Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

2009 2008 2007 2006

Chiesa e Mezzogiorno
Mentire e rubare. Non è politico, non è morale, non è umano!
Dal Carnevale alla Quaresima
Ad Haiti dopo la disperazione la potenza dell'Amore
Volontariato nel Sannio


Chiesa e Mezzogiorno
Nessuno, proprio nessuno nel Sud deve vivere senza Speranza

La densa e articolata riflessione della Chiesa italiana su la condizione sociale, economica e culturale del Mezzogiorno esige una forte presa di coscienza: sia per ridare respiro a una cultura meridionalistica ormai dissipata e spenta, sia per riaffidare la politica, ora concentrata soltanto su la gestione finanziaria degli interessi e dei servizi amministrativi, allo sviluppo integrale della comunità.
Il documento della “Conferenza Episcopale Italiana”, Per un Paese solidale – Chiesa italiana e Mezzogiorno, dovrebbe trovare ascolto e corrispondenza dialogica, ed anche vivace dialettica, in tutti gli ambiti culturali, civili, sociali, politici ed ecclesiali della vicenda umana della nostra realtà.
Le stesse Parrocchie, luoghi privilegiati di una grandiosa tradizione spirituale e culturale, animatrice di processi decisivi della civiltà contadina del Sud, dovrebbero recuperare la potenza rinnovatrice, “di preghiera e di lavoro”, per ricomporre il vissuto comunitario nello scenario complesso e frantumato del presente.
L’urgenza e la necessità del confronto nascono anche dall’evidenza della situazione drammatica della realtà meridionale, dove si vanno moltiplicando durissime emergenze territoriali e cresce la pena per la devastazione del tessuto sociale svigorito dalla disoccupazione e dalla fuga di energie nuove.
La crisi economica e finanziaria, che incupisce sempre più lo scenario mondiale, condiziona gravemente gli equilibri faticosi raggiunti nelle realtà locali e regionali.
C’è bisogno di un “passaggio strategico”, in cui convergano le linee di intelligenza e di forza dell’intera società nazionale, ricucendo con queste le tante fratture che minacciano in profondità l’organicità strutturale del corpo del Paese.
Lo sviluppo, affermano i Vescovi, “si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri”.
E aggiungono: “ In questo peculiare pensiero solidale, noi ravvisiamo la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare”. In questo pensiero forte di ripensare lo sviluppo, c’è il recupero di una tradizione filosofica, politica e teologica, sempre più straziata anche dalla cultura e soprattutto dalla testimonianza delle persone impegnate nel “mondo cattolico”.
La comunità “appartiene a tutti e si fa insieme”: questo fondamento classico della democrazia non è più l’anima della civiltà occidentale.
Nel Mezzogiorno, i Vescovi invitano a organizzare la speranza, a rivitalizzare la capacità progettuale, a medicare la fragilità del tessuto sociale, culturale ed economico, a rafforzare le condizioni di sicurezza.
E la loro analisi dei guasti è abbastanza precisa e penetrante: “ Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”.
Certamente la corruzione e il disordine etico fuori e dentro le istituzioni sembrano incontenibili e l’intreccio di illegalità e di immoralità imbriglia le autonomie, soffoca la creatività, tradisce gli scopi dello sviluppo umano integrale e riduce la vicenda democratica a una transazione mercantile.
Forse è ancora possibile riprendere il cammino e sfuggire alla sconfitta istituzionale e civile del Mezzogiorno e trasformare la “proposta federalistica” da annuncio di umiliazione ad occasione di ripresa solidale e positiva.
La speranza può avere allora il “volto dei giovani” non succubi del “torpore e dell’inerzia” e non “intimoriti dai messaggi di morte e di terrore”: con le strategie integrate di formazione e di associazione, di saldatura di volontariato e di solidarietà, di osmosi continua tra “ecclesìa e polis”.
La Chiesa non indica la “rivoluzione politica” ma propone l’orientamento e il rinnovamento della coscienza ai suoi figli, prima, e quindi a tutti gli “uomini di buona volontà”, additando i grandi testimoni della fede divenuti vittime delle reazioni violente delle ignobili “strutture” di peccato e di male.
Ecco perché i Vescovi avvertono: “Non si tratta di ipotizzare scenari politici diversi, quanto, piuttosto di sostituire alla logica del potere e del benessere la pratica della condivisione radicata nella sobrietà e nella solidarietà”.
Allora è necessario che la comunità, locale, provinciale, regionale e meridionale, si riscatti “da ritardi e ingiustizie”, scommettendo sulla possibilità, con l’aiuto di Dio, di un mutamento di atteggiamento del pensiero, della parola e del cuore nei confronti degli emarginati e degli indifesi, dei sofferenti e dei poveri.
Occorre, è questo il loro invito, lo stile profetico “ che educa a sperare”, perché la Speranza è denuncia e annuncio: denuncia dei privilegi, delle avidità e delle violenze degli egoismi che travolgono l’”ordo amoris”, l’ordine della giustizia, e annuncio di una ricerca, di un cammino e di una testimonianza di gioia e di solidarietà. Per tutti.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 12/3/2010)


Mentire e rubare
Non è politico, non è morale, non è umano!

La società contemporanea scivola nella palude!
E’ la fotografia, e la denuncia, della corruzione, scattata dalla Magistratura contabile all’apertura dell’anno giudiziario.
Si vanno addensando le pesanti ombre dell’illegalità e dell’immoralità sul volto ferito del Paese, in affanno anche per le difficoltà e i disagi delle realtà più deboli e sofferenti e più esposte agli eventi ancora drammatici e minacciosi della crisi finanziaria ed economica mondiale.
Le patologie del malcostume, dello spreco, della frode, delle tangenti, degli abusi, delle truffe, ormai, attraversano l’intero corpo sociale e si moltiplicano, di anno in anno, sconcertanti episodi di inefficienza, di sperpero, di irregolarità e di enormi danni erariali.
L’equilibrio etico delle imprese, delle amministrazioni, dei sistemi di servizio certamente è attaccato dall’ingerenza mafiosa e camorristica, per cui alcuni “spazi locali e regionali” subiscono l’invadenza criminale della “corruzione esterna”, ma, nel contempo, si è andata sviluppando un costume parallelo, interno alla gestione privata e pubblica, di corruzione e di appropriazione, per cui gli affidamenti degli incarichi, le progettazioni, le consulenze, gli appalti si trasformano in luoghi di micidiali competizioni giocate nella logica delle tangenti.
La “mazzetta” non è più la figura estorsiva ed esosa del condizionamento criminoso; è divenuta il premio consensuale di una affannosa  negoziazione mercantile. In tal modo la gestione politica degli interessi è consegnata alle occhiute e aggressive contrattazioni della “volpe e del leone”.
Tutto questo finisce per alterare radicalmente il rapporto democratico: disarticola, corrompendolo, il consenso; sconvolge i modelli della legalità; offusca l’esemplarità morale  dei gruppi dirigenti omologandoli tutti al paradigma dei “furbi e corrotti”.
Sembrerebbe che la tradizione mafiosa, ancora attiva nella storia del nostro Paese, abbia introdotto nelle compagini burocratiche ed amministrative agenti nei territori il suo “virus” micidiale e pericolosissimo.
Certamente non sono stati attivati i poteri di vigilanza e di autocontrollo all’interno del complesso sistema statuale: l’autonomismo totale e l’indebolimento della capacità reale dell’opposizione nella critica a un esercizio spregiudicato e arrogante della “cosa pubblica” non consente più all’opinione pubblica la percezione della “normalità” o la misura del danno nell’uso delle risorse umane, finanziarie ed economiche neppure di una piccola realtà locale.
L’immoralità è l’evasione dalla responsabilità ed è insensibilità al male. La possibilità delle degenerazioni e degli illeciti non attraversa più il preventivo filtro di vigilanza e di controllo della politica e solo quando entra nei percorsi  della funzione giudiziaria e della comunicazione mediatica accende provvisorie attenzioni ed apre esplosive tensioni giustizialiste che non approdano a rinnovati comportamenti di correttezza istituzionale, procedurale e gestionale.
Dal relativismo morale, generato dal tragico vuoto del nichilismo, non poteva non discendere una distorsione sistemica dell’ “esercizio del potere”.
Dolorosamente ora scopriamo che la “neutralità etica è ipocrisia e  autoinganno” e che “essere morali significa sapere che le cose possono essere buone e cattive”(Z. Bauman). E’ stato un gravissimo errore affidarsi all’illusione che la società moderna si potesse liberare dalla funzione religiosa ed etica e progredire compiutamente cedendo la gestione dei rapporti umani alle forze del mercato, all’impero planetario del potere e del denaro.
Non tutto è possibile; non tutto è permesso; non tutto è lecito!
Dallo scandalo delle esperienze che viviamo, allora, bisogna trarre una lezione di umiltà che ci dia, dopo la sbornia di orgogliose pretese e l’angoscia di tragici fallimenti, la misura creaturale dell’umano, l’evidenza imperativa della regola morale, il paradigma vero del servizio politico e il fine ultimo e soprannaturale della condizione esistenziale.
A noi, che frettolosamente e stupidamente ci siamo congedati  dall’etica della responsabilità e dalla religione della Vita eterna, si riapra l’orizzonte sicuro del Mistero e ritorni il dono della legge d’Amore dell’Uomo-Dio, che da duemila anni continuiamo, purtroppo, a rinnegare e a tradire.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 26/2/2010)


Dal Carnevale alla Quaresima. La perdita del pianto e della gioia

Due immagini del tempo che viviamo polarizzano due modi di essere e di esistere. Sono la duplice espressione di uno stile e di un’etica, che una volta sostenevano la partecipazione viva al ritmo della vicenda civile, la condivisione intensa della alterna condizione della gioia e della sofferenza. Nella civiltà contadina, animata dalla comunicazione profonda del culto e del sacro, tra il periodo natalizio e quello pasquale, si manifestano le rappresentazioni estreme della realtà sociale e culturale di una comunità. Questa si concentrava  prima nella organizzazione dell’”allegria popolare”, nella esibizione molteplice del profilo identitario attraverso gli impulsi creativi della maschera, del ballo, del canto, della musica, della convivialità. Si apriva una  sorta di gara tra gruppi, tra famiglie, tra contrade, con la competizione gioiosa nella spettacolarizzazione del vissuto quotidiano, con la drammatizzazione del lavoro, delle stagioni, dell’eros, dei fenomeni  sociali.
Con la disgregazione, invece, del mondo contadino, con la lacerazione della trama di valori e di relazioni, con la “modernizzazione” del costume di vita e la frammentazione individualistica delle unità familiari, delle parentele, dei “vicinati”, è tramontato il grande spettacolo del Carnevale come auto-rappresentazione corale di una “civiltà territoriale”, delle sue azioni e delle sue tradizioni. Priva di soggettività etica ed estetica, e quindi di anima, la rappresentazione ludica e drammatica del Carnevale si è estenuata nelle forme della commercializzazione, nella replica gelida di “atti scenici” svuotati completamente di motivazioni affettive, emotive e morali.
Quel che resta è ormai tutto assorbito nel meccanismo del mercato, del turismo e dei media. Anche  nel tempo di Quaresima, quando si rileggono e si rivelano gli eventi della storia della Salvezza, si è interrotto il rapporto costitutivo, essenziale, con il senso del Mistero della sofferenza e della penitenza che prepara al compimento della Redenzione.
Il periodo di “quaranta giorni” è introdotto dalla coraggiosa Liturgia delle Ceneri: “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai.
Da bambino, quel “rito di purificazione”, che invitava, con il riconoscimento del peccato e con la meditazione sul morire, alla penitenza e alla pratica della carità, determinava nella coscienza una discontinuità forte con l’esperienza precedente.
Oggi, la Quaresima ha perduto la rilevanza spirituale della conversione: cambiare pensiero, cambiare vita e cambiare via; l’astinenza e il digiuno vengono vissuti solo come momenti dietetici, come terapia per correggere la linea, per tentare di compensare lo stravizio e l’esagerazione alimentare.
Il primato del corpo ha cancellato completamente il riconoscimento culturale e civile della Quaresima, ormai reclusa nella ritualità ridotta del culto e, quindi, senza alcuna evidenza sociale, senza alcuna accettazione della sua necessità nei processi formativi dell’io.
Perciò l’io, senza nessuna esperienza di purificazione radicale, senza nessun momento di pratica penitenziaria e di digiuno, senza nessuna spinta a condividere fraternamente con gli altri le proprie risorse, subisce la potenza esclusiva, il fascino e l’illusione dell’avere, del possedere, del godere. Ora, nel misurare il disordine che sconvolge la vicenda umana nella sua realtà personale e nella sua storia civile, non si può non considerare come sia inarrestabile questa deriva sociale e morale senza il ripristino urgente e necessario della regolazione etica  e religiosa della convivenza.
Il segnale della crisi del Carnevale e della Quaresima indica che siamo ormai divenuti indifferenti alla gioia e al dolore del mondo, all’alternarsi della pietà e della cura nei confronti dell’altro sia nella condizione felice o infelice, sia nelle circostanze positive e avverse dell’esistere.
La impalcatura culturale del razionalismo materialistico e consumista ha sostituito l’ethos della festa e del perdono con la pubblicità capricciosa dell’effimero e delle immagini e con la svalutazione della persona come soggetto reale di storia, anima capace di Dio e, perciò, di amore e di dolore.
Di noi, della nostra generazione, nel Vangelo, è stata data una descrizione straordinaria e completa: “Abbiamo sonato e non avete ballato, abbiamo intonato lamenti e non avete pianto”! La perdita del pianto e della gioia è la ferita più profonda e mortale nel cuore di questa nostra civiltà contemporanea. E ancora possibile curarla, con il ritorno alla pietà e alla compassione, per difendere dall’offesa della violenza e della morte, la bellezza della Vita e la gioia dell’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 12/2/2010)


Ad Haiti dopo la disperazione la potenza dell'Amore

E’ spaventoso il disastro di Haiti, tragedia orribile della morte di migliaia di persone e dramma indicibile di feriti, di sfollati, di affamati, di bambini soli e dispersi, di senzatetto.
E mentre la terra desolata ancora trema, esplodono le violenze con i saccheggi degli sciacalli e i disordini dei disperati. Giunge, ora, a tutti noi un grido sconvolgente e doloroso di aiuto, di soccorso, di solidarietà. Soprattutto dai volti dei bimbi a rischio di essere rapiti dagli orrendi mercanti della carne degli innocenti.
Ogni cuore umano non può non sentirsi ferito e coinvolto nell’immane dolore di un popolo improvvisamente finito nella catastrofe e nella sofferenza.
E’ necessario che le immagini apocalittiche, trapassando i nostri sguardi, riescano a disserrare l’intelligenza nostra, spesso indifferente alla miseria e alla sventura dell’altro.
E’ urgente che i nostri gesti corrispondano, in una stretta di amicizia e di fraternità, a quelle mani supplici che si alzano in una richiesta di pietà, di pane e di vita: Abbiamo bisogno di tutto!
Solo dentro la cronaca, carica di mostruose devastazioni, di sangue e di pianto, che ci raggiunge con la testimonianza penosa e straziante delle rovine immense, delle vittime e dei sopravvissuti ed anche con la presenza attiva e coraggiosa di tanti volontari animati dalla potenza della speranza e dell’amore, è ancora possibile rintracciare l’umano, l’essenza e la qualità di esserci, in questo tempo assegnato alla nostra responsabilità.
Solo nell’incontro, anche se filtrato dai “media”, con la folla di diseredati, di scampati, di orfani, di affamati, di feriti, si riesce a varcare il confine del nostro egoismo, il muro delle sicurezze e delle abitudini entro cui è chiuso il quotidiano esistere; si può guardare e ammirare, forse invidiare, la premura e il servizio di tanti “uomini di buona volontà” accorsi da tanti paesi del mondo tra le macerie e le tende ove si organizza la cura, il soccorso, per alleviare, consolare, accogliere, ospitare: per sottrarre i più deboli e indifesi alle brutalità e alle sopraffazioni di gang scatenate ed omicide.
C’è bisogno di sentirsi feriti, immersi nel lutto, penetrati da un trauma morale, perché nel cuore trionfi il desiderio di misericordia e di generosità.
E’ l’anima delle persone e dei popoli che deve essere riportata alla luce, estratta dalle rovine e dagli sfregi che si accumulano sulla nostra civiltà con il peso schiacciante di interessi senza misura, di appetiti e di avidità senza confini.
Il trauma enorme, che da Port-au-Prince ferisce tutta la Terra con uno choc dolorosissimo e drammatico, esige il dovere individuale e globale di riconoscere le necessità dell’amore, le universali necessità del dare e del ricevere.
Ecco perché l’unica strategia possibile, realistica e concreta, per salvare il mondo dalla decadenza e dalla corruzione delle sue istituzioni civili, culturali ed economiche, è quella di mettere al centro delle preoccupazioni, degli impegni e dei programmi dell’agire politico la drammatica condizione degli ultimi e dei miserabili della Terra.
Il crudele terremoto di Haiti induca tutti noi a riconsiderare l’identità, la responsabilità e lo stile dell’uomo nello spazio-tempo del suo esserci, a ridimensionare la cinica e cupa volontà di potenza e di morte che attraversa insolente e minacciosa la realtà del presente, a sostenere con entusiasmo e passione le iniziative belle e sorprendenti che l’Apostolato missionario, senza ostentazione, svolge nelle situazioni più difficili e drammatiche del mondo.
Dalle radici della nostra genealogia umano-divina e dalla destinazione comune della nostra avventura esistenziale, viene un segnale, continuo di verità, di vita e di amore che non possiamo più eludere. E’ un segnale, però, contrastato dalla potenza mondana e bestiale della menzogna e del dominio che avvelena la storia con la logica della separazione, della prevaricazione e dell’inimicizia.
In questa lotta si può vincere solo con la forza dell’unità, con l’umiltà del servizio, con il recupero della Pietà. L’Amore è tutto.
Da Madre Teresa di Calcutta, esempio grandioso, amorevole, vivo e sublime di Bene donato alle creature più affaticate ed oppresse della Terra, viene una voce che invoca una decisione forte e santa del cuore: Dio ci ha creati per essere amati dal Suo AMORE e non per essere distrutti dal nostro odio”.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 29/1/2010)


Volontariato nel Sannio. La lezione dei Pastori di Betlemme

Il Natale, pure tra le dissipazioni del consumismo e le frenesie della fuga nel divertimento della vacanza, riesce ancora a comunicare una nostalgia e a suscitare un trasalimento di memoria e di gioia. L’annuncio degli Angeli ai Pastori di Betlemme attraversa ancora con la potenza del mistero i tempi lunghi della storia: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e Pace in terra agli uomini di buona volontà!”
E’ la “buona volontà”, quindi, a segnare la relazione positiva tra cielo e terra, a confermare e a conservare il patto tra il Padre della creazione e i figli dell’umanità.
La nostra intelligenza non può non interrogarsi sulla “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il Bene” e a definire la misura personale della responsabilità nei confronti di noi stessi, degli altri, di Dio e del mondo. “Tutti siamo responsabili di tutti!” ci ricorda ancora la saggezza del grande Papa Giovanni Paolo II. I Pastori accorrono ad adorare il Dio Bambino con fede sicura e cieca, con generosità nel donare con l’umiltà dei poveri pronti a servire, con il desiderio di amare e di soccorrere la famiglia poverissima rifugiata nella gelida stalla. Essi ci consegnano la lezione e la testimonianza dell’Amore! E offrono il modello della perfezione umana della Carità alla coscienza contemporanea che non riesce più a percepire la grandezza e la normalità di un gesto gratuito di solidarietà e di condivisione.
Si allarga sempre più la geografia della miseria e della sofferenza, della solitudine e del disagio e diventano sempre più duri e arroganti i luoghi dell’opulenza e del dominio, della sopraffazione e della violenza. E si intensificano nell’orizzonte della globalizzazione planetaria i segnali della degradazione di una civiltà costruita, invece, sulle radici sante del Vangelo di Cristo e sembrano prevalere le devastanti cariche di autodistruzione che ci portiamo dentro.
In questi giorni di festa ed anche di riflessione sul nostro difficile presente e sul nostro destino, Benedetto XVI ci ha consegnato lo splendore della sapienza antica e sempre nuova del Divino Bambino: “Nel Bambino si manifesta Dio Amore: Dio viene senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà; Dio si fa Bambino inerme per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo. In Gesù Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincerci con l’amore e condurci alla nostra vera identità”.
E’ perciò necessario ed urgente liberare l’Amore dal dubbio, dalla paura, dal sospetto che aprono lacerazioni di odio e di rabbia nell’umana convivenza e inducono gli individui a divenire “lupi solitari”, incapaci di farsi prossimo, di riconoscere le tracce di Dio nella storia, che sono tracce di misericordia, di perdono, di confidenza, di fiducia, di amore.
Qualcuno ha affermato che il segno più grande e minaccioso della malvagità e del peccato nel mondo contemporaneo è l’indifferenza.
Infatti l’offesa più distruttiva arrecata all’altro non è tanto quella del pensare, del dire e dell’agire male, quanto quella dell’omissione. Non c’è più attenzione all’altro; non c’è più lo sguardo aperto ed acuto sulla condizione dolorosa dell’altro, né sul suo sorriso né sul suo pianto. Nessuno più scende dalla sua posizione “alta” e accidiosa per avvicinarsi, per donare e per donarsi.
In questi scenari di gelo, di diffidenza e d’indifferenza non è , tuttavia, morta l’esperienza della “buona volontà”, non è cancellata la “grammatica dell’umano”, non è tramontata la possibilità di “diventare figli del Dio-Amore”.
I mondi vitali del Volontariato sono animati ancora dall’”intelligenza per amore” e dall’”amore per capire” e ancora riescono a bloccare in tanti luoghi e in tante circostanze i meccanismi perversi della durezza, della miseria, della disperazione, della sofferenza, della trascuratezza.
Anche i territori del Sannio sono attraversati dai dinamismi del Volontariato che, con la pluralità di strategie, di soggettività e di risorse di accoglienza e di solidarietà, penetrano nei luoghi assediati dalla presenza nefasta dei mali fisici, morali e spirituali e dall’offesa del sopruso e della violenza.
Ecco l’augurio per l’anno 2010 : nelle comunità nostre, dove non è assente l’ignavia, e l’indifferenza soffoca il cuore con pesantezza insopportabile, vinca “la volontà buona” e si alzi generoso il vento del Bene, perché “il Bene è leggero e tutto ciò che è divino corre con piedi delicati” (F. Nietzsche). In questo anno, nel centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, il Volontariato sannita diventi protagonista di una grandiosa e sublime sfida per difendere la verità divina dell’umano, per liberare la potenza dell’amore dalla stretta della ideologia cupa della violenza e della morte e per esaltare il dono della vita.
Il 7 febbraio, Giornata della Vita, il Volontariato attivo nel Sannio, suscitando il concorso della Parrocchie, delle Amministrazioni locali, dei Movimenti culturali, sportivi, ecclesiali, decida di donare a un Bambino il BENE della Vita!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 15/1/2010)

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