, ancora insuperato, può essere sanato dentro il più tragico "squilibrio" della condizione planetaria. Ai giovani, vittime di questa "ecologia" frantumata e dolente, tocca prendere in mano, lungo il percorso dell'"Umanesimo planetario", la responsabilità che loro assegna "la carità della verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione", perché essa "è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 10/9/2009)


Michael Jackson: l'esperimento tragico e spettacolare dell'umanesimo postmoderno

Nello scintillio mediatico dello spettacolo globale la cerimonia della morte di Michael Jackson è divenuta il segno trionfale del nichilismo contemporaneo che ha ormai corroso tutti gli eventi dell’umana realtà: il nascere, il vivere, il morire.
Alla tradizione della musica, del canto, della danza, anche nel rito del lutto, è stato strappato il senso profondo ed essenziale della pietas e dell’al di là. La "liturgia" postmoderna, infatti, si è consegnata completamente alla continuità tecnologica dell’"immagine-in-movimento", alla ripetitività fascinosa delle performances del divo, all’idolatria eccitante del ritmo, alla confusione della New age, all’immersione febbrile in una suggestione emotiva di massa. E si muove, moltiplicandosi, sulle onde audiovisive delle TV e di Internet, raggiungendo tutti gli spazi planetari. E’ il compimento idolatrico della secolarizzazione nella forma spettacolare dello spiritualismo empatico dello star system, gestito dalla sconfinata potenza finanziaria dell’industria culturale di massa.
E questa marea mediatica dello "spirito di questo mondo" è entrata, con tutta la sua forza pervasiva di intossicazione e di frenesia, con tutto il potere di sensazionalismo narcotizzante e di selvaggia disinibizione, dentro i processi di formazione delle nuove generazioni.
La rappresentazione della pop star americana, fino a quella spettrale intorno alla bara d’oro nel palazzo-arena di Los Angeles, comunica la metafora di una civiltà nella sua fase terminale, all’apice del suo fasto auto celebrativo e del suo tragico vuoto. Dentro lo scenario della celebrazione trionfale, in cui si scioglie la dinamica della commemorazione e della partecipazione, l’io diventa specchio dell’esibizione e soggetto del rito-spettacolo. Soltanto, dopo il We Are The World, la voce e il singhiozzo della figlia di Michael Jackson sembrano introdurre una dimensione concreta di realtà e di tradizione nella stretta della esaltazione e del lutto.
Anche la morte, come la vita, si fa show!
Certamente la biografia di Michael Jackson, fino a questa resurrezione post mortem, mostra quanto sia estesa l’alterazione della condizione umana nel mondo contemporaneo e come sia stata radicalmente sconvolta la regolazione del suo assetto antropologico ed etico con il tramonto culturale della sua origine divina e della sua immortale destinazione. Il trionfo del ROCK ha, infatti, sostenuto e accompagnato la rivoluzione sessuale, liberando le passioni dell’istinto, non frenando l’esplosione della sessualità e gli appetiti animali dell’eros. Nei dinamismi primordiali della musica e della danza l’io ha affermato la sua volontà di potenza, contestando la norma del pudore e irridendo il dovere della castità e del rispetto del corpo ─ proprio ed altrui ─ e la pratica della rinuncia. Giuliano Ferrara, seguendo la straordinaria lezione di Allan Bloom, ha scritto su Il Foglio: "Il rock è demoniaco, esprime disinibizione selvaggia e libertà, e la sua sessualità è adolescenziale, immatura, non conforme alla natura umana pensata e concettualizzata attraverso l’educazione maieutica".
Il modello anti-pedagogico, che condanna la tradizione della regolazione morale, dello sviluppo integrale della persona e della sublimazione, s’incarna nei protagonisti dello spettacolo che incitano ed eccitano alla frenesia sessuale, alla frequentazione della droga, alla universale pratica del tradimento del patto d’amore.
Quando l’intrattenimento musicale, con la seduzione violenta dell’immaginazione, introduce nella sensibilità e nei comportamenti, soprattutto nelle prime esperienze di relazioni interpersonali, modelli, inclinazioni, aspirazioni, si possono determinare nella coscienza ferite profonde e irreversibili e intossicazioni immedicabili.
L’assenza dei limiti e di proibizioni della "rivoluzione pop", nel cancellare interi patrimoni etici, ha reso inutile l’amore e ha ridotto l’eros a esercizio esclusivo del sesso; ed infine ha eliminato la differenza naturale e fondamentale maschio-femmina, comunque assorbita nella logica relativistica della folle scelta individuale.
Michael Jackson, nella sua estrema manifestazione asessuata, sbiancata, scheletrica, esprime il modello antropologico post-umano, indifferenziato: il volto né vecchio né bambino, la pelle né bianca né nera, il corpo né maschio né femmina, un io né vivo né morto consegnatosi alle necessità farmacologiche e alla vanità della clonazione.
Lo show funerario planetario segnala quanto sia sperduta l’appartenenza all’umano nell’osannante asservimento degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti, delle relazioni alla con-fusione di massa manovrata dal divismo mercantile e fatale.
Eppure, forse, è ancora possibile recuperare anche nel mondo del rock la libertà di non lasciare la carne e il sangue alla deriva del denaro, dello spettacolo e della morte e rintracciare la possibilità della Bellezza e della Preghiera.
In Modern Times Bob Diyan canta: "Non sto parlando, sto solo camminando, in questo stanco mondo di dolore… Dicono che la preghiera ha il potere di guarire, perciò prego". E ancora:" … attraverso città della peste, … perché nel cuore umano può abitare anche uno spirito diabolico". E in When The Deal Goes Down: "Il mondo continua a girare, viviamo e moriamo senza sapere perché, ma io sarò con te quando verrà il turno".
Forse la musica pop ha preso sul serio la provocazione di Nietzsche : "Potrò credere soltanto in un Dio che sappia danzare". Anche nell’avventura "geniale e demoniaca" di Michael Jackson, forse, è possibile leggere la nostalgia struggente di un Dio che ci salva anche nell’esistenza vuota e falsa e che ci ama fin dentro gli abissi del post-umano.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 17/7/2009)


Il moralismo mediatico e lo spettacolo della politica nell'Italia di Berlusconi

L’esistenza umana, quando viene colta nel suo esporsi morale, politico e mediatico, mostra, in tutta la sua inquietante problematicità, lo spettacolo dell’incerta, complessa e infelice condizione della persona e della storia.
Sul palcoscenico mediatico, oggi, viene giocata la rappresentazione, ora frivola e pettegola, ora scipita e squallida, ora faziosa e insopportabile, di divertimenti privati resi pubblici, di sregolatezze esibite come scandali, di immagini riservate consegnate gioiosamente ai circuiti giornalistici internazionali.
Tutto in un impasto ambiguo e s-gradevole di denuncia e di accuse, di strumentalizzazioni e di veleni, di esasperati moralismi e di feroci giustizialismi, di imbarazzi, di sospetti, di inciuci senza fine.
Berlusconi, soggetto e oggetto dell’impresa mediatica, è l’obiettivo, facile e disponibile, su cui si sta scatenando con l’armamentario della scomunica, dell’accanimento e dell’indignazione, la "tensione etica" veramente grandiosa e farisaica di un Paese che non sembra sapere ancora di essere finito nel pantano del nichilismo.
E’ sorprendente infatti registrare come sia "generosa" e straordinaria la battaglia che ambienti culturali e politici ed organi di stampa, portatori di spregiudicate posizioni libertarie e permissive, combattono ora contro le degenerazioni della moralità privata e pubblica, fin dentro i palazzi del potere.
Finalmente sembra che il legame matrimoniale sia ridiventato indissolubile e sacro, che la famiglia ritorni ad essere cellula primordiale e intangibile della società, che la donna possa essere sottratta allo squallido ruolo di prostituta e di "escort".
Che ci sia il rimpianto di un impianto morale più sicuro e decoroso e che si avverta la nostalgia di un più organico e certo orizzonte etico, ora così sconvolto e frantumato dalle conquiste progressiste della "rivoluzione sessuale" e dalle "lotte epocali" per il divorzio e per l’aborto?
Questa circostanza rivela drammaticamente il groviglio di una condizione umana esposta continuamente alla spettacolarizzazione mediatica, sopraffatta da un uso strumentale e perfido del giudizio morale, insidiato dalla doppiezza della valutazione etica e trascinata dalle logiche della competizione politica e del potere nella morsa dell’intrigo e della gogna.
Ora, tra disgusto e disagio, la gente avverte l’esigenza di un ritorno alla verità: sulla natura dell’uomo, della sua coscienza e della sua dignità; sulla sua libertà e anche sulla sua concupiscenza; sul suo destino e sulla sua immortalità.
E avverte anche quanto sia grave l’azzardo compiuto dall’arroganza della ragione moderna che ha voluto giocare con le cose più grandi e più sante dell’umanità: la vita, la famiglia, l’educazione, l’amore e il dolore, la morte e l’eternità.
Ora questi valori e queste realtà sono troppo grandi per essere gettati nelle scommesse del potere politico e editoriale, nel fango quotidiano degli scandali e delle perversioni, nel torbido spettacolo della carne e del denaro.
La questione morale resta aperta nel nostro Paese, nell’Occidente e per tutta l’Umanità e i razionalismi etici e i moralismi insipienti non hanno risposte da dare alla nostra storia disordinata e violenta, ingiusta e folle.
Il desiderio di felicità e di bene ha radici e compimento solo nell’alfa e nell’omega del Divino. Perché solo nel Divino è possibile rintracciare la misura e i criteri di una moralità piena che orienti le decisioni e l’agire degli uomini anche nella rifondazione etica e politica della convivenza planetaria, ora così profondamente devastata dagli odi, dalla violenza, dallo sfruttamento, dalla sopraffazione e dalla miseria.
Se dobbiamo fare veramente i conti con noi stessi, con il nostro costume, con la politica e la cultura di questi tempi, per un’esigenza più forte di pulizia, di ordine, di trasparenza e di rispetto, è necessario ed urgente uscire fuori dal labirinto degli appetiti capricciosi e degli istinti ciechi della carne e della morte, riducendo l’invadente frenesia del successo e del potere. Per tracciare il percorso e realizzare questo compito, bisogna prima assegnare la misura della saggezza e della coerenza al dovere morale della propria coscienza e alla testimonianza politica della personale esemplarità.
La moralità della politica è la responsabilità che sa misurarsi con i mali dell’anima e della storia, per poterli ridurre e contenere. Ma questo, senza l’aiuto di Dio, è impossibile.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 3/7/2009)


La crisi della democrazia europea.
Assenteismo elettorale, mediatico, politico e progettuale

I popoli europei non hanno partecipato, oltre la soglia del cinquanta per cento, a indicare la rappresentanza democratica nell’Istituzione parlamentare di Strasburgo. La "crisi di appartenenza" è l’evidenza di una drammatica estraneità delle 27 nazioni al processo di integrazione comunitaria.
Ormai l’Europa non sembra avere più un cuore etico-politico -non dichiara neppure i suoi principi e le sue finalità- ma solo un cervello finanziario. E’ ormai una fredda struttura monetaria e burocratica; è una macchina programmata per gestire interessi, per monitorare indici economici e proiezioni, per misurare investimenti e mercati, per regolare meccanismi valutari e assurdi "disciplinari" commerciali nella competizione internazionale. La crisi globale, esplosa dentro i "santuari" del capitalismo e nelle centrali bancarie, mostra quanto gravi siano le responsabilità e le colpe delle oligarchie finanziarie che hanno in mano le strutture economiche delle imprese e degli stati e, quindi, i destini delle famiglie e dei popoli. La sfiducia nei confronti delle Istituzioni dell’Europa, con spinte antieuropee preoccupanti, è moltiplicata dal giudizio popolare sull’assenza e sull’impotenza della politica, ormai sottoposta all’egemonia dei grandi interessi organizzati a livello planetario e non più controllabili dai poteri del ceto politico nazionale e comunitario. Il complesso sistema tecnico-scientifico-finanziario che gestisce le relazioni interne ed esterne delle macroeconomie europea, americana, russa, cinese, indiana, ha imprigionato il respiro di solidarietà e di amicizia tra i popoli, ha logorato le radici e i valori che la storia aveva affidato ai sogni e agli entusiasmi di libertà e di vita delle nazioni, ha svuotato di prospettive ideali e di speranza l’orizzonte sempre più cupo della terra.
Con quali criteri è possibile giudicare l’Europa?
Come mai il sogno dei fondatori dell’Europa unita si è svuotato e consumato in pochi decenni tra l’indifferenza culturale, l’astensionismo elettorale e la dissoluzione spirituale della sua identità?
E’ possibile riprendere il cammino e rinvigorire l’attenzione sulle linee di pensiero dell’eredità europea e riaccendere la partecipazione delle persone e dei popoli alla grande impresa dell’unità e della pace?
L’Occidente europeo-americano ha unificato il pianeta con l’espansione delle tecnologie della comunicazione, della finanza, della produzione e dello spettacolo. La globalizzazione è stata, però, realizzata dentro lo scenario mondiale dominato dal razionalismo materialistico e utilitaristico con l’esclusione della spiritualità, della fede, delle religioni.
I Diritti Umani, che pure sono l’essenza morale, giuridica e culturale della storia bimillenaria dell’Europa nel processo della civilizzazione cristiana, all’inizio del III millennio diventano sempre più riferimenti astratti e formali, affermati retoricamente, con doppiezza e insolenza, dentro dinamiche cariche di ingiustizia e di sopraffazione.
L’Africa muore di fame, di guerra, di miseria, di epidemie e continua ad essere duramente sfruttata nei suoi beni e nelle sue risorse dagli imperialismi multinazionali potenti ed avidi e dalle stesse nazioni che ne rifiutano, respingendoli, i figli sventurati e infelici.
L’Europa opulenta avrebbe dovuto "adottare" l’Africa miserabile!
L’Europa si è chiusa invece alla vita, alla libertà, alla solidarietà e si va trasformando in una potenza contro la vita, contro la libertà, contro la solidarietà, con lo scandalo vergognoso della tratta degli esseri umani, con la schiavizzazione delle donne e dei bambini!
L’Europa ha rinunciato alle sue radici, ha dissolto i suoi valori, ha tradito il suo destino e si è consegnata alla deriva totalitaria del nichilismo e alla spettacolarizzazione superba e offensiva dell’opulenza e del consumismo.
Forse in questa circostanza così inquietante e drammatica un’ estrema speranza nasce dalla presenza più ampia, nel Parlamento di Strasburgo, dei partiti di ispirazione cristiana e dal ridimensionamento clamoroso dei socialisti stretti nella tenaglia capitalismo-statalismo e soffocati dall’ideologia radicale dall’individualismo permissivo di massa.
Sarà possibile rilanciare la tradizione europea di una economia sociale più attenta ai bisogni primari della famiglia e della persona e alle necessità e alle urgenze dei disoccupati e dei poveri e, perciò, meno legata ai meccanismi esclusivi del mercato amministrato dagli enormi capitali azionari.
Sarà possibile difendere la vita, dal concepimento alla morte naturale, senza cedere mai agli attacchi folli del relativismo etico e della "anti-cultura" della morte.
Sarà possibile organizzare una strategia comune sia per aiutare con interventi forti di cooperazione nei luoghi di provenienza le popolazioni in fuga provate da lunghe privazioni e da ininterrotte guerre civili, sia per accogliere degnamente famiglie migranti dai paesi dell’Africa, già violentemente colonizzati ed oggi ancora duramente sfruttati ed armati dagli Stati europei.
Le sfide ineludibili all’Europa sono certamente straordinarie e difficili e ci interrogano tutti!
La misura della responsabilità civile, etica e politica dei popoli e degli stati del vecchio continente segnerà certamente anche il nostro destino geo-politico e mostrerà se si sta per chiudere malamente l’avventura politica e storica della Civiltà Europea.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 19/6/2009)


Elezioni tra crisi della politica e segnali di ripresa etica

Quando i segni della crisi annunciano conseguenze pesanti e ancora imprevedibili sui già fragili equilibri sociali, culturali ed economici delle nostre comunità meridionali, è necessario ed urgente raccogliere l’intelligenza collettiva ed impegnarla tutta in una strategia coraggiosa di risveglio, di partecipazione e di sviluppo: prima che le difficoltà si moltiplichino e le energie delle nuove generazioni siano costrette a disperdersi sulle linee dolorose della fuga e dell’abbandono e si acceleri così, con la rottura dei deboli meccanismi produttivi ed occupazionali, il collasso già avviato degli insediamenti comunitari.
C’è bisogno di un nuovo patto di solidarietà politica, che innanzitutto ricomponga i legami tra la gente e gli amministratori, che riattivi la relazione tra i poteri locali e il fervore, la creatività, le speranze emergenti dalle domande d’investimento, di organizzazione, di sostegno per forti iniziative e per rinnovati impegni di avanzamento civile.
Senza rilanciare la fiducia nel ruolo propulsivo dell’Ente locale, non si potrà rispondere a sfide sempre più dure e decisive.
Nel Mezzogiorno, frequentemente ed ora con più intensa potenza distruttiva, il "ruolo di competenza e di servizio" democratico del sistema municipale è stato ridotto a centrale fredda e burocratica di risorse finanziarie guidate, senza progettualità sociale e respiro culturale, lungo i tracciati esclusivi delle appartenenze fiduciarie.
Presenze edilizie storicamente rilevanti e costosamente ristrutturate, già attivate con successo nella vicenda socio-culturale e turistica, vengono abbandonate allo squallore e al vandalismo.
Piazze e parchi inutilmente rifatti più volte.
Luoghi straordinari per bellezza paesaggistica e per potenziale di accoglienza, insieme a invidiabili laboratori di ricerca scientifica di risonanza internazionale e a iniziative di turismo culturale, sportivo e religioso, cinicamente consegnati alla violenza dell’incuria e del disprezzo.
Per rilanciare le dinamiche dell’interdipendenza dei poteri e dei Comuni sul territorio, per riconnettere esperienze imprenditoriali, risorse e mercato, per ricostruire tessuti associativi intorno a centri produttivi e commerciali, occorre sottrarre i Municipi e i Comuni ai padroni sprezzanti, che li occupano, per un triste destino di desolazione, con la torbida determinazione di conquistare solo spazi di manovra amministrativa negli enti locali, provinciali e nelle comunità montane e a concentrare i molti poteri per il nulla. Per il nulla!
Ecco, bisogna interrompere anche il costume "immorale" di dare continuità alla supremazia locale, celata e rivelata dietro le contro-figure di Sindaci eletti, ridotti a (in)consapevoli e mortificati strumenti di spregiudicate arroganze.
La crisi drammatica delle istituzioni amministrative (e la richiesta diffusa della soppressione dell’Ente Provincia e delle Comunità montane ne è una clamorosa e inquietante conferma) può essere superata con "un più" di democrazia e di partecipazione, con "un più" di capacità e di volontà di servizio e di ascolto, con "un più" di etica nella gestione della cosa pubblica, con "un più" di umiltà.
La stessa crisi finanziaria globale mostra quanto sia trascurata e ferita la dimensione morale nei luoghi del potere a cominciare dal governo locale.
E’ ora di liberare i nostri Comuni dai "nodi scorsoi" che ne strozzano la vitalità e uccidono l’ethos del Bene comune.
Se non viene dal basso della vicenda civile e sociale una poderosa spinta della soggettività propositiva di giovani volenterosi e impegnati per la piena valorizzazione delle capacità imprenditoriali e di servizio e per un’attenzione costante alle condizioni più difficili e deboli della convivenza e del territorio, l’orizzonte meridionale sarà sempre più cupo e inospitale.
Bisogna liberare le comunità locali dall’insidia asfissiante dell’immobilismo autoritario e dal gioco regressivo di stupidi e avvilenti egocentrismi e riaffidarle all’esaltante dialettica delle opinioni politiche, alla pluralità progettuale di iniziative e di impegni, al respiro profondo e creativo della libertà e della speranza.
E’ ora di cambiare: per scommettere tutti sul mutamento profondo del modello amministrativo inquinato dal "virus neo-podestarile" e sul rinnovamento del metodo nel governo del territorio,mortificato a lungo dall’assenza di comunicazione e di dialogo.
E’ ora di cambiare: per affidare il futuro a più aperte e libere intelligenze, per riconsegnare il nostro destino alla memoria ancor viva delle nostre radici storiche e culturali, per rintracciare finalmente, con le ali della speranza e della responsabilità, le esigenze e le attese vere e irriducibili della nostra gente.
E’ ora di cambiare!!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 5/6/2009)


Lettere di Giovanni Ariano alla ragione,
alla sofferenza e all'amore dell'uomo contemporaneo

"Alla ricerca della verità nella gioia dell’amicizia!" Sant’Alberto Magno, l’enciclopedico maestro di Tommaso D’Aquino, affida alla sperimentazione della gioia relazionale il segno della ricerca della verità.
E’ la gioia, infatti, a indicare, a decifrare e a confermare la verità, la bontà e la bellezza di un incontro.
Se non viene ferita dalla doppiezza e dall’inganno, se non è insidiata dall’insolenza aggressiva del sospetto, se non è corrotta dalla violenza della sopraffazione, l’esperienza integrale della comunicazione linguistica tra le persone si apre alla comunione dell’"intelligenza d’amore".
La lettura del saggio agile, vigoroso e appassionato di Giovanni Ariano, "Esercizi di Intersoggettività", presentato dall’Autore presso l’Università Giustino Fortunato in Benevento, genera una straordinaria tensione che attraversa, senza lasciarsi consumare, i territori dell’anima, abitati anche dalla rabbia, dall’angoscia, dalla paura, dalla violenza, lungo i percorsi della memoria, della cultura, della sofferenza, della politica, della religiosità, …
Ed emerge dall’altezza e dalla profondità dell’ascolto, della riflessione e del silenzio, provocate dalla strategia epistolare -con Benedetto XVI, con Giorgio Napolitano e con gli altri destinatari dei "messaggi"- una dinamica fervida e dialettica del domandare e del rispondere, del camminare insieme dentro l’orizzonte dell’essere, nei passaggi rischiosi e drammatici del vivere, dove la sensibilità umana sente più penetrante il mordere delle sfide immani di questo presente.
In questa nostra storia è penetrata, infatti, la devastante seduzione del nichilismo, che offende e recide le ragioni della speranza e della fiducia, che disgrega differenze e relazioni, che inaridisce le sorgenti e la fecondità dell’amore.
Giovanni Ariano colloca il suo "dis-corso" nel logos dell’Amore: "Io credo che l’intelligenza senza l’amore è solo falsa conoscenza".
E’ questo il "paradigma dia-logico", emotivo affettivo relazionale, che definisce il costituirsi della soggettività nella agostiniana integrazione di "mens et cor", lanciata nella vettorialità del "ponte" ad esplorare tutte le possibilità di coniugare la convivenza interumana, senza esclusioni, senza pregiudizi, senza paura.
E senti, inseguendo il tracciato linguistico di Giovanni Ariano, la consistenza assiologia di una professionalità sperimentata e severa, aristocratica e popolare insieme,che forza il lettore ad aprirsi, a rompere la "blindatura narcisistica", a purificarsi dell’"ipertrofia egocentrica" e a curvarsi sul codice semantico dell’altro. Ed infine ad accogliere naturalmente "la grammatica dell’intersoggettività" come autoregolazione, non formale e artificiosa, di un’identità aperta, rispettosa e amorevole, capace d’infinito e di assoluto: perché l’uomo è creatura "capax Dei", capace di "verità dell’essere".
E’ sorprendente come nell’intensa ricerca di Giovanni Ariano, pur nella sua prospettiva laica, vibri decisa e affascinante l’eco della ragione e del mistero della fede con le risonanze suggestive e profonde della verità, della libertà e dell’amore che vengono dalla "Fides et ratio" di Giovanni Paolo II, dalla "Deus Caritas est", dalla "Spe salvi" di Benedetto XVI.
La pedagogia a doppia presa, filosofica e scientifica, che sostiene gli "esercizi di intersoggettività" di Giovanni Ariano potrebbe essere definita da un’affermazione splendida di Benedetto XVI in pellegrinaggio, sulle "orme di Gesù di Nazaret", in una terra segnata da durissime contraddizioni, da insuperabili contese, da rovinose inimicizie: "Il dialogo è serio ed onesto quando rispetta le differenze e riconosce gli altri proprio nella loro alterità".
Questo efficacissimo lavoro di Giovanni Ariano è una provocazione di luce nel tenebrore che stringe la città "costruita da Caino" su la sabbia di "fondamentalismi" blasfemi e di squallidi "qualunquismi".
Ora, credo, che il nostro Autore vorrà sperimentare il passaggio dalla comunicazione epistolare alla multivocalità dialogica, in cui l’incontro linguistico tra le coscienze possa realizzare, con la valorizzazione delle differenze, delle sofferenze e delle relazioni, la Civiltà dell’amore", in cui abiti per sempre il TU di Dio e dell’uomo: nella gioia, nella pace e nell’amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 22/5/2009)


Pietrelcina: "sei una città santa!"
Padre Pio nella rievocazione del pietrelcinese Carmine Montella

Padre Pio è di Pietrelcina! "A Pietrelcina ha respirato la prima aria, il primo ossigeno, il primo azoto, il primo latte, il primo sorriso, la prima luce, il primo canto di uccelli,…". Pietrelcina, "sei una città santa"!
Con questo grido alto e commosso dell’anima dello scienziato Enrico Medi, Gennaro Fusco, Sindaco di Pietrelcina, presenta il lavoro sorprendente del pietrelcinese Carmine Montella sul grandissimo compaesano santo: appassionata e sapiente ricerca di una sorgiva relazione di amore e di una corrispondenza profonda al cuore della comunità nell’orizzonte plenario della vita e della storia.
Lavoro sorprendente fin dall’acquerello di copertina che comunica, con l’icona meravigliosa ed intensa di Padre Pio, la concentrazione spirituale di un volto ormai universalmente riconoscibile e di una mano in cui è nascosta la trafittura divina e sanguinante.
L’Autore illumina il protagonista di una delle più grandi ed inimitabili storie della bimillenaria santità cristiana, indicando il legame fortissimo con la tradizione, il linguaggio, la memoria, i maestri, il respiro profondo ed intenso di una religiosità penetrante le articolazioni antropologiche dell’ethos, allora non ancora svigorito, della civiltà contadina. Ed emergono i segni aspri e severi, drammatici e gioiosi di un’esperienza densa di fatiche e di durezze, di affetti familiari e di preghiera, attraversata dai dinamismi trascendenti del Mistero, che irrompe sublime e semplice nelle carni crocifisse e nel cuore ardente.
Con poderosa sapienza pedagogica, stratificata nei lunghi decenni della vicenda scolastica, il professore Montella sa cogliere tutte le modalità culturali e educative e i valori vivi della grande tradizione del mondo rurale sannita. In esso si costruisce con l’organica e viva appartenenza morale e religiosa, un’identità radicata nell’"humus" fervido della comunicazione "pucinara", impastata nel dialetto locale di memorie, di sensibilità e di orientamenti assiologici, rimasti costanti anche nella vicenda cinquantennale di San Giovanni Rotondo.
Dalla biografia di Padre Pio vengono raccolti episodi clamorosi, nei quali scorrono, con effervescenza narrativa, scherzi, battute umoristiche, spunti di ironia, sarcasmi, passaggi giocosi, attraversati tutti dall’intonazione singolare e gioiosa della conversazione pietrelcinese. Anche la religiosità incandescente di Padre Pio viene scrutata alle sorgenti della vita comunitaria, nelle manifestazioni culturali, nel ritmo ciclico delle festività, nella frequentazione della Chiesa, nella pratica continua della preghiera, del Rosario e delle "novene", nella reazione combattiva alla parola blasfema e alla battuta sconcia. Da questa tensione culturale e popolare, da questa fusione di orizzonti umani e spirituali proromperà la potenza incomparabile del Ministero Sacerdotale, centrato nella celebrazione della Santa Messa e nella dedizione assoluta alla Confessione.
Montella mostra come l’umanità di Padre Pio sia interamente incardinata nell’orizzonte comunitario, vissuto e rammemorato sempre con il realismo affettuosamente penetrante dell’approccio familiare e della corrispondenza anche emotiva ai drammi, alle vicende civili, alle risonanze di eventi che lo raggiungevano anche nel Convento. La "morgia", la "Madonnella nostra", sono luoghi centrali della nostalgia e dell’orgoglio paesano, della tradizione e della profezia, trasfigurati dal privilegio straordinario di manifestazioni inaudite, celesti e diaboliche. "Pietrelcina è tutta chiusa nel mio cuore" : è questo il segreto -e l’evidenza- di una comunione costitutiva, culturale, etica e religiosa mai corrosa dall’oblio o ferita dall’indifferenza, perché fonte inesauribile di sapienza popolare contadina, di sintonia spirituale, di amicizia e di benedizione.
"In sintesi -sottolinea con acutezza Carmine Montella- le virtù pietrelcinesi di Padre Pio sono allegria e serietà, generosità e onestà, tenacia e sacrificio, inventiva e operosità, cordialità e severità, nostalgia del passato, coinvolgimento nel presente, proiezione nel futuro".
Il rapporto Pietrelcina-Padre Pio attraversa il percorso dolorosissimo e traumatico della malattia e della prova, incrocia le contraddizioni estreme della "tentazione diabolica" e della "indegnità monacale".
Nell’analisi suggestiva di Montella il Paese diventa alternativo al Convento, segno carico di straordinaria intensità affettiva ma anche realtà e simbolo di esilio dal "sigillo del chiostro".
Pietrelcina: rimanervi per sempre è "volontà del Signore" o è "inganno diabolico".
L’Autore penetra nella "controversia", affronta i dubbi, i propositi, gli inviti, le indecisioni, le spinte che si annodano intorno al destino sacerdotale di Padre Pio costretto tra due autorità, tra due logiche, tra la richiesta dell’"esercizio del Ministero della confessione e l’impietoso e reiterato divieto.
"Per Padre Pio fu "vera fortuna" restarvi?- si interroga Carmine Montella. Ma Pietrelcina, pur lontana, resterà sempre nel cuore, nell’anima e nel nome di Padre Pio da Pietrelcina.
Gratitudine immensa a Carmine Montella: da bambino accompagnava il vecchio Zì Tore -don Salvatore Pannullo- ed ora, accompagnando la nostra meditazione esistenziale, risveglia il nostro sguardo su una presenza inaudita di Santità che, intimamente, ci appartiene e ci provoca con una sfida ineludibile di amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 8/5/2009)


La vita umana tra devastazione ed emergenza
L'etica del dono e della sobrietà

La terra ha tremato. Nell’epicentro dolorante del sisma: la furia della distruzione, la tragedia della morte, il tormento della paura e del pianto, lo strazio dell’abbandono. Ritornano inquieti i ricordi del 1962 e del 1980 a risvegliare compassione e pietà, ad aprire crepe dolorose nel cuore della Pasqua, ad innalzare croci nel destino del vivere e a pregare. Davanti alle immagini che scorrono cariche di tristezza, comunicando echi di preoccupazione e segnali di partecipazione e di solidarietà, crescono l’ansia e la sofferenza per l’emergenza drammatica degli sfollati, per il crollo delle prospettive produttive e occupazionali già scarse nei territori interni dell’Abruzzo e già indebolite dalle crescenti difficoltà globali dell’economia e della finanza. Ed ora il futuro si presenta più cupo e confuso, più denso di precarietà e di incertezza, per tante famiglie e per tanti giovani.
Si sono aperte ferite spaventose nel tessuto culturale, produttivo, commerciale, nel patrimonio storico, artistico, monumentale della costellazione comunitaria dell’Aquila e del suo territorio.
Alcune lacerazioni sono irrevocabili, ma altre possono essere risanate, ricostruendo presto le reti delle relazioni civili e dell’agibilità scolastica ed universitaria, della funzionalità sanitaria ed ospedaliera, del servizio religioso e sacramentale, delle articolazioni imprenditoriali e distributive, del recupero abitativo, delle risorse progettuali e intellettuali. Ha raggiunto obiettivi decisivi e importanti il primo, grande impulso del Volontariato, con centinaia di soccorritori che hanno scavato tra le macerie, tra la polvere di crolli immani e mura pericolanti, per raggiungere le vittime e i feriti sepolti. E’ pure visibilmente devastata, insieme alle tante Chiese della città e dei borghi vicini, la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, centro grandioso di fede, di culto, di arte; la tomba di Celestino V, il Papa del gran rifiuto, è sommersa dalle pietre; la grande Festa della Perdonanza, il 28 agosto, sarà celebrata purtroppo in altro modo e in un altro spazio.
Alla drammatica Via Crucis del terremoto è stata convocata dolorosamente l’intera comunità: con la sua vita, con la sua storia, con le sue risorse e con le sue debolezze, con i sogni e i destini personali e collettivi che, ora, hanno subito l’urto micidiale delle contraddizioni profonde.
Ma dopo il primo assalto dell’angoscia e della paura è necessario ed urgente ritrovare nell’anima del popolo colpito _ e tutti siamo colpiti per l’appartenenza alla comune condizione civile, culturale ed umana _ la forza della speranza che riconcili la sofferente vicenda esistenziale alla continuità della vita, del tempo e dell’impegno. Senza arrendersi! C’è bisogno certamente di un supplemento straordinario di slancio fraterno che risponda alle urgenze concrete, alle miserie incombenti, alla stretta delle malattie, della disoccupazione, della povertà. Il terremoto ha moltiplicato la portata, le dimensioni, le cause e gli effetti della crisi che ora può travolgere nella recessione la condizione vitale della realtà già vulnerata e sconvolta.
Allora bisogna riattivare l’"Etica del dono" che invita a condividere le gioie ed anche i dolori dell’esistere, che aiuta, soccorre, sostiene e promuove iniziative di bene e di amore per l’altro.
E’ prevalso, soprattutto negli ultimi anni, un costume segnato dall’"eccesso": nell’uso delle cose, delle risorse, dei beni e ci siamo lasciati travolgere da un dinamismo materialistico irresistibile che ha moltiplicato consumi non necessari, con stili di vita spregiudicati, con gesti di accumulazione sfrenata e di perverse speculazioni finanziarie. Il trionfo del superfluo ha sconvolto la cultura della sobrietà e l’ethos dell’austerità, che pure avevano retto per lungo tempo anche nella fase dello sviluppo e della modernizzazione del Paese.
La Civiltà dell’Occidente, modello vittorioso della globalizzazione planetaria, non ha più la misura, la "giusta misura" delle necessità del vissuto quotidiano e insegue la vanità e l’azzardo mediatico della logica inarrestabile della competizione anche nell’esibizione individuale del lusso, nella frenesia dello sperpero, nella smania del possesso.
Questa circostanza dolorosissima e drammatica del "sisma abruzzese" ci impone ora una riflessione severa sulla moralità personale e comunitaria, sulla identità umana e sulla dignità di tutte le creature, sulle condizioni della giustizia e dell’ingiustizia, sulla necessità essenziale della compassione quale criterio fondamentale di organizzazione della vicenda civile e politica della comunità umana.
E’ l’Etica del dono, visibilmente attuata nei giorni duri del disastro da un Volontariato straordinariamente pronto ed efficace, ad offrire il paradigma morale, culturale e civile di una terra che sia "famiglia di Dio".
"Ama il prossimo tuo come te stesso" è l’invito indimenticabile a cui, mentre esso risuona con più forza nella coscienza umana sorpresa dall’offesa mortale e distruttiva, è una esigenza radicale e sorgiva del cuore rispondere con le possibilità spirituali e materiali disponibili, travolgendo i muri della solitudine e dell’avarizia.
E’ giunto il momento di lasciarsi sopraffare dalla luce e dalla speranza che ci vengono da questa "regola d’oro" e che ci consentono di poter incontrare, con la potenza e la gioia della misericordia sulle strade infelici del mondo invase dall’indifferenza e dal tragico "senso del nulla", i nostri fratelli finiti preda della miseria, della malattia, della sventura.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 24/4/2009)


L'umanità nella crisi economica, finanziaria, politica e sociale
La sfida etica globale

Nessuno dubita più che sia entrata in crisi profonda e irreversibile la gestione finanziaria, economica e politica delle nazioni del mondo così come si è sviluppata dal secondo dopoguerra in poi.
L’avventura ipercapitalistica del trionfo del profitto "comunque" è finita, dopo la lunga deriva segnata dalla frantumazione del bene comune e dal tradimento morale della dignità della persona umana, nella catastrofe degli equilibri finanziari delle istituzioni bancarie, assicurative e industriali. E così, le grandi potenze statuali, che hanno sopportato per decenni che centinaia e centinaia di milioni di persone soffrissero sul pianeta la condizione orribile ed estrema della miseria, della fame e della morte, ora si ritrovano ad affrontare tra gravissime difficoltà i rischi crescenti della disoccupazione e della povertà per famiglie e lavoratori ai quali erano state garantite la sicurezza e la prosperità.
E’ la potenza degli USA, che ha dominato con il suo modello culturale, civile e di mercato, e la sua strategia politico-economico-militare il processo di sviluppo mondiale, ad essere sconvolta fino alle radici della sua consistenza egemonica e della sua organizzazione imperiale. Sono crollate, infatti, alcune delle fortezze finanziarie più importanti del sistema americano e mondiale, tremano le imprese più famose del mondo imprenditoriale e produttivo.
Il crollo nel 1989 del muro totalitario del collettivismo di stato, costruito sul materialismo ateo e liberticida, aveva offerto all’Occidente della ragione democratica e della libertà civile e religiosa l’opportunità epocale di aprire una nuova fase di rinnovamento culturale e di civilizzazione planetaria, impiantata sul paradigma universale dello sviluppo pacifico di tutti i popoli a partire da quelli più sofferenti ed emarginati del terzo mondo. Invece s’intensificò la dinamica trionfalistica del dominio finanziario, con la sfrenatezza di speculazioni senza limiti e senza controlli, con l’accumulazione sconfinata di ricchezze e di poteri, con l’incitamento del costume individuale e familiare a un consumismo frenetico promosso a meccanismo centrale della crescita del prodotto interno. Così la logica del materialismo edonistico e libertario ha finito per impossessarsi della prassi, dell’etica e della politica di tutto l’Occidente e di tutta la terra. Il mercato delle merci, del denaro, degli individui, degli stili di vita, delle informazioni, delle regole, dei destini individuali e di gruppo è finito nelle mani dei protagonisti irresponsabili della finanza, delle società anonime, dei grandi manovratori delle borse, degli sfruttatori internazionali delle risorse territoriali degli ultimi, dei fomentatori di soprusi e di guerre, dei negatori dei diritti umani primari, dei tiranni di ogni risma, organizzatori di violenze, di eccidi e di stragi.
Eppure, in questo marasma, l’"Europa dei Grandi" non ha voluto riconoscere e ritrovare alla radice storica della sua stessa identità millenaria i valori, le dimensioni e i percorsi della sua missione politica e culturale, sia per i popoli unificati nell’orizzonte comunitario, sia per le genti del pianeta desiderose di accogliere le categorie teoriche e pratiche dell’interdipendenza, della solidarietà e della giustizia.
L’ottimismo, a cui pur si appella la direzione della politica economica internazionale con la speranza di uscire fuori dalle enormi difficoltà del presente, diventa solo astrazione ideologica e tattica di rallentamento e di contenimento provvisorio della crisi, se non si orienta radicalmente il percorso della storia con la "bussola", ora smarrita, della "prossimità" di tutte le persone e le famiglie che piangono e soffrono, negli scenari dell’ingiustizia e dello sfruttamento.
Allora bisogna prendere atto che la devastazione economica e finanziaria è la manifestazione drammatica di una crisi, anch’essa evidente e concreta, delle strutture morali e spirituali che reggono la condizione civile, culturale e politica del complesso divenire dell’umanità. Nascondere la causalità etica e religiosa della crisi globale è una colpa gravissima dell’intelligenza che orienta e governa i dinamismi mediatici, informativi e decisionali: gravissima perché induce al suicidio la stessa soggettività storico-politica del pianeta.
Nel percorso di mondializzazione è ormai urgente e necessario ricondurre i meccanismi produttivi, commerciali e finanziari dentro la gerarchia dei valori umani, dentro l’ordine dell’etica della sussidiarietà e della solidarietà, dentro il principio del bene comune, dentro la regolazione dei flussi di ricchezza finalizzati, innanzitutto, al diritto alla vita, alla libertà e alla interdipendenza delle persone e dei popoli. Invece si stanno pericolosamente moltiplicando le spinte protezionistiche, si infittiscono le paure della recessione incombente, si chiudono di fatto i canali delle già avare politiche di aiuto ai paesi poveri. Se ora diventa urgente un nuovo, esigente, severo codice amministrativo dei comportamenti finanziari in campo internazionale, è ancora più urgente e necessario un "patto etico" che ridefinisca i grandi impegni politici, etici e giuridici delle Nazioni Unite e che vincoli tutti gli Stati della terra al rispetto e all’attuazione del principio fondamentale della "Dignità della Persona" di ciascun uomo e di tutti gli uomini. Certamente, mentre infuria ancora l’ondata minacciosa del relativismo etico e non si arresta la spinta del nichilismo gaudente e libertino, non sarà semplice riguadagnare la spiritualità e gli ideali dei Padri fondatori delle democrazie dell’Occidente europeo ed americano. Ma se la politica non si misura subito con questa straordinaria "sfida etica" e con la sua orientazione di fede, di speranza e di amore, sarà equivoca e fragile ogni azione di soluzione della crisi economica e finanziaria.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 10/4/2009)


L'Amore e le nuove generazioni. Il Papa, l'Africa e l'Aids

Tutti i problemi sono problemi di amore!
Perché la vita, la famiglia, la storia dell’umanità, l’esistenza personale sono interamente intessute di amore, di desiderio e di volontà di essere amati e di amare. L’uomo, "immagine e somiglianza" di DIO AMORE è un "dinamismo di eros", che motiva e realizza la sua presenza cognitiva, affettiva e relazionale sempre in un processo fondamentalmente animato dall’amore.
Per questo l’autocomprensione etica, culturale, religiosa della sessualità è decisiva nel definire e decidere la propria collocazione personale in rapporto al mondo della vita, alla relazione maschio-femmina, alla fondazione sacramentale del nucleo familiare, alla responsabilità coniugale e genitoriale, alla strategia educativa affidata soprattutto alla testimonianza e al livello dell’esemplarità morale e civile.
In questa fase complessa e drammatica della civiltà occidentale e planetaria la "questione dell’Amore" -attraversando i territori dell’istinto e della rivoluzione sessuale, dei movimenti culturali e politici del femminismo e della società dei consumi e dello spettacolo, della rappresentazione pubblicitaria e della comunicazione di massa, dell’informazione elettronica e interattiva- interroga radicalmente la coscienza personale e attiva le sconvolgenti sfide alle tradizioni etiche, al costume morale, alle antropologie teologiche e filosofiche, alla regolazione stessa della procreazione, alle leggi organizzative della famiglia e della comunità.
Le nuove generazioni avvertono di essere introdotte in un orizzonte storico fortemente variabile in cui le coordinate etico-morali sono agitate da una sorprendente relatività culturale, ora vissuta nel fascino ludico dell’effimero ora nella tragica seduzione del nulla.
In questo scenario sono evidenti e drammatiche le dissonanze morali ed etiche tra le indicazioni del Magistero teologico, pastorale e disciplinare della Chiesa cattolica e la convulsa prassi libertaria che dà spazio a tutte le esperienze e a tutte le pratiche che la "tradizione" ha definito e collocato nell’ambito della "concupiscenza" e nei percorsi della contraccezione, della prostituzione, dell’aborto.
Ora sembrano crollare anche le "differenze naturali" della sessualità, per cui la soglia della dualità sessuale tra corpo maschile e femminile si stempera in una "incertezza identitaria" e in una confusione etica, che la "regia mediatica" del disordine antropologico tende a proclamare come estrema conquista della liberazione umana e della rivoluzione sessuale.
La presa del relativismo etico sulle nuove generazioni è fortemente invasiva: l’idolatria della ragione, della carne e del denaro, coltivata con la frenesia individualistica del successo e del piacere e con la pretesa e la legittimazione della libertà, ha imprigionato la condizione umana e l’"infinito" della sua "capacità d’amare" nel labirinto notturno della impudicizia animalesca e delle voglie violente della carne.
C’è una "sessualizzazione" della società, che ormai invade il costume anche dei preadolescenti.
E nulla vale a contenerla: né l’educazione sessuale né la contraccezione né la distribuzione di preservativi. Anzi queste strategie ne diffondono ineluttabilmente la percezione e la pratica. Guai allora a chi osa contrastare lo scandalo planetario della cultura, dell’industria e dell’etica libertaria della sessualità.
Contro Benedetto XVI, che ha parlato della inutilità della "strategia del preservativo" nella lotta contro l’Aids in Africa, si è scatenata la guerra mediatica delle diplomazie saccenti e delle burocrazie insipienti dell’Europa e del FMI che presumono di difendere la vita con l’affermazione coatta del sesso dei nascituri, con la selezione eugenetica, con la riproduzione artificiale, con l’eutanasia, con la ingegneria biologica e genetica.
La disponibilità dei profilattici favorisce la spinta alla promiscuità sessuale di massa, afferma il coraggioso Direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, nel segnalare che il "vettore di contagio ancora di gran lunga più potente è il sesso promiscuo tra i maschi".
Ora i pastori del "laicismo etico", arroganti maestri della "qualità della vita", dal vertice dei poteri finanziari, economici e politici dell’Occidente, pretendono di dover indicare all’Africa e al mondo intero la logica nefasta e perversa del neopaganesimo contemporaneo centrato su un trionfale pansessualismo come percorso per battere la "sindrome da immunodeficienza acquisita".
La salvezza della Civiltà è invece ancora una volta affidata alla "pedagogia dell’Amore" che collega l’energia creativa dell’eros alla relazione carica di affetto e di rispetto per la dignità umana nell’esperienza coniugale della famiglia e nella prassi fraterna della comunità umana.
E’ questa l’essenza pastorale, ineludibile e forte, della sfida teologica e della risposta realistica e razionale di Benedetto XVI alla follia e all’insipienza che assediano la coscienza e attraversano il costume dell’infelice umanità contemporanea.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 27/3/2009)


A San Bartolomeo in Galdo "Festa dell'arte e della santità"
Anna Maria Margione incontra Padre Pio da Pietrelcina

Nel cuore del Fortore, dove Anna Maria Margiore vive l’esperienza familiare, culturale ed artistica con la splendida sensibilità della donna e il genio della pittrice, è forte e coinvolgente la presenza del Santo di Pietrelcina ed è continuo, pressante l’invito che raggiunge la comunità fortorina dal non lontano Gargano. Perché è profondo il desiderio popolare di incontrare Padre Pio.
Anna Maria Margiore aveva sentito da tempo l’urgenza e la necessità dell’anima di comunicare e di condividere la gioia della relazione di affetto per Padre Pio: esprimere, con l’ispirazione dei colori e dei segni, con l’ansia della bellezza e della contemplazione, l’identità santa e il suo manifestarsi potente e sorprendente nella vicenda umana della sofferenza e del perdono, della solidarietà e della preghiera, del conforto e del sollievo.
Ella aveva già raccontato, a metà degli anni novanta, con "l’ingenua poesia" di luminosi acquerelli, le sequenze di una vita, anch’essa santa e benedetta, che aveva animato agli inizi del II millennio, nel segno di Cristo, la civilizzazione delle terre del Fortore sannita e molisano: San Giovanni Eremita da Tufara.
Fiorangelo Morrone, straordinario e indimenticabile studioso baselicese, innamorato delle memorie antiche e sacre delle nostre realtà civili ed ecclesiali, aveva rintracciato e tradotto la "Legenda" scritta dai successori del Santo Eremita, fondatore del cenobio di Santa Maria del Gualdo in Mazzocca. Anna Maria Margiore raccolse e trasfigurò nel suo cuore la storia dell’Eremita e nacquero, così, i "Fioretti del Beato Giovanni Eremita da Tufara": ventiquattro bozzetti delicati e preziosi, posti al centro di una generosa iniziativa didattica, culturale, civile ed ecclesiale, finalizzata a ravvivare l’antica devozione popolare e a suscitare la proclamazione del Santo di Mazzocca a protettore delle genti insediate all’incrocio del territorio sannita, pugliese e molisano.
Questa struggente e dolcissima esperienza della memoria, dell’arte e dell’amore ora si congiunge a quella sul Santo stigmatizzato: legare due presenze mirabili di santità, l’una all’inizio e l’altra al termine del secondo millennio, per abbracciare insieme, nel dramma della storia e della salvezza, il percorso millenario della nostra gente, per consegnare i segni della santità alle nuove generazioni sorprese da scommesse difficili e rischiose, per indicare alla coscienza inquieta il segreto e il mistero della loro testimonianza umile e grande, semplice e straordinaria.
Le trenta tavole di Anna Maria Margiore raccontano trenta momenti mirabili e sublimi dell’esistenza crocifissa di Padre Pio. E’ un album biografico che richiama lo sguardo sul percorso -un vero pellegrinaggio- la vicenda umana e mistica del più grande Santo del XX secolo per l’identificazione con il Martire del Golgota, di cui per cinquant’anni ha portato i segni trafiggenti di sofferenza e di sangue. Anna Maria Margiore si concentra su alcune linee narrative ed evoca il dramma intenso e affascinante di Padre Pio, ne scopre la profonda vitalità umano-divina, e affida l’universale messaggio-testimonianza di dolore e di amore alla semplicità delicata e alla trasparente purezza di cromatismi figurativi di luminosa tenerezza stilistica.
E’ dominante e perfetta per forza espressiva e simbolica l’immagine potente della immedesimazione Gesù-Padre Pio, con l’evidenza sanguigna delle stigmate davanti alla sfolgorante presenza trionfatrice della Croce gloriosa generatrice di intensissima Luce.
E certamente l’intelligenza estetica e spirituale dell’Autrice ha voluto, anche nel lavoro redazionale, richiamarci alla centralità storica e teologica del Martirio del nostro Santo, replicando in trasparenza la figurazione della identificazione redimente sul conciso testo narrativo selezionato dai "Miracoli di Padre Pio" di Renzo Allegri.
"Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me": è il tema di questa comunicazione artistica vivida e profondissima che trasmette, nel cuore di questa quaresima, un invito alla penitenza, alla preghiera e alla solidarietà, e ci avvicina di più all’intimità di questo nostro caro Padre che ammiriamo ed amiamo, ma che non sappiamo imitare.
Anna Maria Margiore ha ritratto un mondo attraversato dal dolore e dal male, ma non abbandonato alla paura, all’angoscia e alla disperazione; ha rappresentato anche la radicalità della perversione demoniaca, ma anche la capacità e il coraggio della lotta; ha indicato episodi e circostanze di morte, dove, però, sempre irrompe la Grazia del perdono e della resurrezione. Perché Padre Pio -alter Christus- donandosi al dolore, ha risvegliato le anime al pentimento e generato nei cuori la potenza inesauribile dell’amore.
Nell’introduzione alla pregevole antologia pittorica di Anna Maria Margiore, Don Franco Iampietro ha scritto: "Queste tavole fanno giustizia di tante ricostruzioni complesse, artificiose e inverosimilmente problematiche…"
Allora grazie anche per questo all’Artista che consegna al nostro cuore e al nostro sguardo e alla nostra intelligenza, tormentati e spesso trafitti dalla menzogna, dalle idolatrie e dalle brutture di questo presente, il Volto vero, bello e buono di Padre Pio da Pietrelcina.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 13/3/2009)


Il Silenzio e il Mistero di Eluana. Morire per fame e per sete d'Amore!

E’ ancora nell’anima il volto, gioioso ed insieme sgomento, di Terri Schindler Schiavo.
Ora si è aggiunta altra angoscia, e l’orrore. Con un decreto ingiusto e incivile, che scardina la fondazione del patto costituzionale, Eluana Englaro è stata condannata, infine, a morire tragicamente di fame e di sete.
Ha vinto la paura! Ha vinto il rigore della commiserazione sulla compassione e la pietas.
La logica perversa ed atroce dell’eutanasia, con la giustificazione dell’ideologia nichilista e insipiente della "morte liberatrice", ha ucciso la presenza vivente di una persona innocente e indifesa, da diciassette anni accolta, nutrita, custodita, amata (come altre migliaia di persone in condizione simile) dalla volontà inesausta della solidarietà e della cura, dal desiderio tenerissimo di sostenere un essere sofferente.
Per una parte della cultura, della politica, della civiltà giuridica e medica del nostro Paese l’esistenza umana non è più un "fine intangibile e inviolabile", ma, ridotta a materiale biologico, deve essere selezionata con i crudeli parametri dell’egoismo eugenetico ed infine "dolcemente" eliminata.
Il Diritto alla Vita -principio fondativo dell’etica, della legalità,della politica, della stessa religiosità- non è più riconosciuto nella sua assolutezza e nella sua sacralità agli inizi del III millennio.
L’Amore per la Vita non è più accolto e condiviso nell’esperienza democratica dell’Occidente avvelenata dalla "cultura della morte", che era stata generata mostruosamente, nel cuore tragico del novecento, dalle storie micidiali e feroci del comunismo e del nazismo.
Da Lenin ad Obama il "germoglio nascente" dei figli dell’uomo è sempre più offerto in olocausto all’idolatria necrofila della modernità. E, così, con l’aborto di massa e con il moltiplicarsi delle manipolazioni e delle sperimentazioni tecnico-scientifiche ,"dell’essere e del suo mistero non è più nulla".
Ora l’attacco di morte, con un ulteriore scempio dell’umano, è diretto alla vita terminale, all’esistenza in condizione di emergenza. E’ ormai la Civiltà planetaria -finita dentro la logica del dominio e della mercificazione- ad abbandonare all’esclusione e all’annientamento le posizioni più deboli e sofferenti della società contemporanea. Ed eccoci, infine, nel Paese protagonista della moratoria universale della pena di morte, alla fase tristissima ed amara della legalizzazione delle procedure assassine brutalmente assegnate ai seguaci d’Ippocrate.
Dietro questa vicenda dolorosissima -è il padre di Eluana ad aver attivato il percorso mortale- c’è la tragica dittatura della "cultura relativistica" che riduce prima la persona a "corpo", poi svilisce il "corpo" quando non è più "in forma" e, in ultimo, lo priva del respiro vitale in nome della pietà.
Ma chi è Eluana? qual è la sua verità, la sua dignità, il suo destino? Era veramente "morta da 17 anni"?
Le suore di Lecco, che da quindici anni l’hanno assistita fino a pochi giorni fa, sanno la risposta: l’Amore, il mistero della Vita è l’Amore.
Allora chi è Eluana? un "io" amato, amante e degno di essere amato: a trentotto anni è una donna che "apre gli occhi di giorno e li chiude di notte, respira benissimo e da sola, il suo cuore è tenace e forte, non è attaccata a nessuna macchina, non ha piaghe da decubito, ha il normale ciclo mestruale, non ha malattie, non subisce accanimento terapeutico, viene aiutata nell’alimentazione e non è in coma".
Eluana -"un bene in sé", vita inviolabile "dal concepimento fino alla conclusione naturale"- è stata strappata alla misura accogliente dell’amore, alla tradizione affettuosa delle cure quotidiane, all’ospitalità generosa della famiglia delle Misericordine e, attraversando la rumorosa e inquietante campagna mediatica, è finita nello spazio gelido e minaccioso dove è stato organizzato il tormento dell’agonia con protocolli programmati dalla vigile sensibilità del magistrato.
Quando Eluana avrà interrogato con i suoi intensi occhi neri i "volontari della morte": "Perché?" (Warum) le sarà stato risposto come a Primo Levi: "Qui non c’è perché" (Hier ist kein warum).
Non c’è mai risposta nel territorio dell’ingiustizia e dell’empietà. Ed anche nella post-modernità illuminata dalla ragione scientista si può essere condannati ed uccisi in nome della " scienza del diritto" e della "scienza medica" che, una volta, avevano come paradigma e scopo "la difesa della vita", la cura della vita".
Che si può opporre ora all’infamia? Non solo l’indignazione profonda, viscerale, indicibile, dell’anima angosciata e dolente. Soprattutto la preghiera al Dio Santissimo della Vita e dell’Amore, perché illumini la coscienza e indirizzi la responsabilità politica e morale degli uomini a restaurare le ragioni della Vita e dell’Amore e il senso fondamentale dell’essere. La vita si difende -sempre- solo con l’esercizio della Carità che affronta il dolore e l’agonia degli umani in modo umano e divino.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 27/2/2009)


Pinuccio Perugini: la passione e la ricerca dell'immortalità

Quando, senza possibilità di riprenderla, s’interrompe la relazione umana, della familiarità, dell’amicizia, dell’amore, un desiderio insopprimibile d’immortalità invade il cuore sgomento, ferito dall’assenza. E allora la memoria o si chiude intimidita e frastornata o si scatena in una ricerca dolorosa e gioiosa insieme, a raccogliere e a ricomporre eventi, circostanze, occasioni di un incontro, il filo di una conversazione…
Quasi a voler trionfare sul tempo che, invece, invincibile, separa i nostri terreni percorsi per affidarli in momenti diversi alla custodia comune dell’eternità.
Ancora sento nel cuore le vibrazioni gioiose dell’ultimo incontro, quando con la consueta, calda intonazione oratoria, nel presentare, a Cervinara, "Maestri e Sentinelle - Cento profili di Preti beneventani" di Mons. Pasquale Maria Mainolfi, sembrava che Pinuccio Perugini volesse congedarsi dagli scenari dell’effimero volgersi delle cose e delle opinioni, frequentati con intensità per decenni, per concentrarsi nell’orizzonte del Mistero abitato dall’anima e dall’immortalità.
Segno di un compimento, sigillo a una storia umanissima, singolare e irripetibile. Che è stata attraversata e invasa completamente dall’esperienza della politica, dalla fatica, dai contrasti, dalle responsabilità e dal fascino della politica.
La politica per Pinuccio è stata categoria fondamentale dell’intelligenza, dimensione essenziale delle analisi, delle scelte, delle decisioni e dell’agire dentro il convulso dinamismo della vicenda civile.
Questa condizione intellettuale ed operativa, forte e istintiva, ha sempre consentito a lui, più che ad altri che pure ne hanno condiviso, accompagnato o contrastato il percorso, di ragionare con lucidità e di misurare lo svolgersi degli eventi, di valutare le conseguenze di una decisione, il valore di un’opinione, l’affidabilità di un impegno. Riusciva a scavare anche nelle zone ambigue ed oscure dei rapporti politici che l’intreccio e l’intrigo potevano coprire allo sguardo ingenuo e scopriva il gioco e la doppiezza ora con ironia, ora con sarcasmo, sempre con divertita consapevolezza.
Ma non era fredda la sua razionalità! Era carica di una vitalità irruente che si muoveva con irriducibile capacità di tenuta, governando ed attivando perfettamente il calcolo algebrico del consenso e del dissenso, delle amicizie e delle inimicizie. Pinuccio viveva con il "cuore" il farsi della politica e, perciò, era latente l’inquietudine per la fragilità delle egemonie, per la consistenza di un leader, per la durata di un’alleanza e di un equilibrio amministrativo. Coglieva, infatti con amarezza, l’incrinarsi della stagione democristiana, pur continuando ad affidarsi con ottimismo al suo primato irriducibile. Ne aveva da tempo l’afflizione nel cuore, già da quando, crollata la leadership di Fiorentino Sullo, ne manifestava il rimpianto con la ricorrente comparazione di quel modello -divenuto "mito" per lui e gli amici di quel tempo- ai più deboli schemi dell’attività politica successiva. Ma il suo protagonismo combattivo ed esuberante, radicato nella fede politica, non veniva svigorito dall’alternarsi della vittoria e della sconfitta. Sembrava, anzi, alimentarsi nell’incendio dell’antagonismo e rafforzarsi anche nei tempi delle smentite e delle delusioni: mobilitando continuamente energie, disponibilità, attenzioni, rapporti, e scommettendo soprattutto su se stesso, sul suo io formidabile e generoso.
Anche nell’impegno sorprendente e imprevedibile del giornalismo sannita, con notazioni vivacissime ed acute, con incursioni appassionate e coraggiose, con stile elegante, impaziente e solenne. Ed, infine, nel mostrare nelle suggestive narrazioni, tutte autobiografiche, il suo mondo, costituito ed esaltato nel lungo, poderoso percorso di una vita, l’intelligenza, allontanandosi dalle asprezze e dalla tempesta dell’agire, veniva sempre più a rintracciare nel cuore le radici, le memorie, le tradizioni, i miti, le esperienze e i drammi della storia sua e del suo paese. Dall’impasto terragno, magico e popolare scattano immagini ed emozioni di spettacolare e drammatizzante appartenenza, evocatrici del Sannio antiromano, della Pondelandolfo medievale e magica prima, antipiemontese ed antiunitaria poi e perciò aggredita e violata.
Ed emerge la verità di una partecipazione intensa, intima, indistruttibile al luogo poetico e spirituale della memoria e del destino che si fonde all’immagine cara, dolente e trionfale di Waterbury. E in queste ultime testimonianze narrative si scioglie la centralità del paradigma della politica e diventano impetuosamente decisivi altri protagonisti: la mamma amatissima, San Donato protettore della comunità; diventano essenziali altre finalità: gli orizzonti della Vita oltre il tempo ed il pianto.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 30/1/2009)


Giuseppe Di Gioia un Intellettuale italo-americano
e la crisi del Capitalismo speculativo degli USA

La crisi mondiale, che inquieta e preoccupa per lo sbandamento dell’economia globalizzata tutti i governi e i popoli della terra, non è un evento imprevisto e inatteso.
Nel leggere "La proposta utopica nel pensiero politico-economico di Giuseppe di Gioia", presentata dal preside Vittorio Barbieri e pubblicata nell’Annuario dell’Associazione Storica del Medio Volturno, si rimane sorpresi dall’analisi acutissima della realtà americana e del sistema politico e capitalistico, dalla seconda guerra mondiale, sempre più al centro dei processi storico-economici del pianeta.
Giuseppe Di Gioia (1900-1982), di Amorosi, emigrò negli USA il 1924, quando, giovane socialista, decise di sottrarsi al crescente dominio del fascismo. Studioso di Scienze politiche ed economiche ha svolto un’incessante attività di scrittore. Sono inseriti nel pregevole ed essenziale lavoro di Barbieri sei scritti, pubblicati dal 1971 al 1977 su "Critica sociale", rivista fondata da Filippo Turati, promotore del socialismo italiano, e la prefazione a "Lo Stato amministrativo" del 1965.
Dagli scritti del Di Gioia emergono la linea dell’analisi critica della politica economica e la indicazione -"utopica" la definisce Barbieri- di una proposta che prevede l’abolizione dello Stato politico "con un nuovo ed efficace strumento direttivo:lo Stato Amministrativo".
Il capitalismo del "deficit" e della speculazione diventa l’obiettivo continuo dell’attacco duro ed aggressivo di Di Gioia. E il giudizio sulla politica economica di Nixon, a distanza di oltre trent’anni, sembra attuale e sconcertante per la descrizione sociologica delle contraddizioni interne al capitalismo americano, per l’esame attento dei meccanismi finanziari che sorreggono l’elefantiasi del funzionamento del Governo federale e degli Stati, per gli spazi enormi concessi all’avidità dei profittatori e dei ricchi, per le ferite sempre più aperte nella tenuta etica del Paese.
In questi scritti l’altissima competenza tecnica nel leggere i fenomeni politici, economici, finanziari non è mai fredda e professorale; è sempre animata da una passione civile profonda, da un’accorata attenzione alle posizioni sociali più deboli e sofferenti; è sempre rivolta al sogno di una società più giusta, pacifica e felice, quella descritta dalla Costituzione americana.
"Lo Stato politico, in declino, ha percorso la sua ingloriosa parabola ed è destinato a perire": Di Gioia vede non lontano il collasso della statualità politica eretta sull’arroganza dei partiti, sull’insolenza delle oligarchie, sull’inflazione irrefrenabile, sulla follia della speculazione finanziaria, sugli sperperi della finanza pubblica.
E questo scenario di crisi e di disfacimento è annunciato già nei primi anni sessanta quando trionfava l’american way of life come sogno, modello e promessa di bene per tutti gli abitanti della terra.
Nello Stato Amministrativo -testo che è augurabile pubblicare in Italia- Di Gioia esprime una speranza fortissima nell’evoluzione veramente democratica degli Stati Uniti: "…lo Stato Amministrativo fatalmente verrà"!
Ma verrà quando una Riforma radicale priverà finalmente il Governo Federale della sua alterazione costitutiva, della sua intrinseca patologia: l’essere diventato "locusta divoratrice", "piovra dissanguatrice", "impresa colossale", per avere la politica ceduto alla menzogna e alla mistificazione.
Ma il processo storico contemporaneo non sembra presentare i segni positivi del ribaltamento strutturale della politica, anzi gli scenari dell’economia segnalano che alle sfide profonde della civiltà globale mancano risposte all’altezza di quelle sognate da Di Gioia.
Eppure anche se contraddetta dalla complessità degli avvenimenti, dal tumulto crescente e confuso degli interessi, dalle bramosie del successo e del potere, dalla strage continua degli innocenti e dei poveri, la speranza italo-americana di Di Gioia resta segno generoso di una nuova civiltà del bene e della felicità.
Guai a noi se, nel tramonto delle certezze mondane che il sistema socio-economico in crisi non sembra più mantenere, venisse a mancare la speranza dal volto della terra.
Ed è la speranza di immortalità che Giuseppe Di Gioa nel profondo del cuore nutre con inaudita tenerezza e rivela in una lirica, Ricordo di mia madre, con versi stupendi e toccanti.
Grazie a Vittorio Barbieri possiamo registrare tra i protagonisti della nostra storia la figura di questo umanissimo fervido intellettuale, sorta dalle nostre radici umane, culturali e spirituali, che da Amorosi a New York ha offerto una forte e indimenticabile testimonianza di vita, di cultura e di speranza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 16/1/2009)

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