Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

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Auguri: "più splendore" di Verità, di Pace e di Amore nel 2007
Il papa nella Moschea Blu
Il Sacro e il Profano della Città
La morte e la Speranza
La Fede e la Ragione: la sfida di Benedetto XVI
Il Cristianesimo addormentato
A scuola di Vita di Libertà di Amore
Medjugorje: i Segni dell'Amore e della Pace
I volti di luce di Mariano Goglia
Il Calcio tra mondiali e processo
Auguri all'Arcivescovo Andrea!
Dopo Auschwitz: Indifferenza o Amore?
La risposta cristiana a "Il Codice da Vinci"
L'emergenza politica e la Speranza del Paese
Vivere e morire per risorgere
La Speranza telematica - La ricostruzione delle relazioni comunitarie
Una speranza irrinunciabile: la Politica al servizio dell'Uomo
Emergenza educativa: una Generazione senza Padri e senza Maestri
La satira e la libertà di offendere Dio
Tra ipocrisia e speranza
Carcerati senza speranza


Auguri: "più splendore" di Verità, di Pace e di Amore nel 2007

Spero, caro Direttore, che il Natale sia vissuto serenamente, senza disagio, senza l’esclusione e l’oltraggio dei simboli religiosi, senza far scomparire il senso del più grande evento della storia: l’ingresso del Figlio stesso di Dio nella carne, nella vita, nella storia e nel destino dell’umanità.
Certamente, anche da noi, si avverte la spinta insidiosa di una crescente scristianizzazione. Si continua a festeggiare, nel clamore effervescente di un consumismo esasperato, il Natale di una Persona sempre più sconosciuta e lontana. Si è inaridita nella coscienza delle nuove generazioni la memoria dell’avvenimento di duemila anni fa. Continua lo scardinamento dell’epopea culturale, poetica, artistica, ecclesiale del Dio-Bambino. La tradizione natalizia, infatti, non propone più la bellezza luminosa del Mistero evangelico, non rivela lo stupore dell’innocenza e del candore del Bambino e della Madre di Betlemme, non comunica più il messaggio santo della Redenzione e della Salvezza.
La morte di Dio e dell’Uomo ha scacciato il piccolo Nato umano-divino dal Natale stesso. Natale sconsacrato, miserabile spazio-tempo dell’effimero, della vacanza, del divertimento.
La ragione mondana, mercantile ed edonistica, non riesce a sopportare neppure i "segni" che richiamano ed offrono il dono della Fede, la profezia della Speranza, il modello dell’Amore. E scatta la condanna culturale, l’esclusione commerciale, il veto neo illuministico, con motivazioni strampalate ed odiose, in nome, addirittura, del rispetto di altre fedi, di altre religioni, di
altre culture.
Guerra, allora, al Presepe!
Bisogna eliminare Gesù! In nome della libertà: questo è il "capolavoro" del "razionalismo nichilista" contemporaneo. Ma questa strategia infame, ipocrita e suicida, consegna follemente la condizione umana all’annientamento di se stessa, della sua radice e della sua finalità, alla cancellazione dell’Alfa e dell’Omega della vita e dell’eternità.
Avremmo potuto allontanare dallo scenario di questi ultimi tempi una così gelida esperienza di rifiuto e di rinnegamento, di offesa e di morte? o, almeno, contenere la devastante dinamica di paura, di risentimento e di disprezzo?
La risposta è in gran parte avvolta in segreti nascosti, in profezie non svelate, in speranze ancor vive ma deluse da riservatezze esasperanti e da una fiducia insufficiente nella materna tenerezza di Maria Santissima. Da Lourdes, da Fatima, da Medjugorje, da Naju, da Civitavecchia, da tanti luoghi e attraverso tante voci, la Mamma di Gesù continua a chiedere, implorare, annunciare, avvertire e, anche, a piangere con lacrime di sangue.
Ora sembra che la stessa "Verità di Fatima" non sia , dopo la rivelazione del 13 maggio 2000, ancora del tutto svelata e comunicata. Antonio Socci ne "Il quarto segreto di Fatima" pone interrogativi sorprendenti e inquietanti.
Perché restano ancora chiusi i percorsi del soccorso del Cielo e sepolti i messaggi della Salvezza e della Pace? L’intelligenza umana verrebbe richiamata alla responsabilità, e la volontà a decisioni urgenti e necessarie per evitare gli esiti dolorosi e tremendi di questa avventura orgogliosa e insipiente della storia contemporanea.
Sul finir di questo anno, pur esso segnato dalla tragedia del male e dal tormento della paura e dell’angoscia, s’innalza una domanda dolente di aiuto, perché non venga allontanata dall’ascolto fiducioso di credenti e non credenti la parola dell’avvertimento, della denuncia anche dura e clamorosa. Abbiamo bisogno di Profezia! Ora.
Ormai si fa tardi! Le sentinelle, vigilanti sulle frontiere della storia, gridano l’allarme! Gli ultimatum di Fatima e di Dozulé siano riconosciuti e rilanciati con piena trasparenza, con forte determinazione, con totale affidamento e raggiungano presto i cuori ancora in attesa.
Ci è stato detto, da Gesù, che la verità ci renderà liberi! Ci è stato ricordato, da Giovanni Paolo II, che non dobbiamo aver paura!
Allora perché si continua a discutere sulla parzialità evidente e sconcertante del "terzo segreto di Fatima"?
Abbiamo il diritto e il dovere di conoscere la Verità.
Al popolo di Dio, che è l’intera umanità, sia confidata apertamente e compiutamente la salvezza che la Madre del Bambino ci rivela ancora oggi con premura materna.
In questo orizzonte, ecco gli auguri affettuosi, che rivolgo a Te e ai lettori: mentre la notte ancora avanza, ci raggiunga nel 2007 più splendore di Verità, di Pace e di Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.22/ del 22/12/2006)


Il Papa nella Moschea Blu

Roma-Costantinopoli: un asse antico che ritorna alla ribalta della storia?
Quando sembrava irreparabile e definitiva la rottura, è sopraggiunto insperato e sorprendente un incontro di armonia e di concordia tra il Cristianesimo e una parte importante della vicenda planetaria dell’Islam. Come pure, quando sembrava non vicino un appuntamento decisivo per l’unità piena dei Cattolici e degli Ortodossi, ecco la dichiarazione comune che apre una grande, più certa e fondata speranza.
Il Papa di Roma ha lanciato due ponti -Egli il Pontefice- per ricongiungere finalmente due mondi divisi, dal 1053 per lo scisma tra Bisanzio e il Papato, tra l’Oriente e l’Occidente dell’antica civilizzazione romana e cristiana ed anche per realizzare, con il dialogo, mutua comprensione, rispetto reciproco delle differenze, pacifica convivenza in Europa e nel mondo di culture, di religioni e di civiltà che rischiano un tragico scontro planetario, negando l’affermazione e la pratica del principio della libertà religiosa, di culto e di coscienza.
La Turchia di Atatürk e di Erdogan, che, nella sua storia, è abitata dalla genesi della ricerca filosofica, dalle radici delle prime chiese cristiane e dei primi Concilî ecumenici, dalla "rifondazione dell’impero" di Costantino e di Giustiniano e, poi, con la conquista del 1453, dal potenziale enorme dell’espansionismo ottomano, ridiventa ora un punto determinante dell’evoluzione geopolitica dell’Europa e del destino stesso della universalità cristiana, nella fase complessa e drammatica della globalizzazione.
Il Pontefice cattolico riassume nell’umiltà delle parole, nella splendida tradizione dei riti, nella suggestione dei gesti di commozione, di pietà, di amicizia, il protagonismo incomparabile di guida dell’umanità.
Nel momento stesso dello scambio della pace, dell’abbraccio, dell’incontro di amicizia con il Patriarca di Costantinopoli, è stato confermato ed esaltato l’esercizio del "primato petrino" come segno supremo di servizio e di amore apostolico.
C’è in questa contemporaneità della "doppia presa" teologica, spirituale, morale, istituzionale con "il mondo islamico" e con "il mondo ortodosso", nel crocevia greco-bizantino-islamico, uno straordinario appuntamento del Papa e di Cristo con la storia.
Una storia che sembra ricapitolare, in questo difficilissimo presente, dinamiche antiche e recenti, tragedie di popoli, attese e speranze lontanissime che attendono compimenti imminenti.
Questo appuntamento storico non è un imprevisto. Era stato già annunciato il ritorno all’unità, fin da quando s’era determinata la rottura, non solo nei rapporti politici e civili, ma nello stesso Corpo di Cristo, nella ecclesialità condivisa sia nella dimensione apostolica e comunitaria, sia in quella teologica, liturgica ed eucaristica.
L’abolizione della "reciproca scomunica" non ha ancora avuto conseguenze efficaci nella professione di fede, nell’intesa pastorale, nella comunione effettiva.
Ecco perché il doppio incontro storico-religioso in Turchia può essere letto razionalmente solo dentro un processo di fede e di purificazione e, quindi, segnato in un ritmo di causalità che consegna la priorità alla riconciliazione perfetta del Cattolicesimo con l’Ortodossia.
Un evento eccezionale che affida la pacificazione del mondo al primario "amore per il prossimo" che si ricostituisce innanzitutto dentro l’orizzonte unico degli eredi apostolici nella comunione delle Chiese d’Oriente e d’Occidente.
Ad uno sguardo non religioso, laico o laicista, sul conto del processo storico va messo essenzialmente il problema islamico. Invece solo l’incontro cattolico-ortodosso ridefinisce l’orizzonte complessivo del Cristianesimo e lo rilancia in una completa integrazione sulle frontiere del dialogo interreligioso e delle relazioni con le altre culture e con le altre civiltà, per una più larga unità di popoli e di nazioni.
L’incontro stupendo alla Moschea Blu del mite, dolce, semplice, forte Papa Ratzinger è divenuto simbolo e speranza di una grande prospettiva che è stata resa più credibile, vera e reale dall’intesa fraterna con Bartolomeo I. Dopo questa visita storica, nel nostro futuro diventa più vicina, necessaria ed urgente la speranza di Dio "perché tutti siano uno".
Il mistero dell’unità del genere umano si sta rendendo visibile e prende forma nel ministero universale dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo di Papa Ratzinger "apostolo del dialogo e della pace".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.21/ del 8/12/2006)


Il Sacro e il Profano della Città

Senza tacere, senza acconsentire, con coraggio hai evocato, caro Direttore, la "Città violentata" e "l’inquietante figura apparsa sul Campanile di Santa Sofia!".
Anche la nostra città subisce l’assalto violento della marea postmoderna.
Cadono le distinzioni, le gerarchie, le differenze; vengono cancellate le identificazioni di qualità, di forme,di stili; perdono valore le opposizioni di parole, di segni, di generi; crollano le definizioni e le classificazioni.
"Non ci sono più distinzioni nette tra guerra e pace, sovranità e servitù, invasione e liberazione, uguaglianza e dispotismo, non ci sono più distinzioni incontestabili fra carnefice e vittima, uomo e donna, tra le generazioni, tra crimine ed eroismo, legge e violenza arbitraria, vittoria e sconfitta, sinistra e destra, ragione e follia, medico e paziente, maestro e discepolo, arte e ciarlataneria, scienza e ignoranza".
Al grande filosofo polacco, Leszek Kolakowski, non sfugge l’essenza di questo tempo che sconvolge i confini dei valori e degli assetti concettuali e introduce tutte le cose nel vortice del capriccio e dell’illusione. L’uomo può liberarsi di tutto, di ogni tradizione, di ogni senso, di ogni significato, di ogni regola, di ogni misura, perfino dell’identità.
Nell’annuncio del Macbeth di Shakespeare -"Il bello è brutto, il brutto è bello"- c’era già la profezia di questo presente.
Anche Benevento, per merito della Cultura delle Istituzioni territoriali, è "nell’affanno e nell’indifferenza" per questa follia della Ragione contemporanea che si rifiuta totalmente alla presa del Vero e del falso, del Bene e del male, del Bello e del brutto.
E’ divenuto, così, difficile per tutti e tragico per le nuove generazioni, ridare senso al nostro vivere frettoloso e sempre più sacrilego, cercare significati in parole frivole, in amori sciupati, in segni confusi ed ambigui, in messaggi contorti ed equivoci, nell’impasto grottesco di scandalo e di censura.
Che il mondo sia giunto ad un estremo e che tutti noi, ormai, siamo attratti dalla vertigine della dissoluzione, mascherata dalla patetica e smorta organizzazione dell’"assoluto benessere", non è più un segreto, non è più una novità.
Sono state presentate, dappertutto, e gioiosamente registrate ed accolte dalla Cultura contemporanea, con il vigore tetro e decadente della sfrontatezza, le dimissioni morali dell’umano, che ora resta paurosamente sospeso nella notte e nel vuoto.
Da noi, è stato compiuto un passo in avanti, è stato segnato un primato.
Non ho notizia che sul Campanile di Giotto sia iniziata la scalata dell’"Uomo-Ragno", o che sulla Chiesa di Assisi o di Nôtre-Dame abbiano trovato stabile dimora gli eroi violenti e superbi dei cartoons.
Nei tempi tristissimi dei totalitarismi disumani e forsennati "era consentito il gracidio dei nani e dei demoni. Ma le parole pure e nobili ci erano vietate!"
Nessun divieto, ora, nessun limite: ogni volontà è libera di decidere senza condizionamenti di norme, di regole, di ossequio, di venerazione, di pietà.
Il Sacro, ora anche il Sacro, subisce l’insidia dell’arbitrio, l’aggressione del profano, il gioco dello svuotamento, l’attacco dell’utopia della liberazione dal peso della Tradizione.
Il rifiuto del rispetto del Sacro, per le sue forme, per il suo spazio, per la sua autonomia, anche per i suoi testimoni, è l’ultimo traguardo che si propone il Pensiero suicida dell’Occidente, che, ormai, senza radici e senza destino, annienta anche l’ultima difesa contro la violenza e il dispotismo, contro la minaccia mortale alla sua cultura e ai suoi valori.
Affranchiamoci, dunque, dal Sacro, irridendo i suoi volti, i suoi segni, le sue forme, i suoi templi, con lo sfregio di stolte profanazioni, di vili contumelie, di spregevoli insulti!
Ora solo la satira è sacra!
Ma non dobbiamo dimenticare, lo ricorda ancora il filosofo polacco, che "l’ordine del sacro è anche la sensibilità al male".
Spazzare l’uno è cancellare l’altro. Se nulla è sacro, nulla è intoccabile, nulla è riprovevole tutto è permesso.
Consegniamo tutto, anche le cose più sacre, più intime, più riservate, al potere della pubblicità e del mercato, all’esibizione sconsiderata delle mode, all’esercizio illimitato della vanità e della volgarità.
Bernanos ci aveva avvertito che il capitalismo totalitario avrebbe reso "il mondo di domani inabitabile per l’uomo cristiano".
Allora, possiamo subire il mutamento radicale del paradigma della Civiltà e delle categorie razionali della cultura greco-giudaica-cristiana, lasciandoci trascinare dalla corrente torbida del sincretismo storico-culturale-artistico che supera i dualismi tradizionali dello spirito-materia, anima-corpo, Dio-uomo, ragione-fede, vero-falso, uomo-donna, logos-istinto, bene-male, sacro-profano!
E’ il trionfo della mitologia della "società estetica e gaudente", in cui tutto si tiene, in cui anche il soprannaturale diviene proprietà disponibile per il "consumo", lo "spettacolo" e i "rifiuti".
Ma chi ritiene che il Cristianesimo, dopo due mila anni, debba sopportare la rivincita politeistica dell’invadente neo-Paganesimo, consideri anche la misura dell’offesa "alla ragione e alla fede", e la gravità dell’ingiuria alla "coscienza umana"e ai simboli di una città che non ha rinunciato alle radici della sua civiltà e alla garanzia anche artistica della sua Tradizione.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.20/ del 24/11/2006)


La Morte e la Speranza

Il pensiero del nulla ha aggredito la Fede e, infine, ha insidiato anche la Speranza.
La morte della Speranza è il funesto evento partorito dalla pretesa insipiente che DIO non è protagonista della nostra vita e della nostra storia: viene cancellato l’orizzonte che trascende l’esistere terreno e l’aldilà resta inevitabilmente vuoto, senza giustizia e senza felicità.
Vita eterna, allora, senza fondamento, perché non c’è Dio eterno e infinito. E, quindi, non c’è un uomo convocato all’immortalità: il suo impasto si disperde con il venir meno della carne e del cuore destinati alla corruzione.
In questi giorni il culto dei morti, con una breve riviviscenza, richiama intorno alle tombe dei cari il nostro ricordo e la nostra preghiera, e l’animo gemente e sgomento si rivolge al nostro ultimo e definitivo destino.
Che ci attende? il Volto della Misericordia e della Giustizia di un Dio? oppure un vuoto che tutto annienta dell’essere libero e amante, abitatore dello spazio-tempo nel brevissimo soffio dell’esistere?
Ma può l’enigma della morte sconfiggere il vivo desiderio di vivere, di amare, di felicità? può il morire sottrarci alla necessità del giudizio sull’amore? può essere assegnato un termine alla potenza di essere, all’energia dell’attesa di eterna comunione, alla promessa primordiale e redentiva di deificazione?
La sconfitta della morte è stata già annunciata, la proclamazione della Resurrezione è già avvenuta. La storia sa che una tomba non riuscì, duemila anni fa, a trattenere oltre il terzo giorno il DIO Incarnato ed Ucciso. La Santissima Madre già vive l’eternità nel Corpo trasfigurato.
Oggi, e fino all’ultimo momento del tempo, dobbiamo fare i conti con la morte! senza nasconderci in stupide rimozioni, in gaudenti spensieratezze, in soffocanti divertimenti; ma anche senza provocarla -la morte- con inutili stragi, eccitarla con vergognose eutanasie, incitarla per diritto democratico al massacro degli innocenti. Ed ora sopraggiunge anche la squallida carnevalata degli spettri di Halloween ad infrangere la dignità della Morte nei giorni consacrati ai nostri Morti, ai nostri Santi.
All’"anticultura di morte", che introduce la orribile potenza di distruzione nel cuore della civiltà umana, bisogna opporre un contrasto forte del pensiero e della testimonianza fondati sul "Principio della vita", sul "Diritto alla Speranza", sull’"Aspirazione alla Resurrezione".
Il contrasto, infatti, può essere sostenuto da chi ha rispetto, con umile stupore, per il grande mistero in cui siamo ed ha fede nella vita del mondo che verrà.
Allora l’esistenza può essere una passione tragica, una danza macabra, una catastrofe ineluttabile?
NO!
L’uomo non è destinato alla morte; la sua verità è l’immortalità.
Contro la superideologia del nichilismo gaudente e mondano, che irride l’essere, disprezzando e scimmiottando la verità della vita, della libertà e dell’amore, insorga, con coraggio e intransigenza, il sentimento antico della sacralità della morte, il culto della memoria e della pietas.
Il Nichilismo: continuare a giocare una partita già perduta! "Il giorno splende un istante ed è subito notte".
Il Nichilismo: "Non c’è Giudizio né Giudice".
Bisogna invece decidersi: decidere di continuare ad amare per essere per sempre riamati.
"Dinanzi all’enigma della morte, ci dice il Papa Benedetto XVI, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell’aldilà i propri cari. Come pure è forte la convinzione di un giudizio finale che ristabilisca la giustizia, l’attesa di un definitivo confronto in cui a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto."
"Vita eterna" dunque, dono di salvezza e di grazia e di felicità, in comunione con Dio e con tutti gli uomini per sempre; oppure "Morte eterna", naufragio definitivo e irreversibile in un destino di eterna sventura.
Essere o non essere! L’antica questione, che ad ognuno si pone da quando l’uomo è, non può essere elusa: ci interroga, ci inquieta ed esige, soprattutto davanti alla morte, una risposta di Speranza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.19/ del 10/11/2006)


La Fede e la Ragione: la sfida di Benedetto XVI

Che cosa è la Ragione, tra le pretese onnipotenti dell’orgoglio e il cedimento autolesionistico della fragilità umana?
La Ragione umana, dono di Dio alla sovranità umana nel mondo e nella storia, è il "bene primario" che la Cultura contemporanea ha incarcerato, purtroppo, in una prigione chiusa all’Infinito della Rivelazione, all’Eterno del desiderio d’Immortalità, all’Assoluto dell’Amore.
La lezione altissima di Papa Ratzinger, severa, cristallina, impegnativa, indica invece la necessità e l’urgenza di un recupero del Logos –della parola e della ragione- e della sua attitudine naturale a cogliere la profondità della realtà e a sentirne anche il mistero che l’abita.
La Ragione non è calcolo di utilità e di convenienze, strumento di misura e di sperimentazione delle opinioni e delle apparenze, incapacità di cogliere lo spessore dei significati e di riconoscere il respiro, il senso semplice e drammatico della vita e della storia.
La Ragione umana è la competenza di intuire, al suo ultimo orizzonte, il Mistero e di dialogare con la Presenza Divina che costituisce il fondamento stesso della Realtà.
Non è solo una funzione parziale, specialistica, strumentale; è, oltre questo, la "ricerca di Significati" che ci interrogano sempre; è "l’intelligenza di Segni" che rivelano, nella dinamica del divenire, l’analogia col Trascendente; è "luce di Senso" che intravede in dialogo con la Parola di Dio, nell’esperienza di ogni giorno, il fine vero, buono e bello dell’esistere.
La cultura occidentale, coltivando una ragione "angosciata" e impotente a trascendere la "materialità delle cose apparenti", ha finito col negare la possibilità di dialogare con i mondi altri da sé,con le Grandi Religioni, ed anche con le strategie e le prospettive etiche e politiche dell’Unità del genere umano e della Pace.
Anche la Ragione scientifica, nell’esercizio esclusivo della sua "potenza", con la pretesa di essere la sola a offrire certezza di verità e a divenire, con la tecnologia, garanzia di salvezza, crea solo una grande, tragica illusione che finirà, offendendo la coscienza umana, con l’annientare il destino di Bene del mondo.
La Ragione è "apertura totale" alla profondità sconfinata del Cuore umano e all’altezza infinita, irriducibile e trascendente della Ragione di DIO trino e uno.
Benedetto XVI ci ricorda: "Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio."
"DIO è AMORE: Pensiero, Parola, Azione d’Amore!"
Allora la Ragione, colma di gratitudine per il dono di essere e di riconoscere il donatore della vita razionale, può, curando con la Grazia della Redenzione le ferite che la Storia del pensiero le ha lungamente inferto, recuperare la sua pienezza e la sua grandezza al servizio dell’Uomo.
Il potere della Ragione è a immagine e somiglianza "del Logos divino" che, incarnato nell’Uomo, lo redime per riconsegnarlo completamente all’Amore.
Le "piccole ragioni" degli interessi egoistici e delle competizioni politiche, delle giustificazioni economiche, delle ipocrisie ideologiche, delle ambizioni di successo, delle violenze contro i deboli e gli ultimi non appartengono alla Ragione umano-divina, ma alla drammatica storia del male che insidia la Speranza che è in noi.
Benedetto XVI ci invita a vivere e ad agire secondo Ragione, che è dono e compito per i Credenti ed anche per quelli che non credono.
Mentre gli eredi degli arroganti maestri delle Ideologie razionalistiche hanno rinunciato nell’onda nichilistica a credere nel valore della Ragione, il PAPA di ROMA, invece, riaffida proprio alla Potenza dell’Intelligenza Umana aperta all’Eterno e all’Infinito il nostro universale Destino di salvezza e di felicità.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.18/ del 27/10/2006)


Il Cristianesimo addormentato

Prendere coscienza della gravità del momento: è l’urgenza che deve risvegliare l’attenzione spirituale sempre più impantanata nell’agguato della mondanità razionalistica, edonistica e materialistica.
Questo è un tempo di disgrazia.
Il mondo è in pericolo.
Alcune razze e alcuni popoli, abbandonati a se stessi, cominciano a scomparire per l’aggressione delle malattie, della denutrizione, della mancanza d’acqua, delle guerre. Si dilata l’orizzonte della desolazione.
La vita stessa nelle sue sorgenti è sotto l’attacco della morte e del nulla: milioni di bambini non nati su tutta la terra, l’eutanasia, il disprezzo per le persone non più autosufficienti, le violenze orribili sulle donne e sui piccoli…
Vengono a morire sulle nostre spiagge, ai nostri piedi fuggendo dalla fame, dalla morte e dalla paura dei carnefici e dei criminali, migliaia di donne, di bambini, di uomini sventurati e infelici, finiti nella rete mafiosa di organizzazioni criminali e schiaviste.
Questi poveri Cristi, figli della miseria, vengono fuori dal loro inferno per trovare DIOAMORE in ognuno di noi.
Ma dal cuore chiuso e indurito della gente e delle Nazioni viene solo la voce del rifiuto e della condanna, non si alza la mano che soccorre e protegge.
La nostra ingratitudine –il cinismo dell’Europa cristiana e scristianizzata– non passerà inosservata: "Ciò che avrete fatto al più piccolo tra voi, in bene o in male, è a Me che l’avrete fatto". E spesso la Storia, nella logica della reciprocità, rovescia le condizioni e i rapporti del chiedere e del rispondere.
Ormai il Cristianesimo dell’Occidente, tra l’agiatezza, la tranquillità e il benessere, ha dimenticato le Beatitudini e le Opere di Misericordia e Noi Cristiani, addormentati, non ci accorgiamo che si sta facendo tardi.
L’Italia è ultimissima in Europa nel soccorso ai paesi della miseria.
Anche nel mondo della cultura, dell’educazione, delle istituzioni della democrazia la cittadinanza cristiana sonnecchia, reticente, incapace di coraggiosa testimonianza nel difendere la Parola, l’Amore, la Legge, la Profezia.
Abbiamo paura!
Paura di difendere il Papa, di difendere la Famiglia, di difendere la Libertà, di difendere gli Ultimi.
Perché?
La paura viene dal cuore contaminato e avvilito dallo sfregio del male che ha insidiato e corrotto la nostra coscienza, ha addormentato le potenze dell’anima e demolito la relazione umano-divina tra le creature e la Trinità che crea, che redime e che santifica.
Alle gementi ferite di morte, che questa Civiltà senza DIO ha inferto al cuore umano, non risponde l’iniziativa diffusa, articolata, pronta del Cristianesimo nei luoghi dello scontro tra il razionalismo e la Fede, tra l’edonismo e la Speranza, tra la violenza e l’Amore. "Noi, cristiani tiepidi, saremo vomitati da Dio e dalla Storia!"
Senza reazione coraggiosa la cultura proterva e minacciosa del Nichilismo continua ad imperversare nei media e nelle scuole, nelle piazze e nelle strade con il permissivismo della droga, della moda, del sesso, con il cedimento all’arroganza universale della malvagità e dello scandalo.
Senza opposizione il mito del Darwinismo, con la carica scientista dell’evoluzionismo ateistico, continua a lacerare la relazione dell’uomo verso il Suo Creatore, ad allontanare la dolente necessità della Redenzione e a respingere dalla storia e dallo spirito il dono della Pace e l’attesa del Regno di Dio.
È, invece, urgente e necessario che il Cristianesimo esca dal torpore e si risvegli al grido della Verità, alla luce della Speranza, al fuoco dell’Amore.
Benedetto XVI, sentinella vigilante di questi ultimi tempi, esposto all’offesa volgare e insipiente anche dei nostri grandi intellettuali, non può restare solo a gridare al mondo, contro la tenebrosa cospirazione dell’odio antiumano, le ragioni della sopravvivenza soprannaturale del mondo e della Vita immortale.
La nostra Libertà asservita al Male, con la negazione e il tradimento dell’AMORE, è la vera causa della fame, delle malattie e della vergogna, ed anche della tragica impotenza di Dio.
Ma il Cristianesimo, certamente addormentato, non è morto. La brace è ancora viva!
Ecco, la speranza del risveglio imminente!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.17/ del 13/10/2006)


A scuola di Vita di libertà di Amore

Concluso il percorso estivo della Vacanza, riprende l’iniziativa culturale ed educativa della Scuola.
I bambini, i ragazzi, gli adolescenti rientrano, tra fatica, entusiasmi e disagi, nei processi istituzionali della formazione integrale della persona e dello sviluppo generazionale delle Comunità civili.
I valori, le regole, i sogni, i saperi e i poteri, che attraversano l’orizzonte della Cultura contemporanea, con la mediazione e l’esperienza del Magistero didattico incontrano il cuore, la mente, i comportamenti delle giovani generazioni.
La Scuola è il "luogo della Speranza" : vi si incrociano progetti di futuro e responsabilità del presente, memorie di tradizioni e di storie e i linguaggi, deboli e forti, della poesia e dell’arte, della letteratura e del dramma, della musica e delle tecnologie informatiche e multimediali.
Ma è, soprattutto, il "luogo della Vita" dove si vive l’esperienza della relazione cognitiva, emotiva ed affettiva tra i gruppi di pari e tra le generazioni,dove si imitano e si esplorano stili e consuetudini esistenziali, dove le scelte civili, sociali,morali si misurano con i destini e le decisioni dell’intera realtà vitale ed umana.
Ed è in questa vicenda complessa e problematica, difficilissima ed inquietante,eppure entusiasmante e vivacissima, che emergono questioni decisive per l’avventura dell’uomo e della civiltà contemporanea. Il tormento del Nichilismo, con la potenza distruttiva delle ragioni forti e delle radici costitutive della Cultura dell’Occidente, insidia profondamente anche la tenuta delle strategie educative e indebolisce la capacità di orientamento e di risposta alle "grandi domande".
I desiderî, le attese, le speranze delle giovani generazioni non trovano corrispondenza positiva nel clima relativistico, superficiale e discorde del consumismo devastante, del materialismo invadente, del divismo disordinato e corruttore, i cui modelli violenti di idolatria e di perversione dominano incontrastati nei circuiti mediatici e culturali.
La Scuola non riesce più ad offrire compiutamente le condizioni teoriche e pratiche, culturali ed etiche, pedagogiche e didattiche per una sicura RICERCA della VERITA’, per un generoso CAMMINO di LIBERTA’ e di SPERANZA, per una viva TESTIMONIANZA di AMORE.
Ecco la "Scuola" sembra privarsi sempre più di "unità e di giustificazione" e i grandi interrogativi sull’Identità umana, su gli Altri, sul Destino della realtà, su Dio, sul significato della Storia, sulla Morte, sull’Amore, restano paurosamente senza risposta. Le nuove generazioni, rimangono, così senza "ascolto", senza "parole", senza "cammini" nell’itinerario esistenziale: nella sperdutezza tragica del "senso della vita e del mondo".
Nel groviglio di dubbi sistematici, di paure incombenti, di risentimenti e di odi inauditi, la coscienza delle nuove generazioni, priva di Misura, di Regola e di Fine, non riesce a giudicare il Vero e la menzogna, a discernere il Bene dal male e a orientare l’agire sul segno di contraddizione tra il Giusto e l’ingiusto, tra il Perdono e la condanna.
E’ a rischio, quindi, la fondazione stessa della Civiltà dell’Occidente nella trasmissione culturale ed educativa e nella continuità della Convivenza civile e valoriale.
L’avvento delle nuove energie umane e spirituali su i sentieri della Storia del nostro pianeta ha, con l’urgente necessità del Diritto e del Dovere, veramente bisogno della grande inesauribile tradizione dell’Umanesimo Cristiano che è la Scuola della Vita, della Libertà e dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.16/ del 29/9/2006)


Medjugorje: i Segni dell'Amore e della Pace

Medjugorje! In questo luogo meraviglioso e carico di Mistero e ormai famoso della Bosnia-Erzegovina, nella regione di Mostar martoriata dalla non lontana tragedia di sangue e di stragi fratricide, senti sempre viva la presenza dolce e affascinante della PACE.
Il Silenzio, il potente mormorio multilinguistico della Preghiera intensa del Cuore, la Gioia lungo i percorsi accidentati e faticosi del Krizevac e del Podbrdo, la Convivialità fraterna, la Veglia Eucaristica di suoni, di canti, di voci che aprono varchi ai confini del Cielo, il respiro profondo e corale dell’Eucaristia celebrata con le risonanze felici della Resurrezione,…MIR, PACE!
E’un’esperienza che penetra le profondità sconfinate dell’anima, e che non si chiude nell’intimismo isolato e soddisfatto dell’io, ma si espande e si allarga e si lega alla vicenda spirituale dell’intero Pellegrinaggio beneventano di SAN GENNARO, immerso, a sua volta, nell’onda viva, multiforme, delle nazionalità, delle lingue, delle genti provenienti da tutte le latitudini della Terra.
Il Silenzio: è sembrato un "punto di eternità" quello vissuto nella notte abitata dal Cielo stellato, mentre IVAN – uno dei Veggenti che dal 1981 vede, prega e parla con MARIA – circondato da migliaia di fedeli, è in ascolto della MADRE DIVINA che continua a chiedere ai suoi figli amore, preghiere, penitenza ed anche a ringraziare con tenerezza inaudita: "Grazie per aver risposto alla Mia Chiamata!"
La Preghiera del Cuore: nella coralità di toni, di timbri, di suoni diversi, in un incontro armonico di slavo, di italiano, di inglese,…s’immette, senza confusione e senza difficoltà, la vibrazione personale dell’Invocazione, del Ringraziamento, del Pentimento, del Pianto, lungo il percorso profumato del ROSARIO che s’innalza lento, vigoroso, solenne in dialogo con la REGINA della PACE.
La Via Crucis: albeggia, l’erta di pietre sembra rischiosa, la bianca CROCE poderosa e invitante è lontana, il passo diventa talvolta pesante e il respiro un poco affannoso; ma ad ogni Stazione con la preghiera penitente:"Ti adoriamo,CRISTO, e Ti benediciamo, perché con la Tua Santa Croce hai redento il Mondo" e con il canto dolente:" SANTA MADRE deh, Voi fate che le Piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore!" l’anima e il corpo recuperano vigore e desiderio di salire più in alto: e giungi, con tutti gli altri, alla XIV Stazione, dove è morto il 24 novembre del 2000 il grande Francescano Padre Slavko, apostolo coraggioso e tenace della GOSPA; e, infine, ecco la Resurrezione e, alla sommità del Colle della Croce, allo sguardo purificato si offre nell’intero scenario la Valle luminosa visitata, dal 24 giugno 1981, dalla Bellezza indicibile e dall’Amore senza fine della VERGINE MADRE.
La Profezia: non c’è più l’assedio ai Veggenti con la curiosità eccessiva e invadente dei primi anni; la compresenza crescente dei Pellegrini è ora pacata, serena e, tuttavia attenta a cogliere i forti Segni di Speranza che da Fatima a Dozulé, a Medjugorje la MADRE di DIO dona alle creature umane imploranti il Perdono e la Pace.
Presto i Dieci Segreti saranno svelati per svegliarci dall’inerzia e dall’indifferenza.
Giunge ormai alla fine la tristissima Civiltà del Peccato e della Morte di DIO e dell’Uomo.
Il Trionfo è vicino!
Andiamo a MEDJUGORJE: una Mamma premurosa e tenerissima è in attesa di noi, di tutti noi, con un Cuore Divino, Addolorato e Immacolato.
Andiamo per dire "Sì!": Sì alla Chiamata urgente della Messaggera della Gioia, della Sentinella della Pace, della Madre dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.15/ del 15/9/2006)


I volti di luce di Mariano Goglia

I Volti bianchi e caldi, di pietra di Lecce, sembrano attenderti da sempre nella meravigliosa Rocca dei Rettori sottratta per un piccolo spazio-tempo al ritmo consueto dell’Amministrazione del Sannio.
E’ un appuntamento sorprendente: in una delle splendide Quattro notti e più…. di luna piena, tra l’animazione festosa della città coinvolta nella gioia dell’incontro con la musica, il teatro, il canto, la gastronomia, rintracciando il percorso artistico si ha la sorte di incontrare segni carichi di simboli, comunicazione di significati profondi, apertura su orizzonti di senso.
Sembrano "monumenti archeologici" le icone di pietra di Mariano Goglia: nella loro fissità ti guardano, ravvicinate, dal lontano della storia e del mondo.
Ma non le vedi estranee e inaccessibili, perché pur solenni e aristocratiche, nella loro mitezza, le senti amiche.
In questi tempi imprigionati dal fascino effimero del divertimento casuale e consumistico, ed anche della rappresentazione spesso squallida del mutevole e dell’insolito, la tensione artistica di Mariano Goglia recupera, invece, l’essenziale della vicenda umana e l’affida, con il linguaggio solido della scultura, alla "sfida dell’essere".
E’ una scultura questa che non si abbandona all’onda nichilistica e alla moda fuggevole e cangiante di mille messaggi insipienti, ma sorge dalla contestazione della morte con il simbolo antropologico della vita: il Volto della Donna che ama e che è madre.
C’è una dimensione sacra, un’insorgenza mistica nei volti femminili di questo maestro di Vitulano, testimone vero della terra impastata delle pietre infiammate da risonanze apocalittiche di incendi primordiali.
Alcune delle sue "figure" sono come "cippi devozionali", non pesantemente carichi di tristezza e di rimpianti, ma densi dell’energia della resurrezione e dell’eternità.
Ecco, le immagino possenti e immobili, pronte a imprimere forza e grandezza ai luoghi della città, tante volte abbruttiti da investimenti deprecabili e sconsiderati; le vedo disseminate negli spazi di questi nostri straordinari abitati medievali, per ridarci memoria dell’appartenenza alla storia e al mistero.
Ecco, abbiamo tutti bisogno di ricostruire, anche qui da noi, tra irriconoscibili frantumi e sperdutezze innumerabili, l’identità di esserci nel Sannio con la riconquista dell’ansia e della gioia della Bellezza.
Il filo artistico di Mariano Goglia potrebbe essere la tessitura di una trama di vita e di speranza per un appuntamento serio con il destino del nostro cammino.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.14/ del 21/7/2006)


Il calcio tra mondiali e processo

Non è facile avventurarsi con una riflessione pacata nel complicato mondo del "calcio-spettacolo" impantanato in un inquietante processo e, nel contempo, proiettato nella mitologia esaltante dei Mondiali. E’ forte, infatti, sia il richiamo di una furia moralistica che tutto accusa e condanna, sia l’indulgente assoluzione che tutto giustifica.
Nelle realtà agitate dalle dinamiche convulse della competizione, dell’esibizione anche mediatica, del mercato e degli interessi finanziari, lo SPORT perde le caratteristiche tradizionali della gara e del gioco e si infila nel labirinto insidioso dei soldi, dello scambio, del ricatto, della truffa. Il marcio che si intravede dietro la partita giocata sgomenta e rattrista, anche perché dall’esperienza sportiva non emergono più i valori forti del sacrificio e della lealtà né i messaggi educativi positivi per le nuove generazioni.
La "partita" sembra ormai la manifestazione di trame, di alleanze e di intese che si ispirano a schemi camorristici e si affidano a perfide manovre di alterazione e di manipolazione della logica corretta della competizione. I conti, anche quelli del CALCIO, non tornano più: sono "malati di illecito e di torbido".
Quanti scudetti immeritati e quante ingiuste retrocessioni!
Dovremmo riscrivere la piccola e grande storia dello sport italiano, accendendo le "luci della giustizia" anche fuori dei campi e degli spalti per rendere meno insipiente l’onda folle del "Tifo", forma degenere e distorta di ritualità, tensione potente di un’idolatria di massa che tende ad occupare l’intero spazio-tempo del sacro.
In questi giorni, malgrado la istruttoria di Borrelli, l’angoscia e la tristezza per il malaffare sportivo sembrano cancellati dall’entusiasmo sconfinato per la Nazionale impegnata in terra tedesca.
E sembra quasi che l’identità stessa del nostro Paese si definisca e si raccolga, con lo sventolio del tricolore, con l’urlo di trionfo e con il grido di rabbia, con l’interruzione del lavoro e della circolazione, solo intorno al Pallone!
Certamente la cultura invadente del consumo e dello spettacolo, attraverso l’universalità e la forza di seduzione dei "media", travolge ogni misura etica e ogni limite morale, per cui l’illegalità non è più riprovevole e il successo è l’unica regola-finalità che amministra la gestione del "sistema gioco-spettacolo".
Quindi il gioco, il divertimento, l’anomia ludica, la creatività gestuale, la strategia e le tattiche, tutto viene inglobato in un "sistema di potere" che costringe il risultato nelle "spire" del ricatto e della menzogna.
La più grande e diffusa "impresa ludica" del nostro Paese si ritrova, anch’essa, nella deriva nichilistica e, tuttavia, continua a governare, nella illusione di massa, la psicologia, la sociologia e la spiritualità di questa umanità nostra coinvolta ed assorbita in un ricorrente "happening di illusione-delusione".
È la "cultura della droga" che, in mille forme, continua ad imperversare nel cuore degli individui e a orientare il "sistema del divertimento planetario": per rimuovere l’esperienza dolorosa del vivere, per alleggerire la dura responsabilità del quotidiano, per concedersi all’esercizio esclusivo e dominante del desiderio.
Tutte le esperienze più rilevanti, nel profondo della persona e nelle relazioni sociali e civili, non sono più collocate in un orizzonte di senso, in una direzione di speranza, in una condivisione di fini.
Il calcio, questo calcio, è la metafora sorprendente, la rappresentazione vera del disagio, l’espressione viva di una malattia dell’anima contemporanea che con il Relativismo morale scambia giocosamente il vero con il falso, il buono con il male, il bello con le brutture, la vita con la morte.
Rifondare anche la vicenda sportiva sul rispetto della dignità umana e sulla lealtà relazionale non sarà facile, malgrado i giudizi e le condanne della giustizia incombente.
Occorre, invece, un lavoro severo di sobrietà e di educazione che, promuovendo i principi della Verità, della Libertà e dell’Amore, riduca il primato del denaro e del successo comunque, fonte della menzogna e dell’immoralità.
Non bisogna rinunciare, ora, alla esigente "Pedagogia dello Sport" per ridare la speranza in un mondo migliore a una gioventù sbandata che pure è alla ricerca del senso Vero, Buono e Bello della Vita.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.13/ del 7/7/2006)


Auguri all'Arcivescovo Andrea!

Viene il nuovo Pastore sulla cattedra di San Gennaro a guidare l’Arcidiocesi di Benevento.
Viene per tenere aperto l’orizzonte della Verità e della Fede, per indicare la direzione della Speranza e della Libertà, per testimoniare la Vita dell’Amore e del Perdono.
Viene, con il sigillo della Paternità, a ricordarci perché siamo stati creati; viene, con il sigillo del Sacrificio, a insegnarci come siamo stati salvati; viene, con il sigillo della Carità, a vivere con noi per santificarci.
Anche qui, in questo nostro contesto ecclesiale, dove da due millenni risuona la parola meravigliosa della Sapienza: "Voi siete dèi e figli dell’Altissimo", spesso dimentichiamo, nascondiamo e sporchiamo la nostra dignità di "esseri liberi e intelligenti, capaci di Dio".
"Communio et Missio": viene con la potenza e l’umiltà del Maestro, del Pastore, del Testimone dell’Amore, a servizio di CRISTO Via Verità Vita, a donare a tutti la Sapienza, la Bellezza e la Santità della Grazia di Dio.
Ma la "Missio" è sempre un’impresa drammatica, segno di contraddizione, soprattutto oggi, quando l’uomo è tornato idolatra ed eretico, in una storia profanata dall’idolatria della Ragione, della Carne e del Denaro, mentre aumentano dappertutto il veleno e il delitto e cresce, tuttavia, la preghiera intensa delle "anime vittime" perché Dio ponga fine al tempo delle insidie, delle vendette e delle lotte, schiacciando in noi e tra noi l’orrenda presenza del Male.
Soprattutto tra noi, cristiani, il venire del Vescovo nuovo avvii un "nuovo inizio", un cominciamento, che risvegli l’ascolto della Parola trascurata e respinta, disubbidita, schernita e disprezzata, che comandi a ognuno di noi, ignari, indifferenti, tiepidi, ribelli, traditori, deicidi: "Vieni fuori!"
"Vieni fuori" dalla Tomba del Male e della Morte!
Raduni il Vescovo le nostre "misere capacità d’amore" per volgerle a Dio.
E vigili e preghi: perché è ora di vegliare, di difendere, di istruire e, con mano salda e sicura, di resistere a ciò che corrompe e spegne le "lucerne accese", per illuminare il cammino difficile e faticoso.
La salvezza di questa nostra povera, debole umanità, in cammino nel Sannio, sta moltissimo nelle mani del Vescovo e dei Suoi Preti che offrono l’Amore dell’Eucaristia, della Croce e del Cuore di Maria.
Ma al Vescovo va offerto il cuore: altrimenti il sale diventa insipido, il fuoco non riscalda, la luce non splende, il pane diventa amaro, il conforto tormento!
Il nuovo Vescovo va accolto con la disponibilità intrepida e retta alla permanente conversione, con l’apertura continua della mente, della parola e del cuore alla penitenza e al perdono!
Non insorga il giudizio che deride ed insulta, che condanna e disprezza; non ci sia più spazio per le dissipazioni, per la tiepidezza e la malizia.
Disponiamoci a strappare e a distruggere, con fermezza di fede e di carità, la maledizione e la corruzione che attraversano, purtroppo, anche i nostri giorni!
Seguiamo il nuovo Vescovo con rispetto e fiducia, superando diffidenze, rifiuti e indifferenze!
Accogliamo il nuovo Vescovo, non curvati dal quietismo, ma con la gioiosa e coraggiosa disposizione del cuore ad accogliere il Padre che viene con dolcezza, con tenerezza, con misericordia.
È necessario infatti che il Pastore abbia "viscere di Padre" e "potenza di Luce" per tutti noi infelici e lontani che vogliamo "tornare a casa", dopo il tempo del dubbio, della paura e dell’oblio, dopo l’esperienza tristissima e folle vissuta dalla parte del Nemico di Dio e dell’uomo.
Dopo la tragica proclamazione della "Morte di Dio", le voci di Profezia annunciano il Ritorno di Gesù.
Insieme al nuovo Pastore, la terra di San Gennaro e di Padre Pio elevi verso il cielo il grido unanime e forte di pianto e di supplica: "Vieni, Signore Gesù!"

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.12/ del 23/6/2006)


Dopo Auschwitz: Indifferenza o Amore?

La parola di Dio nel luogo dell’orrore: la voce del perdono e dell’amore nel silenzio di Auschwitz ancora carico del ricordo cupo del Male, che ivi si concentrò in modo inaudito con un orribile crimine contro Dio e contro l’uomo.
Dopo il Papa del popolo polacco ecco il Papa del popolo tedesco: l’uno e l’altro in pellegrinaggio sul Golgota del xx secolo per ricordare, per pregare, per elevare, ancora una volta, davanti al mondo, spesso dimentico delle grandi tragedie delle quali è Vittima e Carnefice, il grido di ammonimento e di speranza.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, figli di due popoli, ai quali la storia ha assegnato in quel tempo tempestoso ruoli di aggredito e di aggressore e, tuttavia, sofferenze straordinarie, lutti sconfinati, atrocità immense, ci offrono la severa Pedagogia della Memoria.
In questo presente difficilissimo, quando le grandi domande sul destino dell’uomo e sul percorso della storia si allontanano dalla Ragione incapace di risposte profonde, bisogna invece interrogarci. Con una attitudine alla purificazione e al pentimento per confessare il peccato orribile contro l’uomo, che ancora continua, dopo Auschwitz, nelle forme meno clamorose ma sempre spaventose e crudeli. La nostra Libertà non decide ancora di fermare gli omicidi e le tragedie dell’oggi, sceglie ancora la violenza e l’odio, organizza ancora il genocidio e la guerra, non ferma la miseria, la malattia e la morte che devastano popolazioni intere e uccidono milioni di bambini denutriti e affamati.
Come allora anche oggi, con più grave responsabilità, la risposta della Libertà è l’Indifferenza.
Questa indifferenza può essere sconfitta non da un Cristianesimo stanco, scoraggiato, deluso e infedele o da una Cultura mediocre, impietosa e impigrita.
L’indifferenza è il volto del nichilismo:"Non mi importa nulla dell’altro!"
E di questa malattia dello spirito, di questa colpa nessuno, ogg, può dirsi indenne, innocente.
Di questa malattia si può guarire solo ricorrendo all’Amore. "Non c’è nessuno ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il Servizio dell’Amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo".(Benedetto XVI - Deus Caritas est.)
Dopo Auschwitz è ancora più esteso ed intenso il confronto tra la "cultura del disprezzo e della discriminazione" e la Cultura della Verità e dell’Amore.
E se la Shoah fu il tentativo perverso di estirpare il popolo ebraico dalla vita e dalla storia dell’umanità, anche per sradicare il fondamento della Fede cristiana, oggi continua, in misura globale, la strategia demoniaca di annientare l’uomo per distruggere totalmente l’opera creativa e redentiva di Dio.
Il Papa ad Auschwitz ha ricordato Massimiliano Kolbe e Edith Stein, testimoni della verità e dell’Amore, che non si sottomisero al potere del Male e offrirono in sacrificio la loro innocenza e il loro coraggio.
E’ un dovere di tutti, ora, entrare nella "memoria dell’Olocausto": osservare i gesti dei carnefici e il silenzio delle vittime, penetrare nel cuore degli uni e degli altri e misurare la nostra prossimità alla violenza o alla compassione, scegliere il nostro modello e stabilire la nostra compatibilità e la nostra disponibilità all’Amore o all’odio.
Il viaggio commosso e penitente di ognuno di noi nell’angoscia della memoria della Shoah "svegli in noi la nascosta presenza di Dio", spesso coperta e soffocata dall’egoismo, dalla paura, dall’indifferenza e dall’opportunismo.
Questo momento della storia, mentre "incombono nuove sventure" ed emergono tutte le forze perfide ed insolenti del Male, è affidato alla speranza che la LIBERTA’ non sia condanna per l’Umanità infelice, ma rischio generoso ed eroico per il Perdono, la Verità e il Bene.
Essere veramente liberi, infatti, non è "odiare insieme" ma "amare insieme", perché il destino definitivo dell’uomo e della libertà è l’Amore!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.11/ del 9/6/2006)


La risposta cristiana a "Il Codice da Vinci"

"Il Codice da Vinci"! Il romanzo e, ora, il film hanno aperto una discussione di grande rilevanza teologica e pastorale sulla centralità del Vangelo nella comunicazione autentica della Rivelazione, della Tradizione e del Magistero.
La "Verità della Fede" è affidata completamente alla capacità della Chiesa di ascoltare, custodire, esporre e proporre fedelmente la Parola di Dio.
Ma, caro Direttore, nella cultura postmoderna, centrata sul nichilismo, è diffusa una mistificatoria attitudine ad alterare e a deformare, con letture equivoche e interpretazioni insensate, i profili e le identità di eventi e di persone che costituiscono i processi reali di Culture, di Civiltà e di Religioni plurisecolari. La Verità, il Bene, il Mistero, il Messaggio della Salvezza, vengono gettati nel "mercato delle opinioni" senza nessuna garanzia ragionevole di attendibilità, di coerenza, di storicità e divengono dominanti nella lettura e nella valutazione dei Testi sacri del Cristianesimo le falsità e le menzogne, i dubbi e i sospetti, le diffamazioni e le provocazioni.
Gesù Cristo è ora, più che mai, Segno di una offensiva blasfema universale che, attraverso i percorsi della potente rete mediatica, invade tutti gli spazi audio-visivi, raggiunge tutti i popoli fino agli estremi confini della terra e sconvolge la memoria stessa dell’Occidente, che, anche se debolmente, nel Cristianesimo ancora affonda le sue radici, alimenta la sua speranza e delinea la sua identità storico-culturale di umanizzazione e di liberazione. Continua, con la bestemmia insolente della comunicazione mediatica, la Crocifissione dell’Uomo-Dio su tutta la terra. Sembra, infatti, che molte operazioni editoriali, giornalistiche, cinematografiche e televisive siano parte di una "strategia anti-Cristica", momenti di una guerra estrema scatenata contro Dio, contro il Suo Cristo e contro l’immagine divina della Creatura umana. È una strategia efficace, dotata delle armi pericolose del divertimento letterario, della manipolazione e della falsificazione, e degli strumenti vili dello scandalo e della polemica. Essa è indirizzata a sbriciolare la domanda religiosa, a disgregare l’esperienza di fede e a costringere il "senso della vita" nel labirinto dell’orgoglio, del potere e della tecnica. "L’uomo moderno,menomato della possibilità di celebrare attivamente l’esistenza, è costretto a cercare il divertimento", anche sul terreno del Sacro.
Eppure "il successo di massa" di questa micidiale offerta narrativa mostra il crescere dell’attenzione, anche se ambigua, soprattutto dei giovani ai temi, ai profili, agli orizzonti del credere, alla ricerca di significati e di orientamenti aperti sul Mistero e motivati dalle "domande ultime" sul destino del mondo e dell’uomo.
Si estende il bisogno di conoscere, di pregare, di sentire nel cuore l’eco di tradizioni frastagliate e di credenze confuse e distorte, di purificare memorie incerte e arrischiate, di ritrovare certezze sperdute in ricordi lontani. E nella notte che scende sulla Modernità orgogliosa si moltiplicano le luci e le voci della Riscoperta della Fede. Una riscoperta vigorosa, segnalata da più parti, che comincia ad avanzare nei cuori dei credenti ed anche nella sensibilità degli "indifferenti".
La Chiesa di Cristo ha disponibilità di risorse straordinarie per rispondere alla "fame e sete" della "Parola di Verità".
Non molti sanno dell’esistenza di un’opera meravigliosa, che sorprende il cuore e l’intelligenza del lettore per la potenza della rappresentazione narrativa e che introduce l’anima nel vivo della realtà del Vangelo, dalla Nascita della Vergine Maria alla Sua Assunzione in Cielo, attraverso il percorso della Redenzione, dal nascere di Gesù al Suo morire, al risorgere e all’ascendere dell’Uomo-Dio.
"L’Evangelo come mi è stato rivelato", della grande Mistica-Veggente Maria Valtorta, offre l’orizzonte suggestivo della presenza storica del Nazareno negli eventi e nelle circostanze della vicenda reale raccontata concisamente nei "Quattro Vangeli".
Anche Giuda Iscariota vi emerge nella singolarità della sua tragica storia con i segni contraddittori della sua personalità e le dimensioni psicologiche e spirituali della sua identità complessa e tenebrosa. Vi è delineata pure la figura straordinaria e forte di Maria di Magdala, sulla quale si appunta prevalentemente l’interesse di questa "frivola letteratura" scombinata, attenta alle ragioni del mercato, alle fantasie dell’eros, in un misto di pretese gnostiche, di mitologie neopagane, di eresie anticristiche, di perfide apostasie, di assurde trame storico-politiche, di clamorose sciocchezze culturali.
Negli scritti di Maria Valtorta c’è, in perfetta sintonia con i Vangeli canonici, tutto il Poema dell’Uomo-Dio. A questo è possibile attingere una conoscenza profonda ed altissima che può proteggere la memoria del racconto evangelico, presente nella tradizione bimillenaria del Cristianesimo e di questa Civiltà, dalle perniciose infiltrazioni delle favole insipienti e bugiarde.
È questa una Rivelazione che può illuminare, nella Verità e nell’Amore, le menti, spesso confuse da "esegesi razionalistiche" che gelano il cuore e allontanano dalla Fede.
Questa Rivelazione, soprattutto se riconosciuta dalla Chiesa, potrà consentire di conoscere meglio Gesù nella reltà storica e teologica per poterLo amare di più e per poterLo invocare: "Vieni, Signore Gesù!"

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.10/ del 26/5/2006)


L'emergenza politica e la Speranza del Paese

Non sarà semplice e facile il percorso politico-istituzionale nella complicata vicenda della Democrazia italiana.
L’aritmetica parlamentare mostra, con l’evidenza di una insufficienza, la problematicità di un passo deciso per i processi legislativi e per gli orientamenti di governo della complessa realtà italiana nel contesto europeo e nello scenario internazionale.
Lo stesso risultato elettorale è insidiato dal sospetto e dalla polemica.
Si è aperta, proprio per il margine esiguo, estremo, che segna la "differenza" tra i due corpi elettorali e rappresentativi, una sfida difficile e pericolosa.
Si possono prevedere crescenti incertezze e fragilità, soprattutto se nella vita del Paese irrompono, con tensioni dirompenti, dinamiche sociali, economiche, culturali, politiche, non facilmente gestibili nel normale esercizio del potere.
Sembra avviarsi un dualismo frenetico e animoso che separa, davide, dissocia, non solo gli schieramenti, ma il Paese stesso nell’unità dei suoi valori costituzionali, nella sintesi delle forti tradizioni delle sue culture politiche e territoriali, nella capacità dialogica tra la ricca pluralità delle soggettività istituzionali e associative.
Ma c’è, tuttavia, ancor viva la potenza sperimentata di una unificazione socio-culturale realizzata dopo conflitti, scontri, degenerazioni totalitarie e terroristiche, che esprime l’identità di un popolo maturo e un ruolo nazionale che non sopporta più scommesse sconsiderate di divisioni radicali e d’irreparabili inimicizie personali e collettive.
Nei momenti difficili, quando nel passato della Repubblica è stato drammatico il rischio per gli equilibri di libertà e la tenuta democratica della statualità italiana è stata duramente messa alla prova, l’intelligenza di governo, ispirata ai valori cristiani, ha saputo rispondere ad emergenze gravissime. Con la strategia della mediazione.
La "logica della mediazione" nasce dalla esigenza di custodire il bene primario dello sviluppo della convivenza civile e di orientarla con la corresponsabilità di tutte le forze politiche: al dovere di moderare con generosità le opposte "pretese ideologiche" e le alternative strategiche e alla prospettiva condivisa di partecipazione democratica.
L’orizzonte politico è ora abitato da una emergenza continua, che la mondializzazione degli eventi culturali, politici, finanziari, religiosi rende sempre più imprevedibile, minacciosa e spesso insuperabile.
L’Europa, intanto, ha rinunciato ad attrezzare il nostro spazio di appartenenza comunitaria con una robusta e coraggiosa "valenza costituzionale" e, ormai, si va esaurendo il suo protagonismo storico, creativo di civiltà, capace di rispondere alle sfide inaudite di questa epoca straordinaria.
Ora la governabilità sembra arrischiata: l’equilibrio finanziario, la competitività dell’economia, la domanda di lavoro, la centralità della famiglia, il diritto alla vita, la crisi dell’educazione, l’immigrazione, sono tutti campi "minati".
È possibile costruire programmazioni di governo funzionali ai processi di tenuta e di sviluppo della comunità nazionale senza un quadro concertato delle linee fondamentali della vita delle istituzioni?
Ci sono le condizioni stabili per regolare la stessa vicenda parlamentare?
La leadership non sembra che sia stata consegnata ad una sola parte.
Credo che sia necessario, caro Direttore, porre mano con urgenza, sia nelle sedi della rappresentanza democratica, sia nella coscienza popolare, alla costruzione di un alto profilo istituzionale e politico di concordia civile e di intesa democratica per lavorare, insieme, su alcuni problemi e prospettive essenziali.
Certamente è difficile ritessere fili di dialogo strappati dalla convulsa dialettica elettorale.
Ma il vantaggio per il Paese sarebbe enorme.
Allontanare dal "campo della politica" gli egoismi e le parzialità, i veti e le esclusioni, e disporsi al dialogo, consegnando al Paese una severa convergente proposta politico-istituzionale: questa è la Metodologia della Speranza per una società affaticata ma intensamente aperta al primato del"Bene comune".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 12/5/2006)


Vivere e morire per risorgere

Con la memoria di un evento unico, straordinario e inaudito –la Resurrezione di Gesù Crocifisso– i giorni gioiosi della Pasqua richiamano l’uomo a riflettere sul destino dell’essere: l’Eternità della Vita.
È un pensiero che ha sempre accompagnato l’esistenza dei mortali, con la vigilanza e la consolazione di una Speranza sicura, prima che l’invadenza del Nulla venisse a sradicare il sentimento dell’Immortalità e a indebolire la fiducia nell’"Al-di-là".
Quando il discorso sull’anima si è avviato al tramonto e l’attenzione dell’intelligenza filosofica si è allontanata dall’orizzonte della Teologia, lacerando completamente l’asse dialogico tra Fede e Ragione, è divenuto primario, spesso esclusivo, l’esercizio delle cose terrene e corporee, non appartenenti all’Immortalità. Solo alla "parzialità" del credere e alla "privatezza" della religiosità è rimasta consegnata la sopravvivenza dell’Immortale e dell’Eterno ed anche l’intensità della grande Tradizione del "Culto dei Morti", anime viventi per sempre.
Di qui il franare dell’"ordine etico" e lo sconvolgimento della "misura della moralità": ordine e misura che hanno orientato e sostenuto per secoli l’agire e il fare dei popoli e delle persone.
Decidere, infatti, di voler vivere solo qui ed ora, senza "speranza di futuro",costringe la responsabilità in uno spazio-tempo finito, riduce la Libertà nell’affanno dell’oggi, oscura lo sguardo sull’Infinito e chiude il Tutto nel limite di una cronologia senza avvenire e nei confini di una storia che non sarà mai abitata dal passato. Tutto ciò che è, che fu e che sarà, verrà ingoiato dall’orrenda fame del Vuoto e dal Caos.
Tutto l’AMORE, vissuto tra le tragedie del Male, finirà "senza Logos e senza Legami".
E’un paradosso il "non-credere": nascere per morire, vivere per perire.
La "Cultura della morte" è una Anti-cultura insidiosa e perversa che consegna il tutto dell’essere all’annientamento totale e definitivo.
Ma è possibile esistere, indifferenti al destino escatologico?
Perché rinunciare alla continuità per sempre di se stessi?
Perché voler ridurre il "respiro dell’Io" nel circuito a termine della terra?
Perché condannare ed uccidere in se stessi il desiderio d’Immortalità?
Ma solo l’"Amore per la vita" degli uomini destinati all’Eternità poteva indurre GESU’ il NAZARENO a morire sulla Croce, perché, dopo il disastro dell’Eden, solo un Dio poteva salvarci.
Il grande Sacrificio del DIO che muore realizza per sempre e per tutti la "Morte della Morte" e affida ai morituri la potenza salvatrice della Resurrezione.
Alla inquietante esperienza del patire e del morire è saldata ora una promessa indistruttibile di felicità, quella divina dell’Uomo-Dio Redentore, che attende una risposta da ciascun membro dell’Umanità in cammino nella storia del tempo finito.
La FEDE: scommettere sulla Vita immortale ed eterna.
La non-FEDE: scommettere sulla Morte per sempre.
Solo la prima è una decisione degna dell’uomo libero e intelligente. L’altra è una scelta insipiente, perché è vocazione di morte, elezione del suicidio eterno come fine dell’individuo e dell’umanità.
La PASQUA è un invito ineludibile alla Speranza, alla Vita, all’Immortalità. Siamo nati per condividere il Destino eterno di DIO: per sempre!
Perché nel "Cuore trafitto" di un DIO è stata restaurata per tutti gli abitanti della terra e per tutti i tempi della storia la promessa vera e santa d’ETERNITA’.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 21/4/2006)


La Speranza telematica - La ricostruzione delle relazioni comunitarie

La Rivoluzione delle conoscenze e delle informazioni, che sembra realizzare ormai il grande sogno pedagogico della modernità di dare "tutto a tutti", offre un orizzonte dinamico di interdipendenza culturale e di interazioni cognitive, relazionali, affettive, coincidente con lo scenario storico-geografico dell’intero Pianeta.
Si può allora definire una strategia che possa introdurre, con l’intero potenziale informatico delle più avanzate tecnologie elettroniche e con i "nuovi alfabeti" telematici, nei territori in crisi, forme rinnovate di partecipazione, di integrazione e di solidarietà?
I mutamenti sociali ed economici, la riduzione dei soggetti e dei processi produttivi nell’Agricoltura e nell’Artigianato, la perdita della cultura dell’interdipendenza e della condivisione, la dispersione delle risorse professionali in spazi esterni a quelli residenziali, la disgregazione individualistica anche delle grandi unità familiari, l’irruzione, sempre più invadente, del "Magistero mediatico,"hanno finito per lacerare profondamente il sistema relazionale della cittadinanza negli assetti civili di antica tradizione e lo stesso sentimento sorgivo del Bene comune.
Anche nel Sannio non siamo sfuggiti a questo processo di dissociazione civile e culturale: sono rimaste rinchiuse in perimetri separati rilevanti energie materiali e intellettuali che, invece, collegate e integrate nel sentimento comune di appartenenza, potrebbero manifestare la pienezza della potenza creativa dei gruppi umani agenti nel territorio.
Caro Direttore, come sostenere ed accompagnare, allora, il radicale cambiamento tecnologico, produttivo, commerciale, finanziario senza alterare e piegare identità, relazioni e destini delle giovani generazioni al dramma dell’abbandono e della fuga per costruire "altrove" la speranza di vita?
Nel nostro Sannio, nella sua parte più provata anche da un consistente collasso demografico, sta nascendo un’esperienza di Comunicazione interattiva e multimediale ispirata da un Sacerdote -Don Angelo Colacrai sempre innamorato della natia comunità di Castelpagano- Padre paolino, teologo e biblista attivo negli Atenei della Roma cattolica e sui percorsi multiculturali, multireligiosi e plurilinguistici del vastissimo "pianeta informatico".
È la ripresa coraggiosa di un "cammino della memoria e del futuro"!
Da una proposta di "Aggiornamento per le professionalità docenti"dell’Istituto comprensivo, da un incontro promosso dall’"Oratorio della Parrocchia" di Colle Sannita e dall’inaugurazione di una "Scuola di Formazione Professionale" in Circello, si è andata delineando un’ ipotesi comunitaria di Volontariato per la "messa in rete" di presenze, di iniziative, di polarità istituzionali, di Parrocchie, di professionalità, di competenze, di imprenditorialità, di scommesse. Per orientare una metodologia dialogica, per condividere proposte ed obiettivi, per costituire una "intelligenza comunitaria" che sappia raccogliere "memorie locali" e ricomporre le potenzialità e le iniziative del territorio intercomunitario in una sinergia dinamica, attiva nel sapere, nel fare, nell’agire. L’idea, semplice, può avanzare ed introdursi nella nostra storia, solo se viene affidata a un "Motore Tecnologico" creativo ed entusiasta, carico di abilità e di voglia di protagonismo, ricco di linguaggi confidenti nell’appartenenza alle antiche radici ed anche al sogno di una realtà più aperta ed amica, più conviviale, meno aspra e diffidente.
C’è l’offerta, finalmente, di un paradigma di lettura intersoggettiva delle esperienze, delle competenze e delle attitudini territoriali, delle intese cognitive e professionali, dei servizi istituzionali, civili e sociali.
Possono essere coniugati, insieme, in tempi reali e "a distanza", moduli interfamiliari, ambientali, ecclesiali, educativi, didattici, sportivi, ludici, artistici, economici che ricreino "Orizzonti di Vicinato". La prossimità e la convergenza di analisi, di proposte, di dialogo e di interazione possono rilanciare l’ethos comunitario, riannodando con i "nuovi alfabeti" le responsabilità e le connessioni educative e formative, religiose e istituzionali, civili e produttive alle biografie intelligenti e libere di ognuno. In questa "impresa di amore" cominciano a muoversi anziani e giovani: gli uni consapevoli, con Zygmunt Baum, che "non esiste alcun presente che non sia la continua ricapitolazione del passato", gli altri perché riprendano la corsa dell’esistenza, anche qui, giocando l’avventura del vivere con le immense risorse di questo tempo meraviglioso e difficile.
La Speranza: che non resti un "progetto incompiuto!"

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 7/4/2006)


Una speranza irrinunciabile: la Politica al servizio dell'Uomo

Le elezioni imminenti convocano l’intelligenza politica a giudicare questo difficile presente della democrazia italiana. Per scegliere la proposta più convincente e più funzionale alla speranza di sviluppo della cittadinanza italiana, per decidere a quale leadership affidare il governo delle nostre risorse e delle nostre domande nel problematico contesto europeo e nello scenario confuso della mondializzazione finanziaria, commerciale,tecnologica e mediatica.
Ma non è semplice uscire dal perimetro torbido ed ambiguo delle esasperazioni e degli insulti, delle apprensioni e della accuse. Dal disordinato vocìo dei candidati più accreditati a reggere le sorti della Repubblica viene una spinta di instabilità e di disagio, spesso di angoscia. La metodologia della comunicazione elettorale, con l’artificio delle tecniche di promozione e di marketing, non illumina più prospettive sicure e non offre indirizzi forti, anzi finisce per mordere la coscienza popolare e personale abbandonandola, infine, alla cupa insolenza del mercato delle opinioni. Opinioni commiste, su la scena televisiva e giornalistica, alle immagini fosche di tante tragedie locali e planetarie e alle minacce allarmanti di violenze sempre più gravi ed estese.
Crescono, tra le miserie e le speranze della nostra vicenda quotidiana, i segnali drammatici di disagi crescenti, di difficoltà e di crisi improvvise, di fratture pericolose.
Sembra che l’equilibrio faticoso tra Cultura, Diritto, Economia e Bisogni della gente non regga più, sia per dinamiche arrischiate su i fronti decisivi dell’Educazione, della Giustizia, della Finanza, sia per il disgregarsi del tessuto civile delle comunità esposte al cedimento della solidarietà nelle unità familiari e nelle relazioni sociali.
La rappresentazione di questa realtà tormentata e intricata è ormai sconfortante e avvilente per la trama evidente di interessi avventurosi - non lontani da quelli camorristici e mafiosi - e di operazioni oscure non più componibili nel quadro, una volta forte, del "Bene comune".
Certamente la "riserva etica" della tradizione italiana, entrata in crisi alla fine degli anni ’70 con la "Tragedia Moro" e con la rinuncia legale al "Primato della Vita", sta esaurendosi. L’invadenza del Nichilismo non ha lasciato indenne la mappa vera, profonda del Paese: nel disegno dei processi reali del nostro divenire storico-politico non è più indicato il linguaggio comune della cittadinanza costituzionale, non si ritrova il codice condiviso della coscienza di popolo, è contratta la tenuta stessa della moralità e vi sono cancellate vistosamente le procedure della legalità.
Allora, caro Direttore, che cosa sperare?
Quando scende la "notte" e bisogna raggiungere la meta della responsabilità, non è l’indifferenza o la rassegnazione a indicare la risposta. E’ invece la generosità: sia nell’ascolto coraggioso e profondo del cuore affaticato di un’umanità in difficoltà, sia nel gesto provvido che si protende a sostenere, ad accompagnare, a rialzare, a consolare, ad aiutare. Ecco, il giudizio della politica può, deve nascere dal desiderio di vivere, a servizio degli altri, una stagione migliore per tutto il tempo assegnato al nostro destino. E questo è un compito che riguarda, nella "città degli uomini," non solo gli eletti ma tutti: è una "missione democratica" che si realizza credendo fortemente nell’UOMO.
L’UOMO, identità incarnata nello spazio-tempo con il suo essenziale "Diritto alla Vita", che nessuno -né Stato né poteri né egoismi- può vulnerare nella sua dignità radicale, nella sua continuità esistenziale, nella sua verità costitutiva di essere biologico, morale e spirituale!
L’UOMO, con la garanzia di esserci nella storia assegnatagli, senza il limite della miseria, senza l’aggressione della fame, perché, ovunque egli sia, ha il "Diritto al Pane", che gli deriva dal partecipare naturalmente alla "proprietà universale dei Beni", da cui nessuno può essere escluso.
L’UOMO, soggettività razionale e libera, protagonista della vicenda civile e politica nella densità delle relazioni interumane regolate dal "Diritto alla Libertà", sul piano religioso, culturale, economico, politico, da realizzare per tutti, nella logica della reciprocità e dell’eguaglianza.
L’UOMO, nell’unità del "Genere Umano", nel rifiuto condiviso ed universale della Guerra, nella ricerca del Dialogo, nella scelta della non-Violenza, nella pratica continua dell’Amicizia e del Perdono, è il vivente "Diritto alla Pace": Pace con se stesso, con gli altri, con la natura, con Dio.
Contro la devastante "Anticultura della Morte", la Politica vera è la scelta, carica di Speranza, di questo sacrosanto Alfabeto umano della Vita, del Pane, della Libertà, della Pace!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 24/3/2006)


Emergenza educativa: una Generazione senza Padri e senza Maestri

Non è né politica né economica, caro Direttore, ma educativa la più grave emergenza del nostro Paese.
"Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli".
A un anno dalla morte di Don Luigi Giussani viene presentato un "Appello sull’Educazione" che propone l’analisi, la concezione culturale e l’esperienza indicate in una Sua opera fondamentale: "Il rischio educativo".
Il franare del significato del mondo: della vita, del bene e del male, del vero, del giusto, del bello, sta espropriando l’"orizzonte di attesa" delle nuove generazioni di radici, di principî, di orientamenti e di destino. Lo sbandamento nichilista, con la riduzione della presenza di Dio nella cultura, nella storia e nella coscienza dei popoli, inaridisce le relazioni fondative dei processi educativi e demolisce la costituzione stessa dell’identità umana. Programmata, con la strategia della neutralità, dell’indifferenza e della rottura, negli assetti delle istituzioni europee e pianificata, con virulenza ateistica, nelle orrende realtà dei Totalitarismi del XX secolo, la rinuncia culturale, civile e sociale all’"Educazione al Senso Religioso" è ora la vera condizione di debolezza, di difficoltà, di disagio e di disgregazione delle nuove generazioni. Dalla rimozione illuministica, liberista, massonica e marxista della "Educazione Religiosa", doveva discendere la liberazione completa dell’Umano.
Invece ecco il DISASTRO dell’"Umanesimo-senza-Dio", promessa ed attesa di utopie e di ideologie disgraziate, che ancora non cessa di avvelenare le infelici intelligenze dei giovani di oggi sospinti nei percorsi infami della violenza, del sesso e dei soldi.
La disintegrazione antropologica si sta paurosamente determinando nello "scialo dei beni e nell’oltraggio dell’innocenza", nell’esercizio esclusivo del corporeo e nell’uso prepotente delle risorse della terra sottratte al "Diritto alla Vita" di miliardi di persone.
Di qui la perdita paurosa del "senso del vivere".
Alle grandi domande: "Chi sono?" "Da dove vengo?" "Dove vado?" "Perché il Male?" Cosa ci sarà dopo questa vita?" non c’è più risposta.
"Conosci te stesso!" "Ama il prossimo tuo come te stesso!" "Vivi per l’altro se vuoi vivere per te stesso!": capisaldi della Civiltà delle tre città -Atene Gerusalemme Roma- appaiono imperativi desueti, senza significato. Ma l’io -desiderio infinito- non può essere imprigionato nel nulla; non può rimanere privo della Parola di Vita, senza Luce di Immortalità, senza un Cammino di Speranza. La grande ribellione delle giovani generazioni alla sordità, alla cecità e alla paralisi della cultura contemporanea, misura la catastrofe dell’attuale condizione pedagogica.
E’ la Civiltà contemporanea –senza Padri e senza Maestri– che non riesce più a consegnarsi al futuro: si è incagliata in un naufragio senza ritorno e la sua "bussola impazzita" è in balia degli anonimi ed enormi poteri economici e finanziari, di disordinate ed effimere mode mediatiche, di un gaio e insaziabile materialismo.
L’Appello segnala ancora la Speranza: "a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva" è necessario riprendere una forte testimonianza di responsabilità a servizio dei figli di questo tempo.
Jean Guitton ammoniva profeticamente: "Io credo che il ventunesimo secolo sarà tragico, in quanto l’umanità sarà obbligata a scegliere tra il bene assoluto (Dio e il Cristianesimo) e il male (la bomba atomica, il nulla). Bisogna scegliere tra l’Assurdo e il Mistero".
La vera Educazione può essere ripresa soltanto con il ritorno dei figli alla vera Patria dell’Occidente: la Verità, la Libertà, l’Amore dell’infinito Mistero di Dio e dell’Uomo che i padri e i maestri di oggi non possono continuare a tradire.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 10/3/2006)


La satira e la libertà di offendere Dio

Caro Direttore, è veramente sproporzionata e sconvolgente, con gli impulsi di maledizione e di rivolta contro l’Occidente, la inquietante reazione islamica all’offesa mediatica arrecata all’immagine del Profeta e alla sensibilità religiosa del mondo musulmano. E il martirio a Trebisonda del Sacerdote romano,Don Andrea Santoro, mostra come siano esposti i Cristiani all’attacco micidiale del Fondamentalismo fanatico e radicale.
Mi son sembrate esasperate, però, anche le disquisizioni su la misura possibile del rispetto, dell’ironia, dell’umorismo, della caricatura, del sarcasmo, dell’aggressione nella regolazione dell’esercizio della "Libertà di Espressione."
E sembra, oggi, a confronto con il fiammeggiare della contestazione anti-europea a difesa dell’Islam, assai tenue, tiepida, "illuminata", legalitaria l’"Apologia del Crocifisso" da parte dei Cristiani.
Ormai l’Occidente pratica la "blasfemìa" mediatica come esaltante manifestazione della Libertà. La libertà con certificazione illuministica: come diritto al sarcasmo e al vilipendio, anzi come dovere della critica senza misura e senza confine. La concezione laicistica ha rotto da tempo gli argini della "neutralità" e dell’indifferenza e assale, intossicando cultura e coscienze, ormai il campo sacrale del simbolo religioso senza porre il limite di una censura, di un’ autodisciplina.
Le incomprensioni, anzi, la voglia di svilire e di dileggiare le attenzioni religiose, le Fedi e le Tradizioni che si raccolgono intorno ai tre Monoteismi, trascinano il linguaggio del Giornalismo, dello Spettacolo, del Mercato artistico verso le forme di una crescente irrisione e di una incessante istigazione a infrangere il Comandamento: "Non nominare il Nome di Dio invano!" Questo tempo incosciente e funesto si permette di deridere e di disprezzare DIO!
Il problema religioso è la prima Questione mondiale!
E’ strano -ma è un segno dei tempi- che l’intelligenza occidentale riscopra questa condizione primaria della convivenza planetaria attraverso la paura per la mobilitazione e per la protesta musulmane. E’ paradossale che l’integralismo islamico debba scendere violentemente in campo per costringere l’Europa a comprendere che la "Libertà di Stampa" non è un mito assoluto, un dogma indiscutibile, un pretesto per l’insulto e per la denigrazione, una licenza per uccidere sentimenti primordiali, per avvelenare princìpi, radici, sorgenti di cultura, di civiltà, di storie complesse e grandiose: ora la "Questione Religiosa" è diventata una emergenza etica e politica della comunicazione globale.
Si può delineare un Patto internazionale di dialogo, di libertà, per cui tutte le Religioni siano poste in una condizione di garanzia e, nella "Logica della Reciprocità", di rispetto e di Pace? Si può rifondare l’ONU, ormai in crisi irreversibile, su un Patto, anche religioso, condiviso da tutti i Popoli?
Tutte le identità culturali e le appartenenze religiose debbono essere chiamate alla responsabilità del dialogo. Giovanni Paolo II ha disegnato questa strategia, nell’incontro tra le Civiltà e le Religioni.
L’"Educazione al senso religioso dell’umanità" è una funzione culturale primaria, senza la quale l’uomo regredisce alla condizione della barbarie, anzi della bestialità. Ora le Istituzioni che governano la complessità della convivenza civile non possono rimanere estranee alla regolazione delle dinamiche socio-religiose. Queste possono scatenare conflitti profondi e confronti apocalittici e sospingere popoli e nazioni verso scontri epocali. Senza una condivisione universale dei diritti fondamentali, senza una concertazione interreligiosa di principî irrinunciabili, senza l’accettazione politica di supremi valori etici, non sarà più possibile evitare la moltiplicazione dei contrasti, la diffusione delle competizioni, la corsa agli armamenti atomici, lo "scontro di Civiltà".
Alle Religioni è ora affidato un compito storicamente rilevante: disegnare un orizzonte di principî, di valori e di orientamenti comuni, entro cui collocare i processi di libertà delle persone, dei popoli e delle nazioni. L’alternativa non è la "pretesa della laicità", ma la sovversione di tutti gli equilibri e l’alterazione di tutti i rapporti. Se il "dare a Cesare" e il "dare a Dio" entrano in collisione, l’avventura planetaria sprofonda in un caos senza scampo.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 7/2/2006)


Tra ipocrisia e speranza

Dalla profondità della Storia un GRIDO carico di paura e di strazio, attraversando faticosamente la memoria aggredita dall’oblio e dalla rimozione, raggiunge l’intelligenza del presente. E’ il ricordo delle tragedie orrende del mondo, impastate di pianto e di sangue, suscitate dalla condanna e dal disprezzo degli innocenti della terra, alimentate dall’annientamento dell’umano e dalla "carneficina" spaventosa dei principi e dell’anima degli "abitanti intelligenti e liberi del tempo".
In questi giorni sono riapparsi, nell’orizzonte storiografico attraverso memoriali e celebrazioni, i cortei senza fine di milioni di vittime, i volti deformi e le voci inumane dei carnefici ed anche i profili luminosi e le testimonianze generose dei Giusti. E con la gratitudine per gli esempi straordinari di sacrificio e di abnegazione, per i martîri inauditi e stupendi, si sono insinuati, purtroppo, "negazionismi" sconsiderati e "revisionismi" estremi e intolleranti.
L’uomo non apprende mai le lezioni dure del magistero della Storia! E l’esperienza dolorosa del "negativo" non concede che brevi pause sui percorsi della convivenza e della pace; e la devastante irruzione del Male non incontra resistenze forti nella Coscienza popolare e nelle Regole di questa Civiltà. Anzi, l’invadenza del Nulla squarcia sempre più la tenuta del fragile equilibrio culturale e civile degli individui e dei popoli.
Il 27 gennaio 1945, con la liberazione del Lager di Auschwitz, non si è interrotta la tristissima strategia dei poteri anti-umani: i Gulag, i Genocidi, i Massacri, le Guerre, i Terrorismi insanguinano senza discontinuità e con crescente ferocia e perfidia i percorsi dell’Umanità in cammino in questo inizio di secolo.
"La memoria purificata" del Male commesso, invece, deve illuminare l’intelligenza del Bene da compiere, oggi, per limitare l’ingiuria contro gli ultimi, i miseri e i deboli che attraversano sempre il perimetro quotidiano del nostro esistere.
L’Olocausto non è finito! Non finirà fino a quando non si sprigionerà la potenza della Riconciliazione completa tra i Cristiani e gli Ebrei; fino a quando, insieme, nell’attesa del Messia che viene, del Messia che torna, non avranno invocato il DIO di Abramo, perché si realizzi l’UNITA’ di tutti i Popoli, di tutte le Religioni, di tutte le Razze, di tutte le Lingue nella planetaria Civiltà dell’Amore.
Senza vivere l’attesa del "Ritorno degli Ebrei e di tutti i Cristiani all’abbraccio dell’unico Padre", resterà debole il compianto sull’orribile Olocausto: apparirà una moda, una convenienza umanitaria, forse solo un coinvolgimento mediatico. Ed anche l’affermazione delle radici antiche della cultura ebraico-cristiana nel costituirsi della Civiltà dell’Europa non riuscirà a "convocare" il futuro imminente nella dinamica della Speranza: la sconfitta della Irreligione mondiale.
La POLITICA, infatti, non ce la fa ad orientare la complessità di questo mondo verso l’ordinamento giuridico dell’Unità, della Giustizia e della Pace.
L’ECONOMIA, con lo scatenarsi competitivo di interessi formidabili per potenziali produttivi, per volumi finanziari e per dimensioni territoriali, divide sempre più la ricchezza di pochi dalla miseria di molti.
L’ETICA non riesce a realizzare il "consenso delle genti" su principi condivisi, sui diritti inviolabili, sul destino e sui fini comuni della Comunità planetaria.
La COMUNICAZIONE, che pure tesse con potenza incontenibile relazioni continue e diffuse tra culture diverse, tra mondi lontani, tra incompatibili visioni della vita, degrada verso le forme di un divenire violento e consumistico.
La RELIGIONE ebraico-cristiana, invece, può orientare il destino dei popoli nella "interdipendenza globale", sostenendola con l’annuncio, sempre nuovo, dell’antico Patto fondamentale: "riconoscere, amare e servire DIO" per "riconoscere, amare e servire l’Altro", il fratello, l’uomo, soprattutto nella condizione della sventura e della sofferenza. Senza la pratica di questo Messaggio di Speranza, il ricordo della tragedia della Shoah diventa Ipocrisia.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3 del 7/2/2006)


Carcerati senza Speranza

Sarebbe stato un buon inizio, illuminato dall’irruzione della speranza nell’avventura umana e civile da vivere nel nuovo anno, anche per molte migliaia di persone "custodite" nel sistema carcerario italiano. Ma il gesto di clemenza, atteso da molti e invocato dal trepidante Giovanni Paolo II, tanto applaudito quanto inascoltato nella Sua solenne, straordinaria visita nel 2002 al Parlamento italiano, proprio nell’Aula di Montecitorio è stato respinto dalla democrazia del nostro Paese.
Perché la nostra cultura politica ha tante difficoltà ad accogliere nel tessuto vivo e sofferente della convivenza civile, soprattutto verso le condizioni estreme del disagio, "i segni della speranza", senza i quali non si può camminare con dignità e coraggio sui sentieri difficili e tormentati della storia?
In una cultura bimillenaria fondata sul riconoscimento della grandezza umano-divina della persona –questa è infatti la radice vera e profonda della nostra Civiltà– deve essere offerta, sempre, una prospettiva di speranza, come segno di liberazione che frantumi la rigidità di una scadenza irrinunciabile. I detenuti certamente sono stati rigettati nella morsa stringente della delusione e della crudeltà.
Ma sono veramente sufficienti le ragioni di sicurezza, di prudenza, di giustizia a motivare un rifiuto così intransigente, che strani cinismi giustificazionisti hanno malamente tentato di rendere meno impietoso?
Una risposta forte alla domanda di tante migliaia di persone "affidate" alle strategie rieducative del sistema carcerario italiano e, quindi, anche alla costrizione di spazi congestionati e invivibili, si è, purtroppo, impantanata nel litigio parlamentare, senza riuscire ad accendere una luce nella tristissima solitudine della reclusione e a rendere meno pesante la sconfitta di un’esistenza sempre difficile e spesso sfortunata.
Ma, caro Direttore, al di là dell’inutile, confusa vicenda, segnata dal gioco incrociato degli opportunismi elettorali e delle aride ipocrisie, anche noi, "fuori" dai penitenziari, non siamo forse chiusi nella "prigione" dell’indifferenza e del pregiudizio?
La PIETAS, perché si animi e si attivi, deve prima frantumare la reclusione che serra il cuore e lo rende freddo e impotente a una relazione d’amore e perfino incapace di comprensione e di compassione. Visitare i carcerati è ancora un’opera di Misericordia, forse la più disattesa: anche io non ho mai visitato un carcere, non ho mai "avvicinato" un detenuto ed oggi sento un inquieto rimprovero che vivamente richiama una sensibilità tiepida e fortemente sprona un’attitudine ancora accidiosa e disattenta ai mondi del dolore umano procurato dalle violente dinamiche dell’odio e del male.
Una testimonianza di speranza, anche nei luoghi dove il perimetro della libertà coincide con quello della costrizione, riconsegnando fiducia nella dignità dell’umano, addolcisce la fatica di un sacrificio spesso insopportabile e asciuga un pianto carico di rimpianto, di dolore e di attesa.
Ma sono carcerati, si dirà. Sì, ma uomini!
Sono delinquenti. Sì, ma nostri fratelli!
Sono condannati dalla giustizia. Sì, ma sono "cosa sacra"!
Ecco, cosciente che la misura legale della giustizia non colpisce le miserie morali di ognuno di noi, io spero che nasca una nuova attenzione: l’attenzione saggia e responsabile all’invito ancora forte e vibrante di Karol il Grande, che ha sempre affidato gli ultimi della terra al nostro cuore e alla nostra preghiera.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2 del 27/1/2006)