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L'invito di
Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Una preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza
eroica di Santità
Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano
Gratitudine a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"
La Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe
Di Marzo
Benedetto XVI e la "laicità" ferita
La Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli
dell'Uomo
L'invito
di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Andare
oltre il limite è linvito pressante e premuroso di Bruno
Pietro Manserra a percorrere la vicenda quotidiana sulla soglia dellesperienza
sempre aperta allirruzione dellinfinito, delleterno,
della santità, della trascendenza.
Andare oltre! Attraversando coraggiosamente, dolorosamente i territori
accidentati della vita e della morte, del bene e del male, della verità
e della menzogna, con il desiderio delloltre: della bellezza
e della felicità!
La ricerca letteraria, storiografica, poetica di Manserra esplora da anni
i territori della vita umana nella complessità incandescente di
percorsi, di relazioni, di dinamiche, di memorie, di scelte che illuminano
il pensiero e il cuore della creatura umana.
Nel suo dis-correre cè sempre il desiderio di penetrare
la cronaca per rintracciare il senso, il perché, il fine dellagire,
dellamare, del soffrire, del morire, dellesserci.
E un viaggio nella società contemporanea, carico di poesia
e di memoria, è scavo psicologico e spirituale nelle profondità
insondabili e oscure della coscienza per trarne frammenti di luce e atomi
di bellezza; è cammino, ora ansioso, preoccupato e febbrile, ora
pacato e dolcissimo, nelle arterie morali, politiche, culturali e religiose
di una umanità grandiosa e misera, stretta tra le effervescenze
effimere della mondanità e i richiami profondi, intimi di un orizzonte
spalancato sulle vertigini dell "oltre".
Non è un cammino solitario, avvilito e stanco questo di Manserra:
è un esodo, ove incontra, nel quotidiano della vita e della
storia, persone, gesti, sguardi, pensieri, ricordi, destini, luoghi, e
li abbraccia e li attraversa con il suo ampio patrimonio di saperi e di
competenze sapienziali, animandoli sempre con acutezza e sensibilità,
offrendoli con tenerezza e comprensione e, talvolta, con ironia e indignazione.
Nella diacronia storico-culturale si alternano i volti e le parole, le
riflessioni e le tracce ora di Kant, ora di Scheler e di Sartre, ora di
Aristotele e San Tommaso, ora della Sacra Scrittura, di SantAgostino,
di Dante, di Eliot,
E diventa protagonista il Mistero: il
Mistero del Divino che non soccombe mai anche se affrontato da nichilismi
devastanti e da sconvolgenti e rabbiose aggressioni allethos
della virtù e del sacrificio, del rispetto e dellamore.
E fortissima nella coscienza di Manserra la consapevolezza della
forza dellamore; e perciò si addensano i riferimenti alla
bi-millenaria tradizione del pensiero cattolico, e si amplifica la voce
di Giovanni Paolo II a contrastare con inaudita potenza di verità
le folli presunzioni della modernità scatenata nellesaltante
e suicida progettazione di un mondo senza Dio e senza redenzione.
E fortissima in lui la preoccupazione per labuso diffuso della
libertà, per la pretesa dilagante di sfuggire allosservanza
della "regola morale", per lincontenibile espandersi dellideologia
del materialismo e per il selvaggio sfrenarsi degli istinti, del desiderio
edonistico, dellarbitrio e della violenza.
Ma Bruno Pietro Manserra non si chiude mai in una visione cupa della vita
e delle cose; non cede allineluttibilità dellinfamia
e della malvagità.
Non dispera mai. Egli sa che ciò che è impossibile agli
uomini è possibile a Dio e afferma la speranza come potenza
vittoriosa sul limite del tempo e dello spazio, dellerrore e del
peccato, del male e della morte: la speranza è piena di immortalità.
Mentre le sfide allumana convivenza si moltiplicano e accrescono
i rischi e le incertezze e le paure, e si diffondono violenze e impulsi
terroristici e sembra incerta la tenuta stessa della condizione antropologica,
insidiata dallo scientismo, Manserra indica, lungo i percorsi impervi
della "Via Crucis" dellumanità, i volti della santità
di Francesco dAssisi, di Padre Pio da Pietrelcina, di Madre Teresa
di Calcutta, per riscattare il mondo dalle brutture e dalle offese che
ostinatamente lo feriscono e per illuminare di verità, di libertà
e di amore lorizzonte inquieto della vita e della storia.
Per "andare oltre il limite", questa è la lezione ardente
e coraggiosa di Manserra, bisogna vivere, nella Chiesa di Cristo,
con più fede, più speranza, più amore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)
Una
preghiera alla Chiesa per il Martirio
di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità
Tutte le creature,
"immagine e somiglianza di Dio", sono chiamate alla santità:
sorgente, misura e testimonianza della
condizione umana che, tra le difficoltà, i peccati e le sfide della
vicenda storica, si apre alla Grazia e accoglie nellesistenza il
sigillo della fede, della speranza e dellamore. "La storia,
ha scritto Moro, sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non
fosse riscattata dallannuncio, sempre presente, della salvezza e
della speranza.
In un contesto difficilissimo e drammatico -il primo trentennio della
storia repubblicana del Paese- Aldo Moro ha offerto una straordinaria
presenza di intelligenza e di libertà a servizio della società
e delle istituzioni democratiche; ha animato il pensiero, la parola e
le azioni della sua esperienza personale, nella famiglia, nella D.C.,
nel dialogo con la comunità civile e politica, nel governo della
"cosa pubblica", nelle relazioni internazionali, con una fedeltà
sicura e vitale allintegrità del Vangelo.
Con Alcide De Gasperi e con Giorgio La Pira, Egli è lesempio
più alto della politica dei cattolici nel XX secolo radicata nella
grande tradizione popolare avviata da Don Luigi Sturzo e ispirata al pensiero
della "Rerum novarum" e della "Dottrina sociale" della
Chiesa.
Dalla "strategia popolare" di Sturzo, dal "realismo degasperiano"
e dalla "profezia lapiriana" convergono in Moro linee profonde
di attenzione alla concretezza del divenire storico-politico, insieme
a illuminanti spinte di possibilità e di avanzamento dei processi
civili, culturali e sociali: per corrispondere in modo più pieno
alle domande di giustizia, di ordine e di cambiamento che vengono dal
cuore profondo della comunità nazionale pure agitata e sconvolta
da fenomeni di rottura e da suggestioni di "violenza come alternativa
disperata alla libertà".
Con lidea di "democrazia viva, problematica e aperta"
e consapevole che anche "nella necessità si può essere
liberi", Moro si muove tra le torbide e inquietanti reazioni di gruppi
che vantano i valori della conservazione anche per difendere privilegi,
poteri ed equilibri in contraddizione con le dimensioni popolari del "nuovo
patto costituzionale", e le tensioni complesse e incontenibili che
si accumulano in una dinamica febbrile e violenta generata da una cultura
commista di relativismo etico e di utopie palingenetiche, di velleitarie
persuasioni razionalistiche e di inattendibili istanze rivoluzionarie.
E recupera, nel magma incandescente dei sommovimenti morali, civili, ecclesiali,
ideologici e politici, i segnali positivi e forti di mutamenti compatibili
con il metodo e la sostanza della democrazia; e attiva una strategia intelligente
e penetrante di attenzione alle esigenze e alle richieste della convivenza
civile e alle posizioni e alle prospettive di evoluzione del sistema politico
che si andava incagliando pericolosamente per la mancanza di alternative
nel governo del Paese.
Conclusa la fase degasperiana, grandiosa e perfetta nella indicazione
costitutiva della fisionomia democratica, del ruolo storico-politico e
del processo di sviluppo del Paese, Moro esprime il massimo della capacità
di movimento e di iniziativa della D.C., conservandole linalienabile
ispirazione cristiana e la formidabile potenza di moderazione e di equilibrio.
Dopo Moro, tutto questo mondo di idee, di esperienze e di valori si indebolisce
e si frantuma: la politica non si mostra più come "un modo
esigente di vivere la carità".
Ora, dopo trentanni, la tragedia delleccidio di Moro indica,
con maggiore evidenza, linsanabile frattura della concezione politica
dellamore, della libertà, e della giustizia. Per questo,
dallevento terribile e feroce, ancora indicibile e inquietante,
viene un grido, e un lamento, di pianto e di allarme che raggiunge ancora
il cuore dolente del Paese.
E venuto il momento di chiedere perdono a Moro e alla famiglia di
Moro: è una necessità e unurgenza che non possiamo
più eludere.
Ora dalla Chiesa, in cui Aldo Moro è stato presente con una partecipazione
continua e premurosa, profonda e intima, fedele e coerente, di cui è
stato figlio confidente e generoso, alla quale ha consegnato la sua fine
drammatica, molti attendono con fiducia una parola di verità sullidentità,
sul percorso e sulla destinazione di santità della sua testimonianza.
La Chiesa, con la sapienza della sua ricognizione storiografica, con lintegralità
del Suo sguardo di Madre e di Maestra, con la Sua capacità di leggere
le profondità del cuore delluomo, può donare al riconoscimento
e alla devozione di tutti il volto di un grande testimone della Verità,
della Libertà e dellAmore, a cui è stata richiesta
la sofferenza eroica del martirio.
A Moro, sottratto finalmente alloffesa e allingiuria, la Chiesa
può ridare dignità, onore e giustizia perché la sua
memoria, purificata e limpida, sia benedetta dal sigillo della santità.
Le gravi, solenni, tenerissime e commoventi parole di Paolo VI, con il
quale è sorprendente la straordinaria somiglianza di pensiero,
di linguaggio e di stile, risuonano sempre più forti nella coscienza
umana e cristiana: "Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico".
Ecco, intorno ad Aldo Moro si stringa il cuore riconoscente ed amico della
Civiltà italiana con la potenza della gratitudine e della devozione:
per chiedere alla Chiesa di Gesù Cristo che il Volto mite e buono
di Moro splenda finalmente con il segno santo del Martirio.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)
Lo
sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
nelle "Luci e Tenebre del Mondo d'Oggi"
Il vigoroso
sacerdote contadino di Fragneto Monforte, Don Nicola Capozzi, ha interrotto,
ma solo per un po, lansia antica della poesia e ha sospeso
il ritmo della bellezza musicale del verso limpido e salmodiante, che
vuole abbracciare lo splendore e le vibrazioni della creazione per rintracciarvi
i segni dellAmore eterno: lAmore che redime lumano dal
male devastante e incombente con le laceranti sfide della menzogna e dellodio.
Ora lAmore di Dio diventa protagonista di una ricerca severa, a
volte indignata, penetrante nel cuore della storia, nei rischi della civiltà
contemporanea, nellaffanno materialistico di un quotidiano sperduto,
tra desideri disordinati, in una esperienza mondana non più illuminata
dal senso della vita e dai significati del nascere, dellesistere
e del morire. Don Nicola, con lantica sapienza sacerdotale, profetica
e regale, che sigilla un novantennio straordinario di vicende umane, culturali,
pastorali e religiose, osserva con acutezza dolente il divenire delle
cose e lavventura affascinante e drammatica della società
ed esamina e valuta e giudica il corso del tempo in cui tradizioni, valori,
ideali, assetti istituzionali e civili sembrano precipitare, non senza
speranza di salvezza, in una rovinosa caduta.
Sono "le luci e tenebre nel mondo doggi" che si
scorgono nellorizzonte, cupo eppure attraversato ancora dalla verità
della fede, di questo presente inquieto e complesso, dominato da un inaudito
"progresso tecnico-scientifico" e mortificato e lacerato
da un "regresso religioso e morale". E questa dissociazione
radicale e forsennata tra saperi ed etica, tra scatenati individualismi
e sofferte relazioni interpersonali, ad animare la dialettica pensosa,
preoccupata e commossa di Don Nicola: la disgregazione penosa della famiglia,
lindebolirsi grave e irreversibile del legame matrimoniale, il crollo
accelerato dei vincoli legali e morali, la dissennata ricerca del piacere
comunque,la sregolatezza perversa di una sensualità insana, senza
rispetto della corporeità e della sessualità.
Lanalisi realistica e puntuale non induce però ad una visione
pessimistica e insopportabile della vicenda umana, non porta a una condanna
completa e irreparabile della condizione storica, non suggerisce una resa
della testimonianza educativa e pastorale e una fuga sgomenta nellindifferenza
e nellegoismo. Non cè rimpianto né nostalgia
del tempo passato, ma consapevolezza del tempo che avanza recuperando
nella memoria la responsabilità delle "cose nuove".
Non cè rifiuto della modernità, ma la ricognizione
intelligente e critica, in essa, di ciò che è inevitabilmente
morto e superato ed anche di ciò che deve essere conservato e potenziato
per reggere allurto distruttivo che comprime e frantuma la grandezza
e la dignità dellumano.
In uno splendido passaggio del "saggio", Don Nicola compara
la vita cristiana di oggi a quella di ieri e misura il decadere del metodo
educativo e dellesempio generoso nella famiglia e nella scuola,
loscurarsi della verità e dellamore e il disperdersi
dei patti di obbedienza e di fedeltà, lo spezzarsi dei rapporti
anche nella comunità dei credenti.
E nel confronto tra vita pastorale di un tempo e quella di oggi, il linguaggio
di Don Nicola diventa duro, rovente, carico dellinvettiva tagliente
della profezia del Vecchio Testamento e della voce travolgente e accusatoria
del Battista.
Ma finisce per prevalere unattenzione preoccupata e dolcissima,
venata di comprensione e di affetto, rivolta alle situazioni più
problematiche e difficili, soprattutto quando sono le nuove generazioni
a muoversi in un disagio diffuso e asfissiante, in una sofferenza acuta
e irriducibile. E proprio quando lo sguardo doloroso e preoccupato si
posa su vicende orribili di immoralità e di dissolutezze, sulla
questione tremenda dellaborto e sul rifiuto del diritto alla vita,
si eleva linvocazione premurosa ed esigente, perché si ritorni
alla bellezza esemplare dellosservanza del patto damore nei
rapporti coniugali, nelle relazioni tra genitori e figli, tra maestri
ed alunni, tra pastori e fedeli.
In questo lavoro di ricognizione sui "guai" di questo
presente trascinato da più parti verso il naufragio ineluttabile
di unintera civiltà strappata alle sue radici cristiane,
Don Nicola Capozzi rilancia una prospettiva pedagogica, culturale e civile
che chiama vecchi e giovani, uomini e donne, famiglie e comunità,
cristiani e pastori al ritorno a Cristo, alla "Via Verità
e Vita" dellAmore.
Con un sentimento di gratitudine per la Sua testimonianza alta di responsabilità
e di preoccupata tensione civile ed ecclesiale, ognuno di noi , nel porsi
in ascolto della Sua voce poetica, della Sua esperienza e della Sua profezia,
ritrovi il coraggio della Verità e dellAmore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.7/ del 11/4/2008)
Le
grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
Premono problemi
ed esigenze molteplici ad interrogare la coscienza personale e la responsabilità
civile e politica.
È avvertita in profondità linquietudine per la fragilità
dellorizzonte sociale, economico e finanziario del nostro Paese
e si rafforza lidea che la crisi richieda con urgenza cure radicali,
condivise da tutte le forze politiche.
È sempre più diffusa la domanda di occupazione delle nuove
generazioni ed è divenuta drammatica, soprattutto nei territori
più deboli e sofferenti del Mezzogiorno, la richiesta di sostegno
al potere di acquisto delle famiglie, fortemente ridotto negli ultimi
dieci anni, perché si possa sopravvivere al "rialzo"
dei beni di consumo anche di prima necessità.
Aumenta il "deficit" di fiducia e di speranza: il futuro appare
più nero ed incerto.
Consentirà la "nuova legislatura" rinnovati equilibri
democratici ed assetti di potere funzionali alla ripresa del "bene
comune", per rianimare gli estenuati sistemi di competenza istituzionale
e di servizio e per rilanciare lo sviluppo della vita civile , culturale
e produttiva delle nostre comunità?
La nostra Campania, assalita da mille emergenze, anche criminali, vive
una dolorosissima condizione di difficoltà, stranamente irrevocabile,
e non riesce ancora a individuare una rappresentanza politica capace di
esprimere lintelligenza e la passione che pure animano la "comunità
etica" della Regione.
Ora cè bisogno di una bussola intellettuale e morale che
possa orientare le scelte e i percorsi nella complessa geografia politica
nazionale, agitata da una dinamica confusa nel dichiarare le motivazioni
di fondo e gli indirizzi di principio.
È positivo che sia stata offerta allopinione pubblica, soprattutto
per merito di Giuliano Ferrara, unattenzione più viva e sorprendente
alla grande "Questione della Vita": promuovere una strategia
politica che favorisca il "diritto incondizionato alla vita"
dal concepimento alla morte naturale significa concretamente investire
risorse destinate alle mamme, alle famiglie, ai servizi socio-sanitari
per aiutare la vita a nascere, perché nessuna donna sia "obbligata
ad abortire", e per favorire una forte iniziativa di orientamento
culturale e educativo che contrasti i cedimenti all"azzardo
delleugenetica" e allinsidia della manipolazione embrionale.
Laltra riflessione politica essenziale va rivolta alla "Questione
della Famiglia", perché è in atto una micidiale
aggressione al nucleo familiare, alla sua consistenza antropologica centrata
sulla mascolinità e femminilità, sulla paternità
e maternità. E necessaria unazione polivalente che
aiuti, anche con adeguate misure fiscali, la famiglia ad affrontare i
rischi innumerevoli, anche economici, etici e pedagogici, che ne insidiano
la tenuta generativa, la saldezza sociale, la missione culturale e educativa.
Ed è lesperienza quotidiana a rivelare in quale disordine
valoriale, ideale ed etico siano state vergognosamente precipitate le
nuove generazioni, sempre più sbandate per lassenza di orientamenti
morali, non più coscienti delle loro identità per il crollo
del senso della vita e, perciò, non più consapevoli della
loro missione nella storia.
La "Questione Educativa" è divenuta così
una gravissima emergenza, alla quale un magistero familiare e pedagogico,
non più riconoscibile nella sua autorità per il franare
delle regole e degli esempi positivi di convivenza, non riesce a dare
risposte efficaci ed esigenti.
La Scuola è in seria difficoltà: si è oscurato il
fascino della ricerca della verità e si è spenta la luce
della libertà e dellamore sulla pluralità dei cammini
culturali.
E, mentre si accrescono disagi nella gestione dellesistenza quotidiana
e nel funzionamento delle istituzioni, sinasprisce il confronto
tra le culture e le tradizioni religiose ed esplodono fenomeni ignominiosi
di sopraffazione e di violenza sulle donne e sui bambini e di sfruttamento
sugli immigrati. Emerge, in tal modo, anche la "Questione della
sicurezza e della solidarietà", che non è tanto
un problema di legalità quanto di rispetto dellaltro, soprattutto
dei più miserabili ed emarginati. E una questione di accoglienza,
di ospitalità, di garanzia per tutte le persone e le famiglie che
giungono nel nostro Paese alla ricerca di un "minimo" di dignità
e di affidamento esistenziale.
Infine cè, ineludibile e rischiosissima, la "Questione
della Pace" che inquieta la coscienza politica, mentre saccresce
linaudito potenziale di terrore e di morte e si moltiplicano circostanze
esplosive di conflitti micidiali, di stragi e di genocidi disumani e di
sanguinosi confronti. Tutto il mondo è in una emergenza continua,
su un "crinale apocalittico", senza la consapevolezza che può
essere vicina la catastrofe planetaria e che la guerra non ha più
legittimazione storica ed etica. "Mai più la guerra!"
ci ricorda il Magistero papale in nome della "tranquillità
dellordine" e del "diritto alla vita" del biocosmo
e dellumanità: tutti noi apparteniamo alla stessa famiglia,
alla stessa storia, allo stesso destino.
Per continuare a scommettere sulla "bontà della vita",
è tempo che lintelligenza politica, oltre gli slogan, ritrovi
la coraggiosa misura del discernimento e, oltre gli insulti, ristabilisca
i criteri del giudizio e della saggezza.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.6/ del 28/3/2008)
"Il
fiore del deserto" di Michele Ruggiano
La consolazione della Poesia nell'epoca del nichilismo
"Il fiore
del deserto" è unopera sorprendente: era sembrata conclusa
limpresa della ricerca sulla vicenda ardente e dolorosissima del
Leopardi. Il Preside frassese, infatti, aveva già offerto il complesso
percorso esistenziale e poetico leopardiano anche in una suggestiva configurazione
storica e filosofica e, con sonde di fine esploratore, era penetrato in
profondità lungo i tracciati spirituali da Petrarca a Baudelaire.
Ma un "vero amore" non può essere abbandonato alloblio.
Alla Biblioteca Provinciale di Benevento, accolto dal fervore amicale
ed organizzativo della "Dante Alighieri" della prof. Elsa Maria Catapano,
da sempre impegnata a dialogare con i protagonisti della vicenda culturale
sannita e con i testimoni della letteratura, dellarte, della poesia,
Michele Ruggiano ha, con sperimentata metodologia, introdotto lautocoscienza
dei partecipanti in unatmosfera poetante e musicale, carica di fortissima
tensione emotiva e di disponibilità allascolto. Addensata
con le note sublimi di Beethoven -proposte con dolcezza e potenza dalla
prof. Angela Farina- è penetrata nel cuore la voce leopardiana
dell"Infinito" con la misurata intonazione lirica e il timbro sonoro
e profondo di Anna Ciancio DAgostino.
E stato assai più agevole, e forse più semplice e
suggestivo, presentare la relazione Leopardi-Ruggiano come confidenza
narrativa tra lio vivente del Poeta e lo sguardo innamorato ed attento
del Narratore. Chi legge "Il fiore del deserto", vive drammaticamente
il percorso leopardiano: entra dentro un"autobiografia" dolente
e avvincente, che si sporge ai confini dellessere e del nulla, tra
pietà ed empietà, tra domande sconfinate damore e
durissime smentite, sconvolgenti incorrispodenze.
Ruggiano ha avvicinato Giacomo Leopardi non con una fantasia spericolata
né con pregiudizi psicologici e ideologici. Cè una
riservatezza umile e timida, eppure gioiosa e tenerissima, nellapproccio
integrato alla complessità di una personalità incandescente
e dolente che trafigge la bellezza e il dolore delle cose, dellanima,
del cosmo. Luomo, nessun uomo, può essere colto con lorgoglio
saccente dellIntellettuale e Michele Ruggiano non si sente mai il
padrone del pensiero, nemmeno di quello leopardiano, di cui pure è
Maestro insuperabile. E di questi tempi di sfrenatezze e di superbie incontenibili,
di autoesaltazioni luciferine, di esposizioni mediatiche ingombranti e
insolenti, è un dono grande essere amico e lettore di Ruggiano:
la conoscenza di Lui e delle sue opere e delle sue iniziative, anche della
sua direzione intelligente ed aperta del "Centro di Cultura" operoso nellaccogliente
scenario francescano della Madonna delle Grazie, è da custodire
nel cuore, nellintelligenza, con rispetto, con devozione, con cura.
"Il fiore del deserto" si legge senza interruzioni, di un fiato: è,
infatti, un "romanzo" nato da unempatia eccezionale, è la
"fusione di orizzonti" nel crogiuolo di una disposizione allospitalità
cognitiva, affettiva, relazionale di una identità umana "giobbica",
miserrima ed esaltante anche nella sventura. Questo Leopardi di Ruggiano,
lho sentito vivo, con la sua carne sofferente, con il suo respiro
affannoso, con il suo cuore avvilito e impazzito, vivo dentro il palazzo
marchesale, vivo nel suo incontro "matto e "disperatissimo", con i tanti
abitatori della biblioteca di Monaldo, vivo, sempre!
Ho pure tentato di contenere in unattenta e prudente disciplina
critica lentusiasmo per il Leopardi ruggianano; ma la mia libertà
di giudizio, sprovveduta ed incerta per pochezza di conoscenze poetiche
e letterarie, è stata confortata e confermata dallautorità
più attrezzata e sapiente di Orazio Gnerre e di Raffaele Matarazzo,
protagonisti per decenni della generosa pedagogia e dellalta cultura
nel Sannio.
Tutto il testo luminoso di Michele Ruggiano è un invito poderoso
e struggente a tornare alla Poesia: il canto della Bellezza, dellAmore,
del Dolore.
La poesia leopardiana è "il fiore" che nasce nel deserto dellavventura
umanistico-illuministica -quella del progresso e della rivoluzione- che
sembra concludersi in questa fase minacciosa e drammatica del gelo planetario.
Leopardi avvertì per primo, dolorosamente, mirabilmente, mortalmente,
lirrompere nellorizzonte della modernità del disprezzo
per il "Logos dellamore". Lideologia del materialismo meccanicistico
inizia allora lopera corrosiva della verità e del bene e
Leopardi vive e soffre linaudita catastrofe che il male arreca ineluttabilmente
alla vita. Assiste con sgomento allespandersi minaccioso e invadente
del nulla che investe, nel suo ritmo irresistibile e tragico, la fondazione
stessa della realtà e il destino degli uomini. Ma non tutto è
perduto: nel "secolo superbo e sciocco" delle "magnifiche sorti e progressive",
"la potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello", e
"in questa fuga il bene si nasconde proprio per manifestarsi".
Gratitudine immensa a Michele Ruggiano: il "suo" Leopardi riaccende, fin
nel tenebrore di questo tempo feroce e inquietante, la trepida nostalgia
della Bellezza ove, per leternità, abita la Verità,
la Libertà, lAmore.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.5/ del 7/3/2008)
Gratitudine
a Giuliano Ferrara
"Difensore della Vita"
Con straordinaria
sapienza politica ed eccezionale disposizione alla pietà, Giuliano
Ferrara ha acceso, dentro lo spazio aperto dalla Risoluzione ONU per la
"Moratoria contro la pena di morte", il fuoco di una sorprendente, formidabile
iniziativa etico-civile che, finalmente, introduce nella comunicazione
pubblica la grande questione: la guerra scatenata alle radici stesse della
costituzione dellio umano nel grembo delle Madri.
Nei giorni foschi del 1978, mentre Aldo Moro era "ostaggio" della vigliacca
violenza delle B.R., il Parlamento italiano definiva il dispositivo legislativo
della 194, in un confronto doloroso e difficile tra statualità
democratica e "diritto alla Vita". In quel contesto, segnato da inaudite
tensioni, esasperazioni e paure, la "cultura della Vita" cedette allattacco
micidiale dellideologia antiumana del dominio e del terrore.
Ad Aldo Moro, nelle mani dei suoi assassini, non fu più riconosciuta
la sua vera identità e fu negato "il diritto di cittadinanza":
la sua libertà venne abbandonata allinfamia delleccidio.
Alla Creatura umana, nascente nel grembo materno, fu conferita giuridicamente
la condizione di "ostaggio", sempre esposto alla minaccia dellesecuzione
capitale. Ma quando alluomo, in tutti i momenti del suo "esserci",
non viene riconosciuta l"identità vivente dellumano",
non ci sono più confini allinganno né difese per contenere
loffesa e la violenza radicale. Ed anche quando si rivela la presenza
sorgiva dellumano, si alza, osceno e ripugnante, il grido del "Crucifige!"
E diventa un diritto di libertà, un segno di salvezza e di liberazione,
perfino la strategia dellannientamento e della strage.
Con il grandioso "processo di modernizzazione" -la trionfale avventura
del Regno della Ragione e della Libertà- la Vita stessa, il suo
inizio il suo percorso il suo destino, entra integralmente nel dominio
della tecnica: la Vita, soprattutto quella dei deboli, degli innocenti,
degli inermi, è esposta al rischio totale, perché è
il "sapere-potere" a decidere i tempi della storia e dellesistere.
Trentanni fa la Ragione pratica -lEthos, la Paideia, la Politeia-
rifondò, anche in Italia, sulla Rivoluzione etica e sulla Catastrofe
della Tradizione "le magnifiche sorti e progressive" della nostra felicità.
E questo Pensiero e questa Prassi marciano ancora, e orgogliosamente,
alla guida del III Millennio cristiano. Lirruzione di Giuliano Ferrara
ripropone ora, in modo più forte e coraggioso, ed ineludibile,
alla coscienza infelice di questo tempo complicato e drammatico, la grande
"questione della Vita" -che è questione di Verità di Libertà
di Amore. A questa non si può sfuggire con lattitudine nichilista
allindifferenza gaia e consumistica del divertimento di massa, dello
stordimento e dellevasione.
"SI o NO alla Vita: questo è il problema!"
Come possiamo non avvertire che la Storia, la nostra presenza nel tempo-spazio
globale di questo XXI secolo, è tutta dentro lurgenza dellalternativa
tra paura e speranza, tra morte e vita, tra terrore ed amore, al bivio
della Tragedia e della Redenzione?
Come possiamo, senza vergogna e senza paura, sradicandola dalla sua fondazione
e dal suo destino e oscurandone la genealogia culturale e spirituale,
consegnare questa Civiltà alla " fine perversa di tutte le cose"
che Immanuel Kant, come ci ricorda Benedetto XVI nella splendida "Spe
Salvi", indicava già allottimismo sfrenato dellIlluminismo
e della Rivoluzione?
Questo pensiero ora torna, con intonazione più inquietante dopo
i genocidi e gli orrori del 900 e le sventure delloggi, a
dare un segnale estremo di allarme, ad offrire un ripensamento cruciale
-un Ultimatum"- perché ciascuno di noi torni a riflettere, interrogandosi
alle sorgenti della coscienza: "Chi sono?"
La testimonianza di Giuliano Ferrara, clamorosa e sorprendente, rimette
al centro del dialogo culturale e politico, dentro le convulsioni della
convivenza contemporanea, il primato del "Logos" -la Comunicazione piena
della Ragione della Parola dellAmore- suscitando risonanze e speranze
diffuse anche nei cuori dei "cristiani devoti" affaticati e avviliti dal
prorompere mediatico delle prepotenze scientiste e delle seduzioni laiciste.
Questa testimonianza di Verità rianimi la coscienza umana intorpidita
dalla lunga rassegnazione allegemonia dei "padroni del pensiero"
che insegnano ancora, "senza pudore e senza giustizia", linfame
rovesciamento del "diritto alla Vita" in "diritto di morte", della pratica
del soccorso in "insensata crudeltà".
Questa testimonianza di Amore risvegli finalmente la maternità
e la paternità alla responsabilità del concepimento come
"fusione di orizzonti" nel dinamismo generativo di un nuovo "io" amante
della vita e dellamore.
Questa testimonianza di Libertà rilanci nei luoghi delleducazione,
della cultura, della politica, del diritto, della medicina, lentusiasmo
per la Vita soprattutto lungo i percorsi della miseria e del dolore: per
conoscere, amare e servire la Vita -a cominciare con il proteggere i "germogli
tremanti nel grembo delle Madri". Grazie, Ferrara!
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.4/ del 22/2/2008)
La
Porta della Bellezza e dell'Amore
nell'arte di Giuseppe Di Marzo
Non poteva
rimanere ancora privo di un rapporto forte e profondo con la Città
di Gravina il nostro Sannio.
Da Gravina di Puglia è venuto il "secondo fondatore" della Città
di Benevento, il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, ricostruttore della
Chiesa e della grande tradizione "ecclesiastica" e culturale della nostra
civiltà territoriale.
A Papa Orsini dovrebbe essere rivolta una riconoscenza significativa e
solenne: la stessa identità religiosa, civile, artistica del nostro
esserci nella storia è stata modellata e rianimata dal Suo straordinario
fervore apostolico e dal Suo incomparabile dinamismo pastorale.
Per ora il dovere della gratitudine è stato provvidenzialmente
assegnato ad un nostro artista di Benevento: S.E. Mons. Mario Paciello,
già Vescovo della Chiesa di Cerreto Sannita SantAgata
dei Goti ed ora Pastore della Diocesi di Altamura Gravina
Acquaviva delle Fonti, ha affidato il progetto biblico e teologico della
Porta della Basilica Cattedrale di Gravina al nostro Giuseppe Di Marzo,
al suo genio di artista e al suo cuore di credente.
Ed ora che la monumentale "Porta" di bronzo, con i segni stupendi della
Bellezza e dellAmore, invita alla contemplazione umano-divina aprendo
il Tempio alladorazione e alla celebrazione del Mistero, si fa più
urgente e necessaria una più viva relazione tra le due Diocesi,
tra le due Città, tra i due Popoli.
Nellitinerario biblico-teologico della Porta è offerto alla
sorpresa dello sguardo il rilievo di venti sculture, rappresentazioni
dellorizzonte sublime della Fede e della Salvezza, figure ed eventi
decisivi della Storia sacra dellumanità in cammino nel dramma
dello scontro tra linsidia del male e il soccorso della Grazia.
E un dono magnifico, un altro dono grandioso dellalleanza
antica tra Religione ed Arte, tra "Verbum" e "Imago", tra Tradizione e
Narrazione. Per continuare a vedere, a meditare, a pregare!
Dallaltissima solennità del "Creatore benedicente" alla vibrante
irruzione dell"Arcangelo apocalittico" si eleva lInno iconografico,
che conserva senza discontinuità una formidabile potenza espressiva
nellarmonia di linee, di profondità, di luci.
Le linee sicure, forti, classiche, evocano profili ed eventi che una pedagogia
della Parola divina e dellImmagine umana ha sempre rilanciato dallintimità
millenaria della memoria religiosa ed artistica alle profondità
del cuore e allaccoglienza sapienziale dellascolto obbediente.
E la memoria, abitata ancora dalla Voce del Vangelo, della Tradizione
e del Magistero, che la forsennata scorreria delleffimero e dello
spettacolo non è ancora riuscita a corrodere, diventa intelligenza
di eternità e di bellezza. Giuseppe Di Marzo ricompone, purificandoli
dalle offese, dalle dispersioni e dalla devastazione della volgarità
e dellartificio, i vividi messaggi del Sacro nei quadri biblici
che la regia teologica di Mons. Paciello ha disegnato. Le sculture ricreano
le forme dellumano-divino con un realismo trasfigurato _ il concreto
vivente del Cristianesimo _ senza sfrangiare o scomporre la corporeità,
che anzi è esaltata nellunità formale e materiale
della composizione, animata dal respiro della santità e, per questo,
è sintesi e perfezione di relazioni, equilibrio dinamico di comunicazione,
sigillo vivo di comunione.
Così il tempo si accosta alleterno e ne custodisce il senso
anche nellArte.
La figurazione dimarziana è rivelazione sacra dellimpresa
divina nella natura delle cose e dellumano.
Vi avverti la tensione drammatica della Verità, lannuncio
della Grazia, la presenza della Misericordia e della miseria, levidenza
gioiosa dellAmore e la Speranza per tutti della liberazione e del
compimento nel Giorno del Signore. Non cè frattura tra rappresentazione
e contemplazione: losservare, lindagare, il cercare diventano
condivisione, partecipazione, ingresso nella Bellezza e nel Mistero. Quando
la percezione visiva diventa urgenza di carezza e di contemplazione, lio
attiva la dinamica integrale dellaccesso al divino e il suo cuore
diventa domanda di perdono, ricerca di accoglienza, desiderio di comunione.
E allora la Porta che chiude e delimita, che esclude e rigetta, finalmente
si apre e schiude nel silenzio delladorazione il Mistero indicibile
di Dio.
Così, nel misterioso incontro con la Bellezza e lAmore, si
compie la promessa luminosa del primo pannello della Porta: "Io sono la
Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà
e uscirà e troverà pascolo".
Così si realizza, con lingresso attraverso la Porta, aperta
al desiderio dellio e della comunità, nellevocazione
dellAnnunciazione alla Vergine Santa dellingresso di Dio nelluomo,
anche lannuncio a ognuno di noi dellingresso delluomo
in Dio.
La Porta di Di Marzo in Gravina richiama tutti noi, in modo esaltante
e persuasivo, allurgenza di un Incontro, alla necessità di
un Ritorno.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.3/ del 8/2/2008)
Benedetto
XVI e la "laicità" ferita
Nello "Stato
di diritto" la condizione democratica della cittadinanza è radicata
nel riconoscimento della dignità umana e nel rispetto reciproco
delle ragioni e delle posizioni che ciascuno manifesta.
Ora, al Papa, pur invitato dal Rettore della "Sapienza", non è
stato possibile mettere piede nella sede universitaria romana. E
prevalsa, purtroppo, la vociferazione insipiente della protesta contro
Benedetto XVI, in nome della "laicità". Ma è stata proprio
la "laicità" ad essere ferita ed offesa dall intolleranza
e dalla prevaricazione di una minoranza ostile di docenti e di studenti
impantanata nel settarismo violento e facinoroso che ha usato la "pretesa
scientista" come pretesto anticlericale per la censura e il vilipendio.
E triste dover prendere atto che, in una delle sedi più prestigiose
di ricerca, di studio, di formazione dEuropa -fondata dal Papato-
dove cresce lintelligenza chiamata ad orientare e a dirigere i processi
multiformi della vita del nostro Paese, è mancata laccoglienza
di una Presenza significativa ed alta della nostra storia contemporanea.
Il Pastore universale di oltre un miliardo di cattolici non ha potuto
accedere, in modo conveniente e sereno, nella "cittadella scientifica"
della sua stessa città: Il Pontefice romano ne avrebbe violato
e degradato il nucleo fondativo -la Ragione e la Libertà- e avrebbe
ferito lessenza stessa della Civiltà moderna.
Lostracismo irragionevole e assurdo, ridicolo se non fosse tragico,
carico di diffidenza e di radicalismo ideologico, è un segnale
pericoloso di una rischiosissima deriva culturale, etica e politica.
Lassenza del Papa alla "Sapienza" non è diventata la lugubre
assenza della ragione e della libertà, perché alla fine
la Sua parola ha dominato la scena dellinaugurazione dellanno
accademico.
Con un forte messaggio, denso di ragioni etiche, orientate alla ricerca
della Verità e del Bene.
Ed è la conoscenza della Verità e del bene, dice il Vescovo
di Roma,"la questione che ci occupa oggi, nei processi democratici di
formazione dellopinione e che al contempo ci angustia, come questione
per il futuro dellumanità".
Il Papa avverte la difficoltà drammatica di trasformare in prassi
politica la legalità costituzionale "derivante dalla partecipazione
politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole" di
risoluzione dei contrasti attraverso la rappresentanza degli interessi
e la mediazione dei partiti politici.
Cè nel passaggio conclusivo, straordinariamente bello e trasparente,
una carica profonda di umiltà e di servizio, di amore e di testimonianza:
"
il Papa non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario
la fede che può essere solo donata in libertà;
è
suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità,
invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero,
del bene, di Dio e, in questo cammino, sollecitare a scorgere le utili
luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così
Gesù Cristo con la luce che illumina la storia ed aiuta a trovare
la via verso il futuro".
Allarroganza e allintolleranza cè stata questa
risposta sapiente della mitezza e della comprensione. Sulla paura dellincontro
e sul rifiuto del dialogo si è alzata, luminosa e sovrana, la "voce
della ragione etica dellumanità".
LIncontro culturale e spirituale tra "natura e missione del Papato"
e "natura e missione dellUniversità" non è venuto
meno: è stato indicato lorizzonte concreto entro cui collocare
il rapporto tra teologia e scienza, tra fede e ragione, tra testimonianza
etica e competenze culturali e formative, tra Chiesa e Università.
E solo in queste coordinate del "prendersi cura della comunità",
la coscienza storica e critica può affrontare, con fiducia, il
rischio altissimo di questo presente difficile, complesso e inquieto.
E stata data a tutti una grande lezione di umanità e di santità:
per ridestare le ragioni della speranza nella ricerca della Verità
e del Bene, nel cammino della Libertà e nella testimonianza dellAmore.
Al Bene comune, questo è linvito del Papa, debbono essere
rivolte tutte le energie e le intelligenze di un Paese civile, promuovendo
la "concordia del metodo" soprattutto quando il "processo delle argomentazioni",
nascenti da diverse e contrastanti visioni del mondo, è faticoso
e difficile. E tempo di condividere questa unica e insostituibile
pedagogia della sapienza, della concordia civile e della pace, perché,
come Benedetto XVI ha affermato nella "Spe salvi", "Non è la scienza
che redime luomo. Luomo viene redento mediante lAmore".
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.2/ del 25/1/2008)
La
Grande Moratoria
Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo
La Risoluzione
dellONU contro la pena di morte è un evento storico: si apre
ora una grande speranza per labolizione della condanna capitale
in tutti i luoghi della terra.
Nellorizzonte planetario si è alzato un ineludibile appello
alla coscienza umana e civile, ai popoli e alle istituzioni di tutto il
mondo: per il riconoscimento della Dignità fondamentale delluomo,
a cui, per nessun motivo, può essere sottratta la condizione essenziale
della vita; per laffermazione del Diritto alla Vita come principio
costitutivo dellordinamento statuale della cittadinanza; per lintroduzione
del Codice giuridico della Vita nei processi di formazione culturale e
religiosa e di organizzazione civile e politica; per leliminazione
dalle relazioni interumane di ogni segnale di violenza, di minaccia e
di incitamento ad uccidere; per la promozione della Cultura dellAmore,
che contrasti la paura dellaltro, loffesa allaltro,
luso dellaltro, lindifferenza per laltro.
Lio umano è sorgente di verità, di libertà,
di amore! Lo Stato, quindi, non può appropriarsi di un potere totalitario
-di vita o di morte- radicalmente antiumano.
Giunga, finalmente, a tutti i popoli, alle nazioni, agli stati, alle culture,
alle religioni, soprattutto alle nuove generazioni, animate dal desiderio
di felicità e dalla speranza dellamore, il messaggio universale
della vita, con il "veto" ai carnefici che ancora alzano la mano omicida
-anche in nome della Legge- contro gli esseri umani innocenti o anche
colpevoli.
La Risoluzione ONU del 18 dicembre 2007 ripropone, in modo drammatico,
la grande Questione antropologica del "Diritto alla Vita" di ogni creatura
umana, dal concepimento al termine naturale dellesistenza: a nessuna
creatura deve essere inflitto il supplizio capitale, perché il
dono della vita non è nella disponibilità delluomo.
Durante il XX secolo, età nefasta di stragi e di genocidi inauditi,
è stata introdotta in molti Paesi la "Legislazione dellAborto".
Ponemmo il libero arbitrio a servizio del "desiderio comunque", al di
sopra della Vita, al-di-là del Bene e del Male, contro l"Inizio",
contro la realtà dellEsserci primordiale.
Prevalse la concezione del Dominio e trionfò paurosa e perversa
lidea -e la possibilità- dellannientamento: si può
realizzare il progresso collettivo e la felicità individuale distruggendo
la vita, la libertà, lamore dellaltro. Questa è
stata linsidia che ha travolto la consistenza umanistica della Modernità
e che ha consegnato il destino della Civiltà, con lo sfondamento
assiologico, allavventura del Relativismo che pretende di negare
e di uccidere la realtà stessa della Vita.
"Dopo la decisione dellONU, ha scritto il direttore del Foglio Giuliano
Ferrara, non possiamo far finta di nulla sulle migliaia di esseri umani
uccisi legalmente prima di nascere."
E venuto il tempo del coraggio e della responsabilità -e
del pentimento- in cui gli alibi libertari e i giustificazionismi tecnico-scientifici
e biomedici non possono più aver corso.
La morte è un male in sé e luccisione della creatura
embrionale -innocente e indifesa- è un male ancora più radicale
e assoluto.
Per continuare ad appartenere alla natura e alla condizione umana è
necessario considerare lintenzione abortiva una "sentenza di morte",
è urgente giudicare la pratica abortiva una "esecuzione capitale".
Cè bisogno di una "Grande Moratoria": perché il terrore
non irrompa mai più nella dimora generativa dellumano, dove
germoglia il seme integrato dellEssere, dove inizia lesplosione
irreversibile della Luce e dellAmore.
Cè bisogno, contro linvadenza tragica della morte,
di una Grande Risoluzione per la Vita.
Ora che sono presenti più attente sensibilità e più
decisive possibilità di confronto, di dialogo e di comprensione,
i Cristiani laici possono chiudere la triste epoca delluniversale
"genocidio dei figli non nati": con una più generosa missione culturale,
civile e politica per il rispetto della Vita; con una più coraggiosa
testimonianza contro il devastante sfregio alla natura umana; con una
più fervida preghiera, implorante la luce della Verità per
lIntelligenza, a lungo sviata, delle persone e dei popoli.
("Benevento
La libera voce del Sannio" n.1/ del 11/1/2008)
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