La sfida dell'ateismo all'indifferenza dei cattolici
L'avventura umana del 2012 e il ritorno urgente al Vangelo
La sfida dell'ateismo all'indifferenza dei cattolici
E’ arduo leggere la situazione complicata e difficile in cui si muove la vicenda contemporanea.
Tutto sembra incagliato in una “sofferenza” preoccupante e irresolubile. La società non riesce più a “fare i conti” con il consumismo e la globalizzazione, con lo Stato e con il Mercato, con l’economia e la finanza, con le ideologie e le tecnologie, con le tradizioni e l’innovazione. E le nuove generazioni, alle quali è sempre stata affidata la realtà del futuro, la sua profezia e la sua costruzione, è priva di sicuri riferimenti culturali, di condivise categorie etiche, di valide certezze morali, di chiari orizzonti di significato e di senso.
Alcuni decenni or sono il filosofo Martin Heidegger definiva il nostro “il tempo della notte del mondo”, perché il mondo stava diventando sempre più povero, “tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza”.
Per questo è un segno dei tempi che si estenda il confronto conflittuale e fortemente polemico sulla “questione di Dio” e che l’ateismo ponga nel dibattito filosofico, scientifico e politico, le antiche e le nuove ragioni della sua sfida alle teologie e alle religioni, soprattutto al Cristianesimo.
Ci manca Dio? Sentiamo ancora, anche noi cattolici, il bisogno di ascoltarLo, di ringraziarLo, di invocarLo, di incontrarLo?
Ci siamo adattati alla sua “mancanza”!
La sua “assenza”, o la sua “morte”, non ci inquieta più di tanto. La maggioranza dei battezzati non frequenta i tempi e gli spazi della sacralità, non sente la universale vocazione alla santità, non riconosce, non difende, non giustifica le “ragioni della speranza”, non ne proclama l’annuncio.
Gesù, “ la causa della salvezza di tutti”, non è più riconosciuto come Salvatore.
Salvatore da chi? da che?
La verità di Gesù non è più sorprendente ed emozionante; non appassiona e penetra la condizione affettiva e relazionale della persona, non ne coinvolge integralmente i percorsi e il vissuto, non viene introdotta apertamente e coraggiosamente nella comunità e nella storia.
Nella comunicazione religiosa, nella presentazione teologica, nella stessa celebrazione liturgica, la gelida e astratta logica delle indicazioni dogmatiche e morali e la burocratizzazione del culto non muovono il cuore all’accoglienza, non animano alla testimonianza, non aprono, nell’esperienza della sofferenza e dell’infelicità, il varco alla speranza e all’eternità.
La battaglia all’ateismo, quindi, deve essere vinta prima dentro di noi, nelle viscere stesse della condizione umana: riconoscendosi, ognuno, creatura redenta ed amata da Dio e rianimando in se stessi il rapporto tra fede e ragione, tra Rivelazione e storia, tra testimonianza e vita.
E’ urgente e necessario aprirsi al mistero, alla profezia, all’invisibile, alla spiritualità, all’esperienza concreta della relazione umano-divina, al cammino della divinizzazione; accogliere l’irruzione del soprannaturale nel cuore e nella storia.
L’uomo non è “evento accidentale”, che pensa, che parla, che agisce, che ama “per caso”.
E’ la nostra religiosità tiepida, cedevole, arrendevole, che si lascia trascinare dai venti del divenire, a rimanere ostaggio della polemica ateistica e della seduzione agnostica.
La provocazione antireligiosa, razionalistica o naturalistica che sia, può soltanto confermare la necessità di rimanere cristiani oggi e di esigere in modo più completo e profondo le convinzioni della fede.
Anche i non credenti, siano atei o agnostici, hanno bisogno di dialogare e di incontrare dei credenti veri, coscienti della verità, della libertà e dell’amore, testimoni coerenti e coraggiosi.
Molte posizioni rabbiose e virulenti, molti laicismi aggressivi e anticlericalismi duri vengono generati dalla nostra mediocrità, dalla nostra tiepidezza, dalle nostre ipocrisie e infedeltà.
Siamo noi credenti a mostrare la presenza o l’assenza di Dio nella vita e nella storia.
("Benevento La libera voce del Sannio" n.2/ del 27/1/2012)
L'avventura umana del 2012 e il ritorno urgente al Vangelo
Velocemente si smorzano i pensieri e il vissuto dell’anno che se ne va: di tanti giorni resta soprattutto un greve miscuglio di frammenti dentro i già deboli riverberi della memoria.
Mentre si congeda il vecchio, si spalanca la sorpresa del nuovo che sopraggiunge con estenuata effervescenza mediatica e senza le consuete eccitazioni dello spettacolo e le offensive esibizioni dello spreco. E già sull’inizio, con la conferma dei legami, delle consuetudini e degli impegni già presi, si riversa il carico disordinato di presentimenti, di tensioni, di ansie e di sofferenze.
Si è affievolita la solita “euforia” e anche le luminarie sono più flebili.
Infatti sulla “prima soglia” dell’anno già si aggrovigliano tristezze, inquietudini, rassegnazioni e segnali di allarme e di sfiducia.
Il 2012 è già dentro l’emergenza, sotto il segno della recessione. L’Europa intera è ormai esposta alle virulenze e alle convulsioni del conflitto globale, alle insidiose oscillazioni degli indici, all’affanno dello spread.
Si vanno delineando cupi scenari di forsennate speculazioni e di micidiali tempeste finanziarie, vere e proprie guerre planetarie, che devastano consolidati assetti geopolitici e delicati equilibri statuali.
Avanza ormai il funesto corteo della disoccupazione e della precarietà, con la violenta accelerazione dei processi di corrosione dei tessuti civili, sociali ed economici; crolla la capacità di produttività e di competizione; si immiserisce la condizione vitale di vasti ceti popolari; si inasprisce la stretta fiscale; si allontanano le garanzie previdenziali.
Si dilata ancor più il gigantesco debito pubblico, e se continua così il Paese non ce la fa ad uscire indenne dal vortice pauroso dell’iper-capitalismo globale che strozza le posizioni più fragili e indifese.
E’ in questo orizzonte minaccioso ed oscuro che dobbiamo, senza rinvii e tiepidezze, collocare idee di luce, pensieri di pace, parole di speranza, gesti di misericordia e di solidarietà.
Pietro Gheddo, coraggioso missionario in cammino sulle miserabili strade della terra dominata e sfruttata dalla potenza inesorabile del denaro, ora ci invita a una severa riflessione e a un generoso impegno: “Abbiamo creato una civiltà senz’anima; dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”
Tornare al Vangelo: per considerare l’urgenza di un cambiamento necessario, per rintracciare con umiltà sentieri di servizio e di compassione, per rinunciare con decisione all’invadenza dell’egoismo e dell’avidità.
Il meglio di quest’anno che inizia, tra tanti problemi, non è dato dalle circostanze, dalla fortuna e dal determinarsi più favorevole degli eventi; è, invece, affidato alla libertà dell’intelligenza d’amore degli uomini di buona volontà.
Il meglio può venire da un sorriso in più, dalla premura di un “ti voglio bene”, da un sincero cenno di simpatia e di affetto, da un deciso passo di perdono e di concordia, da un generoso esercizio di aiuto.
In condizioni ora più difficili, in concrete, inevitabili situazioni di sacrificio e di rinuncia, dovrà essere più intenso e profondo il senso di umana fraternità, di amicizia, di prossimità.
Qualche giorno fa il Papa ai carcerati di Rebibbia: “… sono venuto a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito”. A ciascuno di noi, tutti incarcerati nelle idolatrie e nelle insensatezze di questa civiltà decadente, giunge dalla Grotta di Betlemme il tenerissimo linguaggio di un Bambino: “Vi amo di un amore infinito!”
Basta poco a spezzare un destino, a inchiodare una creatura alla malasorte, ad avvilire la dignità di un individuo, a sporcare un volto, a ferire una vita. Ma basta una parola, una parola di amore infinito, a confortare, a consolare, a sostenere, a risollevare un’anima aggredita da crudeli tragedie, da sventure inenarrabili.
Questo mondo può ridiventare più umano?
Sì, se reimpariamo l’alfabeto essenziale e i numeri primordiali: le lettere dell’amore e le cifre del dono.
Soltanto questa “Comunicazione Evangelica”, con lo splendore della verità, della libertà e dell’amore, renderà, anche nel difficilissimo 2012, la terra più umana, più divina!
("Benevento La libera voce del Sannio" n.1/ del 13/1/2012)
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