Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

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"Indagine su Gesù" di Antonio Socci. Come uscire dalla "cultura della cecità"
Antonio Gramsci e Santa Teresa del Bambin Gesù
Scuola e Antiscuola. Maestra unica, Voto di condotta, Tempo pieno
La crisi economica e l'emergenza educativa, culturale ed etica
La sfida morale pedagogica politica di Luigi Bocchino Sindaco di Apice
La crisi delle potenze finanziarie e il crac della "Modernità"
La fedeltà alla vita nella "Memoria del cuore" di Giuseppe Perugini
Aiutare a vivere sempre!
Le vacanze, la fame e la solidarietà
Padre Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia

Il malato, il carnefice e Padre Pio
La sfida del Federalismo e le speranze del Mezzogiorno
L'invito di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Una preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità
Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano
Gratitudine a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"
La Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe Di Marzo
Benedetto XVI e la "laicità" ferita
La Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo

Indagine su Gesù di Antonio Socci
Come uscire dalla "cultura della cecità"

Vedere ed ascoltare Gesù di Nazareth è vedere ed ascoltare Dio?
Accogliere l’autenticità della creaturalità storica di Gesù Cristo e, insieme, il Mistero infinito da cui sorge: questo è il dono che Antonio Socci ci affida, in prossimità del Natale, per risvegliare la coscienza inquieta ed avvilita dei credenti e dei non credenti, per accendere il desiderio di avvicinare in profondità la storia sconvolgente del Figlio dell’Uomo. Perché non si può vivere senza fare i conti con Lui, senza confrontare la nostra esperienza e il nostro destino con l’intelligenza e il senso della vita e del mondo che la Sua testimonianza inaudita di Amore ha offerto per sempre alla vicenda degli uomini.
Il Figlio della Vergine Maria è il Figlio del Dio vivente? E’ "alfa e omega" del tempo e dell’eternità?
"Indagine su Gesù" era atteso. Era necessario ed urgente riaprire l’orizzonte della comunicazione e della cultura, asfissiato dalle mille "esercitazioni della ragione" che pretende di chiudere i percorsi della "verità tutt’intera" con l’orgoglio della’autosufficienza.
Socci ha già fatto vedere, sentire, afferrare l’esperienza sorprendente di Medjugorje, di Fatima, di Padre Pio, penetrando nel segreto degli eventi, travalicando riduzionismi razionalistici e rappresentazioni gelide e banali per rintracciare la vitalità essenziale dell’Amore, con luci penetranti nella notte del mondo, con sguardi sottratti all’angoscia della "cultura della cecità".
Pur devastata di sconfinate insipienze e da miserabili apostasie, anche la storia contemporanea è storia sacra e santa.
Si può, allora, negare e rinnegare Gesù, senza negare e rinnegare la realtà e la verità della storia?
Come non credere alle profezie e all’attesa della Sua venuta annunciata da secoli?
Come non credere alle opere da Lui compiute, alla Sua Morte e alla Sua Resurrezione?
Come non credere alle lacrime, al sangue, ai vortici di sole, alle guarigioni, alle stigmate, alle profezie, agli avvertimenti, ai tanti segni che, da Paray-le Monial a Rue de Bac, da Lourdes a Medjugorje, continuano ad illuminare l’intelligenza degli uomini di buona volontà?
"Le tracce di Gesù vivo dunque sono certe e tangibili", afferma Socci e risponde con fervida energia argomentativa e con generosa densità storico-culturale alla vasta operazione di gelida rimozione che, da secoli, ed oggi con insistente perfidia, tenta di cancellare le orme e la presenza di Cristo dalla vita e dalla storia. Nel testo è presente una fulminante citazione di Bruce Marshall che veramente sembra definire la condizione superficiale e drammatica del nostro presente: "Oggi la gente vive nel benessere senza gioia. In fondo a una lunga sfilata di bollette della luce, del telefono e del gas, non intravede altro che il conto delle Onoranze funebri".
Socci presenta Gesù -"il più bello tra i figli dell’uomo"- e Lo avvicina ai nostri occhi stupiti, Ne fa sentire la Voce al nostro udito sorpreso.
E la lettura di questa narrazione vivida e vigorosamente apologetica ci fa condividere completamente il giudizio entusiasta del grande Fëdor Dostoevskij: "Non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo" e "non solo non c’è, ma non può esserci".
E vengono raccolte scintille preziose di pensieri nati in cuori anche non credenti, da Nietzsche a Rousseau, da Marx a Kafka, a Camus,…
Ed entrano nella ricerca i grandi testimoni della fede e della santità con le loro domande su Gesù, dai teologi ai rabbini, ai filosofi, ai poeti, da Agostino a Pascal, a Padre Pio, fino a Ratzinger.
E’ veramente suggestiva e sconvolgente la parte centrale del lavoro di Socci con la indicazione delle profezie che attraversano, da Genesi in poi, tutto il Vecchio Testamento e che per un millennio e mezzo annunciano l’irruzione nella storia degli uomini di un misterioso inviato di Dio. Dalle profezie emergono il volto, la figura, gli eventi, i tempi, la genealogia, i luoghi, le opere, il Martirio del Cristo con una corrispondenza straordinaria e sicura, e la conferma dei Vangeli.
Bisogna essere grati ad Antonio Socci: il Volto di Gesù si manifesta nella pienezza splendente della Sua eterna Bellezza e il Suo Sguardo e la Sua Voce cercano ancora l’uomo contemporaneo, affaticato ed oppresso, per convocarlo a un incontro di Amore e di Perdono.
Socci ci ricorda, infine, un augurio, tenerissimo e carico di speranza, di George Bernanos: "Verrà il giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere".
E questo lavoro di Socci affretta sicuramente il giorno meraviglioso del pianto, quando l’uomo potrà vedere ed ascoltare con gioia il Cristo che viene a visitare la terra.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22/ del 19/12/2008)


Antonio Gramsci e Santa Teresa del Bambin Gesù

Si è convertito? Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista e dell’"Unità", incarcerato nel 1926 dal regime fascista, muore nel 1937, il pomeriggio del 27 aprile, a soli 46 anni. Nella stanza della clinica "Quisisana" c’è l’immagine di Santa Teresa di Lisieux morta a 24 anni nel 1887, dottore della Chiesa e, come lei stessa si proclamò, "sorella degli atei". Sul letto di morte Antonio Gramsci ha baciato la bella immagine della giovane carmelitana! Il suo sguardo doloroso si era posato, talvolta, sul Tabernacolo intravisto dal corridoio nella cappella della clinica!
Ha baciato con segni di commozione il Bambino Gesù avvicinato alle sue labbra dalla premura delle Suore che lo assistono!
Queste notizie, confermate da fonte autorevole, il Vescovo Luigi De Magistris, hanno creato sorpresa e sconcerto, meraviglia e scandalo. Alcuni intellettuali, eredi del pensiero marxista e della tradizione comunista che hanno attraversato "indenni" le macerie del "crollo del muro" dell’ ’89, dichiarano uno scetticismo che nega non solo la storicità dell’avvenimento, ma esclude la stessa possibilità.
E questo conferma quanto le posizioni ideologiche, arrogantemente razionalistiche, rendano difficile la percezione di realtà cariche di significati trascendenti che rivelano la presenza del mistero e la prospettiva della speranza eterna. Eppure sono tantissime le esperienze, anche nel XX secolo, di irruzione della fede nell’orizzonte della coscienza, di incontri sorprendenti con il Volto di Cristo, dell’improvviso accendersi di attese, di cambiamenti e di resurrezione, di illuminazione dell’intelligenza provata dal dramma del dolore e della persecuzione.
"Bisognerebbe fare qualcosa für ewig", per sempre, "occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore" : aveva scritto dieci anni prima della fine.
Questa tensione per l’eternità non si era probabilmente rinchiusa nella stretta storico-umanistica della visione totalizzante del marxismo, non era rimasta saldata alle polarità esclusive della "direzione politica" e della "direzione culturale" del reale storico-sociale e, pur non rendendosi visibile nella comunicazione pubblica delle "Lettere" e dei "Quaderni", segnava in profondità un’anima esigente una condizione universale e totale di giustizia e di libertà.
Gesù Cristo da "mito" suggestivo, espressivo di una religione, che Carlo Marx aveva definito "gemito della creatura oppressa, il sentimento di un mondo spietato, …l’oppio dei popoli", nel duro martirio dell’isolamento e delle malattie micidiali, poteva trasformarsi in soggetto reale, nel Martire di tutta la storia, nel Liberatore eterno e infinito da tutte le infamie del male.
Poteva ben sorgere dall’attenzione alle vicende sociali, dall’analisi pur distorta di messianici parallelismi tra Cristo e Marx, tra San Paolo e Lenin, dall’esaltante autonomia critica che opera filosoficamente sul senso comune, sulla religione popolare, sulla densità del linguaggio, poteva ben sorgere un desiderio più pieno e compiuto di pietà e di misericordia.
Negli anni giovanili era già emersa una profonda ammirazione per San Francesco d’Assisi, per il suo ruolo di "rottura" storica , per la sua straordinaria "vicinanza" alla Buona Novella. Aveva pure dedicato alcuni articoli all’opera del Cottolengo. Perché non avrebbe potuto recuperare il "senso del mistero" che il primato storico-sociale-politico della visione del mondo e delle lotte sociali nascondeva all’elaborazione filosofica e "scientifica"?
Concepiva la politica come "un processo che sboccherà nella morale". Non era improbabile che si potesse aprire nella configurazione immanentistica della "moralità" uno squarcio, una ferita, per accedere a una trascendenza, a una attesa, a un dono, a una speranza. Per tutti arriva il momento di poter passare dal rifiuto all’invocazione. Perché ritenere, oggi, che si sia compiuta la stolta minaccia del Pubblico ministero del processo del 1928, che bisognava "impedire a questo cervello di funzionare"? E che la sua ricerca si sia trasfigurata in "pensiero del cuore" disponibile all’ospitalità, all’accoglienza di Dio? In un recente libro su "La famiglia Gramsci in Russia", l’autore Giancarlo Lehner scrive: "Come testimoniano le fonti, Antonio Gramsci recupera via via tutti i grandi valori della tradizione cristiana e cattolica, in primo luogo la famiglia, poi l’amicizia, il valore della verità, la solidarietà". Il teologo Baget Bozzo, a sua volta, scrive che "troppe cose tornano per non dare qualche credibilità alla dichiarazione di monsignore De Magistris. Gramsci non si convertì al cattolicesimo, ma aderì a Gesù Cristo. E forse non come fede, ma come amore".
Nell’autobiografia della santa Suora carmelitana, "Storia di un’anima", Ella chiede a Gesù di scendere all’inferno al posto degli atei per amarlo dal centro dell’inferno, per scambiare la sua morte nella fede con l’esperienza della morte propria degli atei moderni.
Il bacio di Antonio Gramsci sull’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù è stato il segno semplice e forte di uno scambio di amore che trasforma la condizione della negazione e della morte in dono di vita e di salvezza.
Alla sfida planetaria del materialismo ateo la più alta risposta, da praticare e da attendere, è questa: affidare alla preghiera il dono della fede e dell’amore che riconciliano il Mistero di Dio e la ragione umana in cammino sulle vie impervie e difficili della Storia. onsegna completamente le nuove generazioni e la loro esperienza al dominio mediatico e finanziario della violenza e al destino del nulla.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21/ del 5/12/2008)


Scuola e Antiscuola. Maestra unica, Voto di condotta, Tempo pieno

Scioperi, proteste, occupazioni, polemiche agitano il mondo della Scuola e confermano la gravità dell’ "emergenza educativa" e l’incapacità di darle una forte risposta politica, culturale e istituzionale. Dalla discussione spesso confusa, animata, con facili ed inutili slogan e insipienti detriti ideologici, dalla logica della contrapposizione, stentano ad emergere linee strategiche che offrano sia l’analisi realistica dei soggetti e dei processi scolastici, sia l’indicazione delle finalità e delle necessità pedagogiche, sia una proposta condivisa a cui legare esperienze, partecipazione, consenso e risorse.
L’asse costituzionale, culturale e politico, intorno al quale si può ancora costruire un’ipotesi riformatrice vigorosa è l’Autonomia, nella sua pienezza giuridica, nella sua funzionalità gestionale e territoriale, nella integrale valorizzazione costitutiva della potenza relazionale ed educativa delle istituzioni agenti nel territorio, delle famiglie, degli insegnanti e degli studenti nei dinamismi affettivi, socioculturali e religiosi. Forse l’istanza politico-istituzionale del Federalismo, che sembra caratterizzare questa fase legislativa, potrebbe divenire la spinta condivisa, capace di promuovere la riorganizzazione del sistema socio-culturale e pedagogico.
La Scuola va strappata innanzitutto allo statalismo accentratore che contraddice duramente "la forza della sussidiarietà" con il potere di burocrazie pesanti e di schemi omologanti; va ricollocata nel vivo dell’esperienza dell’incontro di docenti e genitori; va valorizzata nella pluralità della libertà di educazione con il giudizio di scelta, di orientamento, di decisione, di regolamentazione proporzionata.
Nel mentre irrompe minacciosamente la "recessione", è ancora più necessario ed urgente intraprendere una iniziativa che riporti "in basso", nel cuore territoriale dell’autonomia, la misura della formazione.
Il Sistema scolastico integrato, nella logica dell’autonomia, è l’orizzonte su cui si possono ricomporre tensioni, prospettive, finalità ed energie dell’unica "Paideia" costituzionale e i doveri di servizio della rinnovata professionalità educante, che sembra impantanata nell’insoddisfazione culturale ed economica del suo ruolo da tempo mortificato e depresso anche dalla "demagogia antiautoritaria", carica della presunzione dell’auto-apprendimento e della pretesa di poter sfaldare impunemente la regolazione etica della convivenza familiare, civile e scolastica.
Forse solo nei "luoghi dell’autonomia" è possibile superare il deficit drammatico di presenza educativa e di competenza culturale che continua a lacerare da decenni il tessuto civile delle comunità meridionali e a restringere lo spazio-tempo vissuto nella Scuola. Il crollo dei valori, con lo sradicarsi del costume, con il degrado della moralità, con l’offesa continua alla legalità, non viene contrastato da "un di più" di Scuola, da "un di più" di formazione affettiva, relazionale, culturale, spirituale.
E’ ancora possibile frenare il disagio, lo sbandamento, la sofferenza delle nuove generazioni?
Segnalare l’uso crescente di "cocaina" e la frequentazione più ampia di alcolici nella fase preadolescenziale, senza che questo susciti un doloroso allarme sociale, significa che la deriva nichilista è sempre più grave.
Ora, mentre a Milano si ha l’87% delle Scuole con il tempo pieno, a Napoli, purtroppo, si ha soltanto l’1,5%. Il Mezzogiorno è al 12%.
Lo scarto gravissimo è determinato dall’indifferenza, dalla mancanza di motivazione e di determinazione, dalla burocratizzazione del rapporto tra domanda e offerta, dalla estraneità della comunità alla vicenda scolastica.
Il ritorno alla Maestra unica, la reintroduzione dei voti e del voto in condotta, il grembiule possono essere il segnale di una conversione pedagogica, culturale e sociale alla dignità e alla serietà della Scuola anche con il recupero di comportamenti, di modelli, di organizzazione, di controllo che riportino il sistema scolastico alla efficienza, alla qualità, all’eccellenza, alla speranza.
E’ necessario invertire la tendenza anarchica ed anomica che da tempo consente la tolleranza e l’impunità al bullismo, al disordine, alla pigrizia, all’assenza di regole.
La questione Scuola è ormai decisiva: è necessaria una rivoluzione educativa che in un patto esigente tra Famiglia e Scuola riaffermi la centralità singolare dell’io nella pienezza del potenziale affettivo-emotivo-esperenziale e riaccenda l’intelligenza della Verità, della Libertà e dell’Amore nell’incontro con la realtà, con tutte le dimensioni della realtà nel suo divenire fisico, morale e spirituale. Non è facile riportare al centro della relazione generazionale, dopo decenni di tradimenti, di lassismo, di indifferenza, di utopismi ludici e di didattiche improvvisate e di metodologie svuotate di saperi, la grande passione, e la responsabilità, e la fatica, e la sacralità della ricerca, del cammino e della testimonianza, per il Vero, per il Bello, per il Buono.
L’illusione di creare il futuro senza eredità, senza comunità educativa ed etica, è stato un errore di insipienza culturale e di ingenuità pedagogica che continueremo disastrosamente a pagare, se non viene rovesciata la tendenza post-moderna che consegna completamente le nuove generazioni e la loro esperienza al dominio mediatico e finanziario della violenza e al destino del nulla.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20/ del 21/11/2008)


La crisi economica e l'emergenza educativa, culturale ed etica

L’emergenza educativa è la drammatica presa di coscienza delle difficoltà crescente nei processi educativi a orientare e a regolare, nella famiglia e in tutte le articolazioni della comunità civile, fino ai livelli planetari della globalizzazione, la trasmissione generazionale dei saperi, dei poteri e dei valori ed anche la dinamica delle relazioni sociali e del funzionamento delle istituzioni.
Si va dissaldando il rapporto della persona, nella fase evolutiva, con il sistema-Famiglia e con il sistema-Comunità, perché subiscono entrambi l’urto di una irrefrenabile cultura individualistica e la disgregazione traumatica dell’edonismo. Con la centralità del Denaro, che sostituisce, con una persuasiva forma idolatrica, il culto e la presenza del Divino.
La stessa configurazione socio-economica, all’inizio del III millennio, è definita dal primato dell’utilitarismo e dalla logica della competizione commerciale e consumistica che comprimono violentemente spazi di libertà e di solidarietà su cui si costruisce una salda prospettiva democratica. Ora le condizioni economiche fortemente negative, l’indebolirsi del potere di acquisto del reddito familiare, il diffuso senso di insicurezza, le paure di ogni tipo che si diffondono nella convivenza, accentuano disagi e aggravano difficoltà, mettono in moto reazioni a catena, mobilitazioni, proteste, contestazioni, scioperi.
E la politica purtroppo non riesce a tracciare, con la linea della saggezza e del dialogo, un percorso di coinvolgimento e di corresponsabilità del mondo della famiglia, della scuola, delle associazioni e non si pone più a servizio degli ultimi.
Sembra ormai che nessuna riforma di sistema sia possibile, nessun piano possa essere condiviso, nessun obiettivo perseguito in concordia civile. Il terremoto civile, culturale, giuridico, politico, promosso dalle rivoluzioni della Modernità, sconvolge dalle fondamenta l’organizzazione naturale della vita, della famiglia, dell’educazione, dell’accoglienza, della solidarietà.
La questione centrale di questa nostra civiltà dell’Occidente e dell’intero pianeta, con la risposta da dare alle tante crisi che si ripetono e si incrociano a livello sociologico, istituzionale, politico ed anche psicologico e spirituale, è quella di ridefinire, superando la condizione nichilista del pensiero contemporaneo e la deriva relativista della moralità, lo statuto antropologico dell’essere nella storia. C’è bisogno dell’universalità della ragione: di una ragione che non ometta, per debolezza o per arroganza, la domanda sul perché del vivere, sull’alfa e l’omega del divenire, su Dio, sulla immortalità dell’umano.
Non si possono mettere in moto processi forti di trasformazione della realtà senza riconsiderare le sorgenti della tradizione cristiana ed umanistica e senza purificare la memoria della nostra storia dall’insipienza tragica che ne ha sconvolto le ragioni e le finalità costitutive. Per lo stato di confusione e di ingiustizia, di violenza e di sopraffazione, il Mondo sembra entrare sempre più profondamente in una crisi irreversibile, che accumula difficoltà, disagi e preoccupazioni.
Le giornate di calma e di recupero delle Borse, pur facendo ritenere che il denaro delle Banche sia ancora in piedi, ben vivo e valido, non riescono ad allontanare l’angoscia dal cuore e dalla vita della gente. Le stesse strategie di difesa e di consolidamento delle strutture finanziarie, con enormi interventi di risorse, non riescono a frenare le dinamiche globali, sempre più violente, di sfruttamento e a contenere l’espansione dolorosa della emarginazione e della miseria.
La recessione è avvertita come sfondo severo ed esigente di un’emergenza insuperabile. Anche nei Paesi opulenti dell’Occidente dove si alza la misura della paura e della sfida della povertà e si svela l’inganno demoniaco dell’arricchirsi con tutti i mezzi, senza rispetto di regole e di principi.
L’oscuramento ora delle radici e dell’identità religiosa dell’uomo, che si manifesta nella scissione tra finanza ed economia reale, tra economia ed etica, tra etica e politica, tra vita pubblica e vita privata, non rende possibile l’uscita dall’emergenza educativa, né può indicare la strategia per ricostruire una condizione positiva di civiltà.
L’uomo può sperare solo nella civiltà dell’amore fondata sul grande comandamento: ama Dio e il prossimo. Papa Ratzinger ci ricorda che la vera realtà è fondata non sul Denaro ma sulla Parola di Dio-Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19/ del 7/11/2008)


La sfida morale pedagogica politica di Luigi Bocchino Sindaco di Apice

Mezzo secolo di una grande testimonianza, esigente e severa, prudente e forte, di esercizio, e di disciplina, del potere affidato completamente al fine e al criterio del Bene comune e della dignità della Persona umana.
Dal 1956 al 2004, Luigi Bocchino è sindaco della "sua" comunità e vi segna, con una eccezionale leadership morale, pedagogica, culturale e politica, la sovranità del servizio democratico: nella pienezza singolare di presenza civile e di competenza politica, è un’esperienza sorprendente e irripetibile, in cui convergono coscienza personale e civiltà comunitaria.
Guido Rampone, nel saggio "Luigi Bocchino. Il suo grande amore e l’essenza della vita", orientato dalla prossimità amicale e fraterna e dalla profonda condivisione culturale e pedagogica, esplora il complesso orizzonte e il mistero in cui diventa protagonista la personalità di Luigi Bocchino, con la sua radicata appartenenza familiare e civile, con l’intensa vocazione educativa, con la limpida e laboriosa missione politica, con la convinta destinazione soprannaturale e divina.
La complessa ricerca, talvolta faticosa e difficile, s’inerpica, tra l’estrema complessità dei saperi filosofici e scientifici e delle competenze specialistiche, verso le altezze metafisiche e teologiche dello splendore del Vero, del Buono, del Bello.
In questo "colloquio" Bocchino-Rampone viene ridefinito un mondo di valori e di ideali, di doveri e di responsabilità che, da Platone a Benedetto XVI, rivela la mappa del pensare, del dialogo e della meditazione, e vi emerge la trasparenza dell’ordine naturale e morale e l’esigenza di non smarrire la polifonia dell’esistenza, ma anche la necessità di non perdere l’unità di natura, di storia e di vita, l’armonia del finito e dell’Infinito, del tempo storico e dell’Eternità. E viene delineata, nella lotta quotidiana dell’Intelligenza e della Libertà, la rincorsa etico-politico-educativa che sembra, però, incapace di raggiungere e rianimare la convivenza umana consegnata all’ideologia del successo e del denaro. Di qui l’emergenza educativa che viene dal tragico oscuramento della coscienza civile e dallo sradicamento del sacro, dall’acre e invadente scetticismo che corrode i principi fondamentali e giustifica l’aggressione all’ordine morale e naturale con l’orrenda vertigine e la micidiale potenza del nichilismo.
Ed è proprio in questo scenario di difficoltà e di crisi del pensare morale e dell’agire politico, tra prevaricazioni e conflittualità senza limiti, tra antagonismi e inimicizie senza misura, che l’altissima testimonianza di Luigi Bocchino -la sua eroica Missione- mostra una incomparabile coerenza strategica, mai compromessa con la rinuncia al metodo della collaborazione, del rispetto e del dialogo, allo stile della semplicità e della mitezza e all’esercizio vigoroso ed umile della rigorosa autorità morale.
Non si può, infatti, governare, per cinquant’anni, una comunità nell’avventura drammatica della sua prostrazione e della sua rinascita, senza soffrirne, senza sacrificio, senza le inquietudini quotidiane del cuore che sopporta anche la mortificazione dell’accusa e le spine della mormorazione e dell’ingratitudine. Non si può dirigere, orientare, guidare la storia di una convivenza civile per così lungo tempo e con tanta fatica, senza un ardimento di amore, di solidarietà, di cura. Senza una fede trasparente, matura, attiva, si crolla tra le complicate trame degli adempimenti amministrativi, tra le procedure, i grovigli burocratici, tra insufficienze e ambivalenze legislative, tra le arroganze dei potenti e gli assalti degli egoismi scatenati.
Testimonianza suggestiva ed estrema, quella del Sindaco Luigi Bocchino, nella spericolata e temeraria, ma ineludibile, iniziativa di rifondare la città dopo la devastazione sismica del 1962, sospinta dall’eroismo della volontà e dell’intelligenza del servizio tra mille e mille esigenze nel convulso magma di domande, di bisogni, di interessi e tra sfide e rischi innumerevoli.
Egli accende un dinamismo sociale, culturale, politico, etico che lega la miseria e il dolore della tragedia alla speranza e all’aspirazione collettiva di un nuovo spazio di riorganizzazione civile, a un nuovo e più avanzato traguardo di civiltà. E guida questo cantiere di storia, di territorio, di progettualità con l’idealismo del fondatore, senza utopismi, e con il realismo del costruttore che non disperde l’ancora solida ed organica tradizione dell’identità civile, culturale, spirituale e religiosa. Il volto antico e nuovo della città è per Luigi Bocchino una figura spirituale, il logos della cittadinanza, la ragione interiore di un’appartenenza, un grande amore da custodire con fedeltà esclusiva e tenace. Nella discontinuità dello spazio persiste la continuità storica di una genealogia comunitaria, e, con lo sporgersi -l’apex- di una sfida, non si lacera la tessitura della solidarietà, e si riaccende il "fuoco civile" nel cuore della comunità.
Il Sindaco non rinuncia all’anima ferita di Apice per un disegno forsennato di modernizzazione: la Sua solitudine residenziale nel vecchio borgo abbandonato, è il segno della memoria, di un cuore antico e forte che è necessario custodire per contrastare la civilizzazione come pretesa insipiente di conquista, di espansione e di barbarie; è il segno della santità, del cuore generoso ed ardito di Luigi Bocchino, che ancora si offre al nostro cuore inquieto e riconoscente.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 24/10/2008)


La crisi delle potenze finanziarie e il crac della "Modernità"

Tremano le basi sociali, economiche e politiche della convivenza planetaria, scosse dal drammatico e travolgente crac di potenti strutture bancarie sulle quali si regge l’equilibrio, ormai incertissimo e precario, di questa "Civiltà".
Dalle analisi, dalle valutazioni e dai giudizi, che si incrociano e si rincorrono nella convulsa rappresentazione mediatica della ferita mondializzazione finanziaria, emerge la paura, la sorpresa, lo sgomento.
Il panico può ormai sconvolgere radicalmente i mercati e gli assetti bancari, scatenando un processo distruttivo, uno sfinimento irreversibile del sistema, che nessun potere istituzionale potrà restaurare.
Alla stabilità e alla sicurezza delle società occidentali e del mondo globalizzato è stato inferto un colpo, forse, irrimediabile. E anche se andrà a buon fine il più grande salvataggio finanziario della storia americana e mondiale, non c’è più nessuna garanzia politica e istituzionale, nazionale e internazionale, che una nuova crisi non possa condurre a un collasso definitivo.
L’intelligenza politica e civile, traumatizzata e allarmata, non sa più decidersi tra "de regolazione dei mercati" e "salvataggio pubblico", tra neo-liberismi e neo-statalismi. Non ci sono idee, visioni e soluzioni condivise nel caotico scontro di interessi, di avidità e di arroganze, dove continuano a muoversi, senza scrupoli e senza rimorsi, gli "squali" delle borse, i grandi speculatori, i ricchi carnefici di vittime miserabili, ma anche gli Stati liberali, democratici, socialisti, tutti impegnati nella forsennata competizione economica e finanziaria.
Sta crollando il grande sogno del "regno dell’uomo", che ha attraversato la cultura e l’esistenza dell’umanità con l’arroganza del potere e del denaro, con l’esibizione di una vanità sconcertante e sciagurata, con il disegno cupo ed empio di sottrarre all’Amore -ama Dio e il prossimo- il governo delle cose e dei popoli.
Altri segni, già dall’inizio del XX secolo, avevano indicato l’insufficienza dell’orgogliosa proposta razionalistica, l’impotenza radicale dell’uomo di fronte all’assalto criminale della violenza e della guerra, l’incapacità a medicare le ferite sempre più diffuse e profonde dell’angoscia e dell’infelicità, l’impossibilità a frenare la triplice bestialità del potere, del denaro e del sesso che contamina completamente il mondo attuale.
All’inizio della Modernità, quando incominciavano a indebolirsi i rapporti tra Fede e Ragione, tra Speranza e Storia, tra Amore e Vita, fondazioni culturali e teologiche della cristianizzazione dell’Europa e del Mondo, erano state scatenate sfide epocali, sempre più incontrastate e virulenti.
La sfida filosofica, centrata sulla potenza cognitiva dell’io, la sfida politica, consegnata esclusivamente all’autonomia mondana delle istituzioni terrene, la sfida etica, affidata al relativismo morale e all’individualismo libertario, ora ci consegnano una realtà sconvolta ed ingiusta, una storia straziata da un nichilismo folle ed atroce, un’umanità senza speranza e senza senso.
Le pretese fondative del nuovo ordine planetario sono ormai traumaticamente travolte: la struttura della potenza finanziaria -l’imperialismo del Denaro- si autoconsuma in una furia distruttiva, lasciando sopravvivere i due terzi dell’umanità nella immane tragedia della miseria. Il grandioso progetto dell’umanesimo illuministico e materialistico non lascia spazio alla domanda di vita di miliardi di persone e prospettiva alla speranza delle nuove generazioni.
Nel cuore della "religione laica" del nichilismo è stato eretto l’altare all’idolatria dell’avere, all’esaltante vertigine dell’accumulazione della ricchezza, al modello del successo comunque, alla barbarie dell’avarizia privilegiata come motore della "civilizzazione" planetaria. E tutta la terra è avvolta dal respiro mostruoso dell’eccesso e della privazione, dell’opulenza e della miseria, e della morte.
E’ ancora possibile ricondurre la "globalizzazione" alla pratica politica del bene comune, alla finalità della destinazione universale dei beni, al principio della dignità della persona umana?

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 10/10/2008)


La fedeltà alla vita nella "Memoria del cuore" di Giuseppe Perugini

Viviamo tempi strani, in cui tutto diventa casuale e insignificante, tutto si consuma senza sorpresa e senza sgomento, senza lasciare traccia, senza desiderio di conservare con segni forti anche esperienze memorabili. Malgrado le mille fotografie e gli innumerevoli filmati di eventi e di celebrazioni accumulati negli armadi e nei cassetti di casa.
Il nichilismo consumista rende tragicamente vuoto, desolante e buio anche il luogo intimo e profondo che custodisce i ricordi.
Invece, inatteso e sconcertante, a contraddire il gelido nulla che abita anche da noi, ci giunge "Racconta, ma’", una memoria del cuore, intensa, carica di vibrazioni emotive ed affettive, dolente e gioiosa, ancora viva e operante negli abissi dell’anima.
Pinuccio Perugini, generoso protagonista di mille battaglie politiche, di cui è anche narratore effervescente e fecondo, e geniale commentatore di avvenimenti sociali, culturali, istituzionali ed elettorali, con notazioni singolari ed acute, con analisi suggestive da qualche tempo colpevolmente assenti dall’orizzonte giornalistico del Sannio, ora ci dona, lungo percorsi rammemoranti, i volti, le voci, i gesti, i segni di vita e di amore, di sofferenza e di gratitudine, che appartengono alla condizione sorgiva più intima e, spesso, impenetrabile alla coscienza umana. E ci consente di entrare nei percorsi solitamente riservati e segreti di una storia irripetibile, di avvicinare dall’interno l’esperienza generatrice della forma affettiva e relazionale dell’io che, nella memoria del cuore ora si confessa e si comunica al cuore degli altri.
E’ la rievocazione sacrale e tenerissima del Santuario della vita familiare!
E’ la rappresentazione, poetica e narrativa, del "fuoco" ove si costituisce la potenza dell’identità personale tra gli eventi fondativi -maternità e paternità- che segnano per sempre la vocazione e il destino di un’esistenza. E nessuna cultura scientista, positivista e materialista potrà mai spiegare il mistero che si manifesta nel divenire complesso e drammatico dell’io. Perché la storia dell’anima, le dimensioni e i dinamismi dello spirito, la verità di una presenza umana nel suo costituirsi, possono essere intuiti e sottratti all’oscurità dell’oblio, solo quando si torna alle radici dell’amore e della vita.
Con il riemergere del volto dolcissimo della Mamma e del profilo sofferente del Papà, si ricompongono i frammenti dell’esperienza antica e nasce il dialogo intenso e vitale dell’adolescenza. E si "ritorna in se stessi": per ritrovarsi, per custodire la verità, la libertà e l’amore su cui la persona umana costruisce la sua avventura, tra i rischi, le sfide e le speranze.
Pinuccio Perugini ha in sé il segreto di questa impresa, la chiave d’accesso all’orizzonte infinito dell’anima per rintracciare il senso della vita e della storia, sfuggendo al ricatto della morte e del nulla.
Hannah Arendt ha scritto: "Con il passare del tempo ci accorgiamo che le persone e le cose importanti della nostra vita sono quelle a cui siamo rimasti fedeli."
Le nostre tragedie, l’inconsistenza e la superficialità delle nostre giornate, i continui tradimenti della verità e dell’amore, il disprezzo delle cose e delle persone, nascono dalle nostre infedeltà e dalle nostre dimenticanze colpevoli e suicide.
Ecco perché, nella "fedeltà alla mamma", l’Autore trova la conferma di esserci, nella vicenda familiare, civile e politica, con il segno incancellabile e inconfondibile di una riconoscibile e grande eredità morale, spirituale e religiosa, riaccolta nel cuore con struggente gratitudine, per riaffidarla, con forte speranza, alla splendida discendenza già in cammino verso il futuro.
"Racconta, ma’", questo viaggio devoto del cuore tra le gioie e le tristezze di una infanzia e di una adolescenza vigorose e drammatiche, quando i tempi erano più severi ed esigenti, rintraccia un filo d’amore che lega impazienze, emozioni, incertezze, affetti, paure, innamoramenti, tragedie e responsabilità a una pedagogia rigorosa e previdente, familiare e comunitaria, civile e religiosa, fortemente integrata ed organica. Al centro di questo mondo, la Madre!
Ora, la devastante emergenza educativa mostra quanto siano gravi, e forse irreparabili, le perdite culturali ed etiche e quanto sia stato alterato e disgregato l’orizzonte di vita delle nuove generazioni, alle quali solo con grande difficoltà e forte disagio viene offerto il dono, non più integro, della verità, della libertà e dell’amore.
Questa magnifica, inconsueta lezione della memoria, intelligente ed affettuosa,possa riconciliare le inquietudini, i sogni e i percorsi dei nostri figli e dei nostri nipoti, e il loro destino, all’avventura di vita e di amore e al destino dei nostri cari che, immortali, già vivono l’eternità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 26/9/2008)


Aiutare a vivere sempre!
L’arroganza razionalistica della cultura della morte

Torna a riaccendersi il dibattio drammatico sulla vita e la morte di Eluana Englaro.
La situazione esistenziale di Eluana Englaro, la donna da sedici anni in "trattamento di sostegno", mostra fino a qual punto sia ormai aggrovigliata la condizione della vita e della morte, e siano con-fusi e alterati i parametri del salvare e dell’uccidere.
E’ bene che Luana continui a vivere, anche se nello stato vegetativo, o è preferibile che muoia sospendendo la necessità dell’alimentazione e dell’idratazione?
Tragicamente il papà di Eluana ha scelto il percorso del morire, decidendo di recidere il filo tenue di un’esistenza sospinta traumaticamente fino al confine precario della sopravvivenza.
Qual è il livello di autocoscienza di sé, quale l’avvertenza della realtà, quale l’intuizione dell’esserci, quale il sentire primordiale nella estrema presenza vitale?
C’è un metodo scientifico, sicuro e sperimentato, che possa convalidare la soluzione tecnica eliminando il dubbio dall’iniziativa soppressiva per "fame e sete"?
C’è una sentenza rigorosa che possa garantire giuridicamente la legittimità di un intervento mortale?
La Civiltà occidentale, nella sua tradizione più alta, ha sempre sostenuto le ragioni della vita e per il Magistero cattolico è irrinunciabile il riferimento teologico e ontologico al "primato della vita". Oggi, dopo la devastazione concettuale e giuridica del bene fondamentale e inviolabile della vita, per cui il "diritto alla vita" non è più essenziale e indiscutibile, non si riesce a esprimere un’autorità morale condivisa sul Bene della Vita. La drammatica rottura tra Fede e Ragione, tra Speranza e Storia, tra Amore e Vita, lascia la ragione, la storia e la vita alla mercé dell’assalto nichilista, per cui l’essenza e la coscienza dell’umano restano senza una riconoscibile fondazione trascendente e le questioni di vita o di morte vengono abbandonate a estenuanti, difficili negoziazioni, nella morsa di dubbi, di paure, nel conflitto etico di incerte scommesse terapeutiche e di micidiali sfide eutanasiche. Certamente il destino umano della vita nascente o morente è stato consegnato alla possibilità inaudita di un intervento medico-scientifico legalmente autorizzato.
La "legislazione abortista" ha aperto tragicamente la falla nell’assetto organico della genealogia generazionale, e il "non uccidere" ha perduto il senso del peccato, i connotati morali dell’offesa e la rilevanza penale del delitto.
In alcuni casi è possibile uccidere ed aiutare ad uccidersi? Il "caso", questo come altri, non verrà mai risolto: "la decisione più umana, più legale, morale, cristiana e razionale non sarà possibile definirla".
Ecco a qual punto è giunta la cultura più avvertita ed alta dell’Occidente! Che non percepisce più, in verità, il significato del vivere e morire; che non può più scegliere, in libertà, tra salvare ed uccidere; che non vuole più, in pienezza, e senza eccezioni, amare la vita come dono primordiale e intangibile, sacro e inviolabile.
Il "corpo vivente" dell’uomo non può essere dissacrato: comprato o venduto, manipolato o violato, ferito o ucciso. Nessuna decisione, nessuna legge, può autorizzare la soppressione dell’uomo. Né la medicina può arrogarsi il compito, anche in nome della compassione per la sofferenza, di spegnere l’ultimissima speranza dell’esistenza.
Se la vita non viene riaffidata alla sorgente paterna e materna di Dio-Amore, alla Sua permanente creazione che sottrae continuamente al nulla l’incarnazione spazio-temporale del nostro essere, non ha senso l’identità biologico-spirituale della creatura, che resta così esposta sempre all’infamia, all’offesa, all’insensatezza.
Anche la sofferenza più atroce non può giustificare l’iniziativa dell’interruzione vitale; la medicina è la strategia civile più alta e nobile che mai può ricorrere al "gesto del carnefice", anche quando nasconde, con l’alibi della solidarietà umanitaria, la violenza più perfida e assurda.
Allora bisogna prestare attenzione all’appello forte e ineludibile promosso dall’Associazione "Scienza & Vita": "No alla prima esecuzione capitale della storia repubblicana italiana. No alla sentenza di morte pronunciata da alcuni giuristi italiani contro Eluana Englaro… Fermare la mano di chi si appresta a togliere la vita dando attuazione alla sentenza di un tribunale è a questo punto un dovere".
Un dovere che convoca tutti!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 12/9/2008)


Le vacanze, la fame e la solidarietà

Mentre una parte dell’umanità è alle prese con i problemi organizzativi, ed anche con i desideri, le attese, le fatiche e le illusioni delle vacanze, avanza drammaticamente la crisi energetica, alimentare e finanziaria del pianeta, arrecando più sofferenza e più strazio a popolazioni innumerevoli, devastate dalla carestia e dalle malattie.
Con centinaia e centinaia di milioni di affamati che invocano inutilmente solidarietà dai paesi opulenti che continuano ad adottare strategie di consumi esasperati e di spreco senza limiti.
Né l’ONU né il vertice del G8 riescono a dare risposte concrete e risolutive: non c’è una politica che assuma come principio fondamentale della statualità nazionale e internazionale il "diritto alla vita" dei popoli per cui la conservazione dell’esistenza, con la sicurezza del cibo e dell’acqua e l’offerta del necessario aiuto medico e sanitario, sia la finalità primaria ed essenziale.
Il comandamento evangelico della carità, "dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati", non riesce a penetrare, nemmeno con la forza e l’urgenza della tragedia, nella coscienza civile, nelle analisi, nelle misure e nelle decisioni forti della politica. Tutte le scelte tecniche, politico-finanziarie, economiche non aprono spazi alla cooperazione, non rispondono ai rincari delle materie prime e non affrontano la sfida della speculazione anche sui prodotti alimentari.
Se l’impennata del prezzo del petrolio e la perversa spirale del prezzo dei generi alimentari non vengono fermate, non ci sarà speranza di frenare la povertà nei paesi già colpiti dall’emergenza. Anzi verrà gravemente fratturato l’equilibrio sociale anche nei paesi dell’Occidente, con il crollo del potere d’acquisto e con l’ulteriore indebolimento delle condizioni di vita anche dei ceti medi.
Ora è necessario ed urgente condividere su scala mondiale -questo è il senso della globalizzazione e della giustizia- i problemi, i rischi, i drammi e le risorse di questa nostra storia segnata da sfide inaudite e da emergenze radicali. Tutti abbiamo la responsabilità sociale di promuovere diritti culturali, economici, civili, politici e di contribuire alla loro realizzazione, sia negli spazi sociali ove si muove la presenza personale, sia nei luoghi della precarietà ove più difficile è la condizione dell’esistenza e più ferita la dignità umana.
Nessuno può sottrarsi all’impegno e alla vocazione di "dare una mano", con un gesto di fraternità e di amicizia rivolto alle persone che anche accanto a noi soffrono e hanno necessità di accoglienza, di ospitalità, di aiuto.
Forse una giornata di vacanza in meno offerta a beneficio di una famiglia, vicina o lontana, che vive nella sventura, potrà dare il segno di un’umanità ancora viva e solidale, ancora aperta all’Amore di Dio e del prossimo.
Forse una serata di festa, nei paesi, nelle contrade, nelle città, saldata a una iniziativa della Caritas, all’adozione di una famiglia, di una Parrocchia, di un paese del terzo mondo, potrà aprire una prospettiva di fiducia, un rapporto forte di solidarietà, una speranza di salvezza, potrà donare una "goccia d’amore" al "miliardo di ultimi" umiliati ed oppressi.
Forse potremmo privarci, soprattutto per la festa del Patrono, del dieci per cento della disponibilità finanziaria impegnata nella programmazione del divertimento collettivo, per offrirlo a sostegno di una iniziativa di soccorso.
Poiché i poteri forti degli Stati, delle Multinazionali, degli Istituti finanziari, non si piegano sulla miseria del mondo, è necessario ed urgente che, dal basso, dalle famiglie e dalle comunità, insorga un fremito di pietà e di indignazione che porti un respiro di soccorso, un soffio di carità, un abbraccio di consolazione.
I Comuni, le Pro-loco, le Parrocchie, le Associazioni, le Istituzioni dello Spettacolo, i luoghi pubblici del divertimento dovrebbero legare sempre la programmazione della festa a un progetto di solidarietà comunicato e condiviso nelle Scuole, nelle Famiglie, attraverso i mezzi di informazione.
E’ un’ipocrisia evidente e clamorosa il pretendere, giustamente, dalla rappresentanza politica alla guida degli Stati una risposta positiva ed efficace alla domanda drammatica che viene da tante parti della Terra e nel contempo, però, rifiutare a livello personale e familiare un pur minimo atto di sostegno, di conforto e di soccorso.
Darà più gioia al cuore partecipare a un momento di festa e assistere ai fuochi pirotecnici, applaudire una performance musicale, se un sorriso di gratitudine riuscirà a raggiungerci attraverso i muri degli egoismi e dell’indifferenza collettiva.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 12/7/2008)


Padre Pio e Padre Eusebio. Briciole di storia

I volti splendidi di Padre Pio da Pietrelcina e di Padre Eusebio Notte, aperti al sorriso umanissimo e dolce di un’amicizia forte ed intensa e di una reciprocità di sentimenti vivissimi e di affetti profondi, annunciano, in copertina, il racconto scintillante e appassionato di una esperienza straordinaria e mirabile, vissuta per cinque anni nel Convento dei Cappuccini in San Giovanni Rotondo.
E’ l’incontro di due profili -filiale e paterno- che si comunicano una "sim-patia" luminosa e incandescente, con una tensione psicologica e spirituale fatta di gentilezza e di compassione, di gratitudine e di stima, di attenzioni amorevoli e di sofferenze, di affidamenti e di riconoscenza. E, infine, di desolazione e di pianto, di sconforto e di abbattimento per la fulminea crudeltà del trasferimento di Padre Eusebio, che privava, improvvisamente e incomprensibilmente, il grande martire del Gargano, stanco e provato, piagato nella carne e nel cuore, a tre anni dalla morte, di un aiuto indispensabile, sperimentato e affidabile. Era il destino della sofferenza, immanente nella storia della santità di Padre Pio, che tornava a trionfare, ancora più atrocemente, con la durezza perversa di un "tradimento", allontanando dalla sua vecchiaia dolorosa una sollecitudine affettuosa, la prossimità di un grande servizio d’amore. "Stavo morendo in quel letto, e ti chiesi una grazia che, se l’avessi chiesta alle pietre, me l’avrebbero concessa" è, in seguito, il rimprovero dolente ed amaro, all’Amministratore Apostolico del Vaticano, del povero Padre Pio.
In oltre centoventi ricordi -episodi avvincenti e luminosi- Padre Eusebio offre al lettore, e non ai soli devoti, la sua testimonianza vivida, intima, semplice e grandiosa, preziosa e meravigliosa, che rende ancora più eroicamente umana e santa e affascinante l’esperienza umano-divina di Padre Pio.
Dalla prima lettura di una storia di Renzo Allegri, tanto tempo fa, per me l’approccio alle pubblicazioni su Padre Pio è stato ricorrente e, infine, concluso per l’esaurirsi delle novità biografiche sul nostro grande Santo.
Questo sorprendente lavoro della memoria di Padre Eusebio riapre e dilata, finalmente, l’orizzonte, e strappa al silenzio momenti sconcertanti, drammatici e lieti di un’esistenza crocifissa e gemente sia per la travolgente, mistica irruzione delle stigmate, sia per il tormento morale che aggiungeva al permanente misterioso martirio le trafitture feroci delle accuse e delle menzogne, delle ingratitudini e delle ipocrisie.
Nello scorrere le pagine di Padre Eusebio non si può non addolorarsi e piangere; non si può anche non sorridere e gioire, tanta è l’empatia, l’immedesimazione affettiva, che la lettura comunica.
Questa corsa, affettuosa e dolente, nella vicenda del Padre stigmatizzato è compiuta da Padre Eusebio con esuberante dolcezza, con una tenerezza appassionata, con una continua, riconoscente devozione, con l’istinto del narratore popolare che si offre con l’io generoso e persuasivo a illuminare i cammini della nostra affaticata ed oppressa condizione umana aperta alla speranza. E inizia, con stupore, dal suo percorso di vita e di vocazione, aperto al discernimento profondo:" Uagliò, dice Padre Pio a Padre Eusebio, dimmi una cosa. Ma tu hai mai ringraziato il Signore che ti sei fatto frate?... "Pensaci e ringrazialo il Signore, perché se non ti facevi frate saresti uscito un delinquente!"
Così incomincia, con la rivelazione inaudita di un mistero e di un destino di vita, a San Giovanni Rotondo, l’avventura memorabile del giovane frate di Castelpetroso con l’"Alter Christus" del XX secolo.
Il "rosario di Padre Pio recitato da Padre Eusebio", nelle cinquecentocinquanta pagine del suo commovente, gioioso ed avvincente racconto, penetra nell’intelligenza e nel cuore e sembra che l’anima resti ispirata e sfiorata dalla Bellezza e dalla Santità. E, incantata dall’esempio clamoroso e incomparabile di dolore e di amore, possa finalmente decidere di aprirsi, più profondamente e coerentemente, alla nostalgia dell’eterna ed infinita potenza di Cristo crocifisso e risorto.
"E’ l’imitazione… che dura a venire!" e conclude Padre Eusebio, anche per tutti noi: "che il Padre faccia dal cielo questo altro miracolo!"

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 4/7/2008)


Il malato, il carnefice e Padre Pio

C’è nell’avidità e nella crudeltà svelate dal’incredibile e inaudita notizia dell’orrore nella clinica milanese, non un caso solito di malasanità, ma un segno clamoroso e micidiale di quanto possa precipitare nell’abisso dell’offesa all’umano una condizione centrale e decisiva dell’organizzazione della società contemporanea. Il diritto alla salute, alla cura, alla vita, al rispetto della dignità, proprio nel luogo destinato alla strategia del recupero, della cura, della terapia, della solidarietà interumana con tutti gli apparati scientifici e tecnologici resi disponibili dall’ intelligenza, è negato, rovesciato e subordinato all’esecrabile bramosia del denaro.
Nel complesso sistema civile del servizio all’uomo, la medicina è spazio privilegiato di riconoscimento e attenzione alla realtà del corpo e dell’anima della persona al massimo dell’esposizione fisica, psicologica e spirituale. E’ tutta la soggettività antropologica che si consegna con fiducia e speranza all’altro; che ne invoca l’ascolto, il soccorso, l’aiuto, la solidarietà; che ne accetta la compassione e il servizio, il giudizio diagnostico e l’intervento terapeutico. Nell’Ospedale s’incrociano i profili estremi dell’umanità e si struttura la socialità nel significato profondo ed essenziale dell’"essere prossimo": da un lato il malato, con il carico drammatico di una grave difficoltà che vulnera la solidità, l’efficienza e perfino la stessa consistenza esistenziale dell’io e dall’altro il medico, con la responsabilità, le competenze e la sollecitudine, di curare di reintegrare e di promuovere la salute in tutte le dimensioni e a tutti i livelli accessibili alle capacità e alle disponibilità dell’organizzazione sanitaria. Nell’Ospedale è sempre aperta la scena, e il tormento, della sfida tra la vita e la morte.
Alla qualità dell’incontro tra il "debole" e il "forte" e secondo il grado di umanizzazione della relazione radicale tra "paziente" e "agente" medico e della corrispondenza tra il soffrire e il risanare, è consegnata la misura vera della civiltà.
Ora l’evento tristissimo e spaventoso svela, con lo shock mediatico del micidiale annuncio, una realtà miserabile e sconvolgente, non di spersonalizzazione relativa, ma di completa disumanizzazione, di riduzione dell’umano a integrale "oggetto" di speculazione, di sfruttamento e di rapina, di violazione assoluta della dignità e della "sacralità" dell’essere. Sempre più alla narrazione epica dell’eroismo di figure mediche straordinarie e memorabili per passione civile, per dedizione professionale e per senso di abnegazione e di sacrificio, si sostituisce la cronaca quotidiana di disattenzioni clamorose, di superficialità incomprensibili, di errori paradossali ed ora di nefandezze e di delitti.
Questo episodio estremo e tragico -speriamo isolato- introduce con sgomento nella rappresentazione di uno dei luoghi più attrezzati ed efficienti dell’assetto territoriale della sanità italiana ed europea, un’immagine dolorosissima che viene dalla cupa memoria dei Lager nazisti.
Come è stato possibile?
Quando, per l’oblio dell’alfabeto della "solidarietà" e per la rinuncia alla grammatica del servizio e alla "regola d’oro" dell’amore, questa civiltà si abbandona alla deriva del nichilismo individualista e consumista, tutto diventa possibile, anche l’omicidio sanitario, anche l’assassinio programmato e remunerato dal Servizio Sanitario Nazionale.
L’operazione chirurgica può diventare soltanto un’operazione burocratica e finanziaria e il corpo umano può finire solo come "corpo di reato" e la Sanità solo in Business.
Assistiamo al crollo immane e dolorosissimo dei "codici deontologici", alla trasgressione degli impegni, dei giuramenti, delle responsabilità; al degrado delle relazioni, al prevalere dell’inganno, al trionfo di "mammona".
La vita, la salute, il sistema dei servizi sono divenuti campi di scontro e di violenza, di sopraffazione e di sfruttamento, dove, nella prossimità dell’incontro duale che esige rispetto, amore e cura, un uomo viene ridotto a vittima e un altro si trasforma in carnefice.
Se non fermiamo la degradazione forsennata degli stili e dei profili etici, se non recuperiamo un orizzonte di fraternità, di amicizia e di solidarietà, non salveremo questa civiltà.
Nel mondo del dolore, della malattia, Padre Pio da Pietrelcina ci ha affidato un’indicazione pedagogica e un altissimo modello operativo di pietà, di compassione, di competenza e di servizio. Al nostro Santo, alla Sua presenza di Santità, bisogna guardare per riapprendere il mistero dell’uomo e per rispondere, con un sussulto di moralità e di dignità, al grido profondo della sofferenza e della speranza. E per continuare ad appartenere all’umano.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 20/6/2008)


La sfida del Federalismo e le speranze del Mezzogiorno

Dopo il confronto elettorale e le scelte della democrazia, il Paese può riprendere il cammino e affrontare le difficoltà, i problemi e le domande della società. Sembra ora più definito il quadro delle grandi questioni e delle priorità sociali ed economiche, più convinta la metodologia del dialogo e dell’incontro tra le posizioni strategiche degli schieramenti presenti in Parlamento.
In queste prime settimane, mentre si va delineando il nuovo assetto di potere a servizio della vita sociale e si va configurando la strategia programmatica del nuovo governo, sembrano affermarsi ampie disponibilità politiche a tracciare il percorso conclusivo ed operativo del federalismo come luogo di libertà plurimo ed aperto alle iniziative dei territori espressivi di identità, di culture, di linguaggi, di movimenti, di risorse, di potenzialità. L’energia del Paese, spesso soffocata da inerzie e freni statalistici, potrà finalmente comunicarsi ai gruppi sociali e alle istituzioni territoriali in piena autonomia, sulla base del "principio di sussidiarietà", in tutta la compiutezza delle diversità e delle differenze, in un rapporto interattivo tra rappresentanze elettive e comunità, in uno scambio continuo di esperienze, di valori, di progetti, di speranze. Certamente l’orizzonte federalistico non potrà essere disegnato alterando l’unità essenziale del Paese, travolgendo il tessuto della interazione e della solidarietà, scatenando conflittualità ed esasperando diseguaglianze ed egemonie. Anche il Mezzogiorno dovrà fare i conti, non solo economici e finanziari, con la grande impresa del federalismo; lo deve fare in termini culturali e politici, ravvivando la memoria del processo genetico di inserzione della sua civiltà nell’unità risorgimentale, misurando la distanza del suo agire politico dalle finalità costituzionali, rivisitando criticamente il percorso regionalistico spesso confuso, disordinato, inconcludente, attivando nuove funzioni di animazione civile e culturale e regolando il governo delle comunità con rinnovate capacità di partecipazione popolare.
L’analisi della democrazia territoriale e la lettura dei meccanismi, delle procedure, delle regole organizzative delle scelte locali mostrano inequivocabilmente il deperire dei rapporti politici, la frantumazione degli interessi comunitari, la gestione spesso irresponsabile di risorse finanziarie, la dispersione dei valori costitutivi del territorio umano, sociale, culturale. Bisogna urgentemente tornare a "fare politica" nel territorio!
Il federalismo non è una condanna all’isolamento: è una sfida poderosa ed efficace se scuote indifferenze ed acquiescenze, se promuove impegni associativi e iniziative civili di grosso respiro, se induce a condividere proposte di sviluppo e di cambiamento e a controllare in modo più diretto e incisivo le risorse fiscali e se riduce e distrugge pesantezze burocratiche sacche clientelari.
E’ necessario rivedere le strutture e le funzioni delle istituzioni civili e territoriali: l’asse istituzionale comune-provincia-regione così com’ è non è più funzionale allo sviluppo democratico né alla trasparenza della spesa pubblica né ai processi reali di organizzazione del territorio. I costi eccessivi delle amministrazioni, gli sperperi, l’impossibilità di ricevere servizi puntuali ed efficaci, la devastazione ambientale, l’assenza di progettualità impongono sia una severa autocritica sia una ridefinizione dell’ordinamento e dei suoi strumenti.
E’ tempo di misurare l’utilità, la convenienza e la necessità di certi assetti amministrativi, delle stesse provincie, delle comunità montane, definendo una seria "metodologia innovativa" che proponga linee di programmazione strategica e riduca la spesa corrente improduttiva, che investa sul ruolo manageriale e valorizzi l’energia umana per il cambiamento e risponda alle sfide e ai rischi della società contemporanea.
La dimensione decisiva del profilo federalistico è la riforma fiscale.
Alla famiglia deve essere riconosciuta una "centralità forte" che ne qualifichi il ruolo, la tenuta, la funzione sia nei processi educativi, sia in quelli di cura e di servizio, sia in quelli produttivi ed economici. Un sistema fiscale che non riconosce l’effettiva consistenza dei carichi familiari è sorprendentemente ingiusto e doloroso, perché, invece di ridurre, aumenta il rischio della povertà. Anche il calo demografico è determinato in larga misura dal mancato riconoscimento del "valore reale" del figlio: le spese sempre più onerose per la crescita della prole non sono riconosciute e quindi non vengono dedotte dal reddito netto.
Senza una grande riforma fiscale il federalismo, che si annuncia come momento fondamentale e prioritario della nuova legislatura, sarà la vittoria di insipienti egoismi territoriali e di vergognosi interessi dei gruppi più forti. L’Italia, invece, si attende una fase costituente generosa e coraggiosa che possa generare un rinnovato assetto civile, culturale e sociale del Paese reso finalmente capace di una completa e operosa unità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 6/6/2008)


L'invito di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite

Andare oltre il limite è l’invito pressante e premuroso di Bruno Pietro Manserra a percorrere la vicenda quotidiana sulla soglia dell’esperienza sempre aperta all’irruzione dell’infinito, dell’eterno, della santità, della trascendenza.
Andare oltre! Attraversando coraggiosamente, dolorosamente i territori accidentati della vita e della morte, del bene e del male, della verità e della menzogna, con il desiderio dell’oltre: della bellezza e della felicità!
La ricerca letteraria, storiografica, poetica di Manserra esplora da anni i territori della vita umana nella complessità incandescente di percorsi, di relazioni, di dinamiche, di memorie, di scelte che illuminano il pensiero e il cuore della creatura umana.
Nel suo dis-correre c’è sempre il desiderio di penetrare la cronaca per rintracciare il senso, il perché, il fine dell’agire, dell’amare, del soffrire, del morire, dell’esserci.
E’ un viaggio nella società contemporanea, carico di poesia e di memoria, è scavo psicologico e spirituale nelle profondità insondabili e oscure della coscienza per trarne frammenti di luce e atomi di bellezza; è cammino, ora ansioso, preoccupato e febbrile, ora pacato e dolcissimo, nelle arterie morali, politiche, culturali e religiose di una umanità grandiosa e misera, stretta tra le effervescenze effimere della mondanità e i richiami profondi, intimi di un orizzonte spalancato sulle vertigini dell’ "oltre".
Non è un cammino solitario, avvilito e stanco questo di Manserra: è un esodo, ove incontra, nel quotidiano della vita e della storia, persone, gesti, sguardi, pensieri, ricordi, destini, luoghi, e li abbraccia e li attraversa con il suo ampio patrimonio di saperi e di competenze sapienziali, animandoli sempre con acutezza e sensibilità, offrendoli con tenerezza e comprensione e, talvolta, con ironia e indignazione.
Nella diacronia storico-culturale si alternano i volti e le parole, le riflessioni e le tracce ora di Kant, ora di Scheler e di Sartre, ora di Aristotele e San Tommaso, ora della Sacra Scrittura, di Sant’Agostino, di Dante, di Eliot,… E diventa protagonista il Mistero: il Mistero del Divino che non soccombe mai anche se affrontato da nichilismi devastanti e da sconvolgenti e rabbiose aggressioni all’ethos della virtù e del sacrificio, del rispetto e dell’amore.
E’ fortissima nella coscienza di Manserra la consapevolezza della forza dell’amore; e perciò si addensano i riferimenti alla bi-millenaria tradizione del pensiero cattolico, e si amplifica la voce di Giovanni Paolo II a contrastare con inaudita potenza di verità le folli presunzioni della modernità scatenata nell’esaltante e suicida progettazione di un mondo senza Dio e senza redenzione.
E’ fortissima in lui la preoccupazione per l’abuso diffuso della libertà, per la pretesa dilagante di sfuggire all’osservanza della "regola morale", per l’incontenibile espandersi dell’ideologia del materialismo e per il selvaggio sfrenarsi degli istinti, del desiderio edonistico, dell’arbitrio e della violenza.
Ma Bruno Pietro Manserra non si chiude mai in una visione cupa della vita e delle cose; non cede all’ineluttibilità dell’infamia e della malvagità.
Non dispera mai. Egli sa che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio e afferma la speranza come potenza vittoriosa sul limite del tempo e dello spazio, dell’errore e del peccato, del male e della morte: la speranza è piena di immortalità.
Mentre le sfide all’umana convivenza si moltiplicano e accrescono i rischi e le incertezze e le paure, e si diffondono violenze e impulsi terroristici e sembra incerta la tenuta stessa della condizione antropologica, insidiata dallo scientismo, Manserra indica, lungo i percorsi impervi della "Via Crucis" dell’umanità, i volti della santità di Francesco d’Assisi, di Padre Pio da Pietrelcina, di Madre Teresa di Calcutta, per riscattare il mondo dalle brutture e dalle offese che ostinatamente lo feriscono e per illuminare di verità, di libertà e di amore l’orizzonte inquieto della vita e della storia.
Per "andare oltre il limite", questa è la lezione ardente e coraggiosa di Manserra, bisogna vivere, nella Chiesa di Cristo, con più fede, più speranza, più amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)


Una preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità

Tutte le creature, "immagine e somiglianza di Dio", sono chiamate alla santità: sorgente, misura e testimonianza della condizione umana che, tra le difficoltà, i peccati e le sfide della vicenda storica, si apre alla Grazia e accoglie nell’esistenza il sigillo della fede, della speranza e dell’amore. "La storia, ha scritto Moro, sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non fosse riscattata dall’annuncio, sempre presente, della salvezza e della speranza.
In un contesto difficilissimo e drammatico -il primo trentennio della storia repubblicana del Paese- Aldo Moro ha offerto una straordinaria presenza di intelligenza e di libertà a servizio della società e delle istituzioni democratiche; ha animato il pensiero, la parola e le azioni della sua esperienza personale, nella famiglia, nella D.C., nel dialogo con la comunità civile e politica, nel governo della "cosa pubblica", nelle relazioni internazionali, con una fedeltà sicura e vitale all’integrità del Vangelo.
Con Alcide De Gasperi e con Giorgio La Pira, Egli è l’esempio più alto della politica dei cattolici nel XX secolo radicata nella grande tradizione popolare avviata da Don Luigi Sturzo e ispirata al pensiero della "Rerum novarum" e della "Dottrina sociale" della Chiesa.
Dalla "strategia popolare" di Sturzo, dal "realismo degasperiano" e dalla "profezia lapiriana" convergono in Moro linee profonde di attenzione alla concretezza del divenire storico-politico, insieme a illuminanti spinte di possibilità e di avanzamento dei processi civili, culturali e sociali: per corrispondere in modo più pieno alle domande di giustizia, di ordine e di cambiamento che vengono dal cuore profondo della comunità nazionale pure agitata e sconvolta da fenomeni di rottura e da suggestioni di "violenza come alternativa disperata alla libertà".
Con l’idea di "democrazia viva, problematica e aperta" e consapevole che anche "nella necessità si può essere liberi", Moro si muove tra le torbide e inquietanti reazioni di gruppi che vantano i valori della conservazione anche per difendere privilegi, poteri ed equilibri in contraddizione con le dimensioni popolari del "nuovo patto costituzionale", e le tensioni complesse e incontenibili che si accumulano in una dinamica febbrile e violenta generata da una cultura commista di relativismo etico e di utopie palingenetiche, di velleitarie persuasioni razionalistiche e di inattendibili istanze rivoluzionarie. E recupera, nel magma incandescente dei sommovimenti morali, civili, ecclesiali, ideologici e politici, i segnali positivi e forti di mutamenti compatibili con il metodo e la sostanza della democrazia; e attiva una strategia intelligente e penetrante di attenzione alle esigenze e alle richieste della convivenza civile e alle posizioni e alle prospettive di evoluzione del sistema politico che si andava incagliando pericolosamente per la mancanza di alternative nel governo del Paese.
Conclusa la fase degasperiana, grandiosa e perfetta nella indicazione costitutiva della fisionomia democratica, del ruolo storico-politico e del processo di sviluppo del Paese, Moro esprime il massimo della capacità di movimento e di iniziativa della D.C., conservandole l’inalienabile ispirazione cristiana e la formidabile potenza di moderazione e di equilibrio.
Dopo Moro, tutto questo mondo di idee, di esperienze e di valori si indebolisce e si frantuma: la politica non si mostra più come "un modo esigente di vivere la carità".
Ora, dopo trent’anni, la tragedia dell’eccidio di Moro indica, con maggiore evidenza, l’insanabile frattura della concezione politica dell’amore, della libertà, e della giustizia. Per questo, dall’evento terribile e feroce, ancora indicibile e inquietante, viene un grido, e un lamento, di pianto e di allarme che raggiunge ancora il cuore dolente del Paese.
E’ venuto il momento di chiedere perdono a Moro e alla famiglia di Moro: è una necessità e un’urgenza che non possiamo più eludere.
Ora dalla Chiesa, in cui Aldo Moro è stato presente con una partecipazione continua e premurosa, profonda e intima, fedele e coerente, di cui è stato figlio confidente e generoso, alla quale ha consegnato la sua fine drammatica, molti attendono con fiducia una parola di verità sull’identità, sul percorso e sulla destinazione di santità della sua testimonianza.
La Chiesa, con la sapienza della sua ricognizione storiografica, con l’integralità del Suo sguardo di Madre e di Maestra, con la Sua capacità di leggere le profondità del cuore dell’uomo, può donare al riconoscimento e alla devozione di tutti il volto di un grande testimone della Verità, della Libertà e dell’Amore, a cui è stata richiesta la sofferenza eroica del martirio.
A Moro, sottratto finalmente all’offesa e all’ingiuria, la Chiesa può ridare dignità, onore e giustizia perché la sua memoria, purificata e limpida, sia benedetta dal sigillo della santità.
Le gravi, solenni, tenerissime e commoventi parole di Paolo VI, con il quale è sorprendente la straordinaria somiglianza di pensiero, di linguaggio e di stile, risuonano sempre più forti nella coscienza umana e cristiana: "Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico".
Ecco, intorno ad Aldo Moro si stringa il cuore riconoscente ed amico della Civiltà italiana con la potenza della gratitudine e della devozione: per chiedere alla Chiesa di Gesù Cristo che il Volto mite e buono di Moro splenda finalmente con il segno santo del Martirio.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)


Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi nelle "Luci e Tenebre del Mondo d'Oggi"

Il vigoroso sacerdote contadino di Fragneto Monforte, Don Nicola Capozzi, ha interrotto, ma solo per un po’, l’ansia antica della poesia e ha sospeso il ritmo della bellezza musicale del verso limpido e salmodiante, che vuole abbracciare lo splendore e le vibrazioni della creazione per rintracciarvi i segni dell’Amore eterno: l’Amore che redime l’umano dal male devastante e incombente con le laceranti sfide della menzogna e dell’odio.
Ora l’Amore di Dio diventa protagonista di una ricerca severa, a volte indignata, penetrante nel cuore della storia, nei rischi della civiltà contemporanea, nell’affanno materialistico di un quotidiano sperduto, tra desideri disordinati, in una esperienza mondana non più illuminata dal senso della vita e dai significati del nascere, dell’esistere e del morire. Don Nicola, con l’antica sapienza sacerdotale, profetica e regale, che sigilla un novantennio straordinario di vicende umane, culturali, pastorali e religiose, osserva con acutezza dolente il divenire delle cose e l’avventura affascinante e drammatica della società ed esamina e valuta e giudica il corso del tempo in cui tradizioni, valori, ideali, assetti istituzionali e civili sembrano precipitare, non senza speranza di salvezza, in una rovinosa caduta.
Sono "le luci e tenebre nel mondo d’oggi" che si scorgono nell’orizzonte, cupo eppure attraversato ancora dalla verità della fede, di questo presente inquieto e complesso, dominato da un inaudito "progresso tecnico-scientifico" e mortificato e lacerato da un "regresso religioso e morale". E’ questa dissociazione radicale e forsennata tra saperi ed etica, tra scatenati individualismi e sofferte relazioni interpersonali, ad animare la dialettica pensosa, preoccupata e commossa di Don Nicola: la disgregazione penosa della famiglia, l’indebolirsi grave e irreversibile del legame matrimoniale, il crollo accelerato dei vincoli legali e morali, la dissennata ricerca del piacere comunque,la sregolatezza perversa di una sensualità insana, senza rispetto della corporeità e della sessualità.
L’analisi realistica e puntuale non induce però ad una visione pessimistica e insopportabile della vicenda umana, non porta a una condanna completa e irreparabile della condizione storica, non suggerisce una resa della testimonianza educativa e pastorale e una fuga sgomenta nell’indifferenza e nell’egoismo. Non c’è rimpianto né nostalgia del tempo passato, ma consapevolezza del tempo che avanza recuperando nella memoria la responsabilità delle "cose nuove". Non c’è rifiuto della modernità, ma la ricognizione intelligente e critica, in essa, di ciò che è inevitabilmente morto e superato ed anche di ciò che deve essere conservato e potenziato per reggere all’urto distruttivo che comprime e frantuma la grandezza e la dignità dell’umano.
In uno splendido passaggio del "saggio", Don Nicola compara la vita cristiana di oggi a quella di ieri e misura il decadere del metodo educativo e dell’esempio generoso nella famiglia e nella scuola, l’oscurarsi della verità e dell’amore e il disperdersi dei patti di obbedienza e di fedeltà, lo spezzarsi dei rapporti anche nella comunità dei credenti.
E nel confronto tra vita pastorale di un tempo e quella di oggi, il linguaggio di Don Nicola diventa duro, rovente, carico dell’invettiva tagliente della profezia del Vecchio Testamento e della voce travolgente e accusatoria del Battista.
Ma finisce per prevalere un’attenzione preoccupata e dolcissima, venata di comprensione e di affetto, rivolta alle situazioni più problematiche e difficili, soprattutto quando sono le nuove generazioni a muoversi in un disagio diffuso e asfissiante, in una sofferenza acuta e irriducibile. E proprio quando lo sguardo doloroso e preoccupato si posa su vicende orribili di immoralità e di dissolutezze, sulla questione tremenda dell’aborto e sul rifiuto del diritto alla vita, si eleva l’invocazione premurosa ed esigente, perché si ritorni alla bellezza esemplare dell’osservanza del patto d’amore nei rapporti coniugali, nelle relazioni tra genitori e figli, tra maestri ed alunni, tra pastori e fedeli.
In questo lavoro di ricognizione sui "guai" di questo presente trascinato da più parti verso il naufragio ineluttabile di un’intera civiltà strappata alle sue radici cristiane, Don Nicola Capozzi rilancia una prospettiva pedagogica, culturale e civile che chiama vecchi e giovani, uomini e donne, famiglie e comunità, cristiani e pastori al ritorno a Cristo, alla "Via Verità e Vita" dell’Amore.
Con un sentimento di gratitudine per la Sua testimonianza alta di responsabilità e di preoccupata tensione civile ed ecclesiale, ognuno di noi , nel porsi in ascolto della Sua voce poetica, della Sua esperienza e della Sua profezia, ritrovi il coraggio della Verità e dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 11/4/2008)


Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica

Premono problemi ed esigenze molteplici ad interrogare la coscienza personale e la responsabilità civile e politica.
È avvertita in profondità l’inquietudine per la fragilità dell’orizzonte sociale, economico e finanziario del nostro Paese e si rafforza l’idea che la crisi richieda con urgenza cure radicali, condivise da tutte le forze politiche.
È sempre più diffusa la domanda di occupazione delle nuove generazioni ed è divenuta drammatica, soprattutto nei territori più deboli e sofferenti del Mezzogiorno, la richiesta di sostegno al potere di acquisto delle famiglie, fortemente ridotto negli ultimi dieci anni, perché si possa sopravvivere al "rialzo" dei beni di consumo anche di prima necessità.
Aumenta il "deficit" di fiducia e di speranza: il futuro appare più nero ed incerto.
Consentirà la "nuova legislatura" rinnovati equilibri democratici ed assetti di potere funzionali alla ripresa del "bene comune", per rianimare gli estenuati sistemi di competenza istituzionale e di servizio e per rilanciare lo sviluppo della vita civile , culturale e produttiva delle nostre comunità?
La nostra Campania, assalita da mille emergenze, anche criminali, vive una dolorosissima condizione di difficoltà, stranamente irrevocabile, e non riesce ancora a individuare una rappresentanza politica capace di esprimere l’intelligenza e la passione che pure animano la "comunità etica" della Regione.
Ora c’è bisogno di una bussola intellettuale e morale che possa orientare le scelte e i percorsi nella complessa geografia politica nazionale, agitata da una dinamica confusa nel dichiarare le motivazioni di fondo e gli indirizzi di principio.
È positivo che sia stata offerta all’opinione pubblica, soprattutto per merito di Giuliano Ferrara, un’attenzione più viva e sorprendente alla grande "Questione della Vita": promuovere una strategia politica che favorisca il "diritto incondizionato alla vita" dal concepimento alla morte naturale significa concretamente investire risorse destinate alle mamme, alle famiglie, ai servizi socio-sanitari per aiutare la vita a nascere, perché nessuna donna sia "obbligata ad abortire", e per favorire una forte iniziativa di orientamento culturale e educativo che contrasti i cedimenti all’"azzardo dell’eugenetica" e all’insidia della manipolazione embrionale.
L’altra riflessione politica essenziale va rivolta alla "Questione della Famiglia", perché è in atto una micidiale aggressione al nucleo familiare, alla sua consistenza antropologica centrata sulla mascolinità e femminilità, sulla paternità e maternità. E’ necessaria un’azione polivalente che aiuti, anche con adeguate misure fiscali, la famiglia ad affrontare i rischi innumerevoli, anche economici, etici e pedagogici, che ne insidiano la tenuta generativa, la saldezza sociale, la missione culturale e educativa. Ed è l’esperienza quotidiana a rivelare in quale disordine valoriale, ideale ed etico siano state vergognosamente precipitate le nuove generazioni, sempre più sbandate per l’assenza di orientamenti morali, non più coscienti delle loro identità per il crollo del senso della vita e, perciò, non più consapevoli della loro missione nella storia.
La "Questione Educativa" è divenuta così una gravissima emergenza, alla quale un magistero familiare e pedagogico, non più riconoscibile nella sua autorità per il franare delle regole e degli esempi positivi di convivenza, non riesce a dare risposte efficaci ed esigenti.
La Scuola è in seria difficoltà: si è oscurato il fascino della ricerca della verità e si è spenta la luce della libertà e dell’amore sulla pluralità dei cammini culturali.
E, mentre si accrescono disagi nella gestione dell’esistenza quotidiana e nel funzionamento delle istituzioni, s’inasprisce il confronto tra le culture e le tradizioni religiose ed esplodono fenomeni ignominiosi di sopraffazione e di violenza sulle donne e sui bambini e di sfruttamento sugli immigrati. Emerge, in tal modo, anche la "Questione della sicurezza e della solidarietà", che non è tanto un problema di legalità quanto di rispetto dell’altro, soprattutto dei più miserabili ed emarginati. E’ una questione di accoglienza, di ospitalità, di garanzia per tutte le persone e le famiglie che giungono nel nostro Paese alla ricerca di un "minimo" di dignità e di affidamento esistenziale.
Infine c’è, ineludibile e rischiosissima, la "Questione della Pace" che inquieta la coscienza politica, mentre s’accresce l’inaudito potenziale di terrore e di morte e si moltiplicano circostanze esplosive di conflitti micidiali, di stragi e di genocidi disumani e di sanguinosi confronti. Tutto il mondo è in una emergenza continua, su un "crinale apocalittico", senza la consapevolezza che può essere vicina la catastrofe planetaria e che la guerra non ha più legittimazione storica ed etica. "Mai più la guerra!" ci ricorda il Magistero papale in nome della "tranquillità dell’ordine" e del "diritto alla vita" del biocosmo e dell’umanità: tutti noi apparteniamo alla stessa famiglia, alla stessa storia, allo stesso destino.
Per continuare a scommettere sulla "bontà della vita", è tempo che l’intelligenza politica, oltre gli slogan, ritrovi la coraggiosa misura del discernimento e, oltre gli insulti, ristabilisca i criteri del giudizio e della saggezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 28/3/2008)


"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano. La consolazione della Poesia nell'epoca del nichilismo

"Il fiore del deserto" è un’opera sorprendente: era sembrata conclusa l’impresa della ricerca sulla vicenda ardente e dolorosissima del Leopardi. Il Preside frassese, infatti, aveva già offerto il complesso percorso esistenziale e poetico leopardiano anche in una suggestiva configurazione storica e filosofica e, con sonde di fine esploratore, era penetrato in profondità lungo i tracciati spirituali da Petrarca a Baudelaire. Ma un "vero amore" non può essere abbandonato all’oblio.
Alla Biblioteca Provinciale di Benevento, accolto dal fervore amicale ed organizzativo della "Dante Alighieri" della prof. Elsa Maria Catapano, da sempre impegnata a dialogare con i protagonisti della vicenda culturale sannita e con i testimoni della letteratura, dell’arte, della poesia, Michele Ruggiano ha, con sperimentata metodologia, introdotto l’autocoscienza dei partecipanti in un’atmosfera poetante e musicale, carica di fortissima tensione emotiva e di disponibilità all’ascolto. Addensata con le note sublimi di Beethoven -proposte con dolcezza e potenza dalla prof. Angela Farina- è penetrata nel cuore la voce leopardiana dell’"Infinito" con la misurata intonazione lirica e il timbro sonoro e profondo di Anna Ciancio D’Agostino.
E’ stato assai più agevole, e forse più semplice e suggestivo, presentare la relazione Leopardi-Ruggiano come confidenza narrativa tra l’io vivente del Poeta e lo sguardo innamorato ed attento del Narratore. Chi legge "Il fiore del deserto", vive drammaticamente il percorso leopardiano: entra dentro un’"autobiografia" dolente e avvincente, che si sporge ai confini dell’essere e del nulla, tra pietà ed empietà, tra domande sconfinate d’amore e durissime smentite, sconvolgenti incorrispodenze.
Ruggiano ha avvicinato Giacomo Leopardi non con una fantasia spericolata né con pregiudizi psicologici e ideologici. C’è una riservatezza umile e timida, eppure gioiosa e tenerissima, nell’approccio integrato alla complessità di una personalità incandescente e dolente che trafigge la bellezza e il dolore delle cose, dell’anima, del cosmo. L’uomo, nessun uomo, può essere colto con l’orgoglio saccente dell’Intellettuale e Michele Ruggiano non si sente mai il padrone del pensiero, nemmeno di quello leopardiano, di cui pure è Maestro insuperabile. E di questi tempi di sfrenatezze e di superbie incontenibili, di autoesaltazioni luciferine, di esposizioni mediatiche ingombranti e insolenti, è un dono grande essere amico e lettore di Ruggiano: la conoscenza di Lui e delle sue opere e delle sue iniziative, anche della sua direzione intelligente ed aperta del "Centro di Cultura" operoso nell’accogliente scenario francescano della Madonna delle Grazie, è da custodire nel cuore, nell’intelligenza, con rispetto, con devozione, con cura.
"Il fiore del deserto" si legge senza interruzioni, di un fiato: è, infatti, un "romanzo" nato da un’empatia eccezionale, è la "fusione di orizzonti" nel crogiuolo di una disposizione all’ospitalità cognitiva, affettiva, relazionale di una identità umana "giobbica", miserrima ed esaltante anche nella sventura. Questo Leopardi di Ruggiano, l’ho sentito vivo, con la sua carne sofferente, con il suo respiro affannoso, con il suo cuore avvilito e impazzito, vivo dentro il palazzo marchesale, vivo nel suo incontro "matto e "disperatissimo", con i tanti abitatori della biblioteca di Monaldo, vivo, sempre!
Ho pure tentato di contenere in un’attenta e prudente disciplina critica l’entusiasmo per il Leopardi ruggianano; ma la mia libertà di giudizio, sprovveduta ed incerta per pochezza di conoscenze poetiche e letterarie, è stata confortata e confermata dall’autorità più attrezzata e sapiente di Orazio Gnerre e di Raffaele Matarazzo, protagonisti per decenni della generosa pedagogia e dell’alta cultura nel Sannio.
Tutto il testo luminoso di Michele Ruggiano è un invito poderoso e struggente a tornare alla Poesia: il canto della Bellezza, dell’Amore, del Dolore.
La poesia leopardiana è "il fiore" che nasce nel deserto dell’avventura umanistico-illuministica -quella del progresso e della rivoluzione- che sembra concludersi in questa fase minacciosa e drammatica del gelo planetario. Leopardi avvertì per primo, dolorosamente, mirabilmente, mortalmente, l’irrompere nell’orizzonte della modernità del disprezzo per il "Logos dell’amore". L’ideologia del materialismo meccanicistico inizia allora l’opera corrosiva della verità e del bene e Leopardi vive e soffre l’inaudita catastrofe che il male arreca ineluttabilmente alla vita. Assiste con sgomento all’espandersi minaccioso e invadente del nulla che investe, nel suo ritmo irresistibile e tragico, la fondazione stessa della realtà e il destino degli uomini. Ma non tutto è perduto: nel "secolo superbo e sciocco" delle "magnifiche sorti e progressive", "la potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello", e "in questa fuga il bene si nasconde proprio per manifestarsi".
Gratitudine immensa a Michele Ruggiano: il "suo" Leopardi riaccende, fin nel tenebrore di questo tempo feroce e inquietante, la trepida nostalgia della Bellezza ove, per l’eternità, abita la Verità, la Libertà, l’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 7/3/2008)


Gratitudine a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"

Con straordinaria sapienza politica ed eccezionale disposizione alla pietà, Giuliano Ferrara ha acceso, dentro lo spazio aperto dalla Risoluzione ONU per la "Moratoria contro la pena di morte", il fuoco di una sorprendente, formidabile iniziativa etico-civile che, finalmente, introduce nella comunicazione pubblica la grande questione: la guerra scatenata alle radici stesse della costituzione dell’io umano nel grembo delle Madri.
Nei giorni foschi del 1978, mentre Aldo Moro era "ostaggio" della vigliacca violenza delle B.R., il Parlamento italiano definiva il dispositivo legislativo della 194, in un confronto doloroso e difficile tra statualità democratica e "diritto alla Vita". In quel contesto, segnato da inaudite tensioni, esasperazioni e paure, la "cultura della Vita" cedette all’attacco micidiale dell’ideologia antiumana del dominio e del terrore.
Ad Aldo Moro, nelle mani dei suoi assassini, non fu più riconosciuta la sua vera identità e fu negato "il diritto di cittadinanza": la sua libertà venne abbandonata all’infamia dell’eccidio.
Alla Creatura umana, nascente nel grembo materno, fu conferita giuridicamente la condizione di "ostaggio", sempre esposto alla minaccia dell’esecuzione capitale. Ma quando all’uomo, in tutti i momenti del suo "esserci", non viene riconosciuta l’"identità vivente dell’umano", non ci sono più confini all’inganno né difese per contenere l’offesa e la violenza radicale. Ed anche quando si rivela la presenza sorgiva dell’umano, si alza, osceno e ripugnante, il grido del "Crucifige!" E diventa un diritto di libertà, un segno di salvezza e di liberazione, perfino la strategia dell’annientamento e della strage.
Con il grandioso "processo di modernizzazione" -la trionfale avventura del Regno della Ragione e della Libertà- la Vita stessa, il suo inizio il suo percorso il suo destino, entra integralmente nel dominio della tecnica: la Vita, soprattutto quella dei deboli, degli innocenti, degli inermi, è esposta al rischio totale, perché è il "sapere-potere" a decidere i tempi della storia e dell’esistere.
Trent’anni fa la Ragione pratica -l’Ethos, la Paideia, la Politeia- rifondò, anche in Italia, sulla Rivoluzione etica e sulla Catastrofe della Tradizione "le magnifiche sorti e progressive" della nostra felicità. E questo Pensiero e questa Prassi marciano ancora, e orgogliosamente, alla guida del III Millennio cristiano. L’irruzione di Giuliano Ferrara ripropone ora, in modo più forte e coraggioso, ed ineludibile, alla coscienza infelice di questo tempo complicato e drammatico, la grande "questione della Vita" -che è questione di Verità di Libertà di Amore. A questa non si può sfuggire con l’attitudine nichilista all’indifferenza gaia e consumistica del divertimento di massa, dello stordimento e dell’evasione.
"SI o NO alla Vita: questo è il problema!"
Come possiamo non avvertire che la Storia, la nostra presenza nel tempo-spazio globale di questo XXI secolo, è tutta dentro l’urgenza dell’alternativa tra paura e speranza, tra morte e vita, tra terrore ed amore, al bivio della Tragedia e della Redenzione?
Come possiamo, senza vergogna e senza paura, sradicandola dalla sua fondazione e dal suo destino e oscurandone la genealogia culturale e spirituale, consegnare questa Civiltà alla " fine perversa di tutte le cose" che Immanuel Kant, come ci ricorda Benedetto XVI nella splendida "Spe Salvi", indicava già all’ottimismo sfrenato dell’Illuminismo e della Rivoluzione?
Questo pensiero ora torna, con intonazione più inquietante dopo i genocidi e gli orrori del ‘900 e le sventure dell’oggi, a dare un segnale estremo di allarme, ad offrire un ripensamento cruciale -un Ultimatum"- perché ciascuno di noi torni a riflettere, interrogandosi alle sorgenti della coscienza: "Chi sono?"
La testimonianza di Giuliano Ferrara, clamorosa e sorprendente, rimette al centro del dialogo culturale e politico, dentro le convulsioni della convivenza contemporanea, il primato del "Logos" -la Comunicazione piena della Ragione della Parola dell’Amore- suscitando risonanze e speranze diffuse anche nei cuori dei "cristiani devoti" affaticati e avviliti dal prorompere mediatico delle prepotenze scientiste e delle seduzioni laiciste.
Questa testimonianza di Verità rianimi la coscienza umana intorpidita dalla lunga rassegnazione all’egemonia dei "padroni del pensiero" che insegnano ancora, "senza pudore e senza giustizia", l’infame rovesciamento del "diritto alla Vita" in "diritto di morte", della pratica del soccorso in "insensata crudeltà".
Questa testimonianza di Amore risvegli finalmente la maternità e la paternità alla responsabilità del concepimento come "fusione di orizzonti" nel dinamismo generativo di un nuovo "io" amante della vita e dell’amore.
Questa testimonianza di Libertà rilanci nei luoghi dell’educazione, della cultura, della politica, del diritto, della medicina, l’entusiasmo per la Vita soprattutto lungo i percorsi della miseria e del dolore: per conoscere, amare e servire la Vita -a cominciare con il proteggere i "germogli tremanti nel grembo delle Madri". Grazie, Ferrara!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 22/2/2008)


La Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe Di Marzo

Non poteva rimanere ancora privo di un rapporto forte e profondo con la Città di Gravina il nostro Sannio.
Da Gravina di Puglia è venuto il "secondo fondatore" della Città di Benevento, il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, ricostruttore della Chiesa e della grande tradizione "ecclesiastica" e culturale della nostra civiltà territoriale.
A Papa Orsini dovrebbe essere rivolta una riconoscenza significativa e solenne: la stessa identità religiosa, civile, artistica del nostro esserci nella storia è stata modellata e rianimata dal Suo straordinario fervore apostolico e dal Suo incomparabile dinamismo pastorale.
Per ora il dovere della gratitudine è stato provvidenzialmente assegnato ad un nostro artista di Benevento: S.E. Mons. Mario Paciello, già Vescovo della Chiesa di Cerreto Sannita – Sant’Agata dei Goti ed ora Pastore della Diocesi di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti, ha affidato il progetto biblico e teologico della Porta della Basilica Cattedrale di Gravina al nostro Giuseppe Di Marzo, al suo genio di artista e al suo cuore di credente.
Ed ora che la monumentale "Porta" di bronzo, con i segni stupendi della Bellezza e dell’Amore, invita alla contemplazione umano-divina aprendo il Tempio all’adorazione e alla celebrazione del Mistero, si fa più urgente e necessaria una più viva relazione tra le due Diocesi, tra le due Città, tra i due Popoli.
Nell’itinerario biblico-teologico della Porta è offerto alla sorpresa dello sguardo il rilievo di venti sculture, rappresentazioni dell’orizzonte sublime della Fede e della Salvezza, figure ed eventi decisivi della Storia sacra dell’umanità in cammino nel dramma dello scontro tra l’insidia del male e il soccorso della Grazia. E’ un dono magnifico, un altro dono grandioso dell’alleanza antica tra Religione ed Arte, tra "Verbum" e "Imago", tra Tradizione e Narrazione. Per continuare a vedere, a meditare, a pregare!
Dall’altissima solennità del "Creatore benedicente" alla vibrante irruzione dell’"Arcangelo apocalittico" si eleva l’Inno iconografico, che conserva senza discontinuità una formidabile potenza espressiva nell’armonia di linee, di profondità, di luci.
Le linee sicure, forti, classiche, evocano profili ed eventi che una pedagogia della Parola divina e dell’Immagine umana ha sempre rilanciato dall’intimità millenaria della memoria religiosa ed artistica alle profondità del cuore e all’accoglienza sapienziale dell’ascolto obbediente.
E la memoria, abitata ancora dalla Voce del Vangelo, della Tradizione e del Magistero, che la forsennata scorreria dell’effimero e dello spettacolo non è ancora riuscita a corrodere, diventa intelligenza di eternità e di bellezza. Giuseppe Di Marzo ricompone, purificandoli dalle offese, dalle dispersioni e dalla devastazione della volgarità e dell’artificio, i vividi messaggi del Sacro nei quadri biblici che la regia teologica di Mons. Paciello ha disegnato. Le sculture ricreano le forme dell’umano-divino con un realismo trasfigurato _ il concreto vivente del Cristianesimo _ senza sfrangiare o scomporre la corporeità, che anzi è esaltata nell’unità formale e materiale della composizione, animata dal respiro della santità e, per questo, è sintesi e perfezione di relazioni, equilibrio dinamico di comunicazione, sigillo vivo di comunione.
Così il tempo si accosta all’eterno e ne custodisce il senso anche nell’Arte.
La figurazione dimarziana è rivelazione sacra dell’impresa divina nella natura delle cose e dell’umano.
Vi avverti la tensione drammatica della Verità, l’annuncio della Grazia, la presenza della Misericordia e della miseria, l’evidenza gioiosa dell’Amore e la Speranza per tutti della liberazione e del compimento nel Giorno del Signore. Non c’è frattura tra rappresentazione e contemplazione: l’osservare, l’indagare, il cercare diventano condivisione, partecipazione, ingresso nella Bellezza e nel Mistero. Quando la percezione visiva diventa urgenza di carezza e di contemplazione, l’io attiva la dinamica integrale dell’accesso al divino e il suo cuore diventa domanda di perdono, ricerca di accoglienza, desiderio di comunione.
E allora la Porta che chiude e delimita, che esclude e rigetta, finalmente si apre e schiude nel silenzio dell’adorazione il Mistero indicibile di Dio.
Così, nel misterioso incontro con la Bellezza e l’Amore, si compie la promessa luminosa del primo pannello della Porta: "Io sono la Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo".
Così si realizza, con l’ingresso attraverso la Porta, aperta al desiderio dell’io e della comunità, nell’evocazione dell’Annunciazione alla Vergine Santa dell’ingresso di Dio nell’uomo, anche l’annuncio a ognuno di noi dell’ingresso dell’uomo in Dio.
La Porta di Di Marzo in Gravina richiama tutti noi, in modo esaltante e persuasivo, all’urgenza di un Incontro, alla necessità di un Ritorno.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 8/2/2008)


Benedetto XVI e la "laicità" ferita

Nello "Stato di diritto" la condizione democratica della cittadinanza è radicata nel riconoscimento della dignità umana e nel rispetto reciproco delle ragioni e delle posizioni che ciascuno manifesta.
Ora, al Papa, pur invitato dal Rettore della "Sapienza", non è stato possibile mettere piede nella sede universitaria romana. E’ prevalsa, purtroppo, la vociferazione insipiente della protesta contro Benedetto XVI, in nome della "laicità". Ma è stata proprio la "laicità" ad essere ferita ed offesa dall’ intolleranza e dalla prevaricazione di una minoranza ostile di docenti e di studenti impantanata nel settarismo violento e facinoroso che ha usato la "pretesa scientista" come pretesto anticlericale per la censura e il vilipendio.
E’ triste dover prendere atto che, in una delle sedi più prestigiose di ricerca, di studio, di formazione d’Europa -fondata dal Papato- dove cresce l’intelligenza chiamata ad orientare e a dirigere i processi multiformi della vita del nostro Paese, è mancata l’accoglienza di una Presenza significativa ed alta della nostra storia contemporanea.
Il Pastore universale di oltre un miliardo di cattolici non ha potuto accedere, in modo conveniente e sereno, nella "cittadella scientifica" della sua stessa città: Il Pontefice romano ne avrebbe violato e degradato il nucleo fondativo -la Ragione e la Libertà- e avrebbe ferito l’essenza stessa della Civiltà moderna.
L’ostracismo irragionevole e assurdo, ridicolo se non fosse tragico, carico di diffidenza e di radicalismo ideologico, è un segnale pericoloso di una rischiosissima deriva culturale, etica e politica.
L’assenza del Papa alla "Sapienza" non è diventata la lugubre assenza della ragione e della libertà, perché alla fine la Sua parola ha dominato la scena dell’inaugurazione dell’anno accademico.
Con un forte messaggio, denso di ragioni etiche, orientate alla ricerca della Verità e del Bene.
Ed è la conoscenza della Verità e del bene, dice il Vescovo di Roma,"la questione che ci occupa oggi, nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia, come questione per il futuro dell’umanità".
Il Papa avverte la difficoltà drammatica di trasformare in prassi politica la legalità costituzionale "derivante dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole" di risoluzione dei contrasti attraverso la rappresentanza degli interessi e la mediazione dei partiti politici.
C’è nel passaggio conclusivo, straordinariamente bello e trasparente, una carica profonda di umiltà e di servizio, di amore e di testimonianza: "…il Papa non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede che può essere solo donata in libertà;…è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità, invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, in questo cammino, sollecitare a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo con la luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro".
All’arroganza e all’intolleranza c’è stata questa risposta sapiente della mitezza e della comprensione. Sulla paura dell’incontro e sul rifiuto del dialogo si è alzata, luminosa e sovrana, la "voce della ragione etica dell’umanità".
L’Incontro culturale e spirituale tra "natura e missione del Papato" e "natura e missione dell’Università" non è venuto meno: è stato indicato l’orizzonte concreto entro cui collocare il rapporto tra teologia e scienza, tra fede e ragione, tra testimonianza etica e competenze culturali e formative, tra Chiesa e Università. E solo in queste coordinate del "prendersi cura della comunità", la coscienza storica e critica può affrontare, con fiducia, il rischio altissimo di questo presente difficile, complesso e inquieto.
E’ stata data a tutti una grande lezione di umanità e di santità: per ridestare le ragioni della speranza nella ricerca della Verità e del Bene, nel cammino della Libertà e nella testimonianza dell’Amore. Al Bene comune, questo è l’invito del Papa, debbono essere rivolte tutte le energie e le intelligenze di un Paese civile, promuovendo la "concordia del metodo" soprattutto quando il "processo delle argomentazioni", nascenti da diverse e contrastanti visioni del mondo, è faticoso e difficile. E’ tempo di condividere questa unica e insostituibile pedagogia della sapienza, della concordia civile e della pace, perché, come Benedetto XVI ha affermato nella "Spe salvi", "Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’Amore".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 25/1/2008)


La Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo

La Risoluzione dell’ONU contro la pena di morte è un evento storico: si apre ora una grande speranza per l’abolizione della condanna capitale in tutti i luoghi della terra.
Nell’orizzonte planetario si è alzato un ineludibile appello alla coscienza umana e civile, ai popoli e alle istituzioni di tutto il mondo: per il riconoscimento della Dignità fondamentale dell’uomo, a cui, per nessun motivo, può essere sottratta la condizione essenziale della vita; per l’affermazione del Diritto alla Vita come principio costitutivo dell’ordinamento statuale della cittadinanza; per l’introduzione del Codice giuridico della Vita nei processi di formazione culturale e religiosa e di organizzazione civile e politica; per l’eliminazione dalle relazioni interumane di ogni segnale di violenza, di minaccia e di incitamento ad uccidere; per la promozione della Cultura dell’Amore, che contrasti la paura dell’altro, l’offesa all’altro, l’uso dell’altro, l’indifferenza per l’altro.
L’io umano è sorgente di verità, di libertà, di amore! Lo Stato, quindi, non può appropriarsi di un potere totalitario -di vita o di morte- radicalmente antiumano.
Giunga, finalmente, a tutti i popoli, alle nazioni, agli stati, alle culture, alle religioni, soprattutto alle nuove generazioni, animate dal desiderio di felicità e dalla speranza dell’amore, il messaggio universale della vita, con il "veto" ai carnefici che ancora alzano la mano omicida -anche in nome della Legge- contro gli esseri umani innocenti o anche colpevoli.
La Risoluzione ONU del 18 dicembre 2007 ripropone, in modo drammatico, la grande Questione antropologica del "Diritto alla Vita" di ogni creatura umana, dal concepimento al termine naturale dell’esistenza: a nessuna creatura deve essere inflitto il supplizio capitale, perché il dono della vita non è nella disponibilità dell’uomo.
Durante il XX secolo, età nefasta di stragi e di genocidi inauditi, è stata introdotta in molti Paesi la "Legislazione dell’Aborto".
Ponemmo il libero arbitrio a servizio del "desiderio comunque", al di sopra della Vita, al-di-là del Bene e del Male, contro l’"Inizio", contro la realtà dell’Esserci primordiale.
Prevalse la concezione del Dominio e trionfò paurosa e perversa l’idea -e la possibilità- dell’annientamento: si può realizzare il progresso collettivo e la felicità individuale distruggendo la vita, la libertà, l’amore dell’altro. Questa è stata l’insidia che ha travolto la consistenza umanistica della Modernità e che ha consegnato il destino della Civiltà, con lo sfondamento assiologico, all’avventura del Relativismo che pretende di negare e di uccidere la realtà stessa della Vita.
"Dopo la decisione dell’ONU, ha scritto il direttore del Foglio Giuliano Ferrara, non possiamo far finta di nulla sulle migliaia di esseri umani uccisi legalmente prima di nascere."
E’ venuto il tempo del coraggio e della responsabilità -e del pentimento- in cui gli alibi libertari e i giustificazionismi tecnico-scientifici e biomedici non possono più aver corso.
La morte è un male in sé e l’uccisione della creatura embrionale -innocente e indifesa- è un male ancora più radicale e assoluto.
Per continuare ad appartenere alla natura e alla condizione umana è necessario considerare l’intenzione abortiva una "sentenza di morte", è urgente giudicare la pratica abortiva una "esecuzione capitale".
C’è bisogno di una "Grande Moratoria": perché il terrore non irrompa mai più nella dimora generativa dell’umano, dove germoglia il seme integrato dell’Essere, dove inizia l’esplosione irreversibile della Luce e dell’Amore.
C’è bisogno, contro l’invadenza tragica della morte, di una Grande Risoluzione per la Vita.
Ora che sono presenti più attente sensibilità e più decisive possibilità di confronto, di dialogo e di comprensione, i Cristiani laici possono chiudere la triste epoca dell’universale "genocidio dei figli non nati": con una più generosa missione culturale, civile e politica per il rispetto della Vita; con una più coraggiosa testimonianza contro il devastante sfregio alla natura umana; con una più fervida preghiera, implorante la luce della Verità per l’Intelligenza, a lungo sviata, delle persone e dei popoli.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 11/1/2008)