"Indagine
su Gesù" di Antonio Socci. Come uscire dalla "cultura della
cecità"
Antonio Gramsci e Santa Teresa del Bambin Gesù
Scuola e Antiscuola. Maestra unica, Voto di condotta, Tempo
pieno
La crisi economica e l'emergenza educativa, culturale ed etica
La sfida morale pedagogica politica di Luigi Bocchino Sindaco
di Apice
La crisi delle potenze finanziarie e il crac della "Modernità"
La fedeltà alla vita nella "Memoria del cuore" di Giuseppe Perugini
Aiutare a vivere sempre!
Le vacanze, la fame e la solidarietà
Padre Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia
Il malato, il carnefice e Padre Pio
La sfida del Federalismo e le speranze del Mezzogiorno
L'invito di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Una preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza
eroica di Santità
Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano
Gratitudine a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"
La Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe
Di Marzo
Benedetto XVI e la "laicità" ferita
La Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli
dell'Uomo
Indagine
su Gesù di Antonio Socci
Come uscire dalla "cultura
della cecità"
Vedere ed
ascoltare Gesù di Nazareth è vedere ed ascoltare Dio?
Accogliere lautenticità della creaturalità storica
di Gesù Cristo e, insieme, il Mistero infinito da cui sorge: questo
è il dono che Antonio Socci ci affida, in prossimità del
Natale, per risvegliare la coscienza inquieta ed avvilita dei credenti
e dei non credenti, per accendere il desiderio di avvicinare in profondità
la storia sconvolgente del Figlio dellUomo. Perché non si
può vivere senza fare i conti con Lui, senza confrontare la nostra
esperienza e il nostro destino con lintelligenza e il senso della
vita e del mondo che la Sua testimonianza inaudita di Amore ha offerto
per sempre alla vicenda degli uomini.
Il Figlio della Vergine Maria è il Figlio del Dio vivente? E
"alfa e omega" del tempo e delleternità?
"Indagine su Gesù" era atteso. Era necessario ed urgente
riaprire lorizzonte della comunicazione e della cultura, asfissiato
dalle mille "esercitazioni della ragione" che pretende di chiudere
i percorsi della "verità tuttintera" con lorgoglio
dellaautosufficienza.
Socci ha già fatto vedere, sentire, afferrare lesperienza
sorprendente di Medjugorje, di Fatima, di Padre Pio, penetrando nel segreto
degli eventi, travalicando riduzionismi razionalistici e rappresentazioni
gelide e banali per rintracciare la vitalità essenziale dellAmore,
con luci penetranti nella notte del mondo, con sguardi sottratti allangoscia
della "cultura della cecità".
Pur devastata di sconfinate insipienze e da miserabili apostasie, anche
la storia contemporanea è storia sacra e santa.
Si può, allora, negare e rinnegare Gesù, senza negare e
rinnegare la realtà e la verità della storia?
Come non credere alle profezie e allattesa della Sua venuta annunciata
da secoli?
Come non credere alle opere da Lui compiute, alla Sua Morte e alla Sua
Resurrezione?
Come non credere alle lacrime, al sangue, ai vortici di sole, alle guarigioni,
alle stigmate, alle profezie, agli avvertimenti, ai tanti segni che, da
Paray-le Monial a Rue de Bac, da Lourdes a Medjugorje, continuano ad illuminare
lintelligenza degli uomini di buona volontà?
"Le tracce di Gesù vivo dunque sono certe e tangibili",
afferma Socci e risponde con fervida energia argomentativa e con generosa
densità storico-culturale alla vasta operazione di gelida rimozione
che, da secoli, ed oggi con insistente perfidia, tenta di cancellare le
orme e la presenza di Cristo dalla vita e dalla storia. Nel testo è
presente una fulminante citazione di Bruce Marshall che veramente sembra
definire la condizione superficiale e drammatica del nostro presente:
"Oggi la gente vive nel benessere senza gioia. In fondo a una lunga
sfilata di bollette della luce, del telefono e del gas, non intravede
altro che il conto delle Onoranze funebri".
Socci presenta Gesù -"il più bello tra i figli delluomo"-
e Lo avvicina ai nostri occhi stupiti, Ne fa sentire la Voce al nostro
udito sorpreso.
E la lettura di questa narrazione vivida e vigorosamente apologetica ci
fa condividere completamente il giudizio entusiasta del grande Fëdor
Dostoevskij: "Non cè nulla di più bello, di più
profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più
perfetto di Cristo" e "non solo non cè, ma non
può esserci".
E vengono raccolte scintille preziose di pensieri nati in cuori anche
non credenti, da Nietzsche a Rousseau, da Marx a Kafka, a Camus,
Ed entrano nella ricerca i grandi testimoni della fede e della santità
con le loro domande su Gesù, dai teologi ai rabbini, ai filosofi,
ai poeti, da Agostino a Pascal, a Padre Pio, fino a Ratzinger.
E veramente suggestiva e sconvolgente la parte centrale del lavoro
di Socci con la indicazione delle profezie che attraversano, da Genesi
in poi, tutto il Vecchio Testamento e che per un millennio e mezzo annunciano
lirruzione nella storia degli uomini di un misterioso inviato di
Dio. Dalle profezie emergono il volto, la figura, gli eventi, i tempi,
la genealogia, i luoghi, le opere, il Martirio del Cristo con una corrispondenza
straordinaria e sicura, e la conferma dei Vangeli.
Bisogna essere grati ad Antonio Socci: il Volto di Gesù si manifesta
nella pienezza splendente della Sua eterna Bellezza e il Suo Sguardo e
la Sua Voce cercano ancora luomo contemporaneo, affaticato ed oppresso,
per convocarlo a un incontro di Amore e di Perdono.
Socci ci ricorda, infine, un augurio, tenerissimo e carico di speranza,
di George Bernanos: "Verrà il giorno in cui gli uomini non
potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere".
E questo lavoro di Socci affretta sicuramente il giorno meraviglioso del
pianto, quando luomo potrà vedere ed ascoltare con gioia
il Cristo che viene a visitare la terra.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.22/ del 19/12/2008)
Antonio
Gramsci e Santa Teresa del Bambin Gesù
Si è convertito? Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista e dell"Unità",
incarcerato nel 1926 dal regime fascista, muore nel 1937, il pomeriggio
del 27 aprile, a soli 46 anni. Nella stanza della clinica "Quisisana"
cè limmagine di Santa Teresa di Lisieux morta a 24
anni nel 1887, dottore della Chiesa e, come lei stessa si proclamò,
"sorella degli atei". Sul letto di morte Antonio Gramsci ha
baciato la bella immagine della giovane carmelitana! Il suo sguardo doloroso
si era posato, talvolta, sul Tabernacolo intravisto dal corridoio nella
cappella della clinica!
Ha baciato con segni di commozione il Bambino Gesù avvicinato alle
sue labbra dalla premura delle Suore che lo assistono!
Queste notizie, confermate da fonte autorevole, il Vescovo Luigi De Magistris,
hanno creato sorpresa e sconcerto, meraviglia e scandalo. Alcuni intellettuali,
eredi del pensiero marxista e della tradizione comunista che hanno attraversato "indenni" le macerie del "crollo del muro" dell
89, dichiarano uno scetticismo che nega non solo la storicità
dellavvenimento, ma esclude la stessa possibilità.
E questo conferma quanto le posizioni ideologiche, arrogantemente razionalistiche,
rendano difficile la percezione di realtà cariche di significati
trascendenti che rivelano la presenza del mistero e la prospettiva della
speranza eterna. Eppure sono tantissime le esperienze, anche nel XX secolo,
di irruzione della fede nellorizzonte della coscienza, di incontri
sorprendenti con il Volto di Cristo, dellimprovviso accendersi di
attese, di cambiamenti e di resurrezione, di illuminazione dellintelligenza
provata dal dramma del dolore e della persecuzione.
"Bisognerebbe fare qualcosa für ewig", per sempre, "occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che
mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore" : aveva scritto
dieci anni prima della fine.
Questa tensione per leternità non si era probabilmente rinchiusa
nella stretta storico-umanistica della visione totalizzante del marxismo,
non era rimasta saldata alle polarità esclusive della "direzione
politica" e della "direzione culturale" del reale storico-sociale
e, pur non rendendosi visibile nella comunicazione pubblica delle "Lettere"
e dei "Quaderni", segnava in profondità unanima
esigente una condizione universale e totale di giustizia e di libertà.
Gesù Cristo da "mito" suggestivo, espressivo di una religione,
che Carlo Marx aveva definito "gemito della creatura oppressa, il
sentimento di un mondo spietato,
loppio dei popoli",
nel duro martirio dellisolamento e delle malattie micidiali, poteva
trasformarsi in soggetto reale, nel Martire di tutta la storia, nel Liberatore
eterno e infinito da tutte le infamie del male.
Poteva ben sorgere dallattenzione alle vicende sociali, dallanalisi
pur distorta di messianici parallelismi tra Cristo e Marx, tra San Paolo
e Lenin, dallesaltante autonomia critica che opera filosoficamente
sul senso comune, sulla religione popolare, sulla densità del linguaggio,
poteva ben sorgere un desiderio più pieno e compiuto di pietà e di misericordia.
Negli anni giovanili era già emersa una profonda ammirazione per
San Francesco dAssisi, per il suo ruolo di "rottura" storica
, per la sua straordinaria "vicinanza" alla Buona Novella. Aveva
pure dedicato alcuni articoli allopera del Cottolengo. Perché
non avrebbe potuto recuperare il "senso del mistero" che il
primato storico-sociale-politico della visione del mondo e delle lotte
sociali nascondeva allelaborazione filosofica e "scientifica"?
Concepiva la politica come "un processo che sboccherà nella
morale". Non era improbabile che si potesse aprire nella configurazione
immanentistica della "moralità" uno squarcio, una ferita,
per accedere a una trascendenza, a una attesa, a un dono, a una speranza.
Per tutti arriva il momento di poter passare dal rifiuto allinvocazione.
Perché ritenere, oggi, che si sia compiuta la stolta minaccia del
Pubblico ministero del processo del 1928, che bisognava "impedire
a questo cervello di funzionare"? E che la sua ricerca si sia trasfigurata
in "pensiero del cuore" disponibile allospitalità,
allaccoglienza di Dio? In un recente libro su "La famiglia
Gramsci in Russia", lautore Giancarlo Lehner scrive: "Come
testimoniano le fonti, Antonio Gramsci recupera via via tutti i grandi
valori della tradizione cristiana e cattolica, in primo luogo la famiglia,
poi lamicizia, il valore della verità, la solidarietà".
Il teologo Baget Bozzo, a sua volta, scrive che "troppe cose tornano
per non dare qualche credibilità alla dichiarazione di monsignore
De Magistris. Gramsci non si convertì al cattolicesimo, ma aderì
a Gesù Cristo. E forse non come fede, ma come amore".
Nellautobiografia della santa Suora carmelitana, "Storia di
unanima", Ella chiede a Gesù di scendere allinferno
al posto degli atei per amarlo dal centro dellinferno, per scambiare
la sua morte nella fede con lesperienza della morte propria degli
atei moderni.
Il bacio di Antonio Gramsci sullimmagine di Santa Teresa del Bambino
Gesù è stato il segno semplice e forte di uno scambio di
amore che trasforma la condizione della negazione e della morte in dono
di vita e di salvezza.
Alla sfida planetaria del materialismo ateo la più alta risposta,
da praticare e da attendere, è questa: affidare alla preghiera
il dono della fede e dellamore che riconciliano il Mistero di Dio
e la ragione umana in cammino sulle vie impervie e difficili della Storia.
onsegna completamente le nuove generazioni e la loro esperienza al dominio
mediatico e finanziario della violenza e al destino del nulla.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.21/ del 5/12/2008)
Scuola
e Antiscuola. Maestra unica, Voto di condotta, Tempo pieno
Scioperi,
proteste, occupazioni, polemiche agitano il mondo della Scuola e confermano
la gravità dell "emergenza
educativa" e lincapacità di darle una forte risposta
politica, culturale e istituzionale. Dalla discussione spesso confusa,
animata, con facili ed inutili slogan e insipienti detriti ideologici,
dalla logica della contrapposizione, stentano ad emergere linee strategiche
che offrano sia lanalisi realistica dei soggetti e dei processi
scolastici, sia lindicazione delle finalità e delle necessità pedagogiche, sia una proposta condivisa a cui legare esperienze, partecipazione,
consenso e risorse.
Lasse costituzionale, culturale e politico, intorno al quale si
può ancora costruire unipotesi riformatrice vigorosa è lAutonomia, nella sua pienezza giuridica, nella sua funzionalità
gestionale e territoriale, nella integrale valorizzazione costitutiva
della potenza relazionale ed educativa delle istituzioni agenti nel territorio,
delle famiglie, degli insegnanti e degli studenti nei dinamismi affettivi,
socioculturali e religiosi. Forse listanza politico-istituzionale
del Federalismo, che sembra caratterizzare questa fase legislativa,
potrebbe divenire la spinta condivisa, capace di promuovere la riorganizzazione
del sistema socio-culturale e pedagogico.
La Scuola va strappata innanzitutto allo statalismo accentratore
che contraddice duramente "la forza della sussidiarietà"
con il potere di burocrazie pesanti e di schemi omologanti; va ricollocata
nel vivo dellesperienza dellincontro di docenti e genitori;
va valorizzata nella pluralità della libertà di educazione
con il giudizio di scelta, di orientamento, di decisione, di regolamentazione
proporzionata.
Nel mentre irrompe minacciosamente la "recessione", è
ancora più necessario ed urgente intraprendere una iniziativa che
riporti "in basso", nel cuore territoriale dellautonomia,
la misura della formazione.
Il Sistema scolastico integrato, nella logica dellautonomia,
è lorizzonte su cui si possono ricomporre tensioni, prospettive,
finalità ed energie dellunica "Paideia" costituzionale
e i doveri di servizio della rinnovata professionalità educante,
che sembra impantanata nellinsoddisfazione culturale ed economica
del suo ruolo da tempo mortificato e depresso anche dalla "demagogia
antiautoritaria", carica della presunzione dellauto-apprendimento
e della pretesa di poter sfaldare impunemente la regolazione etica della
convivenza familiare, civile e scolastica.
Forse solo nei "luoghi dellautonomia" è possibile
superare il deficit drammatico di presenza educativa e di competenza
culturale che continua a lacerare da decenni il tessuto civile delle comunità
meridionali e a restringere lo spazio-tempo vissuto nella Scuola. Il crollo
dei valori, con lo sradicarsi del costume, con il degrado della moralità,
con loffesa continua alla legalità, non viene contrastato
da "un di più" di Scuola, da "un di più" di formazione affettiva, relazionale, culturale, spirituale.
E ancora possibile frenare il disagio, lo sbandamento, la sofferenza
delle nuove generazioni?
Segnalare luso crescente di "cocaina" e la frequentazione
più ampia di alcolici nella fase preadolescenziale, senza
che questo susciti un doloroso allarme sociale, significa che la deriva
nichilista è sempre più grave.
Ora, mentre a Milano si ha l87% delle Scuole con il tempo pieno,
a Napoli, purtroppo, si ha soltanto l1,5%. Il Mezzogiorno è al 12%.
Lo scarto gravissimo è determinato dallindifferenza, dalla
mancanza di motivazione e di determinazione, dalla burocratizzazione del
rapporto tra domanda e offerta, dalla estraneità della comunità alla vicenda scolastica.
Il ritorno alla Maestra unica, la reintroduzione dei voti e del voto in
condotta, il grembiule possono essere il segnale di una conversione pedagogica,
culturale e sociale alla dignità e alla serietà della Scuola
anche con il recupero di comportamenti, di modelli, di organizzazione,
di controllo che riportino il sistema scolastico alla efficienza, alla
qualità, alleccellenza, alla speranza.
E necessario invertire la tendenza anarchica ed anomica che da tempo
consente la tolleranza e limpunità al bullismo, al disordine,
alla pigrizia, allassenza di regole.
La questione Scuola è ormai decisiva: è necessaria una rivoluzione
educativa che in un patto esigente tra Famiglia e Scuola riaffermi la
centralità singolare dellio nella pienezza del potenziale
affettivo-emotivo-esperenziale e riaccenda lintelligenza della Verità,
della Libertà e dellAmore nellincontro con la realtà,
con tutte le dimensioni della realtà nel suo divenire fisico, morale
e spirituale. Non è facile riportare al centro della relazione
generazionale, dopo decenni di tradimenti, di lassismo, di indifferenza,
di utopismi ludici e di didattiche improvvisate e di metodologie svuotate
di saperi, la grande passione, e la responsabilità, e la fatica,
e la sacralità della ricerca, del cammino e della testimonianza,
per il Vero, per il Bello, per il Buono.
Lillusione di creare il futuro senza eredità, senza
comunità educativa ed etica, è stato un errore di insipienza
culturale e di ingenuità pedagogica che continueremo disastrosamente
a pagare, se non viene rovesciata la tendenza post-moderna che consegna
completamente le nuove generazioni e la loro esperienza al dominio mediatico
e finanziario della violenza e al destino del nulla.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.20/ del 21/11/2008)
La
crisi economica e l'emergenza educativa, culturale ed etica
Lemergenza
educativa è la drammatica presa di coscienza delle difficoltà
crescente nei processi educativi a orientare e a regolare, nella famiglia
e in tutte le articolazioni della comunità civile, fino ai livelli
planetari della globalizzazione, la trasmissione generazionale dei saperi,
dei poteri e dei valori ed anche la dinamica delle relazioni sociali e
del funzionamento delle istituzioni.
Si va dissaldando il rapporto della persona, nella fase evolutiva, con
il sistema-Famiglia e con il sistema-Comunità, perché subiscono
entrambi lurto di una irrefrenabile cultura individualistica e la
disgregazione traumatica delledonismo. Con la centralità del Denaro, che sostituisce, con una persuasiva forma idolatrica, il culto
e la presenza del Divino.
La stessa configurazione socio-economica, allinizio del III millennio,
è definita dal primato dellutilitarismo e dalla logica della
competizione commerciale e consumistica che comprimono violentemente spazi
di libertà e di solidarietà su cui si costruisce una salda
prospettiva democratica. Ora le condizioni economiche fortemente negative,
lindebolirsi del potere di acquisto del reddito familiare, il diffuso
senso di insicurezza, le paure di ogni tipo che si diffondono nella convivenza,
accentuano disagi e aggravano difficoltà, mettono in moto reazioni
a catena, mobilitazioni, proteste, contestazioni, scioperi.
E la politica purtroppo non riesce a tracciare, con la linea della saggezza
e del dialogo, un percorso di coinvolgimento e di corresponsabilità
del mondo della famiglia, della scuola, delle associazioni e non si pone
più a servizio degli ultimi.
Sembra ormai che nessuna riforma di sistema sia possibile, nessun piano
possa essere condiviso, nessun obiettivo perseguito in concordia civile.
Il terremoto civile, culturale, giuridico, politico, promosso dalle rivoluzioni
della Modernità, sconvolge dalle fondamenta lorganizzazione
naturale della vita, della famiglia, delleducazione, dellaccoglienza,
della solidarietà.
La questione centrale di questa nostra civiltà dellOccidente
e dellintero pianeta, con la risposta da dare alle tante crisi che
si ripetono e si incrociano a livello sociologico, istituzionale, politico
ed anche psicologico e spirituale, è quella di ridefinire, superando
la condizione nichilista del pensiero contemporaneo e la deriva relativista
della moralità, lo statuto antropologico dellessere nella
storia. Cè bisogno delluniversalità della ragione:
di una ragione che non ometta, per debolezza o per arroganza, la domanda
sul perché del vivere, sullalfa e lomega del divenire,
su Dio, sulla immortalità dellumano.
Non si possono mettere in moto processi forti di trasformazione della
realtà senza riconsiderare le sorgenti della tradizione cristiana
ed umanistica e senza purificare la memoria della nostra storia dallinsipienza
tragica che ne ha sconvolto le ragioni e le finalità costitutive.
Per lo stato di confusione e di ingiustizia, di violenza e di sopraffazione,
il Mondo sembra entrare sempre più profondamente in una crisi irreversibile,
che accumula difficoltà, disagi e preoccupazioni.
Le giornate di calma e di recupero delle Borse, pur facendo ritenere che
il denaro delle Banche sia ancora in piedi, ben vivo e valido, non riescono
ad allontanare langoscia dal cuore e dalla vita della gente. Le
stesse strategie di difesa e di consolidamento delle strutture finanziarie,
con enormi interventi di risorse, non riescono a frenare le dinamiche
globali, sempre più violente, di sfruttamento e a contenere lespansione
dolorosa della emarginazione e della miseria.
La recessione è avvertita come sfondo severo ed esigente di unemergenza
insuperabile. Anche nei Paesi opulenti dellOccidente dove si alza
la misura della paura e della sfida della povertà e si svela linganno
demoniaco dellarricchirsi con tutti i mezzi, senza rispetto di regole
e di principi.
Loscuramento ora delle radici e dellidentità religiosa
delluomo, che si manifesta nella scissione tra finanza ed economia
reale, tra economia ed etica, tra etica e politica, tra vita pubblica
e vita privata, non rende possibile luscita dallemergenza
educativa, né può indicare la strategia per ricostruire
una condizione positiva di civiltà.
Luomo può sperare solo nella civiltà dellamore
fondata sul grande comandamento: ama Dio e il prossimo. Papa Ratzinger
ci ricorda che la vera realtà è fondata non sul Denaro ma
sulla Parola di Dio-Amore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.19/ del 7/11/2008)
La
sfida morale pedagogica politica di Luigi Bocchino Sindaco di Apice
Mezzo secolo
di una grande testimonianza, esigente e severa, prudente e forte, di esercizio,
e di disciplina, del potere affidato completamente al fine e al criterio
del Bene comune e della dignità della Persona umana.
Dal 1956 al 2004, Luigi Bocchino è sindaco della "sua"
comunità e vi segna, con una eccezionale leadership morale,
pedagogica, culturale e politica, la sovranità del servizio democratico:
nella pienezza singolare di presenza civile e di competenza politica,
è unesperienza sorprendente e irripetibile, in cui convergono
coscienza personale e civiltà comunitaria.
Guido Rampone, nel saggio "Luigi Bocchino. Il suo grande amore e
lessenza della vita", orientato dalla prossimità amicale
e fraterna e dalla profonda condivisione culturale e pedagogica, esplora
il complesso orizzonte e il mistero in cui diventa protagonista la personalità
di Luigi Bocchino, con la sua radicata appartenenza familiare e civile,
con lintensa vocazione educativa, con la limpida e laboriosa missione
politica, con la convinta destinazione soprannaturale e divina.
La complessa ricerca, talvolta faticosa e difficile, sinerpica,
tra lestrema complessità dei saperi filosofici e scientifici
e delle competenze specialistiche, verso le altezze metafisiche e teologiche
dello splendore del Vero, del Buono, del Bello.
In questo "colloquio" Bocchino-Rampone viene ridefinito un mondo
di valori e di ideali, di doveri e di responsabilità che, da Platone
a Benedetto XVI, rivela la mappa del pensare, del dialogo e della meditazione,
e vi emerge la trasparenza dellordine naturale e morale e lesigenza
di non smarrire la polifonia dellesistenza, ma anche la necessità
di non perdere lunità di natura, di storia e di vita, larmonia
del finito e dellInfinito, del tempo storico e dellEternità.
E viene delineata, nella lotta quotidiana dellIntelligenza e della
Libertà, la rincorsa etico-politico-educativa che sembra, però,
incapace di raggiungere e rianimare la convivenza umana consegnata allideologia
del successo e del denaro. Di qui lemergenza educativa che
viene dal tragico oscuramento della coscienza civile e dallo sradicamento
del sacro, dallacre e invadente scetticismo che corrode i principi
fondamentali e giustifica laggressione allordine morale e
naturale con lorrenda vertigine e la micidiale potenza del nichilismo.
Ed è proprio in questo scenario di difficoltà e di crisi
del pensare morale e dellagire politico, tra prevaricazioni e conflittualità
senza limiti, tra antagonismi e inimicizie senza misura, che laltissima
testimonianza di Luigi Bocchino -la sua eroica Missione- mostra una incomparabile
coerenza strategica, mai compromessa con la rinuncia al metodo della collaborazione,
del rispetto e del dialogo, allo stile della semplicità e della
mitezza e allesercizio vigoroso ed umile della rigorosa autorità morale.
Non si può, infatti, governare, per cinquantanni, una comunità
nellavventura drammatica della sua prostrazione e della sua rinascita,
senza soffrirne, senza sacrificio, senza le inquietudini quotidiane del
cuore che sopporta anche la mortificazione dellaccusa e le spine
della mormorazione e dellingratitudine. Non si può dirigere,
orientare, guidare la storia di una convivenza civile per così
lungo tempo e con tanta fatica, senza un ardimento di amore, di solidarietà,
di cura. Senza una fede trasparente, matura, attiva, si crolla tra le
complicate trame degli adempimenti amministrativi, tra le procedure, i
grovigli burocratici, tra insufficienze e ambivalenze legislative, tra
le arroganze dei potenti e gli assalti degli egoismi scatenati.
Testimonianza suggestiva ed estrema, quella del Sindaco Luigi Bocchino,
nella spericolata e temeraria, ma ineludibile, iniziativa di rifondare
la città dopo la devastazione sismica del 1962, sospinta dalleroismo
della volontà e dellintelligenza del servizio tra mille e
mille esigenze nel convulso magma di domande, di bisogni, di interessi
e tra sfide e rischi innumerevoli.
Egli accende un dinamismo sociale, culturale, politico, etico che lega
la miseria e il dolore della tragedia alla speranza e allaspirazione
collettiva di un nuovo spazio di riorganizzazione civile, a un nuovo e
più avanzato traguardo di civiltà. E guida questo cantiere
di storia, di territorio, di progettualità con lidealismo
del fondatore, senza utopismi, e con il realismo del costruttore che non
disperde lancora solida ed organica tradizione dellidentità
civile, culturale, spirituale e religiosa. Il volto antico e nuovo della
città è per Luigi Bocchino una figura spirituale, il logos della cittadinanza, la ragione interiore di unappartenenza, un grande
amore da custodire con fedeltà esclusiva e tenace. Nella discontinuità
dello spazio persiste la continuità storica di una genealogia comunitaria,
e, con lo sporgersi -lapex- di una sfida, non si lacera la
tessitura della solidarietà, e si riaccende il "fuoco civile"
nel cuore della comunità.
Il Sindaco non rinuncia allanima ferita di Apice per un disegno
forsennato di modernizzazione: la Sua solitudine residenziale nel vecchio
borgo abbandonato, è il segno della memoria, di un cuore
antico e forte che è necessario custodire per contrastare la civilizzazione
come pretesa insipiente di conquista, di espansione e di barbarie; è
il segno della santità, del cuore generoso ed ardito di
Luigi Bocchino, che ancora si offre al nostro cuore inquieto e riconoscente.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.18/ del 24/10/2008)
La
crisi delle potenze finanziarie e il crac della "Modernità"
Tremano le
basi sociali, economiche e politiche della convivenza planetaria, scosse
dal drammatico e travolgente crac di potenti strutture bancarie sulle
quali si regge lequilibrio, ormai incertissimo e precario, di questa
"Civiltà".
Dalle analisi, dalle valutazioni e dai giudizi, che si incrociano e si
rincorrono nella convulsa rappresentazione mediatica della ferita mondializzazione
finanziaria, emerge la paura, la sorpresa, lo sgomento.
Il panico può ormai sconvolgere radicalmente i mercati e gli assetti
bancari, scatenando un processo distruttivo, uno sfinimento irreversibile
del sistema, che nessun potere istituzionale potrà restaurare.
Alla stabilità e alla sicurezza delle società occidentali
e del mondo globalizzato è stato inferto un colpo, forse, irrimediabile.
E anche se andrà a buon fine il più grande salvataggio finanziario
della storia americana e mondiale, non cè più nessuna
garanzia politica e istituzionale, nazionale e internazionale, che una
nuova crisi non possa condurre a un collasso definitivo.
Lintelligenza politica e civile, traumatizzata e allarmata, non
sa più decidersi tra "de regolazione dei mercati" e "salvataggio
pubblico", tra neo-liberismi e neo-statalismi. Non ci sono idee,
visioni e soluzioni condivise nel caotico scontro di interessi, di avidità
e di arroganze, dove continuano a muoversi, senza scrupoli e senza rimorsi,
gli "squali" delle borse, i grandi speculatori, i ricchi carnefici
di vittime miserabili, ma anche gli Stati liberali, democratici, socialisti,
tutti impegnati nella forsennata competizione economica e finanziaria.
Sta crollando il grande sogno del "regno delluomo", che
ha attraversato la cultura e lesistenza dellumanità
con larroganza del potere e del denaro, con lesibizione di
una vanità sconcertante e sciagurata, con il disegno cupo ed empio
di sottrarre allAmore -ama Dio e il prossimo- il governo delle cose
e dei popoli.
Altri segni, già dallinizio del XX secolo, avevano indicato
linsufficienza dellorgogliosa proposta razionalistica, limpotenza
radicale delluomo di fronte allassalto criminale della violenza
e della guerra, lincapacità a medicare le ferite sempre più
diffuse e profonde dellangoscia e dellinfelicità, limpossibilità
a frenare la triplice bestialità del potere, del denaro e del sesso
che contamina completamente il mondo attuale.
Allinizio della Modernità, quando incominciavano a indebolirsi
i rapporti tra Fede e Ragione, tra Speranza e Storia, tra Amore e Vita,
fondazioni culturali e teologiche della cristianizzazione dellEuropa
e del Mondo, erano state scatenate sfide epocali, sempre più incontrastate
e virulenti.
La sfida filosofica, centrata sulla potenza cognitiva dellio, la
sfida politica, consegnata esclusivamente allautonomia mondana delle
istituzioni terrene, la sfida etica, affidata al relativismo morale e
allindividualismo libertario, ora ci consegnano una realtà
sconvolta ed ingiusta, una storia straziata da un nichilismo folle ed
atroce, unumanità senza speranza e senza senso.
Le pretese fondative del nuovo ordine planetario sono ormai traumaticamente
travolte: la struttura della potenza finanziaria -limperialismo
del Denaro- si autoconsuma in una furia distruttiva, lasciando sopravvivere
i due terzi dellumanità nella immane tragedia della miseria.
Il grandioso progetto dellumanesimo illuministico e materialistico
non lascia spazio alla domanda di vita di miliardi di persone e prospettiva
alla speranza delle nuove generazioni.
Nel cuore della "religione laica" del nichilismo è stato
eretto laltare allidolatria dellavere, allesaltante
vertigine dellaccumulazione della ricchezza, al modello del successo
comunque, alla barbarie dellavarizia privilegiata come motore della
"civilizzazione" planetaria. E tutta la terra è avvolta
dal respiro mostruoso delleccesso e della privazione, dellopulenza
e della miseria, e della morte.
E ancora possibile ricondurre la "globalizzazione" alla
pratica politica del bene comune, alla finalità della destinazione
universale dei beni, al principio della dignità della persona umana?
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.17/ del 10/10/2008)
La
fedeltà alla vita nella "Memoria del cuore" di Giuseppe Perugini
Viviamo
tempi strani, in cui tutto diventa casuale e insignificante, tutto si
consuma senza sorpresa e senza sgomento, senza lasciare
traccia, senza desiderio di conservare con segni forti anche esperienze
memorabili. Malgrado le mille fotografie e gli innumerevoli filmati di
eventi e di celebrazioni accumulati negli armadi e nei cassetti di casa.
Il nichilismo consumista rende tragicamente vuoto, desolante e buio anche
il luogo intimo e profondo che custodisce i ricordi.
Invece, inatteso e sconcertante, a contraddire il gelido nulla che abita
anche da noi, ci giunge "Racconta, ma", una
memoria del cuore, intensa, carica di vibrazioni emotive ed affettive,
dolente e gioiosa, ancora viva e operante negli abissi dellanima.
Pinuccio Perugini, generoso protagonista di mille battaglie politiche,
di cui è anche narratore effervescente e fecondo, e geniale commentatore
di avvenimenti sociali, culturali, istituzionali ed elettorali, con notazioni
singolari ed acute, con analisi suggestive da qualche tempo colpevolmente
assenti dallorizzonte giornalistico del Sannio, ora ci dona, lungo
percorsi rammemoranti, i volti, le voci, i gesti, i segni di vita e di
amore, di sofferenza e di gratitudine, che appartengono alla condizione
sorgiva più intima e, spesso, impenetrabile alla coscienza umana.
E ci consente di entrare nei percorsi solitamente riservati e segreti
di una storia irripetibile, di avvicinare dallinterno lesperienza
generatrice della forma affettiva e relazionale dellio che, nella
memoria del cuore ora si confessa e si comunica al cuore degli altri.
E la rievocazione sacrale e tenerissima del Santuario della vita
familiare!
E la rappresentazione, poetica e narrativa, del "fuoco"
ove si costituisce la potenza dellidentità personale tra
gli eventi fondativi -maternità e paternità- che segnano
per sempre la vocazione e il destino di unesistenza. E nessuna cultura
scientista, positivista e materialista potrà mai spiegare il mistero
che si manifesta nel divenire complesso e drammatico dellio. Perché
la storia dellanima, le dimensioni e i dinamismi dello spirito,
la verità di una presenza umana nel suo costituirsi, possono essere
intuiti e sottratti alloscurità delloblio, solo quando
si torna alle radici dellamore e della vita.
Con il riemergere del volto dolcissimo della Mamma e del profilo sofferente
del Papà, si ricompongono i frammenti dellesperienza antica
e nasce il dialogo intenso e vitale delladolescenza. E si "ritorna
in se stessi": per ritrovarsi, per custodire la verità, la
libertà e lamore su cui la persona umana costruisce la sua
avventura, tra i rischi, le sfide e le speranze.
Pinuccio Perugini ha in sé il segreto di questa impresa, la chiave
daccesso allorizzonte infinito dellanima per rintracciare
il senso della vita e della storia, sfuggendo al ricatto della morte e
del nulla.
Hannah Arendt ha scritto: "Con il passare del tempo ci accorgiamo
che le persone e le cose importanti della nostra vita sono quelle a cui
siamo rimasti fedeli."
Le nostre tragedie, linconsistenza e la superficialità delle
nostre giornate, i continui tradimenti della verità e dellamore,
il disprezzo delle cose e delle persone, nascono dalle nostre infedeltà e dalle nostre dimenticanze colpevoli e suicide.
Ecco perché, nella "fedeltà alla mamma", lAutore
trova la conferma di esserci, nella vicenda familiare, civile e politica,
con il segno incancellabile e inconfondibile di una riconoscibile e grande
eredità morale, spirituale e religiosa, riaccolta nel cuore con
struggente gratitudine, per riaffidarla, con forte speranza, alla splendida
discendenza già in cammino verso il futuro.
"Racconta, ma", questo viaggio devoto del cuore
tra le gioie e le tristezze di una infanzia e di una adolescenza vigorose
e drammatiche, quando i tempi erano più severi ed esigenti, rintraccia
un filo damore che lega impazienze, emozioni, incertezze, affetti,
paure, innamoramenti, tragedie e responsabilità a una pedagogia
rigorosa e previdente, familiare e comunitaria, civile e religiosa, fortemente
integrata ed organica. Al centro di questo mondo, la Madre!
Ora, la devastante emergenza educativa mostra quanto siano gravi, e forse
irreparabili, le perdite culturali ed etiche e quanto sia stato alterato
e disgregato lorizzonte di vita delle nuove generazioni, alle quali
solo con grande difficoltà e forte disagio viene offerto il dono,
non più integro, della verità, della libertà e dellamore.
Questa magnifica, inconsueta lezione della memoria, intelligente ed affettuosa,possa
riconciliare le inquietudini, i sogni e i percorsi dei nostri figli e
dei nostri nipoti, e il loro destino, allavventura di vita e di
amore e al destino dei nostri cari che, immortali, già vivono leternità.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.16/ del 26/9/2008)
Aiutare
a vivere sempre!
Larroganza
razionalistica della cultura della morte
Torna a riaccendersi
il dibattio drammatico sulla vita e la morte di Eluana Englaro.
La situazione esistenziale di Eluana Englaro, la donna da sedici anni
in "trattamento di sostegno", mostra fino a qual punto sia ormai
aggrovigliata la condizione della vita e della morte, e siano con-fusi
e alterati i parametri del salvare e delluccidere.
E bene che Luana continui a vivere, anche se nello stato vegetativo,
o è preferibile che muoia sospendendo la necessità dellalimentazione
e dellidratazione?
Tragicamente il papà di Eluana ha scelto il percorso del morire,
decidendo di recidere il filo tenue di unesistenza sospinta traumaticamente
fino al confine precario della sopravvivenza.
Qual è il livello di autocoscienza di sé, quale lavvertenza
della realtà, quale lintuizione dellesserci, quale
il sentire primordiale nella estrema presenza vitale?
Cè un metodo scientifico, sicuro e sperimentato, che possa
convalidare la soluzione tecnica eliminando il dubbio dalliniziativa
soppressiva per "fame e sete"?
Cè una sentenza rigorosa che possa garantire giuridicamente
la legittimità di un intervento mortale?
La Civiltà occidentale, nella sua tradizione più alta, ha
sempre sostenuto le ragioni della vita e per il Magistero cattolico è
irrinunciabile il riferimento teologico e ontologico al "primato
della vita". Oggi, dopo la devastazione concettuale e giuridica del
bene fondamentale e inviolabile della vita, per cui il "diritto alla
vita" non è più essenziale e indiscutibile, non si
riesce a esprimere unautorità morale condivisa sul Bene della
Vita. La drammatica rottura tra Fede e Ragione, tra Speranza e Storia,
tra Amore e Vita, lascia la ragione, la storia e la vita alla mercé
dellassalto nichilista, per cui lessenza e la coscienza dellumano
restano senza una riconoscibile fondazione trascendente e le questioni
di vita o di morte vengono abbandonate a estenuanti, difficili negoziazioni,
nella morsa di dubbi, di paure, nel conflitto etico di incerte scommesse
terapeutiche e di micidiali sfide eutanasiche. Certamente il destino
umano della vita nascente o morente è stato consegnato alla
possibilità inaudita di un intervento medico-scientifico legalmente
autorizzato.
La "legislazione abortista" ha aperto tragicamente la falla
nellassetto organico della genealogia generazionale, e il "non
uccidere" ha perduto il senso del peccato, i connotati morali delloffesa
e la rilevanza penale del delitto.
In alcuni casi è possibile uccidere ed aiutare ad uccidersi?
Il "caso", questo come altri, non verrà mai risolto:
"la decisione più umana, più legale, morale, cristiana
e razionale non sarà possibile definirla".
Ecco a qual punto è giunta la cultura più avvertita ed alta
dellOccidente! Che non percepisce più, in verità,
il significato del vivere e morire; che non può più
scegliere, in libertà, tra salvare ed uccidere; che non vuole più,
in pienezza, e senza eccezioni, amare la vita come dono primordiale e
intangibile, sacro e inviolabile.
Il "corpo vivente" delluomo non può essere dissacrato:
comprato o venduto, manipolato o violato, ferito o ucciso. Nessuna decisione,
nessuna legge, può autorizzare la soppressione delluomo.
Né la medicina può arrogarsi il compito, anche in nome della
compassione per la sofferenza, di spegnere lultimissima speranza
dellesistenza.
Se la vita non viene riaffidata alla sorgente paterna e materna di Dio-Amore,
alla Sua permanente creazione che sottrae continuamente al nulla lincarnazione
spazio-temporale del nostro essere, non ha senso lidentità
biologico-spirituale della creatura, che resta così esposta sempre
allinfamia, alloffesa, allinsensatezza.
Anche la sofferenza più atroce non può giustificare liniziativa
dellinterruzione vitale; la medicina è la strategia civile
più alta e nobile che mai può ricorrere al "gesto del
carnefice", anche quando nasconde, con lalibi della solidarietà
umanitaria, la violenza più perfida e assurda.
Allora bisogna prestare attenzione allappello forte e ineludibile
promosso dallAssociazione "Scienza & Vita": "No
alla prima esecuzione capitale della storia repubblicana italiana. No
alla sentenza di morte pronunciata da alcuni giuristi italiani contro
Eluana Englaro
Fermare la mano di chi si appresta a togliere la
vita dando attuazione alla sentenza di un tribunale è a questo
punto un dovere".
Un dovere che convoca tutti!
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.15/ del 12/9/2008)
Le
vacanze, la fame e la solidarietà
Mentre una
parte dellumanità è alle prese con i problemi organizzativi,
ed anche con i desideri, le attese, le fatiche e le illusioni delle vacanze,
avanza drammaticamente la crisi energetica, alimentare e finanziaria del
pianeta, arrecando più sofferenza e più strazio a popolazioni
innumerevoli, devastate dalla carestia e dalle malattie.
Con centinaia e centinaia di milioni di affamati che invocano inutilmente
solidarietà dai paesi opulenti che continuano ad adottare strategie
di consumi esasperati e di spreco senza limiti.
Né lONU né il vertice del G8 riescono a dare risposte
concrete e risolutive: non cè una politica che assuma come
principio fondamentale della statualità nazionale e internazionale
il "diritto alla vita" dei popoli per cui la conservazione dellesistenza,
con la sicurezza del cibo e dellacqua e lofferta del necessario
aiuto medico e sanitario, sia la finalità primaria ed essenziale.
Il comandamento evangelico della carità, "dare da mangiare
agli affamati e da bere agli assetati", non riesce a penetrare, nemmeno
con la forza e lurgenza della tragedia, nella coscienza civile,
nelle analisi, nelle misure e nelle decisioni forti della politica. Tutte
le scelte tecniche, politico-finanziarie, economiche non aprono spazi
alla cooperazione, non rispondono ai rincari delle materie prime e non
affrontano la sfida della speculazione anche sui prodotti alimentari.
Se limpennata del prezzo del petrolio e la perversa spirale del
prezzo dei generi alimentari non vengono fermate, non ci sarà speranza
di frenare la povertà nei paesi già colpiti dallemergenza.
Anzi verrà gravemente fratturato lequilibrio sociale anche
nei paesi dellOccidente, con il crollo del potere dacquisto
e con lulteriore indebolimento delle condizioni di vita anche dei
ceti medi.
Ora è necessario ed urgente condividere su scala mondiale -questo
è il senso della globalizzazione e della giustizia- i problemi,
i rischi, i drammi e le risorse di questa nostra storia segnata da sfide
inaudite e da emergenze radicali. Tutti abbiamo la responsabilità
sociale di promuovere diritti culturali, economici, civili, politici e
di contribuire alla loro realizzazione, sia negli spazi sociali ove si
muove la presenza personale, sia nei luoghi della precarietà ove
più difficile è la condizione dellesistenza e più
ferita la dignità umana.
Nessuno può sottrarsi allimpegno e alla vocazione di "dare
una mano", con un gesto di fraternità e di amicizia rivolto
alle persone che anche accanto a noi soffrono e hanno necessità
di accoglienza, di ospitalità, di aiuto.
Forse una giornata di vacanza in meno offerta a beneficio di una famiglia,
vicina o lontana, che vive nella sventura, potrà dare il segno
di unumanità ancora viva e solidale, ancora aperta allAmore
di Dio e del prossimo.
Forse una serata di festa, nei paesi, nelle contrade, nelle città,
saldata a una iniziativa della Caritas, alladozione di una famiglia,
di una Parrocchia, di un paese del terzo mondo, potrà aprire una
prospettiva di fiducia, un rapporto forte di solidarietà, una speranza
di salvezza, potrà donare una "goccia damore" al
"miliardo di ultimi" umiliati ed oppressi.
Forse potremmo privarci, soprattutto per la festa del Patrono, del dieci
per cento della disponibilità finanziaria impegnata nella programmazione
del divertimento collettivo, per offrirlo a sostegno di una iniziativa
di soccorso.
Poiché i poteri forti degli Stati, delle Multinazionali, degli
Istituti finanziari, non si piegano sulla miseria del mondo, è
necessario ed urgente che, dal basso, dalle famiglie e dalle comunità,
insorga un fremito di pietà e di indignazione che porti un respiro
di soccorso, un soffio di carità, un abbraccio di consolazione.
I Comuni, le Pro-loco, le Parrocchie, le Associazioni, le Istituzioni
dello Spettacolo, i luoghi pubblici del divertimento dovrebbero legare
sempre la programmazione della festa a un progetto di solidarietà comunicato e condiviso nelle Scuole, nelle Famiglie, attraverso i mezzi
di informazione.
E unipocrisia evidente e clamorosa il pretendere, giustamente,
dalla rappresentanza politica alla guida degli Stati una risposta positiva
ed efficace alla domanda drammatica che viene da tante parti della Terra
e nel contempo, però, rifiutare a livello personale e familiare
un pur minimo atto di sostegno, di conforto e di soccorso.
Darà più gioia al cuore partecipare a un momento di festa
e assistere ai fuochi pirotecnici, applaudire una performance musicale,
se un sorriso di gratitudine riuscirà a raggiungerci attraverso
i muri degli egoismi e dellindifferenza collettiva.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.14/ del 12/7/2008)
Padre
Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia
I volti splendidi
di Padre Pio da Pietrelcina e di Padre Eusebio Notte, aperti al sorriso
umanissimo e dolce di unamicizia forte ed intensa e di una reciprocità di sentimenti vivissimi e di affetti profondi, annunciano, in copertina,
il racconto scintillante e appassionato di una esperienza straordinaria
e mirabile, vissuta per cinque anni nel Convento dei Cappuccini in San
Giovanni Rotondo.
E lincontro di due profili -filiale e paterno- che si comunicano
una "sim-patia" luminosa e incandescente, con una tensione psicologica
e spirituale fatta di gentilezza e di compassione, di gratitudine e di
stima, di attenzioni amorevoli e di sofferenze, di affidamenti e di riconoscenza.
E, infine, di desolazione e di pianto, di sconforto e di abbattimento
per la fulminea crudeltà del trasferimento di Padre Eusebio, che
privava, improvvisamente e incomprensibilmente, il grande martire del
Gargano, stanco e provato, piagato nella carne e nel cuore, a tre anni
dalla morte, di un aiuto indispensabile, sperimentato e affidabile. Era
il destino della sofferenza, immanente nella storia della santità
di Padre Pio, che tornava a trionfare, ancora più atrocemente,
con la durezza perversa di un "tradimento", allontanando dalla
sua vecchiaia dolorosa una sollecitudine affettuosa, la prossimità
di un grande servizio damore. "Stavo morendo in quel letto,
e ti chiesi una grazia che, se lavessi chiesta alle pietre, me lavrebbero
concessa" è, in seguito, il rimprovero dolente ed amaro, allAmministratore
Apostolico del Vaticano, del povero Padre Pio.
In oltre centoventi ricordi -episodi avvincenti e luminosi- Padre Eusebio
offre al lettore, e non ai soli devoti, la sua
testimonianza vivida, intima, semplice e grandiosa, preziosa e meravigliosa,
che rende ancora più eroicamente umana e santa e affascinante lesperienza
umano-divina di Padre Pio.
Dalla prima lettura di una storia di Renzo Allegri, tanto tempo fa, per
me lapproccio alle pubblicazioni su Padre Pio è stato ricorrente
e, infine, concluso per lesaurirsi delle novità biografiche
sul nostro grande Santo.
Questo sorprendente lavoro della memoria di Padre Eusebio riapre e dilata,
finalmente, lorizzonte, e strappa al silenzio momenti sconcertanti,
drammatici e lieti di unesistenza crocifissa e gemente sia per la
travolgente, mistica irruzione delle stigmate, sia per il tormento morale
che aggiungeva al permanente misterioso martirio le trafitture feroci
delle accuse e delle menzogne, delle ingratitudini e delle ipocrisie.
Nello scorrere le pagine di Padre Eusebio non si può non addolorarsi
e piangere; non si può anche non sorridere e gioire, tanta è
lempatia, limmedesimazione affettiva, che la lettura comunica.
Questa corsa, affettuosa e dolente, nella vicenda del Padre stigmatizzato è compiuta da Padre Eusebio con esuberante dolcezza, con una tenerezza
appassionata, con una continua, riconoscente devozione, con listinto
del narratore popolare che si offre con lio generoso e persuasivo
a illuminare i cammini della nostra affaticata ed oppressa condizione
umana aperta alla speranza. E inizia, con stupore, dal suo percorso di
vita e di vocazione, aperto al discernimento profondo:" Uagliò,
dice Padre Pio a Padre Eusebio, dimmi una cosa. Ma tu hai mai ringraziato
il Signore che ti sei fatto frate?... "Pensaci e ringrazialo il Signore,
perché se non ti facevi frate saresti uscito un delinquente!"
Così incomincia, con la rivelazione inaudita di un mistero e di
un destino di vita, a San Giovanni Rotondo, lavventura memorabile
del giovane frate di Castelpetroso con l"Alter Christus" del XX secolo.
Il "rosario di Padre Pio recitato da Padre Eusebio", nelle cinquecentocinquanta
pagine del suo commovente, gioioso ed avvincente racconto, penetra nellintelligenza
e nel cuore e sembra che lanima resti ispirata e sfiorata dalla
Bellezza e dalla Santità. E, incantata dallesempio clamoroso
e incomparabile di dolore e di amore, possa finalmente decidere di aprirsi,
più profondamente e coerentemente, alla nostalgia delleterna
ed infinita potenza di Cristo crocifisso e risorto.
"E limitazione
che dura a venire!" e conclude
Padre Eusebio, anche per tutti noi: "che il Padre faccia dal cielo
questo altro miracolo!"
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.13/ del 4/7/2008)
Il
malato, il carnefice e Padre Pio
Cè
nellavidità e nella crudeltà svelate dalincredibile
e inaudita notizia dellorrore nella clinica milanese, non un caso
solito di malasanità, ma un segno clamoroso e micidiale di quanto
possa precipitare nellabisso delloffesa allumano una
condizione centrale e decisiva dellorganizzazione della società
contemporanea. Il diritto alla salute, alla cura, alla vita, al rispetto
della dignità, proprio
nel luogo destinato alla strategia del recupero, della cura, della terapia,
della solidarietà interumana con tutti gli apparati scientifici
e tecnologici resi disponibili dall intelligenza, è negato,
rovesciato e subordinato allesecrabile bramosia del denaro.
Nel complesso sistema civile del servizio alluomo, la medicina è
spazio privilegiato di riconoscimento e attenzione alla realtà
del corpo e dellanima della persona al massimo dellesposizione
fisica, psicologica e spirituale. E tutta la soggettività
antropologica che si consegna con fiducia e speranza allaltro; che
ne invoca lascolto, il soccorso, laiuto, la solidarietà;
che ne accetta la compassione e il servizio, il giudizio diagnostico e
lintervento terapeutico. NellOspedale sincrociano i
profili estremi dellumanità e si struttura la socialità
nel significato profondo ed essenziale dell"essere prossimo":
da un lato il malato, con il carico drammatico di una grave difficoltà
che vulnera la solidità, lefficienza e perfino la stessa
consistenza esistenziale dellio e dallaltro il medico,
con la responsabilità, le competenze e la sollecitudine, di curare
di reintegrare e di promuovere la salute in tutte le dimensioni e a tutti
i livelli accessibili alle capacità e alle disponibilità
dellorganizzazione sanitaria. NellOspedale è sempre
aperta la scena, e il tormento, della sfida tra la vita e la morte.
Alla qualità dellincontro tra il "debole" e il
"forte" e secondo il grado di umanizzazione della relazione
radicale tra "paziente" e "agente" medico e della
corrispondenza tra il soffrire e il risanare, è consegnata la misura
vera della civiltà.
Ora levento tristissimo e spaventoso svela, con lo shock mediatico
del micidiale annuncio, una realtà miserabile e sconvolgente, non
di spersonalizzazione relativa, ma di completa disumanizzazione, di riduzione
dellumano a integrale "oggetto" di speculazione, di sfruttamento
e di rapina, di violazione assoluta della dignità e della "sacralità"
dellessere. Sempre più alla narrazione epica delleroismo
di figure mediche straordinarie e memorabili per passione civile, per
dedizione professionale e per senso di abnegazione e di sacrificio, si
sostituisce la cronaca quotidiana di disattenzioni clamorose, di superficialità incomprensibili, di errori paradossali ed ora di nefandezze e di delitti.
Questo episodio estremo e tragico -speriamo isolato- introduce con sgomento
nella rappresentazione di uno dei luoghi più attrezzati ed efficienti
dellassetto territoriale della sanità italiana ed europea,
unimmagine dolorosissima che viene dalla cupa memoria dei Lager
nazisti.
Come è stato possibile?
Quando, per loblio dellalfabeto della "solidarietà"
e per la rinuncia alla grammatica del servizio e alla "regola doro"
dellamore, questa civiltà si abbandona alla deriva del nichilismo
individualista e consumista, tutto diventa possibile, anche lomicidio
sanitario, anche lassassinio programmato e remunerato dal Servizio
Sanitario Nazionale.
Loperazione chirurgica può diventare soltanto unoperazione
burocratica e finanziaria e il corpo umano può finire solo come
"corpo di reato" e la Sanità solo in Business.
Assistiamo al crollo immane e dolorosissimo dei "codici deontologici",
alla trasgressione degli impegni, dei giuramenti, delle responsabilità;
al degrado delle relazioni, al prevalere dellinganno, al trionfo
di "mammona".
La vita, la salute, il sistema dei servizi sono divenuti campi di scontro
e di violenza, di sopraffazione e di sfruttamento, dove, nella prossimità
dellincontro duale che esige rispetto, amore e cura, un uomo viene
ridotto a vittima e un altro si trasforma in carnefice.
Se non fermiamo la degradazione forsennata degli stili e dei profili etici,
se non recuperiamo un orizzonte di fraternità, di amicizia e di
solidarietà, non salveremo questa civiltà.
Nel mondo del dolore, della malattia, Padre Pio da Pietrelcina ci ha affidato
unindicazione pedagogica e un altissimo modello operativo di pietà,
di compassione, di competenza e di servizio. Al nostro Santo, alla Sua
presenza di Santità, bisogna guardare per riapprendere il mistero
delluomo e per rispondere, con un sussulto di moralità e
di dignità, al grido profondo della sofferenza e della speranza.
E per continuare ad appartenere allumano.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.12/ del 20/6/2008)
La
sfida del Federalismo e le speranze del Mezzogiorno
Dopo il confronto
elettorale e le scelte della democrazia, il Paese può riprendere
il cammino e affrontare le difficoltà, i problemi e le domande
della società. Sembra ora più definito il quadro delle grandi
questioni e delle priorità sociali ed economiche,
più convinta la metodologia del dialogo e dellincontro tra
le posizioni strategiche degli schieramenti presenti in Parlamento.
In queste prime settimane, mentre si va delineando il nuovo assetto di
potere a servizio della vita sociale e si va configurando la strategia
programmatica del nuovo governo, sembrano affermarsi ampie disponibilità politiche a tracciare il percorso conclusivo ed operativo del federalismo come luogo di libertà plurimo ed aperto alle iniziative dei territori
espressivi di identità, di culture, di linguaggi, di movimenti,
di risorse, di potenzialità. Lenergia del Paese, spesso soffocata
da inerzie e freni statalistici, potrà finalmente comunicarsi ai
gruppi sociali e alle istituzioni territoriali in piena autonomia, sulla
base del "principio di sussidiarietà", in tutta
la compiutezza delle diversità e delle differenze, in un rapporto
interattivo tra rappresentanze elettive e comunità, in uno scambio
continuo di esperienze, di valori, di progetti, di speranze. Certamente
lorizzonte federalistico non potrà essere disegnato alterando
lunità essenziale del Paese, travolgendo il tessuto della
interazione e della solidarietà, scatenando conflittualità
ed esasperando diseguaglianze ed egemonie. Anche il Mezzogiorno dovrà
fare i conti, non solo economici e finanziari, con la grande impresa del
federalismo; lo deve fare in termini culturali e politici, ravvivando
la memoria del processo genetico di inserzione della sua civiltà
nellunità risorgimentale, misurando la distanza del suo agire
politico dalle finalità costituzionali, rivisitando criticamente
il percorso regionalistico spesso confuso, disordinato, inconcludente,
attivando nuove funzioni di animazione civile e culturale e regolando
il governo delle comunità con rinnovate capacità di partecipazione
popolare.
Lanalisi della democrazia territoriale e la lettura dei meccanismi,
delle procedure, delle regole organizzative delle scelte locali mostrano
inequivocabilmente il deperire dei rapporti politici, la frantumazione
degli interessi comunitari, la gestione spesso irresponsabile di risorse
finanziarie, la dispersione dei valori costitutivi del territorio umano,
sociale, culturale. Bisogna urgentemente tornare a "fare politica" nel territorio!
Il federalismo non è una condanna allisolamento: è
una sfida poderosa ed efficace se scuote indifferenze ed acquiescenze,
se promuove impegni associativi e iniziative civili di grosso respiro,
se induce a condividere proposte di sviluppo e di cambiamento e a controllare
in modo più diretto e incisivo le risorse fiscali e se riduce e
distrugge pesantezze burocratiche sacche clientelari.
E necessario rivedere le strutture e le funzioni delle istituzioni
civili e territoriali: lasse istituzionale comune-provincia-regione
così com è non è più funzionale allo
sviluppo democratico né alla trasparenza della spesa pubblica né
ai processi reali di organizzazione del territorio. I costi eccessivi
delle amministrazioni, gli sperperi, limpossibilità di ricevere
servizi puntuali ed efficaci, la devastazione ambientale, lassenza
di progettualità impongono sia una severa autocritica sia una ridefinizione
dellordinamento e dei suoi strumenti.
E tempo di misurare lutilità, la convenienza e la necessità
di certi assetti amministrativi, delle stesse provincie, delle comunità
montane, definendo una seria "metodologia innovativa" che proponga
linee di programmazione strategica e riduca la spesa corrente improduttiva,
che investa sul ruolo manageriale e valorizzi lenergia umana per
il cambiamento e risponda alle sfide e ai rischi della società contemporanea.
La dimensione decisiva del profilo federalistico è la riforma fiscale.
Alla famiglia deve essere riconosciuta una "centralità forte"
che ne qualifichi il ruolo, la tenuta, la funzione sia nei processi educativi,
sia in quelli di cura e di servizio, sia in quelli produttivi ed economici.
Un sistema fiscale che non riconosce leffettiva consistenza dei
carichi familiari è sorprendentemente ingiusto e doloroso, perché,
invece di ridurre, aumenta il rischio della povertà. Anche il calo
demografico è determinato in larga misura dal mancato riconoscimento
del "valore reale" del figlio: le spese sempre più onerose
per la crescita della prole non sono riconosciute e quindi non vengono
dedotte dal reddito netto.
Senza una grande riforma fiscale il federalismo, che si annuncia
come momento fondamentale e prioritario della nuova legislatura, sarà
la vittoria di insipienti egoismi territoriali e di vergognosi interessi
dei gruppi più forti. LItalia, invece, si attende una fase
costituente generosa e coraggiosa che possa generare un rinnovato assetto
civile, culturale e sociale del Paese reso finalmente capace di una completa
e operosa unità.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.11/ del 6/6/2008)
L'invito
di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Andare
oltre il limite è linvito pressante e premuroso di Bruno
Pietro Manserra a percorrere la vicenda quotidiana sulla soglia dellesperienza
sempre aperta allirruzione dellinfinito, delleterno,
della santità, della trascendenza.
Andare oltre! Attraversando coraggiosamente, dolorosamente i territori
accidentati della vita e della morte, del bene e del male, della verità e della menzogna, con il desiderio delloltre: della bellezza
e della felicità!
La ricerca letteraria, storiografica, poetica di Manserra esplora da anni
i territori della vita umana nella complessità incandescente di
percorsi, di relazioni, di dinamiche, di memorie, di scelte che illuminano
il pensiero e il cuore della creatura umana.
Nel suo dis-correre cè sempre il desiderio di penetrare
la cronaca per rintracciare il senso, il perché, il fine dellagire,
dellamare, del soffrire, del morire, dellesserci.
E un viaggio nella società contemporanea, carico di poesia
e di memoria, è scavo psicologico e spirituale nelle profondità
insondabili e oscure della coscienza per trarne frammenti di luce e atomi
di bellezza; è cammino, ora ansioso, preoccupato
e febbrile, ora pacato e dolcissimo, nelle arterie morali, politiche,
culturali e religiose di una umanità grandiosa e misera, stretta
tra le effervescenze effimere della mondanità e i richiami profondi,
intimi di un orizzonte spalancato sulle vertigini dell "oltre".
Non è un cammino solitario, avvilito e stanco questo di Manserra:
è un esodo, ove incontra, nel quotidiano della vita e della
storia, persone, gesti, sguardi, pensieri, ricordi, destini, luoghi, e
li abbraccia e li attraversa con il suo ampio patrimonio di saperi e di
competenze sapienziali, animandoli sempre con acutezza e sensibilità,
offrendoli con tenerezza e comprensione e, talvolta, con ironia e indignazione.
Nella diacronia storico-culturale si alternano i volti e le parole, le
riflessioni e le tracce ora di Kant, ora di Scheler e di Sartre, ora di
Aristotele e San Tommaso, ora della Sacra Scrittura, di SantAgostino,
di Dante, di Eliot,
E diventa protagonista il Mistero: il
Mistero del Divino che non soccombe mai anche se affrontato da nichilismi
devastanti e da sconvolgenti e rabbiose aggressioni allethos della virtù e del sacrificio, del rispetto e dellamore.
E fortissima nella coscienza di Manserra la consapevolezza della
forza dellamore; e perciò si addensano i riferimenti alla
bi-millenaria tradizione del pensiero cattolico, e si amplifica la voce
di Giovanni Paolo II a contrastare con inaudita potenza di verità
le folli presunzioni della modernità scatenata nellesaltante
e suicida progettazione di un mondo senza Dio e senza redenzione.
E fortissima in lui la preoccupazione per labuso diffuso della
libertà, per la pretesa dilagante di sfuggire allosservanza
della "regola morale", per lincontenibile espandersi dellideologia
del materialismo e per il selvaggio sfrenarsi degli istinti, del desiderio
edonistico, dellarbitrio e della violenza.
Ma Bruno Pietro Manserra non si chiude mai in una visione cupa della vita
e delle cose; non cede allineluttibilità dellinfamia
e della malvagità.
Non dispera mai. Egli sa che ciò che è impossibile agli
uomini è possibile a Dio e afferma la speranza come potenza
vittoriosa sul limite del tempo e dello spazio, dellerrore e del
peccato, del male e della morte: la speranza è piena di immortalità.
Mentre le sfide allumana convivenza si moltiplicano e accrescono
i rischi e le incertezze e le paure, e si diffondono violenze e impulsi
terroristici e sembra incerta la tenuta stessa della condizione antropologica,
insidiata dallo scientismo, Manserra indica, lungo i percorsi impervi
della "Via Crucis" dellumanità, i volti della santità
di Francesco dAssisi, di Padre Pio da Pietrelcina, di Madre Teresa
di Calcutta, per riscattare il mondo dalle brutture e dalle offese che
ostinatamente lo feriscono e per illuminare di verità, di libertà
e di amore lorizzonte inquieto della vita e della storia.
Per "andare oltre il limite", questa è la lezione ardente
e coraggiosa di Manserra, bisogna vivere, nella Chiesa di Cristo,
con più fede, più speranza, più amore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)
Una
preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità
Tutte le creature, "immagine e somiglianza di Dio", sono chiamate alla santità:
sorgente, misura e testimonianza della
condizione umana che, tra le difficoltà, i peccati e le sfide della
vicenda storica, si apre alla Grazia e accoglie nellesistenza il
sigillo della fede, della speranza e dellamore. "La storia,
ha scritto Moro, sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non
fosse riscattata dallannuncio, sempre presente, della salvezza e
della speranza.
In un contesto difficilissimo e drammatico -il primo trentennio della
storia repubblicana del Paese- Aldo Moro ha offerto una straordinaria
presenza di intelligenza e di libertà a servizio della società
e delle istituzioni democratiche; ha animato il pensiero, la parola e
le azioni della sua esperienza personale, nella famiglia, nella D.C.,
nel dialogo con la comunità civile e politica, nel governo della
"cosa pubblica", nelle relazioni internazionali, con una fedeltà
sicura e vitale allintegrità del Vangelo.
Con Alcide De Gasperi e con Giorgio La Pira, Egli è lesempio
più alto della politica dei cattolici nel XX secolo radicata nella
grande tradizione popolare avviata da Don Luigi Sturzo e ispirata al pensiero
della "Rerum novarum" e della "Dottrina sociale" della
Chiesa.
Dalla "strategia popolare" di Sturzo, dal "realismo degasperiano"
e dalla "profezia lapiriana" convergono in Moro linee profonde
di attenzione alla concretezza del divenire storico-politico, insieme
a illuminanti spinte di possibilità e di avanzamento dei processi
civili, culturali e sociali: per corrispondere in modo più pieno
alle domande di giustizia, di ordine e di cambiamento che vengono dal
cuore profondo della comunità nazionale pure agitata e sconvolta
da fenomeni di rottura e da suggestioni di "violenza come alternativa
disperata alla libertà".
Con lidea di "democrazia viva, problematica e aperta"
e consapevole che anche "nella necessità si può essere
liberi", Moro si muove tra le torbide e inquietanti reazioni di gruppi
che vantano i valori della conservazione anche per difendere privilegi,
poteri ed equilibri in contraddizione con le dimensioni popolari del "nuovo
patto costituzionale", e le tensioni complesse e incontenibili che
si accumulano in una dinamica febbrile e violenta generata da una cultura
commista di relativismo etico e di utopie palingenetiche, di velleitarie
persuasioni razionalistiche e di inattendibili istanze rivoluzionarie.
E recupera, nel magma incandescente dei sommovimenti morali, civili, ecclesiali,
ideologici e politici, i segnali positivi e forti di mutamenti compatibili
con il metodo e la sostanza della democrazia; e attiva una strategia intelligente
e penetrante di attenzione alle esigenze e alle richieste della convivenza
civile e alle posizioni e alle prospettive di evoluzione del sistema politico
che si andava incagliando pericolosamente per la mancanza di alternative
nel governo del Paese.
Conclusa la fase degasperiana, grandiosa e perfetta nella indicazione
costitutiva della fisionomia democratica, del ruolo storico-politico e
del processo di sviluppo del Paese, Moro esprime il massimo della capacità
di movimento e di iniziativa della D.C., conservandole linalienabile
ispirazione cristiana e la formidabile potenza di moderazione e di equilibrio.
Dopo Moro, tutto questo mondo di idee, di esperienze e di valori si indebolisce
e si frantuma: la politica non si mostra più come "un modo
esigente di vivere la carità".
Ora, dopo trentanni, la tragedia delleccidio di Moro indica,
con maggiore evidenza, linsanabile frattura della concezione politica
dellamore, della libertà, e della giustizia. Per questo,
dallevento terribile e feroce, ancora indicibile e inquietante,
viene un grido, e un lamento, di pianto e di allarme che raggiunge ancora
il cuore dolente del Paese.
E venuto il momento di chiedere perdono a Moro e alla famiglia di
Moro: è una necessità e unurgenza che non possiamo
più eludere.
Ora dalla Chiesa, in cui Aldo Moro è stato presente con una partecipazione
continua e premurosa, profonda e intima, fedele e coerente, di cui è
stato figlio confidente e generoso, alla quale ha consegnato la sua fine
drammatica, molti attendono con fiducia una parola di verità sullidentità,
sul percorso e sulla destinazione di santità della sua testimonianza.
La Chiesa, con la sapienza della sua ricognizione storiografica, con lintegralità
del Suo sguardo di Madre e di Maestra, con la Sua capacità di leggere
le profondità del cuore delluomo, può donare al riconoscimento
e alla devozione di tutti il volto di un grande testimone della Verità,
della Libertà e dellAmore, a cui è stata richiesta
la sofferenza eroica del martirio.
A Moro, sottratto finalmente alloffesa e allingiuria, la Chiesa
può ridare dignità, onore e giustizia perché la sua
memoria, purificata e limpida, sia benedetta dal sigillo della santità.
Le gravi, solenni, tenerissime e commoventi parole di Paolo VI, con il
quale è sorprendente la straordinaria somiglianza di pensiero,
di linguaggio e di stile, risuonano sempre più forti nella coscienza
umana e cristiana: "Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico".
Ecco, intorno ad Aldo Moro si stringa il cuore riconoscente ed amico della
Civiltà italiana con la potenza della gratitudine e della devozione:
per chiedere alla Chiesa di Gesù Cristo che il Volto mite e buono
di Moro splenda finalmente con il segno santo del Martirio.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)
Lo
sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi nelle "Luci e Tenebre del Mondo d'Oggi"
Il vigoroso
sacerdote contadino di Fragneto Monforte, Don Nicola Capozzi, ha interrotto,
ma solo per un po, lansia antica della poesia e ha sospeso
il ritmo della bellezza musicale del verso limpido e salmodiante, che
vuole abbracciare lo splendore e le vibrazioni della creazione per rintracciarvi
i segni dellAmore eterno: lAmore che redime lumano dal
male devastante e incombente con le laceranti sfide della menzogna e dellodio.
Ora lAmore di Dio diventa protagonista di una ricerca severa, a
volte indignata, penetrante nel cuore della storia, nei rischi della civiltà
contemporanea, nellaffanno materialistico di un quotidiano sperduto,
tra desideri disordinati, in una esperienza mondana non più illuminata
dal senso della vita e dai significati del nascere, dellesistere
e del morire. Don Nicola, con lantica sapienza sacerdotale, profetica
e regale, che sigilla un novantennio straordinario di vicende umane, culturali,
pastorali e religiose, osserva con acutezza dolente il divenire delle
cose e lavventura affascinante e drammatica della società ed esamina e valuta e giudica il corso del tempo in cui tradizioni, valori,
ideali, assetti istituzionali e civili sembrano precipitare, non senza
speranza di salvezza, in una rovinosa caduta.
Sono "le luci e tenebre nel mondo doggi" che si
scorgono nellorizzonte, cupo eppure attraversato ancora dalla verità della fede, di questo presente inquieto e complesso, dominato da un inaudito "progresso tecnico-scientifico" e mortificato e lacerato
da un "regresso religioso e morale". E questa dissociazione
radicale e forsennata tra saperi ed etica, tra scatenati individualismi
e sofferte relazioni interpersonali, ad animare la dialettica pensosa,
preoccupata e commossa di Don Nicola: la disgregazione penosa della famiglia,
lindebolirsi grave e irreversibile del legame matrimoniale, il crollo
accelerato dei vincoli legali e morali, la dissennata ricerca del piacere
comunque,la sregolatezza perversa di una sensualità insana, senza
rispetto della corporeità e della sessualità.
Lanalisi realistica e puntuale non induce però ad una visione
pessimistica e insopportabile della vicenda umana, non porta a una condanna
completa e irreparabile della condizione storica, non suggerisce una resa
della testimonianza educativa e pastorale e una fuga sgomenta nellindifferenza
e nellegoismo. Non cè rimpianto né nostalgia
del tempo passato, ma consapevolezza del tempo che avanza recuperando
nella memoria la responsabilità delle "cose nuove".
Non cè rifiuto della modernità, ma la ricognizione
intelligente e critica, in essa, di ciò che è inevitabilmente
morto e superato ed anche di ciò che deve essere conservato e potenziato
per reggere allurto distruttivo che comprime e frantuma la grandezza
e la dignità dellumano.
In uno splendido passaggio del "saggio", Don Nicola compara
la vita cristiana di oggi a quella di ieri e misura il decadere del metodo
educativo e dellesempio generoso nella famiglia e nella scuola,
loscurarsi della verità e dellamore e il disperdersi
dei patti di obbedienza e di fedeltà, lo spezzarsi dei rapporti
anche nella comunità dei credenti.
E nel confronto tra vita pastorale di un tempo e quella di oggi, il linguaggio
di Don Nicola diventa duro, rovente, carico dellinvettiva tagliente
della profezia del Vecchio Testamento e della voce travolgente e accusatoria
del Battista.
Ma finisce per prevalere unattenzione preoccupata e dolcissima,
venata di comprensione e di affetto, rivolta alle situazioni più
problematiche e difficili, soprattutto quando sono le nuove generazioni
a muoversi in un disagio diffuso e asfissiante, in una sofferenza acuta
e irriducibile. E proprio quando lo sguardo doloroso e preoccupato si
posa su vicende orribili di immoralità e di dissolutezze, sulla
questione tremenda dellaborto e sul rifiuto del diritto alla vita,
si eleva linvocazione premurosa ed esigente, perché si ritorni
alla bellezza esemplare dellosservanza del patto damore nei
rapporti coniugali, nelle relazioni tra genitori e figli, tra maestri
ed alunni, tra pastori e fedeli.
In questo lavoro di ricognizione sui "guai" di questo
presente trascinato da più parti verso il naufragio ineluttabile
di unintera civiltà strappata alle sue radici cristiane,
Don Nicola Capozzi rilancia una prospettiva pedagogica, culturale e civile
che chiama vecchi e giovani, uomini e donne, famiglie e comunità,
cristiani e pastori al ritorno a Cristo, alla "Via Verità e Vita" dellAmore.
Con un sentimento di gratitudine per la Sua testimonianza alta di responsabilità
e di preoccupata tensione civile ed ecclesiale, ognuno di noi , nel porsi
in ascolto della Sua voce poetica, della Sua esperienza e della Sua profezia,
ritrovi il coraggio della Verità e dellAmore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.7/ del 11/4/2008)
Le
grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
Premono problemi
ed esigenze molteplici ad interrogare la coscienza personale e la responsabilità civile e politica.
È avvertita in profondità linquietudine per la fragilità
dellorizzonte sociale, economico e finanziario del nostro Paese
e si rafforza lidea che la crisi richieda con urgenza cure radicali,
condivise da tutte le forze politiche.
È sempre più diffusa la domanda di occupazione delle nuove
generazioni ed è divenuta drammatica, soprattutto nei territori
più deboli e sofferenti del Mezzogiorno, la richiesta di sostegno
al potere di acquisto delle famiglie, fortemente ridotto negli ultimi
dieci anni, perché si possa sopravvivere al "rialzo"
dei beni di consumo anche di prima necessità.
Aumenta il "deficit" di fiducia e di speranza: il futuro appare
più nero ed incerto.
Consentirà la "nuova legislatura" rinnovati equilibri
democratici ed assetti di potere funzionali alla ripresa del "bene
comune", per rianimare gli estenuati sistemi di competenza istituzionale
e di servizio e per rilanciare lo sviluppo della vita civile , culturale
e produttiva delle nostre comunità?
La nostra Campania, assalita da mille emergenze, anche criminali, vive
una dolorosissima condizione di difficoltà, stranamente irrevocabile,
e non riesce ancora a individuare una rappresentanza politica capace di
esprimere lintelligenza e la passione che pure animano la "comunità
etica" della Regione.
Ora cè bisogno di una bussola intellettuale e morale che
possa orientare le scelte e i percorsi nella complessa geografia politica
nazionale, agitata da una dinamica confusa nel dichiarare le motivazioni
di fondo e gli indirizzi di principio.
È positivo che sia stata offerta allopinione pubblica, soprattutto
per merito di Giuliano Ferrara, unattenzione più viva e sorprendente
alla grande "Questione della Vita": promuovere una strategia
politica che favorisca il "diritto incondizionato alla vita"
dal concepimento alla morte naturale significa concretamente investire
risorse destinate alle mamme, alle famiglie, ai servizi socio-sanitari
per aiutare la vita a nascere, perché nessuna donna sia "obbligata
ad abortire", e per favorire una forte iniziativa di orientamento
culturale e educativo che contrasti i cedimenti all"azzardo
delleugenetica" e allinsidia della manipolazione embrionale.
Laltra riflessione politica essenziale va rivolta alla "Questione
della Famiglia", perché è in atto una micidiale
aggressione al nucleo familiare, alla sua consistenza antropologica centrata
sulla mascolinità e femminilità, sulla paternità
e maternità. E necessaria unazione polivalente che
aiuti, anche con adeguate misure fiscali, la famiglia ad affrontare i
rischi innumerevoli, anche economici, etici e pedagogici, che ne insidiano
la tenuta generativa, la saldezza sociale, la missione culturale e educativa.
Ed è lesperienza quotidiana a rivelare in quale disordine
valoriale, ideale ed etico siano state vergognosamente precipitate le
nuove generazioni, sempre più sbandate per lassenza di orientamenti
morali, non più coscienti delle loro identità per il crollo
del senso della vita e, perciò, non più consapevoli della
loro missione nella storia.
La "Questione Educativa" è divenuta così
una gravissima emergenza, alla quale un magistero familiare e pedagogico,
non più riconoscibile nella sua autorità per il franare
delle regole e degli esempi positivi di convivenza, non riesce a dare
risposte efficaci ed esigenti.
La Scuola è in seria difficoltà: si è oscurato il
fascino della ricerca della verità e si è spenta la luce
della libertà e dellamore sulla pluralità dei cammini
culturali.
E, mentre si accrescono disagi nella gestione dellesistenza quotidiana
e nel funzionamento delle istituzioni, sinasprisce il confronto
tra le culture e le tradizioni religiose ed esplodono fenomeni ignominiosi
di sopraffazione e di violenza sulle donne e sui bambini e di sfruttamento
sugli immigrati. Emerge, in tal modo, anche la "Questione della
sicurezza e della solidarietà", che non è tanto
un problema di legalità quanto di rispetto dellaltro, soprattutto
dei più miserabili ed emarginati. E una questione di accoglienza,
di ospitalità, di garanzia per tutte le persone e le famiglie che
giungono nel nostro Paese alla ricerca di un "minimo" di dignità e di affidamento esistenziale.
Infine cè, ineludibile e rischiosissima, la "Questione
della Pace" che inquieta la coscienza politica, mentre saccresce
linaudito potenziale di terrore e di morte e si moltiplicano circostanze
esplosive di conflitti micidiali, di stragi e di genocidi disumani e di
sanguinosi confronti. Tutto il mondo è in una emergenza continua,
su un "crinale apocalittico", senza la consapevolezza che può
essere vicina la catastrofe planetaria e che la guerra non ha più legittimazione storica ed etica. "Mai più la guerra!" ci ricorda il Magistero papale in nome della "tranquillità
dellordine" e del "diritto alla vita" del biocosmo
e dellumanità: tutti noi apparteniamo alla stessa famiglia,
alla stessa storia, allo stesso destino.
Per continuare a scommettere sulla "bontà della vita",
è tempo che lintelligenza politica, oltre gli slogan, ritrovi
la coraggiosa misura del discernimento e, oltre gli insulti, ristabilisca
i criteri del giudizio e della saggezza.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.6/ del 28/3/2008)
"Il
fiore del deserto" di Michele Ruggiano. La consolazione della Poesia nell'epoca del nichilismo
"Il fiore
del deserto" è unopera sorprendente: era sembrata conclusa
limpresa della ricerca sulla vicenda ardente e dolorosissima del
Leopardi. Il Preside frassese, infatti, aveva già offerto il complesso
percorso esistenziale e poetico leopardiano anche in una suggestiva configurazione
storica e filosofica e, con sonde di fine esploratore, era penetrato in
profondità lungo i tracciati spirituali da Petrarca a Baudelaire.
Ma un "vero amore" non può essere abbandonato alloblio.
Alla Biblioteca Provinciale di Benevento, accolto dal fervore amicale
ed organizzativo della "Dante Alighieri" della prof. Elsa Maria Catapano,
da sempre impegnata a dialogare con i protagonisti della vicenda culturale
sannita e con i testimoni della letteratura, dellarte, della poesia,
Michele Ruggiano ha, con sperimentata metodologia, introdotto lautocoscienza
dei partecipanti in unatmosfera poetante e musicale, carica di fortissima
tensione emotiva e di disponibilità allascolto. Addensata
con le note sublimi di Beethoven -proposte con dolcezza e potenza dalla
prof. Angela Farina- è penetrata nel cuore la voce leopardiana
dell"Infinito" con la misurata intonazione lirica e il timbro sonoro
e profondo di Anna Ciancio DAgostino.
E stato assai più agevole, e forse più semplice e
suggestivo, presentare la relazione Leopardi-Ruggiano come confidenza
narrativa tra lio vivente del Poeta e lo sguardo innamorato ed attento
del Narratore. Chi legge "Il fiore del deserto", vive drammaticamente
il percorso leopardiano: entra dentro un"autobiografia" dolente
e avvincente, che si sporge ai confini dellessere e del nulla, tra
pietà ed empietà, tra domande sconfinate damore e
durissime smentite, sconvolgenti incorrispodenze.
Ruggiano ha avvicinato Giacomo Leopardi non con una fantasia spericolata
né con pregiudizi psicologici e ideologici. Cè una
riservatezza umile e timida, eppure gioiosa e tenerissima, nellapproccio
integrato alla complessità di una personalità incandescente
e dolente che trafigge la bellezza e il dolore delle cose, dellanima,
del cosmo. Luomo, nessun uomo, può essere colto con lorgoglio
saccente dellIntellettuale e Michele Ruggiano non si sente mai il
padrone del pensiero, nemmeno di quello leopardiano, di cui pure è
Maestro insuperabile. E di questi tempi di sfrenatezze e di superbie incontenibili,
di autoesaltazioni luciferine, di esposizioni mediatiche ingombranti e
insolenti, è un dono grande essere amico e lettore di Ruggiano:
la conoscenza di Lui e delle sue opere e delle sue iniziative, anche della
sua direzione intelligente ed aperta del "Centro di Cultura" operoso nellaccogliente
scenario francescano della Madonna delle Grazie, è da custodire
nel cuore, nellintelligenza, con rispetto, con devozione, con cura.
"Il fiore del deserto" si legge senza interruzioni, di un fiato: è,
infatti, un "romanzo" nato da unempatia eccezionale, è la
"fusione di orizzonti" nel crogiuolo di una disposizione allospitalità
cognitiva, affettiva, relazionale di una identità umana "giobbica",
miserrima ed esaltante anche nella sventura. Questo Leopardi di Ruggiano,
lho sentito vivo, con la sua carne sofferente, con il suo respiro
affannoso, con il suo cuore avvilito e impazzito, vivo dentro il palazzo
marchesale, vivo nel suo incontro "matto e "disperatissimo", con i tanti
abitatori della biblioteca di Monaldo, vivo, sempre!
Ho pure tentato di contenere in unattenta e prudente disciplina
critica lentusiasmo per il Leopardi ruggianano; ma la mia libertà
di giudizio, sprovveduta ed incerta per pochezza di conoscenze poetiche
e letterarie, è stata confortata e confermata dallautorità
più attrezzata e sapiente di Orazio Gnerre e di Raffaele Matarazzo,
protagonisti per decenni della generosa pedagogia e dellalta cultura
nel Sannio.
Tutto il testo luminoso di Michele Ruggiano è un invito poderoso
e struggente a tornare alla Poesia: il canto della Bellezza, dellAmore,
del Dolore.
La poesia leopardiana è "il fiore" che nasce nel deserto dellavventura
umanistico-illuministica -quella del progresso e della rivoluzione- che
sembra concludersi in questa fase minacciosa e drammatica del gelo planetario.
Leopardi avvertì per primo, dolorosamente, mirabilmente, mortalmente,
lirrompere nellorizzonte della modernità del disprezzo
per il "Logos dellamore". Lideologia del materialismo meccanicistico
inizia allora lopera corrosiva della verità e del bene e
Leopardi vive e soffre linaudita catastrofe che il male arreca ineluttabilmente
alla vita. Assiste con sgomento allespandersi minaccioso e invadente
del nulla che investe, nel suo ritmo irresistibile e tragico, la fondazione
stessa della realtà e il destino degli uomini. Ma non tutto è
perduto: nel "secolo superbo e sciocco" delle "magnifiche sorti e progressive",
"la potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello", e
"in questa fuga il bene si nasconde proprio per manifestarsi".
Gratitudine immensa a Michele Ruggiano: il "suo" Leopardi riaccende, fin
nel tenebrore di questo tempo feroce e inquietante, la trepida nostalgia
della Bellezza ove, per leternità, abita la Verità,
la Libertà, lAmore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.5/ del 7/3/2008)
Gratitudine
a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"
Con straordinaria
sapienza politica ed eccezionale disposizione alla pietà, Giuliano
Ferrara ha acceso, dentro lo spazio aperto dalla Risoluzione ONU per la
"Moratoria contro la pena di morte", il fuoco di una sorprendente, formidabile
iniziativa etico-civile che, finalmente, introduce nella comunicazione
pubblica la grande questione: la guerra scatenata alle radici stesse della
costituzione dellio umano nel grembo delle Madri.
Nei giorni foschi del 1978, mentre Aldo Moro era "ostaggio" della vigliacca
violenza delle B.R., il Parlamento italiano definiva il dispositivo legislativo
della 194, in un confronto doloroso e difficile tra statualità
democratica e "diritto alla Vita". In quel contesto, segnato da inaudite
tensioni, esasperazioni e paure, la "cultura della Vita" cedette allattacco
micidiale dellideologia antiumana del dominio e del terrore.
Ad Aldo Moro, nelle mani dei suoi assassini, non fu più riconosciuta
la sua vera identità e fu negato "il diritto di cittadinanza":
la sua libertà venne abbandonata allinfamia delleccidio.
Alla Creatura umana, nascente nel grembo materno, fu conferita giuridicamente
la condizione di "ostaggio", sempre esposto alla minaccia dellesecuzione
capitale. Ma quando alluomo, in tutti i momenti del suo "esserci",
non viene riconosciuta l"identità vivente dellumano",
non ci sono più confini allinganno né difese per contenere
loffesa e la violenza radicale. Ed anche quando si rivela la presenza
sorgiva dellumano, si alza, osceno e ripugnante, il grido del "Crucifige!"
E diventa un diritto di libertà, un segno di salvezza e di liberazione,
perfino la strategia dellannientamento e della strage.
Con il grandioso "processo di modernizzazione" -la trionfale avventura
del Regno della Ragione e della Libertà- la Vita stessa, il suo
inizio il suo percorso il suo destino, entra integralmente nel dominio
della tecnica: la Vita, soprattutto quella dei deboli, degli innocenti,
degli inermi, è esposta al rischio totale, perché è
il "sapere-potere" a decidere i tempi della storia e dellesistere.
Trentanni fa la Ragione pratica -lEthos, la Paideia, la Politeia-
rifondò, anche in Italia, sulla Rivoluzione etica e sulla Catastrofe
della Tradizione "le magnifiche sorti e progressive" della nostra felicità.
E questo Pensiero e questa Prassi marciano ancora, e orgogliosamente,
alla guida del III Millennio cristiano. Lirruzione di Giuliano Ferrara
ripropone ora, in modo più forte e coraggioso, ed ineludibile,
alla coscienza infelice di questo tempo complicato e drammatico, la grande
"questione della Vita" -che è questione di Verità di Libertà
di Amore. A questa non si può sfuggire con lattitudine nichilista
allindifferenza gaia e consumistica del divertimento di massa, dello
stordimento e dellevasione.
"SI o NO alla Vita: questo è il problema!"
Come possiamo non avvertire che la Storia, la nostra presenza nel tempo-spazio
globale di questo XXI secolo, è tutta dentro lurgenza dellalternativa
tra paura e speranza, tra morte e vita, tra terrore ed amore, al bivio
della Tragedia e della Redenzione?
Come possiamo, senza vergogna e senza paura, sradicandola dalla sua fondazione
e dal suo destino e oscurandone la genealogia culturale e spirituale,
consegnare questa Civiltà alla " fine perversa di tutte le cose"
che Immanuel Kant, come ci ricorda Benedetto XVI nella splendida "Spe
Salvi", indicava già allottimismo sfrenato dellIlluminismo
e della Rivoluzione?
Questo pensiero ora torna, con intonazione più inquietante dopo
i genocidi e gli orrori del 900 e le sventure delloggi, a
dare un segnale estremo di allarme, ad offrire un ripensamento cruciale
-un Ultimatum"- perché ciascuno di noi torni a riflettere, interrogandosi
alle sorgenti della coscienza: "Chi sono?"
La testimonianza di Giuliano Ferrara, clamorosa e sorprendente, rimette
al centro del dialogo culturale e politico, dentro le convulsioni della
convivenza contemporanea, il primato del "Logos" -la Comunicazione piena
della Ragione della Parola dellAmore- suscitando risonanze e speranze
diffuse anche nei cuori dei "cristiani devoti" affaticati e avviliti dal
prorompere mediatico delle prepotenze scientiste e delle seduzioni laiciste.
Questa testimonianza di Verità rianimi la coscienza umana intorpidita
dalla lunga rassegnazione allegemonia dei "padroni del pensiero"
che insegnano ancora, "senza pudore e senza giustizia", linfame
rovesciamento del "diritto alla Vita" in "diritto di morte", della pratica
del soccorso in "insensata crudeltà".
Questa testimonianza di Amore risvegli finalmente la maternità
e la paternità alla responsabilità del concepimento come
"fusione di orizzonti" nel dinamismo generativo di un nuovo "io" amante
della vita e dellamore.
Questa testimonianza di Libertà rilanci nei luoghi delleducazione,
della cultura, della politica, del diritto, della medicina, lentusiasmo
per la Vita soprattutto lungo i percorsi della miseria e del dolore: per
conoscere, amare e servire la Vita -a cominciare con il proteggere i "germogli
tremanti nel grembo delle Madri". Grazie, Ferrara!
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.4/ del 22/2/2008)
La
Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe Di Marzo
Non poteva
rimanere ancora privo di un rapporto forte e profondo con la Città di Gravina il nostro Sannio.
Da Gravina di Puglia è venuto il "secondo fondatore" della Città
di Benevento, il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, ricostruttore della
Chiesa e della grande tradizione "ecclesiastica" e culturale della nostra
civiltà territoriale.
A Papa Orsini dovrebbe essere rivolta una riconoscenza significativa e
solenne: la stessa identità religiosa, civile, artistica del nostro
esserci nella storia è stata modellata e rianimata dal Suo straordinario
fervore apostolico e dal Suo incomparabile dinamismo pastorale.
Per ora il dovere della gratitudine è stato provvidenzialmente
assegnato ad un nostro artista di Benevento: S.E. Mons. Mario Paciello,
già Vescovo della Chiesa di Cerreto Sannita SantAgata
dei Goti ed ora Pastore della Diocesi di Altamura Gravina Acquaviva delle Fonti, ha affidato il progetto biblico e teologico della
Porta della Basilica Cattedrale di Gravina al nostro Giuseppe Di Marzo,
al suo genio di artista e al suo cuore di credente.
Ed ora che la monumentale "Porta" di bronzo, con i segni stupendi della
Bellezza e dellAmore, invita alla contemplazione umano-divina aprendo
il Tempio alladorazione e alla celebrazione del Mistero, si fa più
urgente e necessaria una più viva relazione tra le due Diocesi,
tra le due Città, tra i due Popoli.
Nellitinerario biblico-teologico della Porta è offerto alla
sorpresa dello sguardo il rilievo di venti sculture, rappresentazioni
dellorizzonte sublime della Fede e della Salvezza, figure ed eventi
decisivi della Storia sacra dellumanità in cammino nel dramma
dello scontro tra linsidia del male e il soccorso della Grazia.
E un dono magnifico, un altro dono grandioso dellalleanza
antica tra Religione ed Arte, tra "Verbum" e "Imago", tra Tradizione e
Narrazione. Per continuare a vedere, a meditare, a pregare!
Dallaltissima solennità del "Creatore benedicente" alla vibrante
irruzione dell"Arcangelo apocalittico" si eleva lInno iconografico,
che conserva senza discontinuità una formidabile potenza espressiva
nellarmonia di linee, di profondità, di luci.
Le linee sicure, forti, classiche, evocano profili ed eventi che una pedagogia
della Parola divina e dellImmagine umana ha sempre rilanciato dallintimità
millenaria della memoria religiosa ed artistica alle profondità
del cuore e allaccoglienza sapienziale dellascolto obbediente.
E la memoria, abitata ancora dalla Voce del Vangelo, della Tradizione
e del Magistero, che la forsennata scorreria delleffimero e dello
spettacolo non è ancora riuscita a corrodere, diventa intelligenza
di eternità e di bellezza. Giuseppe Di Marzo ricompone, purificandoli
dalle offese, dalle dispersioni e dalla devastazione della volgarità
e dellartificio, i vividi messaggi del Sacro nei quadri biblici
che la regia teologica di Mons. Paciello ha disegnato. Le sculture ricreano
le forme dellumano-divino con un realismo trasfigurato _ il concreto
vivente del Cristianesimo _ senza sfrangiare o scomporre la corporeità,
che anzi è esaltata nellunità formale e materiale
della composizione, animata dal respiro della santità e, per questo,
è sintesi e perfezione di relazioni, equilibrio dinamico di comunicazione,
sigillo vivo di comunione.
Così il tempo si accosta alleterno e ne custodisce il senso
anche nellArte.
La figurazione dimarziana è rivelazione sacra dellimpresa
divina nella natura delle cose e dellumano.
Vi avverti la tensione drammatica della Verità, lannuncio
della Grazia, la presenza della Misericordia e della miseria, levidenza
gioiosa dellAmore e la Speranza per tutti della liberazione e del
compimento nel Giorno del Signore. Non cè frattura tra rappresentazione
e contemplazione: losservare, lindagare, il cercare diventano
condivisione, partecipazione, ingresso nella Bellezza e nel Mistero. Quando
la percezione visiva diventa urgenza di carezza e di contemplazione, lio
attiva la dinamica integrale dellaccesso al divino e il suo cuore
diventa domanda di perdono, ricerca di accoglienza, desiderio di comunione.
E allora la Porta che chiude e delimita, che esclude e rigetta, finalmente
si apre e schiude nel silenzio delladorazione il Mistero indicibile
di Dio.
Così, nel misterioso incontro con la Bellezza e lAmore, si
compie la promessa luminosa del primo pannello della Porta: "Io sono la
Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà
e uscirà e troverà pascolo".
Così si realizza, con lingresso attraverso la Porta, aperta
al desiderio dellio e della comunità, nellevocazione
dellAnnunciazione alla Vergine Santa dellingresso di Dio nelluomo,
anche lannuncio a ognuno di noi dellingresso delluomo
in Dio.
La Porta di Di Marzo in Gravina richiama tutti noi, in modo esaltante
e persuasivo, allurgenza di un Incontro, alla necessità di
un Ritorno.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.3/ del 8/2/2008)
Benedetto
XVI e la "laicità" ferita
Nello "Stato
di diritto" la condizione democratica della cittadinanza è radicata
nel riconoscimento della dignità umana e nel rispetto reciproco
delle ragioni e delle posizioni che ciascuno manifesta.
Ora, al Papa, pur invitato dal Rettore della "Sapienza", non è
stato possibile mettere piede nella sede universitaria romana. E
prevalsa, purtroppo, la vociferazione insipiente della protesta contro
Benedetto XVI, in nome della "laicità". Ma è stata proprio
la "laicità" ad essere ferita ed offesa dall intolleranza
e dalla prevaricazione di una minoranza ostile di docenti e di studenti
impantanata nel settarismo violento e facinoroso che ha usato la "pretesa
scientista" come pretesto anticlericale per la censura e il vilipendio.
E triste dover prendere atto che, in una delle sedi più prestigiose
di ricerca, di studio, di formazione dEuropa -fondata dal Papato-
dove cresce lintelligenza chiamata ad orientare e a dirigere i processi
multiformi della vita del nostro Paese, è mancata laccoglienza
di una Presenza significativa ed alta della nostra storia contemporanea.
Il Pastore universale di oltre un miliardo di cattolici non ha potuto
accedere, in modo conveniente e sereno, nella "cittadella scientifica"
della sua stessa città: Il Pontefice romano ne avrebbe violato
e degradato il nucleo fondativo -la Ragione e la Libertà- e avrebbe
ferito lessenza stessa della Civiltà moderna.
Lostracismo irragionevole e assurdo, ridicolo se non fosse tragico,
carico di diffidenza e di radicalismo ideologico, è un segnale
pericoloso di una rischiosissima deriva culturale, etica e politica.
Lassenza del Papa alla "Sapienza" non è diventata la lugubre
assenza della ragione e della libertà, perché alla fine
la Sua parola ha dominato la scena dellinaugurazione dellanno
accademico.
Con un forte messaggio, denso di ragioni etiche, orientate alla ricerca
della Verità e del Bene.
Ed è la conoscenza della Verità e del bene, dice il Vescovo
di Roma,"la questione che ci occupa oggi, nei processi democratici di
formazione dellopinione e che al contempo ci angustia, come questione
per il futuro dellumanità".
Il Papa avverte la difficoltà drammatica di trasformare in prassi
politica la legalità costituzionale "derivante dalla partecipazione
politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole" di
risoluzione dei contrasti attraverso la rappresentanza degli interessi
e la mediazione dei partiti politici.
Cè nel passaggio conclusivo, straordinariamente bello e trasparente,
una carica profonda di umiltà e di servizio, di amore e di testimonianza:
"
il Papa non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario
la fede che può essere solo donata in libertà;
è
suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità,
invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero,
del bene, di Dio e, in questo cammino, sollecitare a scorgere le utili
luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così
Gesù Cristo con la luce che illumina la storia ed aiuta a trovare
la via verso il futuro".
Allarroganza e allintolleranza cè stata questa
risposta sapiente della mitezza e della comprensione. Sulla paura dellincontro
e sul rifiuto del dialogo si è alzata, luminosa e sovrana, la "voce
della ragione etica dellumanità".
LIncontro culturale e spirituale tra "natura e missione del Papato"
e "natura e missione dellUniversità" non è venuto
meno: è stato indicato lorizzonte concreto entro cui collocare
il rapporto tra teologia e scienza, tra fede e ragione, tra testimonianza
etica e competenze culturali e formative, tra Chiesa e Università.
E solo in queste coordinate del "prendersi cura della comunità",
la coscienza storica e critica può affrontare, con fiducia, il
rischio altissimo di questo presente difficile, complesso e inquieto.
E stata data a tutti una grande lezione di umanità e di santità:
per ridestare le ragioni della speranza nella ricerca della Verità
e del Bene, nel cammino della Libertà e nella testimonianza dellAmore.
Al Bene comune, questo è linvito del Papa, debbono essere
rivolte tutte le energie e le intelligenze di un Paese civile, promuovendo
la "concordia del metodo" soprattutto quando il "processo delle argomentazioni",
nascenti da diverse e contrastanti visioni del mondo, è faticoso
e difficile. E tempo di condividere questa unica e insostituibile
pedagogia della sapienza, della concordia civile e della pace, perché,
come Benedetto XVI ha affermato nella "Spe salvi", "Non è la scienza
che redime luomo. Luomo viene redento mediante lAmore".
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.2/ del 25/1/2008)
La
Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo
La Risoluzione
dellONU contro la pena di morte è un evento storico: si apre
ora una grande speranza per labolizione della condanna capitale
in tutti i luoghi della terra.
Nellorizzonte planetario si è alzato un ineludibile appello
alla coscienza umana e civile, ai popoli e alle istituzioni di tutto il
mondo: per il riconoscimento della Dignità fondamentale delluomo,
a cui, per nessun motivo, può essere sottratta la condizione essenziale
della vita; per laffermazione del Diritto alla Vita come principio
costitutivo dellordinamento statuale della cittadinanza; per lintroduzione
del Codice giuridico della Vita nei processi di formazione culturale e
religiosa e di organizzazione civile e politica; per leliminazione
dalle relazioni interumane di ogni segnale di violenza, di minaccia e
di incitamento ad uccidere; per la promozione della Cultura dellAmore,
che contrasti la paura dellaltro, loffesa allaltro,
luso dellaltro, lindifferenza per laltro.
Lio umano è sorgente di verità, di libertà,
di amore! Lo Stato, quindi, non può appropriarsi di un potere totalitario
-di vita o di morte- radicalmente antiumano.
Giunga, finalmente, a tutti i popoli, alle nazioni, agli stati, alle culture,
alle religioni, soprattutto alle nuove generazioni, animate dal desiderio
di felicità e dalla speranza dellamore, il messaggio universale
della vita, con il "veto" ai carnefici che ancora alzano la mano omicida
-anche in nome della Legge- contro gli esseri umani innocenti o anche
colpevoli.
La Risoluzione ONU del 18 dicembre 2007 ripropone, in modo drammatico,
la grande Questione antropologica del "Diritto alla Vita" di ogni creatura
umana, dal concepimento al termine naturale dellesistenza: a nessuna
creatura deve essere inflitto il supplizio capitale, perché il
dono della vita non è nella disponibilità delluomo.
Durante il XX secolo, età nefasta di stragi e di genocidi inauditi,
è stata introdotta in molti Paesi la "Legislazione dellAborto".
Ponemmo il libero arbitrio a servizio del "desiderio comunque", al di
sopra della Vita, al-di-là del Bene e del Male, contro l"Inizio",
contro la realtà dellEsserci primordiale.
Prevalse la concezione del Dominio e trionfò paurosa e perversa
lidea -e la possibilità- dellannientamento: si può
realizzare il progresso collettivo e la felicità individuale distruggendo
la vita, la libertà, lamore dellaltro. Questa è
stata linsidia che ha travolto la consistenza umanistica della Modernità
e che ha consegnato il destino della Civiltà, con lo sfondamento
assiologico, allavventura del Relativismo che pretende di negare
e di uccidere la realtà stessa della Vita.
"Dopo la decisione dellONU, ha scritto il direttore del Foglio Giuliano
Ferrara, non possiamo far finta di nulla sulle migliaia di esseri umani
uccisi legalmente prima di nascere."
E venuto il tempo del coraggio e della responsabilità -e
del pentimento- in cui gli alibi libertari e i giustificazionismi tecnico-scientifici
e biomedici non possono più aver corso.
La morte è un male in sé e luccisione della creatura
embrionale -innocente e indifesa- è un male ancora più radicale
e assoluto.
Per continuare ad appartenere alla natura e alla condizione umana è
necessario considerare lintenzione abortiva una "sentenza di morte",
è urgente giudicare la pratica abortiva una "esecuzione capitale".
Cè bisogno di una "Grande Moratoria": perché il terrore
non irrompa mai più nella dimora generativa dellumano, dove
germoglia il seme integrato dellEssere, dove inizia lesplosione
irreversibile della Luce e dellAmore.
Cè bisogno, contro linvadenza tragica della morte,
di una Grande Risoluzione per la Vita.
Ora che sono presenti più attente sensibilità e più
decisive possibilità di confronto, di dialogo e di comprensione,
i Cristiani laici possono chiudere la triste epoca delluniversale
"genocidio dei figli non nati": con una più generosa missione culturale,
civile e politica per il rispetto della Vita; con una più coraggiosa
testimonianza contro il devastante sfregio alla natura umana; con una
più fervida preghiera, implorante la luce della Verità per
lIntelligenza, a lungo sviata, delle persone e dei popoli.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.1/ del 11/1/2008)
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