Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

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Storie paesane: Aenaldo Ricciuto nel cuore di Fragneto
Il futuro di Torrecuso nella ricerca storica di Padre Ildefonso Iannella
La cura del Paese malato e la speranza di Pinuccio Perugini
La Santità di Padre Pio e la storiografia razionalistica
La fine della pietà nella tragedia e nel terrore degli anni '70
La sfida dell'Antipolitica nella crisi della Democrazia italiana
La Guerra dell'Embrione
La Giornata del Creato - Aria Acqua Terra Fuoco in rivolta
Una nuova etica civile per l'Ambiente e la Salute. La Campania della Vergogna!
Novant'anni dopo! La Rivoluzione e Fatima
Droga e Nas a scuola
Benevento - Pietrelcina: il cammino della Riconciliazione e della Pace
Don Stefano Lamera amico del nostro Dio
Il Pontificato di Benedetto XVI. La Chiesa e l'Umanità in dialogo su Gesù di Nazaret
Il Diritto alla Vita di Aldo Moro, la Ragione di Stato e il Terrore
Il trionfo o il fallimento dell'Europa?
I figli senza patto educativo
La crisi della Politica nella società italiana: lo Stato trascinato nella neutralità dei valori
Creazione ed evoluzionismo
Vita Famiglia Educazione tra democrazia e nichilismo
Proclamato il trionfo del "mamozio"
Concerto di Speranza per il 2007


Storie paesane: Arnaldoricciuto nel cuore di Fragneto

È veramente straordinaria l’effervescenza della memoria innamorata e vigile lungo i percorsi della ricerca: per riscoprire antiche radici, per segnalare passaggi decisivi della vicenda locale, per illuminare lontane tradizioni familiari, per penetrare sorgenti identitarie e processi culturali, per custodire il cuore di una storia millenaria, con il fine di riaffidare ancora sogni e speranze all’avventura umana nel tempo.
Arnaldo Ricciuto, "fragnetaro" nelle più profonde intimità dell’anima, rintraccia con passione filiale, dentro il "santuario familiare" del ricordo, i segni di un mondo, i significati di una cultura, il senso di una civiltà che, solo agli inizi di questo terzo millennio, sembrano ormai finiti nella rovina, abbandonati all’offesa dell’oblio.
L’Autore, protagonista intelligente e operoso ai vertici della vicenda statuale del nostro Paese, non ha dissolto, nei riservati spazi ministeriali, l’originale patrimonio intellettuale, affettivo, relazionale della sua costituzione umana, familiare, interpersonale.
"Accadeva a Fragneto" è un dono sorprendente! C’è, vivacissima e forte, tutta la passione per il paese natale; c’è la capacità comunicativa carica delle risonanze e della bellezza dell’antico linguaggio non ancora consumato e distrutto dalla omologazione televisiva; c’è l’evocazione di persone e di famiglie immerse nella dinamica della convivenza difficile e faticosa, esposta a destini talvolta drammatici. Vi si muove la pluralità affascinante di figure straordinarie, colte nell’essenzialità dei loro profili spirituali dentro gli scenari contadini, artigianali, professionali, presentati con annotazioni vivacissime e suggestive. Emergono volti, gesti, atteggiamenti, con un approccio realistico e poetico insieme.
Dalla tenerezza commossa e dolente della relazione filiale all’intonazione indignata e sarcastica contro la malvagità degli scellerati e l’insolenza degli usurai, c’è tutta la gradazione complessa del sentimento, dell’istinto e della tensione del Narratore che raccoglie, con l’intensità del bimbo meravigliato ed attento la voce dolcissima della Mamma.
E scorrono, così, immagini persuasive e indimenticabili: Aniello Catena, eroico vendicatore di soprusi e di violenze; Concetta Rossa, perfetta nel ricamo e attiva nello scongiuro e nelle pratiche della magia; Vincenzo Fuoco, fine dicitore e misuratore di spazi infernali; Cola Calacchio, curatore di cavalli e oracolo di oroscopi; Pasquale Saccone,vate del "superuomo"; e ancora, l’arciprete Don Nicola Ullo, Don Salvatore De Lucia, l’avvocato Giuseppe Capobianco.
La Storia del potere, poi, è narrata con l’evidenza drammatica degli scontri politici, degli interessi in conflitto, delle rivalità, delle spavalderie. L’intrigo delle inimicizie e delle alleanze per il controllo del potere municipale attraversa famiglie e congreghe, professioni e ceti sociali e segna l’organismo comunitario con rotture irriducibili, con rancori immemorabili, con legami segreti e inconfessabili, con arroganze, insulti, sopraffazioni. La vendita del Feudo di Rapinella è una pagina veramente grandiosa, espressiva di una fase storica decisiva del Novecento: l’Arciprete Ullo con il progetto della Lega delle ottanta famiglie contadine, la Marchesa, l’on. Teofilo Petriella e l’on. Bosco Lucarelli, il Prefetto, popolari, socialisti, fascisti, nella convulsione di una fase storica animata da anarchismi libertari, da disegni massonici, da durezze e violenze senza misura, da controversie ideologiche, culturali e religiose di forte spessore civile e morale.
E’ tutto l’orizzonte storico di Fragneto Monforte riacceso dal cuore di Arnaldo Ricciuto! e la bella impresa si allarga a riconoscere eventi anche lontani: dai Liguri Bebiani ai Normanni, agli Aragonesi,ai Montalto, con le tragedie delle guerre, delle distruzioni, dei terremoti e della peste, con la sofferenza dei miseri, dei poveri, delle vittime. Ed anche da queste pagine emergono profili umani di forte suggestione e di elevata grandezza umana: Giuditta, sospettata di stregoneria e sfuggita a un rischiosissimo processo di Inquisizione; Don Francesco, Prete ribelle che ai tempi del Cardinale Orsini predica l’avvento dell’"Epoca dello Spirito Santo"; Peppe Simone, fervido ideologo di Falansteri.
E’ un’opera, questa, che, arricchita da sorprendenti, splendidi "sguardi artistici" dell’Autore, non è riservata solo ai concittadini di Arnaldo, ma a tutte le persone che, al di là della nostalgia e del rimpianto per la Civiltà contadina, sono attenti al travaglio della condizione umana, per difenderne con coraggio le indistruttibili ragioni di Verità, di Libertà e di Amore

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22/ del 21/12/2007)


Il futuro di Torrecuso nella ricerca storica di Padre Ildefonso Iannella

Il Prof. Mario Coletta, dell’Università partenopea "Federico II", nella presentazione di "Torrecuso ed il territorio del Taburno nella Storia" di Padre Idelfonso Iannella, traccia, con un approccio culturale, critico e chiaro, il percorso storiografico che, dopo la svolta crociana, si allarga sempre più alla comprensione spaziale della "tensione passato-presente-futuro" e alla valorizzazione completa del processo costruttivo, "dal basso verso l’alto", del sapere storico. E non mancano, nella presentazione, spunti forti di analisi e di giudizio rivolti, duramente, a una cultura incapace di attivare le straordinarie risorse storiche, artistiche, architettoniche e archeologiche dei nostri singolari contesti comunitari. Come non condividere, tra l’altro, l’amarezza nel vedere "scomparire dai programmi dell’istruzione primaria e secondaria l’insegnamento della lingua latina"? come non apprezzare l’auspicio che la storia, politica, amministrativa, militare,religiosa, del diritto e dell’arte, "affiancata dalla storia dell’economia, della sociologia, dell’architettura, dell’urbanistica, del paesaggio agrario", possa entrare nelle scuole e nei luoghi della formazione e della convivenza civile?
Lungo l’itinerario della ricerca, dopo i grandi, iniziali contributi del conterraneo Mellusi e di Meomartini, Padre Ildefonso, con il suo scrupoloso indagare, non solo diligente e faticosa ricognizione di fonti, di bibliografie, di archivi, di relazioni, ma anche di diretto contatto, di viscerale partecipazione familiare alla continuità del vissuto torrecusano, affida alla coscienza civile del suo Paese e del Sannio l’identità complessa e singolare di un "popolo" insediato da secoli sulle splendide e rocciose pendici del Pentime del Taburno. Sentinella vigile e strategica, al crocevia di storie, di civiltà, di strade, di castelli, di casali, di testimonianze, di fatiche, di dolori, di tradizioni.
Lungo i diciotto capitoli è intensa, drammatica, vivida, la rassegna di famiglie, di eventi, di circostanze, nell’ evoluzione politica di eredità e di alleanze, sempre saldate agli scenari, alle egemonie e alle dinamiche politico-militari del Mezzogiorno. L’affresco della vicenda torrecusana non è segnato solo da genealogie aristocratiche e da biografie di personaggi illustri: è tutto il mondo spirituale, religioso, civile,produttivo del Paese, rintracciato e illuminato attraverso lo sguardo storicamente attento dell’Autore, a stagliarsi, con l’evidenza semplice di una presenza ininterrotta e irriducibile, lungo le linee demografiche, insediative, civili, economiche.
E le statistiche, le indicazioni dei fuochi, l’irruzione della peste del 1656, la mappa delle strade, l’organizzazione urbanistica, l’espansione extramuraria, la toponomastica, offrono gli elementi di un inquadramento diacronico del tessuto morfologico e vitale del Paese.
Ma sono le Chiese, con gli stemmi, con gli atti di fondazione, le iscrizioni, le tradizioni, le platee, i regolamenti delle Confraternite, degli Ospizi, del Montefrumentaio, con le tradizioni secolari dei Santi Protettori, ad offrire, insieme ai Santuari e alle Chiese rupestri sorti intorno al Taburno, l’orizzonte della fede e della preghiera, della celebrazione eucaristica e della festa.
Ed infine, con la parola del Sindaco, ecco la Torrecuso degli insediamenti industriali e della multisala, dell’aglianico e della falanghina, dell’ammodernamento urbanistico e del restauro architettonico, della strategia turistico-culturale e dell’enogastronomia.
Il pregevole lavoro di Padre Ildefonso è l’offerta rinnovata di un richiamo e di una sfida alla coscienza delle nuove generazioni, spesso estranee alla memoria integrale e profonda della nostra civiltà territoriale colpevolmente frantumata e dispersa.
Un richiamo: a ricercare, nel dialogo culturale, civile religioso ed educativo, un’identità comunitaria il cui spessore è dato solo da una riconosciuta e fedele continuità storica.
Una sfida: a intraprendere l’incontro con il futuro che si annuncia, in questo presente, sempre più complesso e difficile.
Con la potenza della gratitudine nei confronti delle generazioni, che hanno già abitato lo spazio- tempo che ora è affidato alla nostra responsabilità, alla nostra speranza e alla nostra preghiera.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21/ del 7/12/2007)


La cura del Paese malato e la speranza di Pinuccio Perugini

Pontelandolfo: un legame intenso, un mondo abitato dal mito e dalla storia, un orizzonte ferito da una disponibilità non corrisposta, una direzione comunitaria contorta e frantumata. E’ il volto ancora amato, seppure sfigurato, di una "piccola patria" che ancora raccoglie la densità di una tradizione non del tutto consumata, ma nemmeno ravvivata dal rimpianto e dalla nostalgia. Pinuccio Perugini, protagonista intelligente e vivacissimo della vicenda democratica e democristiana del Sannio, presenta l’ultima vicenda politica del Paese _ le elezioni amministrative di primavera _ con un singolare, ma a lui congeniale, vigore narrativo. Penetra, con un approccio dolente e mordace insieme, nella condizione civile e amministrativa della comunità insidiata da guasti e da sopraffazioni, da cadute e da dissipazioni. E nell’analisi della situazione c’è tutta la ricchezza delle ampie risorse del confronto, sperimentate per decenni sulle piazze e nei congressi; c’è ancora, sebbene meno animosa e intrigante, l’eco di una "vis"oratoria efficacissima che avvampa, con il sarcasmo e l’indignazione, la corrispondenza emotiva degli amici per ridurre e gelare la tenuta reattiva degli avversari.
Egli ha una conoscenza straordinaria del meccanismo spesso complicato della struttura amministrativa e della competizione municipale: la sua non solo è competenza algebrica della dinamica elettorale, ma comprensione profonda delle appartenenze e delle alleanze, delle linee di saldatura e di dissociazione, delle spinte di scomposizione o di unificazione del consenso che attraversano i gruppi, le famiglie, le relazioni interpersonali.
Intuisce le motivazioni di un impegno, misura le possibilità e gli obiettivi di un’operazione, di un conflitto, di uno scontro. La passione politica, pur incontenibile, non oscura mai la straordinaria attitudine al realismo che gli consente la spregiudicatezza pragmatica della manovra tattica ed anche la lucida visione dei rapporti di forza e la consistenza realizzatrice di una prospettiva. Sa misurare gli equilibri, sa recuperare nel labirinto dello scontro linguistico tra gli attori di un congresso d.c. o di cento comizi il filo di una coerenza o di un’affidabilità, di un abbandono o di un tradimento. Intuisce la vittoria ed anche la sconfitta; e quando questa, ineluttabile, si palesa anche all’inizio del confronto, non si sottrae all’epilogo, non sfugge appartandosi o ritirandosi. Gioca compiutamente la sua responsabilità nella rete complessa della persuasione e del dissenso. Registra con sofferenza il no smonta con la fredda aritmetica dei numeri il risultato elettorale e completa l’affresco politico ed etico del paese con la radiografia qualitativa della nuova configurazione amministrativa, con annotazioni di scetticismo e di indulgenza.
"La Fratellanza sfrattata", in cui Pinuccio Perugini ripercorre l’esperienza vissuta nel microcosmo paesano, diventa un "classico" della vicenda democratica e del suo ricorrente appuntamento dialettico nei nostri tempi, consegnati a una crisi forse irreversibile dell’ordinamento e della prassi delle libertà. Sono pagine, eccezionali per forza espressiva e per penetrazione psicologica e spirituale; indicano il tramonto di una grandiosa fase della partecipazione comunitaria, che deperita e sfibrata nell’ultimo ventennio, ora si lascia aggredire dall’invadenza dello spettacolo e dall’effimero dei "media".
L’ultimo comizio di Pinuccio Perugini è la rappresentazione di un "contatto" con la folla, compresenza muta e gelida di individui isolati e distanti eppure vicini e assemblati, folla cui solo il fervore dell’irruzione assordante dello spettacolo riesce a consegnare per poco la vibrazione di una corrispondenza. Pinuccio Perugini, catturato dal suo ricordo, è solo sulla scena di una "piazza" che non c’è più, emblema straordinario di una "polis" occupata ormai dall’ospite ingombrante e inquietante del nichilismo; fotografia di una condizione del politico in cui giganteggia ancora l’immagine di una realtà sperduta, accompagnata però dal sogno, forse una speranza, di un recupero di libertà, di una restaurazione di valori.
Il paese malato, metafora di una politica dappertutto aggredita da una metastasi che ne corrode il fine ed il senso, è una sfida per tutti. E la cura è affidata alla sofferenza e alla missione di tutti. Pinuccio Perugini mostra, ancora, l’irriducibile passione non avvilita né mortificata e la rilancia alle nuove generazioni, perché il paese malato, recuperate le radici e il vigore della sua tradizione, torni, come un tempo, a volare alto.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20/ del 23/11/2007)


La Santità di Padre Pio e la storiografia razionalistica

Le anticipazioni giornalistiche, alcune sconsiderate e sensazionalistiche, sul libro di Sergio Luzzato "Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento" hanno scatenato reazioni angosciate e giudizi spesso sconcertanti.
La presenza di Padre Pio nell’orizzonte di una devozione popolare amplissima e intensa è certamente una sfida alta per il desiderio inesausto di conoscenza. Ma la ragione umana nel proprio statuto cognitivo non include più l’apertura allo stupore e alla sorpresa del Mistero che pure attraversa, in misura straordinaria, la biografia del Santo di Pietrelcina ed anche gli eventi quotidiani della nostra storia. Perché la Ragione moderna e postmoderna non dialoga più con la Fede: non entra più nel territorio del credere, non ne esplora i sentieri, non ne penetra le tensioni e le prospettive, non ne ammette la legittimità.
Padre Pio!
La Sua vicenda umana, accertata con gli strumenti della storiografia razionalistica, non è coerente con quella configurata dalla presa della ricerca popolare ed ecclesiale e dal "giudizio di santità"?
La Ragione, nella sua solitudine e nella sua arroganza e quindi nella sua debolezza, finisce per divenire strumento di sospetto e di diffidenza e per ferire il contatto affettivo, relazionale, empatico di milioni di persone con il Testimone della sofferenza e della preghiera.
Nella Civiltà dell’Occidente non cessa di avanzare, in una forma insidiosa e perversa, la dinamica culturale dell’immanenza, del materialismo assoluto, tesa a squalificare e a interrompere qualsiasi legame con l’esperienza carica di trascendenza, di divino, di soprannaturale.
L’offensiva razionalistica, dalla rottura dell’armonia fede-ragione, all’illuminismo, allo storicismo, al nichilismo, ha sempre cercato di spezzare, in campo teologico, filosofico, esegetico, storiografico, l’unità della Persona di Cristo. Padre Pio, alter Christus, subisce lo stesso "trattamento scientifico" e condivide con Gesù la stessa sorte.
Ancora oggi l’establishment degli intellettuali laicisti non fa che accogliere il "criterio" adottato duemila anni fa dall’élite culturale e docente nei confronti di Gesù di Nazaret.
Come allora, si delinea il profilo fangoso dell’impostore, del furbo avventuriero del sesso e del denaro, della scellerata compagnia dei pubblicani e dei peccatori.
Certamente con uno "stile" più aggiornato, accorto e raffinato, ma con risultati altrettanto perfidi e distruttivi.
Dalla lettura serena del saggio di Luzzato trarremo altri elementi biografici, altri tratti documentari, ma questi non potranno alterare il profilo di santità che l’agiografia -tanto sospettata di inganno- con il processo canonico ha già definito.
La ragione storiografica, che ammette nel campo della sua attenzione scientifica solo ciò che è "misurabile" ed esclude l’approccio al sacro, alla dimensione del divino, non potrà mai indicare la "verità tutta intera" al nostro cuore inquieto.
E finisce per gettare dubbi, sospetti, disprezzo sul "mistero" che abita nella storia.
"Ciò che è in crisi, ha affermato Maria Zambrano, è proprio il senso misterioso che unisce il nostro essere con la realtà, che è così profondo e fondamentale da essere il nostro più intimo fondamento".
Alla ragione è richiesto di svelarsi come esigenza di significato totale.
Ed è il significato totale della vicenda eccezionale, straordinaria, grande del Frate delle Stigmate, che deve essere offerto, per illuminare il senso plenario della sua storia secondo l’integralità dei fattori della sua relazione con se stesso, con gli altri e con Dio.
Al nostro "cuore inquieto" non basta l’unidirezionalità della "buona storia", separata dal mistero dell’essere; è necessaria la ricerca di senso e di verità della "Storia buona" che è Storia Sacra, perché è la storia dell’uomo "immagine e somiglianza di Dio".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19/ del 9/11/2007)


La fine della pietà nella tragedia e nel terrore degli anni '70

La Comunità italiana non ha ancora raccolto nella sua "coscienza storica" gli eventi cruciali del 1978, quando l’aggressione terroristica delle B.R., dopo aver annientato in Via Fani le persone della scorta, tenne Aldo Moro per 55 giorni in ostaggio, per poi trucidarlo. Senza pietà.
A nulla valsero manifestazioni, suppliche, preghiere, tentativi di contatto, per salvare la vita dello statista democristiano.
Ora il figlio Giovanni propone un’ analisi della vicenda dentro la cronaca terribile, penosa ed assurda degli anni ’70 e nelle coordinate storico-culturali della crisi democratica del nostro Paese. E ritornano ricostruzioni, interrogativi, accuse, giustificazioni, polemiche, scontri.
Perché è ancora viva la tensione tragica in cui sono implicate l’intelligenza, la libertà e l’affettività dell’uomo nella ricerca della verità e nella valutazione delle scelte e delle responsabilità. Ed è la responsabilità soprattutto della politica ad essere convocata di fronte al giudizio etico e storico.
Con la condanna irrevocabile, dichiarata ancora, dopo quasi trent’anni, dal figlio di Moro.
Infatti è "il giudizio di valore" la questione prima della vita. E il giudizio di valore è "il giudizio del cuore", con l’apertura integrale della potenza cognitiva, affettiva e relazionale e con l’urgenza dell’impostazione della convivenza e dei comportamenti nell’emergenza e nell’incombere del destino estremo.
C’era -e c’è- una domanda di vita, di libertà, di amore dentro la dolorosa condizione dell’offesa alla vita, alla libertà e all’amore di una persona improvvisamente sottratta, dall’insidia della violenza, allo spazio-tempo dell’esserci e al respiro della libertà.
La domanda di Moro "incarcerato" -del suo io mortificato ma non vinto- è una richiesta di intensa passione umana, civile, politica e culturale; di profonda, fortissima e vigilante coscienza critica; di vivissima ed eroica ed umile presenza nello stordito, convulso e confuso contesto istituzionale, politico e mediatico.
Fu l’interpretazione del potere ad essere superficiale, debolissima ed equivoca, ad orientare l’esercizio delle risorse istituzionali verso un esito senza alternative, ad aggrovigliare nel formalismo razionalista della vicenda statuale il filo, esile, della vita.
Tutto fu "giocato" dentro lo scenario e lo spettacolo della "modernità" democratica, senza principi e senza valori, lungo il percorso micidiale e intransigente di una statualità pure impotente. "Superiorem non recognoscens": lo Stato non deve riconoscere niente e nessuno al di sopra della sua stessa realtà: né le B.R. né Moro.
Il primato della "Ragione di Stato" con il suo cupo trionfo!
Moro, il giusto, l’innocente, nemico delle B.R., divenne estraneo allo Stato e vittima della sua logica, anch’essa antiumana. "Occorre che uno muoia per il bene della Nazione!"
La resa sconsiderata della Democrazia Cristiana al laicismo -alla categoria rivoluzionaria della "fermezza"- fu completa e perciò catastrofica, sia per la D.C., sia per la cultura democratica d’ispirazione cristiana, sia per il cammino civile della Nazione.
Ma la vicenda di Moro fu la rappresentazione di una tragedia più vasta. In quei giorni orribili fu inaugurata dal Parlamento italiano "la legislazione di morte", con la funesta autorizzazione a procedere, legalmente, contro la vita nascente. Lo Stato si riappropriò, nel processo di maturazione della sua consistenza spirituale, del "diritto di vita e di morte" e scatenò, da quel 1978, l’arbitrio di uccidere l’innocente anche nella sua "forma-di-inizio".
Il cedimento al "Nichilismo", avviato con il gaio sfondamento del ’68, apre, così, una ferita sempre più larga e dolorosa nell’organismo della Nazione.
Nel 1978 fu scelta, all’unanimità, su due fronti della convivenza umana, nella linea dell’ideologia terrorista della dissacrazione antropologica, "la fine della pietà".
Può ancora alzarsi dal nostro cuore inquieto un grido di speranza e di compassione, perché torni in questa valle del pianto e della miseria a risplendere la bellezza della Vita, della Libertà e dell’Amore? Moro ci aveva indicato la strada: "il senso nuovo del dovere"!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 26/10/2007)


La sfida dell'Antipolitica nella crisi della Democrazia italiana

Il primo decennio del ventunesimo secolo scorre lasciandosi dietro tutte le speranze radicali e le grandi attese di libertà, di sviluppo e di pace che dal 1989 erano sorte, tra entusiasmi ed effervescenze progettuali, nella coscienza popolare e nelle prospettive della nazioni.
Gli eventi, convulsi e complessi che ora si svolgono nei percorsi della convivenza planetaria, non si lasciano neppure più leggere e interpretare dall’intelligenza umana ormai priva di forti e condivisi riferimenti culturali e di sicuri concetti pertinenti e credibili.
Il nichilismo non dà luce né speranza!
A questa continua erosione degli schemi intellettuali e delle categorie di giudizio non sfugge la condizione del nostro Paese che, come gli altri dell’Occidente, è tutta dentro la stretta del mercato e della rete finanziaria e mediatica, assorbita nella dominazione razionalistica del consumo.
Nella confusione dei significati culturali, nell’intrico dei segni della cronaca e nella disgregazione del senso comune, la Politica, nel suo indirizzo di governo della realtà sociale, si dequalifica e si corrompe esibendo soltanto il nudo "esercizio del potere".
Alla fine del processo filosofico, politico, culturale e civile della Modernità, la costituzione della "forma attuale del politico" appare indebolita e disgregata. E crescono i dubbi, le critiche, gli attacchi alla legalità, alla legittimità e all’etica dell’"uomo pubblico", depositario del potere e del sapere nell’organizzare la realtà istituzionale e civile.
Il "vaffa" di Grillo con la "guerra del blog" è l’evidenza estetica e spettacolare di un’insofferenza e di una condanna che oltrepassano il "giudizio capitale" sui costi, la qualità e l’efficienza del potere della "casta".
Rotto il legame tra "sociale" e "politico", svuotata la politica di valori e di principi, la democrazia diventa tecnologia formale e gi attori della rappresentanza, sbriciolatosi lo scudo della delega, si trovano esposti alla contumelia, alla indignazione, allo sbeffeggio, alla gogna mediatica. Nel deserto dei principi e dei valori, nell’inconsistenza dei Diritti alterati a seconda delle circostanze e delle convenienze, il "Bene comune" non è più l’orizzonte delle esperienze e delle azioni della politica. E la legittimità democratica viene scardinata dal primato dell’economia con la logica persuasiva del profitto e della ricchezza e finisce per perdere le radici della memoria e le ali della speranza.
Nella composizione di ideale politico, di regola istituzionale e di moralità personale si sono da tempo introdotte le pratiche nefaste della corruzione investendo drammaticamente l’intero sistema sociale.
Trionfa l’ideologia dominante che, in alto e in basso, in un misto di demagogia e di populismo, mostra l’offensiva scatenata dell’individualismo, del relativismo e del materialismo in un impasto di anarchismo e di idolatria razionalistica del sistema tecnico-scientifico-finanziario. Nel corpo sociale si sono aperte le fratture del privilegio, delle furberie e dello strapotere, con il crollo della moralità pubblica non solo nei centri del potere politico, ma anche negli ambiti della amministrazione, della medicina, della giustizia, dell’università, dell’economia, della finanza,…
Sono alterate ormai la giustizia delle relazioni e la correttezza delle procedure; sono rovesciate nell’arbitrario la regolazione dei rapporti e nel cinismo la garanzia della dignità umana.
L’Antipolitica, allora? Per l’ambivalenza dei fenomeni culturali e sociali può essere il segnale della resistenza allo sfascio e della spinta alla ricostruzione di un tessuto civile animato da una rinnovata moralità; oppure il teatro mediatico in cui la rete dei "blogger" rilancia senza costrutto il gioco perverso della fine della politica e del collasso della democrazia.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 12/10/2007)


La Guerra dell'Embrione

Nella vicenda quotidiana, nei laboratori scientifici, nella coscienza umana è in atto una guerra micidiale: la guerra per l’embrione umano, per ucciderlo o per proteggerlo.
E’ una sfida che fa tremare le fondamenta stesse della vita e della realtà.
L’Italia ha ritirato, purtroppo, il veto posto in sede europea ai finanziamenti comunitari per la ricerca sulle cellule embrionali umane. Una ricerca che non ha conseguito risultati terapeutici verificabili. Mentre la ricerca sulle cellule staminali adulte avanza con prospettive sorprendenti per la terapia di patologie gravissime e per la messa a punto di protocolli medici risolutivi di malattie a carico del cervello e del midollo spinale oggi inguaribili.
Ora le due strategie di ricerca medico-scientifica, con il sì e il no alla clonazione terapeutica umana, sostenuta l’una da ragioni ideologiche -l’Embrione Umano è "materiale biologico" che può essere distrutto- l’altra da scelte etiche profonde -l’Embrione Umano è "essere unico e irripetibile" e quindi inviolabile- sono inconciliabili, radicalmente.
La visione riduzionistica della scienza, basata sul determinismo genetico, è un via libero alle manipolazioni dell’evoluzione naturale della cellula e trova sostegni e appoggi nei finanziamenti politici e privati della sperimentazione. L’altra, centrata sulla dignità, sul rispetto e l’intangibilità dell’Embrione Umano", ha tutto contro.
All’opinione pubblica viene ora proposta la magica illusione che con la creazione degli "embrioni-chimera" -innaturale fusione della specie umana con quella animale- si allungherà la vita.
Domande, esperienze, speranze, progetti, informazioni si agitano convulsamente nello spazio della Biopolitica e della Bioetica e per il groviglio di comunicazioni scientifiche e giuridiche, spesso complesse e indecifrabili, l’intelligenza non riesce a muoversi nel dibattito mediatico e parlamentare sulle questioni della genetica, dell’eutanasia, dell’aborto, della fecondazione medicalmente assistita, della clonazione umana, dell’ibridazione uomo-animale.
Il Principio, misura e regola della condizione umana, è la Vita.
E le persone, la famiglia, la comunità, l’umanità, solo, sul "Principio della Vita" possono fondare la loro origine, la loro evoluzione, il loro destino.
Da questo Principio, costitutivo della realtà nelle molteplici forme del divenire fino al più alto modo di essere -l’uomo libero e autocosciente- debbono discendere, coerentemente, la moralità e la legalità.
L’irrilevanza morale e il permissivismo legale hanno, invece, introdotto cultura e legislazioni di morte, contro la difesa naturale della creatura umana dalla sua genesi embrionale al suo termine. Trionfa ormai il "Mercato eugenetico". Con i "Gm Babies", i bimbi geneticamente modificati.
Ma c’è un limite biologico, antropologico ed etico -"non plus ultra"- che la politica, la scienza, la tecnologia e la potenza e il potere degli uomini non possono oltrepassare.
Mai! Con una accelerazione imprevedibile torna l’insidia del totalitarismo; torna la minaccia totale alla verità, alla libertà e all’amore della condizione umana; torna con il fomite dell’onnipotenza tecnocratica che ora rimette le mani sull’inviolabilità della natura e del destino della razza umana, trascinando la natura e il destino degli uomini nell’insensata avventura dell’"uomo-bestia".
Che la "tecno-scienza" possa diventare l’ultima idolatria è un rischio perverso e suicida. E’ sorprendente e desolante che tante personalità della cultura e della politica dell’Occidente tornino ad invocare, dopo Auschwitz e Hiroshima, con la riprogrammazione del DNA umano, la sovrana e violenta potenza della miserabile religione della Tecnica!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 28/9/2007)


La Giornata del Creato. Aria Acqua Terra Fuoco in rivolta

Settembre si apre con una celebrazione, la "Giornata della salvaguardia del Creato", che interpella la coscienza e la responsabilità di tutti. E’ la vita del "pianeta azzurro", la dimora dell’umanità, che è finita nel rischio dell’autodistruzione.
Non con un appuntamento lontano nel tempo, ma con una tragica imminenza nella nostra storia.
Anche l’esperienza drammatica di questa estate offre segnali paurosi di furiose devastazioni, di distruzioni improvvise e catastrofiche, nell’alternarsi ininterrotto di scene di diluvi e di incendi.
Il nostro ambiente, locale e planetario, è profondamente danneggiato da "azioni criminose" non più isolate e rare, ma continue, "normali", penetrate nella consuetudine quotidiana con la logica condivisa e pervasiva del consumismo: gli sprechi crescenti di energia e di risorse idriche, l’inquinamento dell’atmosfera, la moltiplicazione della sporcizia e dei rifiuti,…
Il Creato, consegnato dai primordi al rispetto e alla custodia degli uomini, è rovinato da brutture e lacerazioni incessanti, da violenze, da profanazioni e ingiustizie inaudite, da annientamenti di flora e di fauna irreversibili, da desertificazioni inarrestabili.
Ammonimenti e avvertimenti dal Cielo non sono mai mancati e vengono intensificati ora che gli squilibri si aggravano e la minaccia della collera degli elementi, con l’angoscia e l’incubo della distruzione, si avvicina alle nostre case e ai nostri paesi.
"Non avremo più protezione contro il forte calore del sole, perché la negligenza dell’uomo riuscirà a distruggere completamente lo strato di ozono, quella protezione naturale che serve da schermo tra il fuoco del sole e la Terra. L’uomo ha inquinato l’aria a causa del degrado dell’ambiente, provocato da un uso eccessivo di prodotti chimici, residui industriali o domestici indistruttibili, e dall’uso esagerato di gas combustibili.
La Terra subisce la stessa sorte.
Essa soffoca per l’eccesso di pesticidi e di fertilizzanti e con le coltivazioni intensive che non lasciano riposo. Il suolo, che si spacca per la siccità, diventa impermeabile perfino alla rugiada, e non è più coltivabile.
L’acqua diventerà sempre più rara. Questo provocherà delle lotte per appropriarsene, e delle emigrazioni supplementari alla ricerca dell’acqua da bere. L’equilibrio del mondo è minacciato da ogni parte."
La "Legge dell’Amore" che ha generato la Creazione non regola più la condotta degli uomini e non governa più la relazione fondamentale dell’uomo con se stesso, con il prossimo, con Dio e, quindi, con la propria dimora della terra.
Gli elementi stessi, sui quali è fondata la costituzione stessa dell’Universo, l’Aria l’Acqua la Terra il Fuoco, sono sconvolti perché "sentono" il potere distruttivo della "Legge dell’odio" che devasta il cuore dell’uomo, dei popoli, delle nazioni. Solo la Pace con Dio può restaurare la pace con il Creato.
Né la Scienza né le Tecnologie potranno contenere e regolare la furia degli elementi che protestano ormai contro un’Umanità corrosa dallo "spirito del male".
La presunzione dell’intelligenza e la perversione della libertà di guidare , senza Dio, la Storia degli uomini e la vicenda stessa della Natura ricevono una tragica smentita, di cui l’uomo, purtroppo, stenta a prendere atto con il riconoscimento umile della sua stessa creaturalità: essere un "nulla", che solo il perdono e la preghiera possono sottrarre all’insipienza e al naufragio.
Al caos degli elementi scatenati, che ci assedia e ci sgomenta con le manifestazioni sconvolgenti di una potenza incontenibile, può rispondere, infatti, solo la Parola onnipotente di Colui che ha costituito, fondato e ordinato tutte le cose con la legge eterna dell’Armonia e dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 14/9/2007)


Una nuova etica civile per l'Ambiente e la Salute
La Campania della Vergogna!

La Campania infelice -dei rifiuti, delle proteste, dei roghi, delle illegalità, dell’allarme sanitario- precipita nel collasso civile, istituzionale e culturale e nel vuoto della politica.
Un "vuoto" dilatato con la rimozione delle questioni reali e drammatiche e con la follia del menefreghismo e dell’irresponsabilità.
E’ sfigurata ormai l’immagine neo-rinascimentale della Regione partenopea, annerita dal fumo acre e velenoso degli incendi di spazzatura, strappata dall’inciviltà e dalle fraudolenze, insanguinata dalle violenze incontenibili e feroci della scatenata delinquenza camorristica.
L’identità della Campania, della sua bellezza e del suo splendore irrimediabilmente bruttata e ferita?
Sembra di si.
Arriva su la nostra emergenza pure la "procedura d’infrazione" dell’Unione Europea: "…il rischio di diffusione di malattie e d’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo desta gravi preoccupazioni per la salute umana e per l’ambiente".
Il disastro gravissimo e assurdo, con la sconfitta della cittadinanza, dei diritti e dei doveri della convivenza, provoca risonanze profonde ed estese di sofferenza e di indignazione, di preoccupazione e anche d’impotenza e solleva la questione fondamentale della statualità e della sua radice: il coraggio di fare, e bene, le cose ordinarie.
Tra queste la gestione ordinata ed efficiente dei rifiuti.
Ora è divenuta sempre più allarmante la rottura tra convivenza, ambiente, regolazione giuridica e ordinamento dei poteri nel governo del territorio.
E la via d’uscita dalla crisi dell’assetto socio-culturale e funzionale-organizzativo non sembra facilmente percorribile per la frantumazione degli interessi di rappresentanza, per l’indebolimento dell’interdipendenza delle comunità locali, per la disgregazione del principio di unità delle azioni e degli orientamenti dell’Istituzione regionale sopraffatta dal caos della sporcizia e dal pauroso deficit di igiene e di sicurezza.
Non è facile capire come mai siamo finiti così. Nessuno osa assumersi responsabilità politiche, amministrative, gestionali, morali, culturali.
Tutto è frutto del "caso e della necessità". Soltanto Bertolaso, cui sono stati paradossalmente depotenziati i poteri di decisione e d’intervento, chiede di essere sostituito per il carico insopportabile di impegni ingestibili.
La stessa Magistratura è in affanno tra truffe, violazioni, connivenze, complicità consumate nel colossale "affare immondizia" e nello smaltimento illecito dei fanghi tossici della depurazione che vanno ad avvelenare la produzione agricola e ortofrutticola.
Nell’agenda politica della Campania la sfida non è stata ancora accolta: non c’è un’inchiesta severa ed accurata; non c’è un’analisi incisiva e condivisa; non c’è una risposta completa e persuasiva.
Non c’è la mobilitazione delle energie della realtà nostra; non la convocazione del Consiglio Regionale e, insieme, dei Sindaci dei Comuni dell’intera Regione; non la predisposizione di un piano di riorganizzazione dei servizi essenziali; non la programmazione didattica che colleghi l’"Educazione alla Salute e all’Ambiente" alla raccolta differenziata dei rifiuti; non la sperimentazione di modelli di recupero energetico e di teleriscaldamento.
Forse la Campania ha bisogno, caro Direttore, di rifondarsi su un diverso assetto territoriale e istituzionale, su un nuovo statuto di principî e di valori e su una rinnovata e rigorosa capacità di governo; certamente ha bisogno di un’etica civile ed ecologica che ci salvi dalla catastrofe e rilanci il volto pulito di una civiltà colpevolmente tradita.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 157/2007)


Novant'anni dopo! La Rivoluzione e Fatima

1917: il mondo è infiammato, devastato e insanguinato dalla violenza, dall’odio, dalle stragi!
La storia vive il tempo doloroso della tragedia immane e dell’orrore della "Grande Guerra" con lo sconvolgimento suicida di popoli, di nazioni, di civiltà.
Irrompe nella realtà immensa dell’impero degli Zar, con il fremito folle della rivoluzione che annuncia la completa giustizia sociale e la liberazione totale dell’uomo,l’ideologia perversa della "lotta di classe" e della "dittatura del proletariato".
E si espande in tutti i continenti il mito tenebroso e persuasivo del materialismo storico e dell’ateismo militante, alimentando la lunga e cupa esperienza statuale, culturale e sociale del socialismo reale, la più orribile e disumana che abbia mai travolto la condizione antropologica e l’assetto assiologico e giuridico della convivenza civile e politica.
Il cedimento spirituale di un popolo, sia nella componente tradizionale dell’establishment zarista e ortodosso, sia in quella radicale e liberale, determinando il disastro morale del vecchio regime e del blocco progressista, apriva il varco all’infamia marx-leninista della statolatria ateistica e antiumana.
Il 1989 non ha chiuso la terribile stagione dell’offesa alla dignità umana; la seduzione del comunismo non si è spenta sul volto della terra né è tramontata la tentazione della violenza e del terrore nel cuore della gente dopo la "caduta del muro". L’inferno del gulag, come quello dei lager, dell’altro orrendo totalitarismo del novecento, non si è allontanato dalla prospettiva della storia contemporanea.
Solzenicyn, il "grande vecchio" della cultura russa, il tenace dissidente autore di "Arcipelago Gulag", nell’analizzare le cause della Rivoluzione bolscevica, ricorda che "…negli anni venti molti vecchi di campagna affermavano con sicurezza: "I disordini ci sono stati mandati perché il popolo ha dimenticato Dio".
Nel 1917, prima che la nefasta "Rivoluzione di ottobre" aprisse la lunga fase della sovversione sociale e spirituale, un clamoroso avvertimento dall’Alto a tre pastorelli annunciava la tremenda catastrofe non solo russa ma dell’intera storia mondiale del XX secolo. La Madre di Dio accorreva, sull’ultima frontiera della storia, a indicare all’umanità intera il percorso della salvezza e della pace e la necessità e l’urgenza della preghiera.
Lo scontro apocalittico tra la Donna vestita di sole e il Dragone rosso è ormai estremo e decisivo: il mondo è avvolto in una micidiale spirale di violenza e di corruzione, di sfruttamento e di sopraffazione.
Ecco perché la "Profezia di Fatima" continua a invocare, con insistenza crescente, la disponibilità urgente alla Conversione.
Convertirsi al perdono e all’amore per sfuggire all’agguato della disperazione e della morte!
Un grande filosofo del novecento, Martin Heidegger, che pure si era consegnato alla presa del totalitarismo nazionalsocialista, alla fine della sua avventura umana confessava che "solo un Dio ci può salvare".
Il mondo in pericolo ora ha bisogno di un nuovo Segno, di un grande Avvertimento, che risvegli la creatura umana dal torpore della resa e la scuota dall’indifferenza e la induca ad alzare finalmente gli occhi al Cielo per rintracciare la via, ora perduta, della Salvezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 1/7/2007)

Droga e Nas a scuola

Due o tre tiri di "cocaina cracktata" uccidono un quindicenne in una Scuola del Milanese.
Il ministro della Salute annuncia l’invio dei Nas nelle Scuole superiori. Lo stesso ministro aveva firmato un decreto, sospeso fortunatamente dal Tar, che prevedeva il raddoppio della quantità di cannabis per "uso personale".
La strategia contro la penetrazione della "cultura della droga" nella difficile e complessa esistenza delle nuove generazioni viene, infine, affidata ai cani lupo dei Carabinieri.
I poteri dello Stato hanno dichiarato, con l’evidenza sconcertante della contraddizione culturale e politica, la sconfitta completa di un orientamento sostenuto con la proclamazione sfacciata del permissivismo edonista e libertario.
Da decenni, senza limiti, nella società, nei "mass-media", nelle scuole, nelle famiglie, nella coscienza personale anche dei preadolescenti e dei giovani sono stati aperti, con l’attacco cupo dell’"ideologia del suicidio",varchi paurosi all’infamia della disgregazione etica e della violenza contro la natura e l’assetto assiologico della condizione umana. Ed ora che incombe il disastro, alle politiche fondamentali e decisive della Salute e dell’Educazione vengono assegnate le armi estreme e pericolose della repressione.
Invece andrebbe ripensata completamente -anche con la ricognizione critica e autocritica degli errori commessi- la condizione educativa e culturale e la sua connessione morale e valoriale alle ragioni, ai metodi e al destino delle nuove generazioni. Chiudendo definitivamente i conti con la stagione della disgregazione dell’autorità e riprendendo il filo forte di una tradizione storica, di un costume civile e di un modello educativo, che hanno sempre orientato il meglio della Civiltà italiana.
Ora il disagio adolescenziale e giovanile è diffuso e drammatico, le ultime generazioni sono state sconvolte e ferite da persuasori dissennati e dalla esibizione divistica di trasgressioni e immoralità proposte come esemplari da un magistero consolidato -culturale educativo morale mediatico- veramente ignobile, offensivo e mortale.
Bisogna saldare in un nuovo patto culturale, civile, politico e pedagogico le Famiglie, la Scuola, le Parrocchie, i Luoghi della formazione e della comunicazione a protezione della libertà vera e delle capacità emergenti dall’evoluzione generazionale e dal rinnovamento storico dell’ intersoggettività umana.
Il corso della Civiltà planetaria diventa sempre più complicato, inquietante e rischioso; ma, senza custodire con cura e senza aiutare con la ricerca della verità la coscienza umana, il cammino dei nostri figli, nell’avventura aperta della globalizzazione, può diventare minaccioso e tragico.
Caro Direttore, nella Tua impresa della memoria -l’anniversario del primo Campo Hobbit del 1977- è tornato il ricordo del compianto Generoso Simeone.
Con viva riconoscenza e forte gratitudine ho ancora nel cuore la testimonianza coraggiosa e solitaria del Direttore di "Segnali" che difese nel 1987 il progetto di Don Pierino Gelmini di insediare nel Sannio la sua "Comunità Incontro", per riportare alla speranza i nostri figli, travolti dalla irruzione distruttiva della droga, per richiamare tutti alla solidarietà e all’accoglienza civile, umana, educativa e culturale e per fondare un presidio di liberazione contro l’attacco stupido e omicida del nichilismo.
La proposta, purtroppo, si scontrò con i nostri egoismi e le nostre paure. E dopo venti anni, nessuno ancora ha avuto il coraggio di riprenderlo e la responsabilità di realizzarlo.
Ora, è necessario resistere alle incessanti, torbide, pericolosissime offensive della violenza e dell’odio, continuando, Caro Direttore, a riflettere, a comunicare e ad agire, senza paura, per il Bene essenziale della Verità della Libertà.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 15/6/2007)


Benevento - Pietrelcina: Il cammino della Riconciliazione e della Pace

Convocato dall’ACLI provinciale di Antonio Meola a Piazza Risorgimento, nell’ultimo splendido sabato di maggio, un sorprendente corteo di migliaia di ragazzi e di giovani, di uomini e donne, di anziani si è diretto verso il paese natìo di Padre Pio. Per un’impresa festosa di partecipazione a un cammino di Pace: condividere con gioia ideali, valori, scopi di umana Solidarietà; testimoniare l’impegno personale a sostenere i compiti, le regole e i servizi del Volontariato; aprire soprattutto il cuore di ognuno di noi e della comunità civile alla Riconciliazione. Un patto di unità, tra le persone e le comunità, nel territorio, nel Paese.
Questa esperienza ha un valore culturale e educativo fondamentale. Offre un contatto, da tempo interrotto, con la vitalità rigogliosa della natura e ravviva la dinamica di emozioni e di sentimenti suscitati dall’incontro diretto con le radici della Creazione: Aria Acqua Terra Luce, nel pieno della Bellezza della loro manifestazione. Ritrovarsi nella vivente realtà dell’ambiente e sentirsi avvolti da penetranti vibrazioni sonore e cromatiche e da risonanze spirituali della Natura ora dolcissima e affascinante.
Non da soli, ma liberati, almeno per un momento, dall’"accecamento mediatico" che imprigiona l’intelligenza nel circuito della irrealtà e della menzogna, insieme a tanti altri mossi dalla stessa logica della gratuità, in un "avvenimento di libertà", immersi nella vastità incommensurabile dell’essere.
L’incontro con la Natura e con gli Altri diventa un segnale forte di senso e di ordine.
Di "rispetto" per la Natura:
sempre più dissacrata ed offesa dalla sporcizia e dalla stoltezza di un consumismo sfrenato e dalla insopportabile massa di rifiuti che assedia e avvelena la dimora e la salute della gente.
Di "rispetto" per l’Altro:
- per i Bambini e i Giovani innanzitutto, i figli della Speranza, che l’insidia di una condizione storica senza principi e senza regole, con lo scandalo di comportamenti dissennati e di immagini deplorevoli, sconvolge nel processo di formazione e nell’indicazione di futuro;
- per le Famiglie e i gruppi sociali più provati dall’indifferenza delle Istituzioni e dalla precarietà nelle risposte necessarie ed urgenti alla sfida della sopravvivenza;
- per gli immigrati, respinti ed allontanati dall’accoglienza e dalla ospitalità o sfruttati nella pena di un’esistenza infelice;
- per i popoli dell’Africa, i più sventurati, disperati e miserabili, provati dall’ingiustizia e dallo sfruttamento, sopraffatti da poteri omicidi e dall’assalto delle epidemie e della morte;
- per l’intera comunità, nel territorio provinciale e nell’orizzonte sconfinato della mondializzazione, lacerata da strategie finanziarie, economiche e tecnologiche e da competizioni micidiali, ferita dall’assalto continuo della violenza ideologica e dalla pratica feroce della guerra e del terrore.
La gente generosa dal Cammino vuol gridare a tutti noi, anche se impigriti e assenti, la gioia dell’avventura umana e la speranza nelle risorse delle giovani generazioni e nel loro ardimento a lottare per la giustizia e la pace; e vuol manifestare anche una durissima e più consapevole contestazione della corruzione, del malaffare e dell’ignobile disprezzo per la dignità delle umane creature.
Il percorso Benevento-Pietrelcina diventa, per i significati, i segni e il senso che lancia nella coscienza popolare, la riflessione che provoca e per l’esempio che dona, una straordinaria VIA LUCIS: per conseguire, con la potenza della partecipazione, della contemplazione e della riconciliazione, la sconfitta dell’egoismo _ questa stupida ipertrofia dell’orgoglioso, misero io - e aprire l’anima alla gratuità e alla bellezza dell’accoglienza e del perdono fra tutti gli abitatori di questo tempo sempre più difficile, complesso e drammatico, eppure convocato all’Amore sempre più forte e invincibile.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 1/6/2007)


Don Stefano Lamera amico del nostro Dio. Per la Santità del Sacerdozio e della Famiglia
Una pubblicazione di Don Pasquale Maria Mainolfi

A Benevento, nel Santuario Eucaristico e Mariano "Nostra Signora di Fatima e Padre Pio" della Parrocchia "San Gennaro", entrando nella Cappella, ove incontri la figura solenne e benedicente del Santo di Pietrelcina, senti anche il richiamo intenso di uno sguardo accattivante e l’invito di un gesto accogliente: è l’icona di un Sacerdote avvolto in uno scorcio architettonico sublime per lo splendore cromatico e la trionfale irruzione di un Cielo abitato dalla umanità già trasfigurata. E’ Don Stefano Lamera, che l’anima artistica di Pompeo Vorrasi coglie nell’essenza del Suo Spirito grande.
Don Pasquale Maria Mainolfi ripropone l’icastica rappresentazione di Don Stefano sul piccolo volume -Edizioni Auxiliatrix- di cento pagine che accolgono i segni incandescenti e generosi della memoria e del suo amore per il grande difensore del Sacerdozio e della Famiglia, in un tempo tra i più difficili e inquietanti per l’avventura dell’uomo nella storia e per la tenuta dell’Istituto fondativo della convivenza sociale e della continuità generativa dell’umanità: la Famiglia.
L’Autore è figlio spirituale, ancora oggi, dell’indimenticabile Sacerdote Paolino (1912-1997) che è stato collaboratore ed amico del Beato Giacomo Alberione, il fondatore della "Società San Paolo" protagonista di un grande movimento di evangelizzazione nel mondo complesso ed affascinante della comunicazione e dei "Mass media": "Famiglia Cristiana" è uno di questi doni.
Dai primi incontri, a metà degli anni ottanta, fino al termine dell’esistenza -1° giugno 1997- cresce in profondità, tra i due Sacerdoti –Don Stefano e Don Pasquale- una relazione umana, spirituale, apostolica veramente "sconvolgente ed esaltante".
Don Stefano è Padre nella Fede, nella Speranza, nell’Amore: voce esaltante e commovente di Gesù Maestro, testimonianza forte e vibrante della Santa Famiglia di Nazareth. Egli introduce, infatti, con sapiente e coraggiosa autorità pastorale, il carisma del Custode di Gesù e di Maria, San Giuseppe, nei cenacoli di preghiera, nel culto, nelle lezioni pastorali, nella liturgia.
Nell’epoca del "rifiuto del padre", anzi nella fase drammatica della "morte del Padre", della sua identità, del suo ruolo e della sua funzione di "custodia" e di "educazione", Don Pasquale Maria Mainolfi ricorda con commossa gratitudine la "paternità lameriana", immagine impressionante di quella dello Sposo di Maria, figura altissima, a sua volta, di quella infinita e misericordiosa di Dio, Padre della vita.
"Don Lamera viveva come impastato perennemente nella Parola e dalla sua bocca fiorivano solo parole di luce e di consolazione. Era titolare di uno speciale ministero, il ministero della consolazione", ricorda Don Pasquale, ricostruendo il suo profilo umano e sacerdotale.
Nell’intervista l’Autore tratteggia concretamente la Pedagogia paolina e alberoniana della "Via-Verità-Vita", offrendola attraverso luminosi "flash" di esperienze personali e pastorali, di incontri, di contatti telefonici, di testimonianze. In questo percorso della memoria c’è la eco vivissima di una vertigine di santità che spesso trasmette un brivido, una tensione del cuore attratto dal contatto tra finito e Infinito, tra tempo e Eternità, tra nulla e Assoluto.
Quando il linguaggio di Don Stefano, tenerissimo e intransigente, vibrante di entusiasmo evangelico, di fervore mariano, di speranza di conversione, di potenza di liberazione, entra in sintonia, anche attraverso la lettura, con l’interlocutore, il cuore si apre a una consolazione e a una letizia indicibili, a una comunione d’intimità e di passione.
"Il prete non è un uomo come tutti gli altri, è un’altra cosa, ontologicamente trasformato dal Sacramento dell’Ordine, non è semplicemente un Figlio di Dio, perché il prete è Cristo".
"Sapeva dire con solare semplicità verità altissime e profonde", ricorda Don Pasquale, sui misteri più grandi del Cristianesimo: l’Eucaristia, la Vergine Maria, la Santificazione della creatura umana, il Sacerdozio, il Matrimonio, la Destinazione soprannaturale…
Ma questa breve presentazione è insufficiente a donare l’energia, il fuoco e la luce della identità singolare e straordinaria di Don Stefano; è solo un invito premuroso ad avvicinarsi a questa eccezionale presenza di Santità, che è urgente riconoscere con simpatia totale, perché ognuno di noi, nella notte del presente, riesca ad illuminare il proprio percorso di vita e il destino della salvezza e della felicità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 18/5/2007)


Il Pontificato di Benedetto XVI. La Chiesa e l'Umanità in dialogo su Gesù di Nazaret

Da due anni è iniziata la missione del nuovo Vescovo di Roma, Vicario di Cristo, Benedetto XVI.
E si rinnova, nella continuità bimillenaria dei romani Pontefici, l’elezione petrina del Padre che svolge nella storia, assegnata dalla Provvidenza, la missione umano-divina di Pastore universale.
Egli è il "servus servorum Dei": custodisce il tesoro soprannaturale della Fede in Cristo e lo affida all’umanità, nel supremo Ministero sacerdotale dotato del primato del servizio di Amore.
Il Papa è una Luce di verità, una Bussola di orientamento, una Testimonianza viva d’Amore, nei tempi complessi e difficili che viviamo con l’atteggiamento conoscitivo orgogliosamente relativista, con lo stile edonista e libertino, per obiettivi esistenziali materialistici, in una vicenda umana svuotata di significati e di senso.
Papa Ratzinger, già carico di un prestigio teologico e culturale incomparabile, richiama, con la potenza di un pensiero trasparente e semplice, la Ragione che pretende di escludere il divino, il senso religioso, la trascendenza dal riconoscimento universale e dalla possibilità dell’accoglienza planetaria.
Nel dialogo, aperto tra Fede e Ragione, tra Teologia e Filosofia, tra Preghiera ed Esperienza, è possibile guarire le piaghe che la patologia scientista, storicista, nichilista ha aperto nelle Culture e nella Civiltà europea e occidentale.
Egli invita ciascuno di noi, l’Occidente, l’Umanità intera ad aprirsi, con urgenza e coraggio, all’ampiezza della Ragione, per rispondere agli interrogativi fondamentali, senza escludere il Magistero, la Rivelazione, la Tradizione, le radici tormentate del grandioso processo storico, ora minacciato dalla nostra insipienza e dalle mille follie di ogni giorno.
C’è, nella Sua Lezione altissima, un avvertimento continuo, ermo, doloroso a recuperare "le ragioni della speranza" nel deserto delle povertà, della fame e della sete, dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto, "dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo".
E nella Sua prima Enciclica, "Deus caritas est", c’è l’inno alla gioia, alla bellezza, alla responsabilità dell’Amore: l’Amore infinito, eterno, misericordioso di Dio che incontra ,con un desiderio senza misura, l’amore dell’uomo che, invece, non corrisponde a così grande premura.
E’ la Ragione-Amore la radice, il compito, il destino della condizione umana.
Perché Dio ci chiama alla vita per amore, vuole che camminiamo sempre con amore, desidera che ritorniamo a Lui per sempre per vivere nel Suo Amore.
Ecco perché conosce l’uomo solo chi conosce Dio! ama l’uomo solo chi ama Dio.
Conoscere e amare Dio significa, innanzitutto, accogliere in noi e negli altri "il dono della Creazione" con il rispetto della vita e della dignità di ciascun individuo; significa, anche, condividere "il dono della Redenzione" con la liberazione della coscienza personale e della storia comunitaria dal peso e dalla vergogna del peccato e del male; significa, infine, realizzare nella volontà e nell’azione "il dono della Santificazione" con la testimonianza concreta dell’Amore. I Comandamenti e le Beatitudini indicano questo orizzonte teologico e la regolazione morale al nostro essere e al nostro convivere.
A questa Civiltà postmoderna, che introduce nella logica del mercato globale non solo le cose e i prodotti, ma anche le persone, i valori,il matrimonio, la verginità, la maternità, la paternità, il linguaggio del corpo, l’essenza dell’amore, il Papa rivolge un avvertimento forte e severo. Egli sente la gravità della devastante crisi antropologica ed etica e la minaccia distruttiva della ideologia della violenza e dell’odio.
I valori fondamentali non sono negoziabili: la Vita, la Famiglia, l’Educazione alla verità, alla libertà, all’amore rappresentano le Radici stesse della convivenza, le Sorgenti della cultura del Bene, l’Orizzonte sicuro del destino di felicità dell’Umanità.
Il "Servo dei servi di Dio" ora è, in ginocchio, davanti alla Sua Chiesa e di fronte a tutta l’Umanità, e, imitando il Figlio Santo di Dio nel Cenacolo di Gerusalemme prima del Suo Sacrificio, vuol servire ogni uomo per lavare la malizia, la perfidia e la violenza che imprigionano la nostra intelligenza e sporcano il nostro povero cuore.
Egli ripropone, con la limpidezza della Fede e la forza della Ragione, Gesù di Nazaret al cuore di tutti i Popoli.
"Dobbiamo trovare, dice Papa Benedetto XVI ,di nuovo il coraggio di credere alla vita eterna con tutto il nostro cuore. Allora avremo anche il coraggio di amare la terra e di edificarle un futuro".
Bisogna tornare a credere per imparare di nuovo ad amare!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 4/5/2007)


Il Diritto alla vita di Aldo Moro, la Ragione di Stato e il Terrore

Il 1978 è stato un anno "cruciale" nella Storia d’Italia.
L’attacco folle e sanguinario della bestialità terroristica contro l’innocenza si attuò con il cupo successo della Ragione moderna contro il primato della Vita.
Lo scontro tra l’ideologia della Morte e la cultura della Vita non vide all’offensiva solo il soggetto terrorista. Tutto il campo della Democrazia italiana si trovò impigliato nella rete della violenza e finì per adottare, senza avvertirne completamente l’insidia e la complicità, la stessa categoria del terrore.
La lunga prigionia di Aldo Moro, non bisogna dimenticarlo, coincise con la tormentata battaglia parlamentare per l’introduzione dell’aborto nel nostro ordinamento giuridico.
Il paradigma spietato del terrore, "la Vita non vale nulla e può essere annientata", penetrò, con due percorsi di morte, nella vicenda politica del nostro Paese.
La miccia ideologica infiammò gran parte della rappresentanza politica che, tra mille ambiguità, giustificazioni, alibi, condivise "il criterio della violenza" del brigatismo rosso.
La razionalistica e irragionevole strategia di morte si attuò inesorabile sia nei confronti di Aldo Moro, sia, con la legislativa autorizzazione a procedere, contro l’Embrione _ il germoglio umano _ nel grembo materno.
L’irruzione del nichilismo politico, etico e giuridico fu devastante.
Chi non crede al "Principio della Vita" non sa rispettare la vita altrui. E, quindi, sul Principio della Vita si può e si deve negoziare! sul Destino della Morte non si deve e non si può trattare!
Infatti la grande alleanza radicalsocialista e comunista non accettò di sospendere l’iniziativa parlamentare che portò alla "194", mentre si celebrava il processo nella "Prigione del Popolo" a carico dello Statista democristiano.
L’attentato omicida, il dramma della Nazione, l’inquietudine di un Popolo, la tragedia della famiglia, la problematicità degli amici di Moro nella gelida D.C., l’allarme democratico, l’attenzione planetaria dei "Media", non riuscirono a imporre la tregua e a interrompere il processo legislativo.
Non potevano invocare il "Diritto alla Vita" né Moro né i nascituri!
Erano "sequestrati": non godevano del diritto di cittadinanza. Si poteva, perciò, svolgere, nel covo brigatista e in Parlamento, il duplice "processo penale"
Il tremendo "culto della morte" finì per coinvolgere in un’unica, tragica operazione l’intera società nazionale, ne sconvolse l’assetto culturale, giuridico e istituzionale, ne corruppe la tradizione antropologica, etica e spirituale e oscurò l’identità umanistica e cristiana della nostra Civiltà.
Sul fronte della morte ci furono figure, varianti e giochi molteplici: "né con lo Stato né con le B.R… né con Moro!" Tutti contro la Vita. L’arroganza degli intellettuali dettò la dura linea della Ragione di Stato.
L’uomo, creato "a immagine e a somiglianza di Dio", non è più un dono da accogliere, da difendere, sempre, ad ogni costo.
Questa fu la decisione della cultura, della politica e delle istituzioni italiane.
La libertà di Moro, come quella del nascituro, fu isolata, rifiutata e negata. E condannata. Il varco di comunicazione, aperto dalla trepidante supplica di Paolo VI, non poteva essere praticato dalle Istituzioni Democratiche: era illegale!
La soggettività democristiana, il partito dei Cattolici, debolmente reattiva sul piano parlamentare, si lasciò chiudere nel razionalismo laicista e accolse la lezione illuministica e "rivoluzionaria" della fermezza: "occorre che uno muoia per la salvezza della Nazione!"
Dopo circa trent’anni emerge qualche luce di ripensamento che squarcia, finalmente, la notte dell’inganno e dell’ipocrisia; si fa strada una nuova attenzione, più trasparente, all’essere dell’uomo, alla sua intangibilità, alla sua grandezza divina, al suo ininterrotto Martirio.
Con tensione creaturale ed evangelica è ora di riconsiderare la storia che la violenza, la paura e la viltà di tutti noi resero ancora più tragica di quella provocata dalla stupidità cainita del terrorismo.
Per onorare veramente la memoria purificata e il sacrificio estremo di Aldo Moro.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 20/4/2007)


Il trionfo o il fallimento dell'Europa?

Cinquant’anni fa, dalla tragedia mondiale e dalla rinnovata speranza di pace, sorgeva l’"Europa dei Sei" unita dall’idea e dalla strategia della democrazia e dello sviluppo.
Ora è tempo di ripercorrere questa storia: per misurare il sogno dei Padri fondatori, per valutare la capacità realizzativa dei protagonisti politici, economici, culturali e religiosi; per rintracciare il destino storico di questa nostra realtà continentale nell’orizzonte della globalizzazione planetaria.
In quale disegno, per quale fine, con quale missione si muove oggi quest’Europa?
Il XXI secolo sembra rimettere in questione il significato, l’impianto, la coscienza relazionale, le stesse radici dell’Unione. Il quadro complessivo è segnato da contraddizioni crescenti: lo smarrimento dell’identità culturale, lo sbandamento autocentrico, la potenza economico-finanziaria e la debolezza politica, la retorica dei valori solidaristici e il primato crudele del mercato e dello statalismo, la fragilità etica e la frantumazione della tradizione per la scandalosa invadenza mediatica dell’"ideologia della morte"…
Certamente ci sono ragioni per essere contenti del nascere dell’Europa unita, ma ci sono motivi per essere preoccupati per il corso degli eventi che si svolgono e si annunciano nello scenario complesso e convulso di questi nostri tempi.
E cresce l’allarme per le dimensioni enormi e incontrollabili dei processi di connessione politica, giuridica ed economica e per l’internazionalizzazione dualistica -opulenza e miseria- del sistema di produzione, di consumo, di comunicazione e di organizzazione.
Il conformismo materialistico, amministrato da pesanti burocrazie e da poteri multinazionali invadenti, rende sempre più illiberali e deterministiche le relazioni culturali ed educative, costitutive e generative delle famiglie e delle comunità.
Ora le ferite all’impianto, alla strategia e alla prospettiva storica dell’Unione Europea sono molteplici e profonde.
- La negazione del riconoscimento delle "Radici cristiane" è un punto di rottura determinato dalla dinamica rivoluzionaria della "modernizzazione totale", che con la distruzione del passato e della tradizione cancella il profilo stesso dell’identità e della civiltà europea. Il progressismo, malgrado gli "indizi della catastrofe", insiste nell’annientamento del fondamento, occulta la bellezza delle origini e del destino e priva la coscienza delle nuove generazioni della gioia e della sofferenza della ricerca e del cammino di libertà.
- La crisi drammatica dell’"Educazione civile, morale e religiosa" con la rovina incessante della grandiosa eredità culturale dell’Occidente, sconvolge la fede condivisa nel valore e nella dignità dell’essere umano e inaridisce il coraggio nella difesa degli ultimi, dei più deboli e degli indifesi.
- Il vulnus più grave e doloroso alla Civiltà europea viene dalla legislazione e dalla prassi abortiste e provoca la tragica caduta del "Diritto fondamentale alla Vita" ed apre, purtroppo, varchi all’offesa dell’embrione non più protetto dall’oltraggio scientista e dalle manipolazioni genetiche.
- Anche la Famiglia, nucleo essenziale e bene fondamentale della realtà civile, viene attaccata dal riconoscimento innaturale di forme alternative di convivenza e il Matrimonio viene destabilizzato nel suo impianto di fedeltà e di fecondità.
- Infine l’enorme potenza economica e finanziaria del nostro Continente, dotato di sconfinate possibilità tecnologiche e organizzative, non sa ancora rispondere alle domande strazianti di soccorso, di aiuto, di accoglienza dell’Africa abbandonata all’impotenza, allo sfruttamento e al sacrificio.
L’Europa ha fallito: senza radici non ha destino; senza cultura ellenico-cristiana resta senza progetto; senza compassione per la sofferenza dei popoli non ha direzione; e senza speranza si avvia a rimanere senza libertà.
Se l’Europa dei Ventisette non riesce a darsi presto una linea costituzionale forte e condivisa, se non riprende alle origini il sogno tradito e ricompone non solo gli interessi, ma soprattutto i valori, non potrà salvarsi.
La retorica inevitabile delle celebrazioni di Roma e di Berlino non ha aperto nuove certezze.
Ora, oltre l’indifferenza e l’ignavia, resta un fremito di speranza: che venga rinviato e, poi, annullato il triste "congedo dell’Europa dalla Storia".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 6/4/2007)


I figli senza patto educativo

Molti, dolorosi, sconcertanti e sciagurati episodi di insipienza e di violenza a Scuola.
E si incrociano giudizi, condanne, clamori, proteste,…
Si è infranta da tempo l’alleanza tra le generazioni fondata su l’autorità culturale, civile e spirituale: la frontiera del Bene e del Male è svanita e la Paideia italiana è andata in rovina.
L’esercizio della responsabilità dei genitori, degli insegnanti, dei protagonisti della vicenda istituzionale si è sfibrato e indebolito e l’insostenibilità educativa è divenuta drammatica.
Si è rotto, infatti, il "circuito del diritto-dovere". Alle radici. Nella coniugalità genitoriale, sorgente degli schemi interpretativi ed etici e del modello di moralità che vengono incorporati nelle prime esperienze dalle nuove generazioni, irrompono continue, disgreganti tensioni. Nell’"unità d’amore" della Famiglia si scaricano, con la cronaca orribile e banale di ogni giorno, spinte complesse e devastanti dell’organizzazione del lavoro e del tempo libero, pesanti provocazioni affettive ed emotive, suggestioni distruttive della incessante, fangosa rappresentazione mediatica. E tutto questo condiziona e altera gli equilibri e lo sviluppo della vita dei figli.
Ora la Scuola è speculare alla Famiglia: c’è analogia e corrispondenza, nell’ordine e nella connessione dei valori, delle regole, degli schemi operativi, dei codici organizzativi e normativi, tra i due essenziali luoghi formativi ed educativi. Questo orizzonte comune da tempo non è più condiviso. Casa e Scuola, quindi, "spazio-tempi di vita" di un’unica realtà complessa e difficilissima, non riescono a ricomporre i loro ruoli bipolari e le loro competenze in un dinamico processo di sviluppo personale e di orientamento civile.
Si può e si deve rispondere al folle s-radicamento culturale e pedagogico non solo con l’affanno e le preoccupazioni per l’oggi, ma soprattutto con la speranza di un destino civile non consumato da dissennati "relativismi egoistici", da "materialismi edonistici" sempre più diffusi e insensati, da "spersonalizzazioni consumistiche" irresistibili.
E’ urgente verificare le ragioni fondative del "diritto alla vita e alla dignità umana" per il divenire dei nostri figli, ed è necessario recuperare la più grande "tradizione educativa" dell’Europa e dell’Occidente intessuta di cultura umanistica e di Messaggio cristiano, centrata su la "ricerca di Verità", sul "cammino di Libertà", sulla "testimonianza d’Amore".
Guai se queste tre questioni - la Verità, la Libertà, l’Amore - non vengono riportate al centro dell’Educazione, dentro la Società globale dell’ accumulazione economica e finanziaria. E se ne debbono rintracciare la misura, la regola e la finalità nel vissuto umano, civile e sociale di questo presente, costretto nella tenaglia della trasgressione e dell’angoscia e trascinato nell’inferno della violenza e della droga, dell’ostentazione del Male e dell’istigazione al Male.
Il problema, quindi, non è quello di riscrivere regole, di riaffermare doveri, di contrattare mediazioni organizzative e normative, di presidiare e vigilare spazi, di amministrare procedure e tecniche. E le strategie decisive non sono burocratiche e manageriali e nemmeno cognitivistiche e metodologiche.
L’infanzia e la fanciullezza sono state gettate nel "vuoto di significati e di senso"; e, private del Mistero, sono rimaste indifese e disonorate, non protette più dall’invadenza vergognosa e criminale dello scandalo e dall’assalto inarrestabile dell’oscenità: è stata ferita e uccisa l’innocenza e deformate l’immagine e la grandezza di essere uomo, di divenire cittadino, di realizzarsi come testimone coraggioso di Verità e di Speranza.
A quattordici anni, all’ingresso nell’adolescenza, la "memoria dell’Identità" è già stata segnata da milioni di orribili sequenze di morte, di stragi, di violenze; l’"intelligenza della Libertà" è stata già attratta da innumerevoli scene di erotismo sfrenato e di velenosa pornografia; la "volontà di Amore" è stata già modellata e massacrata dal divismo dello spettacolo scatenato in tutte le abiezioni dell’animalità senz’anima.
E a questa perversa dinamica, impastata di falsità, di grettezze, di paure e di odi, non viene opposta una resistenza vigorosa, suscitata dal rispetto, dal pudore, dalla cura e dall’Amore.
Non ci sono più valori saldi e riconoscibili, definiti su ciò che è Bene e ciò che è Male: si è diffusa un’idolatria democratica e incontestabile delle ragioni egoistiche, della carne e del denaro.
Ecco perché cresce l’infelicità delle nuove generazioni e degenerano i rapporti affettivi e morali. Ecco perché si allarga l’orizzonte di cinismo, di ipocrisia, di viltà, al quale le nuove generazioni, confusamente, si adattano, ricapitolandone l’insofferenza e le seduzioni libertarie ed anche i pericoli deterministici. In questo contesto l’"io si auto-educa" assorbendo l’individualistica logica dello "spirito del tempo" che inganna, che divide, che distrugge con l’ignobile, sfrontata e suicida "cultura" della morte.
C’è ancora speranza che la Scuola possa sottrarsi al collasso?
Lo statalismo pedagogico, con la materia e le procedure dell’organizzazione istituzionale e con la fragilità e l’inconsistenza della sua indicazione valoriale-culturale, non può reggere più il destino educativo. L’esplosione della conflittualità e del disagio Scuola-Famiglia ne sta dissolvendo anche l’ultima condizione di legittimazione.
Ricollocare l’iniziativa educativa nel territorio, non più con il progetto dell’"autonomismo statalistico" ormai morto, ma con il riaffidamento radicale della "persona-in-evoluzione" ai luoghi e ai principi della vita, della libertà culturale e della solidarietà è l’estrema prospettiva di recupero e di ripresa della nostra Civiltà dotata di sconfinate possibilità di saperi e di tecniche, ma sempre più sconvolta e immiserita dall’oblio della sua Tradizione e dallo sfregio della sua Spiritualità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 23/3/2007)


La crisi della Politica nella società italiana: lo Stato trascinato nella neutralità dei valori

Si va chiudendo la lunga fase storica della "modernità".
Nel grandioso e complesso esperimento culturale, civile, politico, avviato con l’Umanesimo, esaltato con l’Illuminismo e realizzato con l’esplosione della potenza inaudita del "fare", si aprono ormai voragini enormi. La Verità, la Libertà e l’Amore -i fondamenti della vita, dell’identità e della storia degli uomini- perdono ormai luce, consistenza e destino nella coscienza della gente e nell’orientamento dell’agire politico.
La Verità del nostro essere, oscurata e stritolata dalla tragica rottura tra Fede e Ragione, non indica più il profilo certo della condizione umana. Chi siamo? L’oblio dell’"immagine e somiglianza divine" rende evanescente lo status della persona con i riduzionismi meccanicistici, positivisti, darwinisti, che si susseguono e si sovrappongono. Con l’arroganza di un pensiero che, pur sconfitto, stupidamente ancora si autopromuove nell’orizzonte già buio del progressismo senza approdi.
La Libertà del nostro divenire, sequestrata e lacerata nella drammatica spinta che spezza il legame tra Speranza e Storia, non segna più varchi alle chiusure dolorose ed egoistiche delle scelte e degli interessi.
Dove andiamo? La verità che non c’è -il divenire è prima dell’essere- non assegna più percorsi e traguardi di liberazione. L’etica e la politica, travolte dal relativismo, non si sostengono su postulati fermi di moralità e di bene comune.
L’Amore della nostra vita, avvilito nella bestialità delle relazioni esclusivamente materialistiche, è rovesciato nell’inimicizia, nella competizione forsennata, nell’esclusione e nel rifiuto degli ultimi.
Perché viviamo? Non c’è più senso, non c’è più un fine, non c’è più un perché! La vita non ha valore: la misura, la regola e il fine del mio esistere sono decisi dalla mia autodefinizione, dalla mia autoaffermazione e dalla mia autodeterminazione. Io sono ciò che so essere, ciò che posso divenire, ciò che voglio vivere.
Ora, in questo degradato scenario culturale, con questi folli protagonisti della nostra civiltà, su questi inaffidabili presupposti politici dell’organizzazione statuale, quali compiti e responsabilità sono ancora proponibili e quali fini è possibile comunicare alla nostra società in cammino in questi tempi e negli spazi dell’Europa e del mondo?
La modernità ha già generato mostri: il comunismo, il nazismo, le feroci stragi dei genocidi, le guerre mondiali, la bomba atomica, la morte di milioni di persone denutrite e miserabili, l’aborto di massa con miliardi di uccisi.
E continua la furia sconvolgente di un’ideologia unica, un misto onnipotente di "capitalismo e di materialismo", che si fonda su un principio distruttivo, omicida e suicida oltre che deicida: "la morte di Dio".
La filosofia politica del nulla ora si traveste e si copre con il democraticismo della "neutralità rispetto ai valori". Lo stato non si fonda più su valori, su principi, su criteri? Certamente le carte costituzionali non sono più orizzonti di regolazione delle Comunità nazionali: l’Europa, tra l’altro, continua la sua marcia organizzativa e burocratica pur priva del consenso delle nazioni che la costituiscono.
Se la società è l’insieme di "scelte coordinate e finalizzate al Bene comune", allora la neutralità etica, l’indifferenza valoriale, sono illusioni, ipocrisia, autoinganno.
Zygmunt Bauman, in "Società, etica, politica", rivolge a tutti noi, inchiodati alla cultura asfissiante e mortale del relativismo, un avvertimento che dovrebbe farci riflettere sul dramma dell’oggi e imporci il ripensamento delle categorie e dei criteri che guidano il dialogo culturale e politico.
"Non ci manca la conoscenza del bene e del male; è la capacità e la voglia di agire in base a quella conoscenza e essere assente da questo nostro mondo, in cui le dipendenze, la responsabilità politica e i valori culturali imboccano strade diverse e non si tengono più sotto controllo reciprocamente."
E’ necessario e urgente, quindi, animare una grande disobbedienza, soprattutto nelle nuove generazioni, agli orgogliosi "Maestri della modernità" che continuano ad avvelenare i pensieri, le parole e le azioni dei popoli, con l’arroganza del rifiuto delle ragioni della verità e della salvezza. Il Cristocentrismo è il luogo concettuale e pratico del dialogo e dell’incontro delle persone e dei popoli, perché si riaccenda la relazione tra ragione e fede, tra storia e speranza, tra vita e amore.
La responsabilità della politica non può eludere quest’ultima, grande sfida.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 9/3/2007)


Creazione ed evoluzionismo

Lunedì 26 febbraio, nell’auditorium del Convento della Madonna delle Grazie, il preside Michele Ruggiano, alla guida del Centro Studi del Sannio, rilancia anche da noi una questione che attraversa da centocinquant’anni il dibattito scientifico, la ricerca filosofica, la fondazione culturale, educativa e religiosa della visione della vita e del mondo.
Charles Darwin, in "L’origine dell’uomo" del 1859, irrompe in questi percorsi del dialogo, della ricerca, della formazione, della fede, con la devastante teoria evoluzionistica:
"L’uomo è disceso da un quadrupede peloso, probabilmente di abitudini arboree".
Con questo paradigma anticreazionista vengono posti in discussione alcuni principi irrinunciabili del credere fondati sulla Sacra Scrittura, sulla Tradizione, sul Magistero:
la Creazione opera di Dio, la monogenesi della specie umana, l’esistenza dell’anima creata direttamente da Dio, la presenza del peccato originale, gravissima colpa di disobbedienza e di ribellione a Dio, trasmessa a tutto il genere umano.
La teoria darwiniana pone la ragione contro la Fede e induce alla negazione di Dio Creatore e Redentore, all’agnosticismo e all’ateismo.
Infatti la tesi evoluzionista è penetrata, purtroppo, nella cultura di massa e alimenta le radici della mentalità laicista.
Il problema che viene posto è fondamentale, perché riguarda il significato della vita, del mondo, dell’uomo e chiude la ricerca di senso del suo esserci, della sua origine e del suo destino. Ripropone un interrogativo già presente da sempre nella storia della cultura e della spiritualità: "La Vita è governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, oppure da un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio?".
I primi tre capitoli della Genesi _ all’inizio della Sacra Scrittura _ rivelano il mistero di verità della Creazione dal nulla di tutte le cose visibili e invisibili e, quindi, anche del genere umano. "Dio creò l’uomo a Sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò"(Gn.1,27) e da uno solo, Adamo, creò tutte le nazioni degli uomini. Nella Creazione c’è la promessa della Divinizzazione dell’umano, che compiutamente sarà trasfigurato nella somiglianza con Dio. L’uomo è uscito perfetto dalle mani di Dio, costituito in uno stato di santità e di giustizia, di partecipazione alla vita divina, senza annuncio di sofferenza e di morte.
In questo disegno creativo, già avviato nel segno della Bellezza e del Bene, s’introduce tremendo e distruttivo il "mistero dell’iniquità".
La Modernità, nell’esasperazione antropocentrica dell’Umanesimo senza Dio, rinuncia alla "genealogia divina" e tenta di cancellare nell’autocoscienza dell’Occidente l’avvenimento primordiale della caduta per rendere inutile la Redenzione. L’animale umano è autosufficiente: da sé evolve, si autodivinizza, cancellando le conseguenze del grande Peccato e rendendo se stesso "albero della conoscenza del bene e del male.
La grande disobbedienza introduce l’infedeltà, la schiavitù, la morte, si oscurano le ragioni universali della Verità, della Libertà e dell’Amore: lo stesso processo genetico umano è alterato e sconvolto, vulnerato nel suo "logos biologico-spirituale", nella sua storicità deiforme. Il re del creato viene asservito al tempo, al mondo e alla morte: il cuore stesso dell’umanità decade dentro l’esperienza disordinata della trasgressione della legge dell’Amore.
Ma la trasmissione del peccato originale è un mistero che ancora non possiamo comprendere?
L’autobiografia umana,conservata, trasmessa e sempre rivissuta nel complesso e ininterrotto divenire del "seme primordiale", lungo i percorsi terribili, miserabili, sconcertanti, grandiosi della convivenza planetaria trattiene in sé il marchio della sconfitta.
Ora perché le numerose tracce di crani subumani, di scheletri lontani dai parametri della bellezza e dello splendore, di esseri schiacciati dal peso avvilente e mostruoso di una animalità protostorica?
Il grande naturalista George Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-1788), avanzò nella sua poderosa "Storia naturale" la tesi della creazione dell’Uomo perfetto, corrotto successivamente a causa di un probabile peccato di ibridazione con una specie inferiore. Fu allora l’IBRIDAZIONE della specie pura a causare una rapida involuzione prima, seguita da un lungo cammino di "rievoluzione" poi? Certamente il peccato dell’origine coinvolse anche la natura psicosomatica della discendenza umana e per via genetica ha corrotto la persona umana nel corpo, nella mente e nello spirito.
Renza Giacobbi, intelligenza e sensibilità straordinarie, ha raccolto in un testo suggestivo -Genesi Biblica- otto "rivelazioni" a Don Guido Bortoluzzi (1907-1991), un sacerdote umile e buono, compagno di Seminario di Giovanni Paolo I, a cui sono stati affidati i misteri e le visioni della Creazione.
Perché non aprire l’intelligenza scientifica, storica, filosofica all’ascolto delle grandi voci dei Profeti e dei Veggenti contemporanei?
Solo la metodologia sapiente della "FIDES et RATIO" può illuminare il percorso della Verità tutta intera.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 23/2/2007)


Vita Famiglia Educazione tra democrazia e nichilismo

E’ diventata rischiosa la libertà di esprimere, caro Direttore, opinioni, giudizi, orientamenti su ipotesi legislative che entrano in collisione con la visione cristiana della vita, della famiglia, della società.
E’ ancora possibile affermare la sacralità della vita umana?
E’ ancora possibile difendere il "diritto alla vita" dal concepimento fino al suo termine naturale?
E’ ancora possibile esaltare il valore della famiglia fondata sul matrimonio?
Diventa sempre più oscurata e ferita l’autocoscienza delle radici, del destino, della direzione di questa nostra civiltà costituita su l’energia e la tradizione dell’Umanesimo cristiano. Anche da noi sono sempre più contestati principi, valori, condizioni della statualità democratica e l’assetto costituzionale viene indebolito e svuotato: una deriva pericolosa travolge tutti i confini naturali e la regolazione etica e morale della convivenza civile, culturale e politica.
Anche l’ordinamento giuridico, che garantisce la fondazione, la tenuta e la stabilità dei processi generativi della società, viene sempre più svigorito e alterato.
L’introduzione delle "coppie di fatto" nel sistema normativo scompone ancor più l’ordinamento complessivo della realtà italiana e altera il diritto di famiglia, modificando profondamente il concetto e il profilo giuridico del "coniuge". La concezione essenziale e fondamentale della condizione umana viene posta completamente in questione: paternità, maternità, la scelta sponsale, matrimonio, coniugalità, etero-sessualità, procreazione, educazione, tutto il linguaggio perde i significati profondi e rilevanti che, per millenni, hanno sostenuto l’esperienza del vivere e l’organizzazione istituzionale.
Non ci sarà più la "famiglia"; soltanto unioni, fragili, flessibili, scombinate, fallite, distrutte, in un caos civile e sociale indescrivibile e ingovernabile.
Non ci sarà più la"famiglia" con la sua sovrana centralità nel processo di sviluppo civile, generazionale della procreazione e dell’educazione dei figli.
Nelle strategie della politica non c’è più la "famiglia"!
Non vengono elaborate e decise nuove politiche fiscali che abbiano come riferimento la "base familiare"; non ci sono risorse da investire in generatività; non sono disponibili strumenti di sostegno e di cura per rispondere alle crescenti difficoltà e ai disagi drammatici dei nuclei familiari nascenti, delle famiglie numerose e di quelle di soli anziani.
E’ diventato, invece, urgente moltiplicare il cognome espressivo dell’unità familiare; è divenuto necessario riconoscere forme alternative di unioni che prescindano non solo dal "vincolo matrimoniale", ma anche da quello di "genere".
E’ ormai più formativo offrire alle nuove generazioni modelli plurali di organizzazione civile consegnati alla sterilità generativa, all’ingegneria genetica e all’utero in affitto.
La denatalità è un problema? la strategia demografica è affidata ormai al crescente potenziale extra-comunitario.
Il riconoscimento normativo delle "unioni di fatto" è un’offesa sciagurata allo "statuto dell’umano": l’ordinamento del femminile e del maschile subisce una disarticolazione e una disconferma brutali.
La rivoluzione sessuale, alle sue ultime mosse, sospinge i "movimenti di liberazione" nella stretta del nichilismo e rinchiude definitivamente la modernità nel "dogma del fatto".
Infatti con la legalizzazione, "tutto ciò che si fa" nella vita quotidiana è bene, è giusto, è utile. Non c’è più una questione etica: tutti i comportamenti sono sottratti alla misura e alla regola della moralità.
E senza principi, senza valori, senza etica, la politica tenta di amministrare il caos delle vicende individuali dando loro rilievo pubblico. L’"ideologia della morte", con l’aborto, con l’eutanasia, con la contraccezione, con la dissacrazione progressista e radicale del nascere, del vivere e del morire, sconvolge l’intera condizione umana.
La modernità, quando ha rinunciato al "valore divino" della creaturalità umana, ha generato, sfidando la verità, la libertà e l’amore della convivenza, due esiti di morte:
- la strategia totalitaria ed omicida del comunismo e del nazismo per l’annientamento;
- la strategia edonistica e suicida della via democratica al nichilismo.
E dal trionfo del disordine e dalla insopportabilità dell’angoscia non si esce con l’insipienza del ricorso alla "cultura della droga, del sesso, del denaro".
La luce dell’umanesimo cristiano, radice della civiltà europea e occidentale, con il messaggio della Verità, della Libertà e dell’Amore, può riaprire, invece, un varco all’ultima speranza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 9/2/2007)


Lettera aperta all'on. Francesco Rutelli, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali
Proclamato il trionfo del "mamozio"

Infine, a Benevento, è stato proclamato il trionfo del "mamozio", la truce figura di bronzo, inchiodata sul Campanile di Santa Sofia dal potere dell’Arte e delle Istituzioni democratiche, rimane solennemente al suo posto.
La mitologia postmoderna, specchio della vita e della coscienza contemporanea, è stata autorizzata ad occupare la posizione centrale ed alta della civiltà beneventana, sradicata, così, dalla sua memoria, con l’insulto di una insolente rappresentazione.
Quello che poteva essere un "gioco", praticato da tempo con spregiudicato e vanitoso cinismo, ora appare una sfida pesante e minacciosa, eppure stridente con il volto e lo stile, mai eccessivi e smodati, dei vertici della rappresentanza politica locale. No! Non bisogna reagire all’azzardo della dissacrazione e della derisione; non si deve attivare l’energia emozionale e l’intelligenza critica; è necessario contenere le vibrazioni del sentimento religioso e soprattutto frenare il clamoroso dissenso per lo stravolgimento figurale e lo slittamento luciferino.
E poi guai a interrompere la "trasfigurazione modernistica" della città.
Infatti lo scherzo mondano e il virtuosismo estetico, giocati negli ultimi anni con "sinistro voyeurismo" da fumetto, con maschere oniriche e grottesche, collocate nei luoghi decisivi della città, finiscono ora per proporre una contaminazione perfezionata, che amalgama e corrompe, altera e fonde, e svilisce orizzonti distanti ed opposti con la tenebrosa manovra dell’oltraggio.
Ma viva l’artista-manager internazionale che, ponendosi gaiamente "al-di-là" dei valori, riesce ad impegnare in tutto il mondo i gruppi dirigenti, finanziatori diligenti, seri combattenti per la libertà di espressione, apologeti innocenti della creatività "comunque".
Ma perché ferire il volto della città con l’ambiguità, la distorsione eccentrica e degradata, sottile, maliziosa, brutale, e trascinare, infine, la sua immagine in un’atmosfera sulfurea, carica di perverse suggestioni sataniche?
La maschera nera sul bianco Campanile ferisce lo sguardo con una dolorosa spina di violenza e di perfidia, abbruttisce il gioioso contesto dell’antica tradizione ecclesiale e civile, oscura l’orizzonte della convivenza pacifica, gela lo stupore contemplativo per l’architettura dell’incomparabile complesso storico-culturale-religioso.
Si diffonde ormai un’attitudine consumistica volta a misurare solo la convenienza commerciale di una "performance" o di un "manufatto", senza l’indicazione di significato, senza la valutazione di senso.
Il capitalismo compiuto ed onnivoro esige, anche da noi, di essere esteticamente realizzato. Affidando all’arte non l’essenziale e decaduta funzione catartica, ma la strategia radicale della anestesia: privare di tensione emozionale e concettuale lo stesso messaggio iconografico.
Con poderose risorse devastanti e distruttive l’ondata postmoderna sopraggiunge perfino nelle Chiese, nella loro progettazione architettonica e nel loro apparato iconico: con l’espulsione del Tabernacolo eucaristico dalla centralità spaziale e liturgica, con l’impoverimento espressivo, con la teatralizzazione scenografica, con l’abolizione degli inginocchiatoi, con la mortificazione della verticalità trascendente, con l’emarginazione post-luterana della Madre di Dio,…
Siamo tutti immersi nel delirio di una ideologia che saccheggia e consuma tutti i patrimoni della tradizione; che manipola, altera, trasforma tutte le figure, le immagini, le presenze che abitano il reale e il virtuale di quest’epoca; che gioca con i concetti, i valori, gli ideali e li impasta con montaggi sofisticati in "spot", in commedie, in farse, senza imbarazzo e senza preoccupazioni.
E’ la normalizzazione dello scandalo e del Mistero. E’la mistica desolante del vuoto attraversato solo dalle tensioni della sceneggiatura, dagli strepiti dello spettacolo, dalla variabilità e dalla follia, dalle preoccupazioni pubblicitarie dell’audience.
Quando l’apparato mercantile-pubblicitario aggancia la politica, è il potere di governo a perdere la sua autonomia, già marginale, che è rispetto, prudenza, giustizia, e a subire la presa di seduzione e di esibizione del messaggio e della comunicazione estetica.
Il committente è il primo destinatario dell’anestesia e, quando è pubblico, pretende, con l’umiltà del servizio, in nome della democrazia elettiva e della libertà espressiva, di imporre il paradigma post-progressista introducendo la logica nichilista nella configurazione spaziale e nella intelligenza stessa della comunità.
Perciò il "mamozio", sottoposto a "maquillage" sacrilego non può subire l’offesa del rigetto; né può essere contestato per la sua disposizione logistica: il suo habitat non è il Museo, la Rocca né lo spazio privato. Il suo ruolo metafisico deve essere giocato, necessariamente, nella destinazione del Sacro: l’In-sipienza e la Sapienza, insieme!
L’ossessione dell’arte contemporanea: consacrarsi! Non come idolatria polimorfa e politeistico neopaganesimo; ora, come esclusiva, arrogante rappresentazione che va a sovrapporsi all’antica contemplazione della Bellezza della Santità. E’ la scalata al Cielo, e non solo allusiva e simbolica.Ora solo un Prete -uno solo-si è lasciato, trascinare dalla follia assoluta del Vero del Buono del Bello, nell’azione generosa di salvare, dalle macerie e dal disprezzo, il bel Campanile di Santa Sofia, in sintonia con la tradizione culturale e con l’energia spirituale profondamente vive e forti nella mente, nel cuore e nell’anima della nostra Gente.
Signor Ministro, dia un segnale di indignazione e riconsegni dignità e rispetto alla tradizione della Bellezza e alla memoria del Mistero.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 26/1/2007)


Concerto di Speranza per il 2007

Non è semplice raccogliere i pensieri più veri, i propositi più buoni, le immagini e i gesti più belli che hanno attraversato, indenni, il frastuono, i bagliori, le fatiche conviviali e le pigrizie delle feste.
Tutti segni di vita e di speranza animati e purificati da Dio, entrato, con il Natale, nei tempi e nella carne degli uomini e manifestato, con l’Epifania, all’attesa e all’adorazione della storia e della terra. Tutte "stelle di luce" che possono illuminare nella notte di questa civiltà, come una volta ai Magi, i passi dell’esistere e del convivere.
Il primo "Segno di Luce" è il Presepe che viene a risvegliare nella memoria dell’anima la tradizione e lo splendore dell’incontro tra il divino e l’umano, per ammonirci di non rinunciare al Mistero che è venuto ad abitare in mezzo a noi con il sorriso e il pianto del Dio Bambino Salvatore. E, con la potenza di un Dio a servizio dell’uomo, invita la ragione, resa arrogante dal trionfo della scienza e della tecnica, a non imprigionare l’umanità nella schiavitù della disobbedienza e della ribellione, ma ad aprirla, in tensione dialogica con la Fede, alla ricerca dell’Eterno. Il rispetto per il presepe è un segnale di adorazione della Verità della Vita e diventa rinnovata venerazione per i bambini, per la loro innocenza, per la loro dignità, per il loro destino, ed è rifiuto e condanna dei vergognosi gesti di violenza, di sopraffazione, di sfruttamento che uccidono, insidiano e sporcano l’esistenza e la bellezza dell’infanzia.
Commossi e adoranti davanti a Gesù Bambino non potremo mai appartenere ai carnefici della corte di Erode.
Il Segno del Dono! Da "Babbo Natale" alla "Befana" si moltiplicano, grazie anche all’industria del regalo e ai meccanismi del consumismo di massa, i gesti e gli oggetti del donare, per rivelare affetti, sentimenti, sensazioni di fraternità, di amicizia, di amore.
Nascono dal desiderio e dalla gioia di manifestare la continuità di un legame familiare, di una relazione interpersonale e civile, di ravvivare un rapporto freddo o già spento.
C’è in questa tradizione la risonanza della "civiltà dell’amore", annunciata dal Vangelo e ancora non realizzata nella storia; c’è, forse, l’attesa che possa sopraggiungere, non tanto per i nostri sforzi e le nostre scelte, ma solo per improvvise irruzioni del trascendente, il nuovo volto della creazione e delle creature.
Ma il segno del dono è un appello forte perché il cuore si apra alla tenerezza, all’accoglienza, al perdono, perché le nostre mani si protendano a soccorrere, ad aiutare, ad abbracciare gli ultimi della terra, sventurati ed infelici.
Un terzo Segno è offerto dall’intenso scambio di Auguri: "Buon anno!"
Attese e aspettative di pace, di lavoro, di salute, di felicità!
Per resistere, insieme, all’aggressione del male, all’agguato della morte, al dilagare delle paure e delle angosce. Il "Bene comune" è la missione vera e santa che dobbiamo confermare nella coscienza personale, nelle relazioni sociali, nel patto civile e politico, nel processo di unificazione dei continenti e dl mondo. Lo scambio augurale è rinuncia all’offesa, rifiuto dell’egoismo, partecipazione al dolore e alla miseria dell’altro. E’ promessa di servizio, impegno di solidarietà, affermazione di amicizia e di fraternità.
Dal Natale all’Epifania ognuno ha avuto la possibilità di essere toccato da questi segni di luce, di amore e di speranza e può riprendere il cammino del quotidiano con nuove risorse di pietà, di responsabilità e di coraggio.
Se, invece, questi segni -il Presepe, il Dono, gli Auguri- perdono di significato, non ha più senso la vita; e le circostanze festive, strappate all’orizzonte, alle radici e alle finalità dell’umanesimo cristiano, si consumano come momenti di vanità, di dissipazione e di ottundimento.
Ecco perché è pericolosissima la pretesa razionalistica ed edonistica di voler lacerare il tessuto vitale che, alimentato dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero, sorregge ancora, seppure svigorito, le condizioni culturali e storiche di questa Civiltà.
Ora che riprende il cammino dell’anno nuovo, mentre continua la tempesta di violenze e di odi e la comunicazione globale ci raggiunge, ogni momento, con notizie di morte e di malvagità, di inganni e di soprusi, ognuno di noi ha bisogno di speranza.
Per vincere, con la pace nel cuore, la guerra che assedia le nostre giornate, per annunciare a tutti, delusi e sgomenti, che il trionfo dell’Amore è vicino.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 12/1/2007)