Appunti per il Direttore

Rubrica a cura del Sen. Davide Nava

2007
2006

L'invito di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite
Una preghiera alla Chiesa per il Martirio di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità
Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica
"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano
Gratitudine a Giuliano Ferrara "Difensore della Vita"
La Porta della Bellezza e dell'Amore nell'arte di Giuseppe Di Marzo
Benedetto XVI e la "laicità" ferita
La Grande Moratoria. Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo


L'invito di Bruno Pietro Manserra: Andare oltre il limite

Andare oltre il limite è l’invito pressante e premuroso di Bruno Pietro Manserra a percorrere la vicenda quotidiana sulla soglia dell’esperienza sempre aperta all’irruzione dell’infinito, dell’eterno, della santità, della trascendenza.
Andare oltre! Attraversando coraggiosamente, dolorosamente i territori accidentati della vita e della morte, del bene e del male, della verità e della menzogna, con il desiderio dell’oltre: della bellezza e della felicità!
La ricerca letteraria, storiografica, poetica di Manserra esplora da anni i territori della vita umana nella complessità incandescente di percorsi, di relazioni, di dinamiche, di memorie, di scelte che illuminano il pensiero e il cuore della creatura umana.
Nel suo dis-correre c’è sempre il desiderio di penetrare la cronaca per rintracciare il senso, il perché, il fine dell’agire, dell’amare, del soffrire, del morire, dell’esserci.
E’ un viaggio nella società contemporanea, carico di poesia e di memoria, è scavo psicologico e spirituale nelle profondità insondabili e oscure della coscienza per trarne frammenti di luce e atomi di bellezza; è cammino, ora ansioso, preoccupato e febbrile, ora pacato e dolcissimo, nelle arterie morali, politiche, culturali e religiose di una umanità grandiosa e misera, stretta tra le effervescenze effimere della mondanità e i richiami profondi, intimi di un orizzonte spalancato sulle vertigini dell’ "oltre".
Non è un cammino solitario, avvilito e stanco questo di Manserra: è un esodo, ove incontra, nel quotidiano della vita e della storia, persone, gesti, sguardi, pensieri, ricordi, destini, luoghi, e li abbraccia e li attraversa con il suo ampio patrimonio di saperi e di competenze sapienziali, animandoli sempre con acutezza e sensibilità, offrendoli con tenerezza e comprensione e, talvolta, con ironia e indignazione.
Nella diacronia storico-culturale si alternano i volti e le parole, le riflessioni e le tracce ora di Kant, ora di Scheler e di Sartre, ora di Aristotele e San Tommaso, ora della Sacra Scrittura, di Sant’Agostino, di Dante, di Eliot,… E diventa protagonista il Mistero: il Mistero del Divino che non soccombe mai anche se affrontato da nichilismi devastanti e da sconvolgenti e rabbiose aggressioni all’ethos della virtù e del sacrificio, del rispetto e dell’amore.
E’ fortissima nella coscienza di Manserra la consapevolezza della forza dell’amore; e perciò si addensano i riferimenti alla bi-millenaria tradizione del pensiero cattolico, e si amplifica la voce di Giovanni Paolo II a contrastare con inaudita potenza di verità le folli presunzioni della modernità scatenata nell’esaltante e suicida progettazione di un mondo senza Dio e senza redenzione.
E’ fortissima in lui la preoccupazione per l’abuso diffuso della libertà, per la pretesa dilagante di sfuggire all’osservanza della "regola morale", per l’incontenibile espandersi dell’ideologia del materialismo e per il selvaggio sfrenarsi degli istinti, del desiderio edonistico, dell’arbitrio e della violenza.
Ma Bruno Pietro Manserra non si chiude mai in una visione cupa della vita e delle cose; non cede all’ineluttibilità dell’infamia e della malvagità.
Non dispera mai. Egli sa che ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio e afferma la speranza come potenza vittoriosa sul limite del tempo e dello spazio, dell’errore e del peccato, del male e della morte: la speranza è piena di immortalità.
Mentre le sfide all’umana convivenza si moltiplicano e accrescono i rischi e le incertezze e le paure, e si diffondono violenze e impulsi terroristici e sembra incerta la tenuta stessa della condizione antropologica, insidiata dallo scientismo, Manserra indica, lungo i percorsi impervi della "Via Crucis" dell’umanità, i volti della santità di Francesco d’Assisi, di Padre Pio da Pietrelcina, di Madre Teresa di Calcutta, per riscattare il mondo dalle brutture e dalle offese che ostinatamente lo feriscono e per illuminare di verità, di libertà e di amore l’orizzonte inquieto della vita e della storia.
Per "andare oltre il limite", questa è la lezione ardente e coraggiosa di Manserra, bisogna vivere, nella Chiesa di Cristo, con più fede, più speranza, più amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.9/ del 9/5/2008)


Una preghiera alla Chiesa per il Martirio
di Aldo Moro testimonianza eroica di Santità

Tutte le creature, "immagine e somiglianza di Dio", sono chiamate alla santità: sorgente, misura e testimonianza della condizione umana che, tra le difficoltà, i peccati e le sfide della vicenda storica, si apre alla Grazia e accoglie nell’esistenza il sigillo della fede, della speranza e dell’amore. "La storia, ha scritto Moro, sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non fosse riscattata dall’annuncio, sempre presente, della salvezza e della speranza.
In un contesto difficilissimo e drammatico -il primo trentennio della storia repubblicana del Paese- Aldo Moro ha offerto una straordinaria presenza di intelligenza e di libertà a servizio della società e delle istituzioni democratiche; ha animato il pensiero, la parola e le azioni della sua esperienza personale, nella famiglia, nella D.C., nel dialogo con la comunità civile e politica, nel governo della "cosa pubblica", nelle relazioni internazionali, con una fedeltà sicura e vitale all’integrità del Vangelo.
Con Alcide De Gasperi e con Giorgio La Pira, Egli è l’esempio più alto della politica dei cattolici nel XX secolo radicata nella grande tradizione popolare avviata da Don Luigi Sturzo e ispirata al pensiero della "Rerum novarum" e della "Dottrina sociale" della Chiesa.
Dalla "strategia popolare" di Sturzo, dal "realismo degasperiano" e dalla "profezia lapiriana" convergono in Moro linee profonde di attenzione alla concretezza del divenire storico-politico, insieme a illuminanti spinte di possibilità e di avanzamento dei processi civili, culturali e sociali: per corrispondere in modo più pieno alle domande di giustizia, di ordine e di cambiamento che vengono dal cuore profondo della comunità nazionale pure agitata e sconvolta da fenomeni di rottura e da suggestioni di "violenza come alternativa disperata alla libertà".
Con l’idea di "democrazia viva, problematica e aperta" e consapevole che anche "nella necessità si può essere liberi", Moro si muove tra le torbide e inquietanti reazioni di gruppi che vantano i valori della conservazione anche per difendere privilegi, poteri ed equilibri in contraddizione con le dimensioni popolari del "nuovo patto costituzionale", e le tensioni complesse e incontenibili che si accumulano in una dinamica febbrile e violenta generata da una cultura commista di relativismo etico e di utopie palingenetiche, di velleitarie persuasioni razionalistiche e di inattendibili istanze rivoluzionarie. E recupera, nel magma incandescente dei sommovimenti morali, civili, ecclesiali, ideologici e politici, i segnali positivi e forti di mutamenti compatibili con il metodo e la sostanza della democrazia; e attiva una strategia intelligente e penetrante di attenzione alle esigenze e alle richieste della convivenza civile e alle posizioni e alle prospettive di evoluzione del sistema politico che si andava incagliando pericolosamente per la mancanza di alternative nel governo del Paese.
Conclusa la fase degasperiana, grandiosa e perfetta nella indicazione costitutiva della fisionomia democratica, del ruolo storico-politico e del processo di sviluppo del Paese, Moro esprime il massimo della capacità di movimento e di iniziativa della D.C., conservandole l’inalienabile ispirazione cristiana e la formidabile potenza di moderazione e di equilibrio.
Dopo Moro, tutto questo mondo di idee, di esperienze e di valori si indebolisce e si frantuma: la politica non si mostra più come "un modo esigente di vivere la carità".
Ora, dopo trent’anni, la tragedia dell’eccidio di Moro indica, con maggiore evidenza, l’insanabile frattura della concezione politica dell’amore, della libertà, e della giustizia. Per questo, dall’evento terribile e feroce, ancora indicibile e inquietante, viene un grido, e un lamento, di pianto e di allarme che raggiunge ancora il cuore dolente del Paese.
E’ venuto il momento di chiedere perdono a Moro e alla famiglia di Moro: è una necessità e un’urgenza che non possiamo più eludere.
Ora dalla Chiesa, in cui Aldo Moro è stato presente con una partecipazione continua e premurosa, profonda e intima, fedele e coerente, di cui è stato figlio confidente e generoso, alla quale ha consegnato la sua fine drammatica, molti attendono con fiducia una parola di verità sull’identità, sul percorso e sulla destinazione di santità della sua testimonianza.
La Chiesa, con la sapienza della sua ricognizione storiografica, con l’integralità del Suo sguardo di Madre e di Maestra, con la Sua capacità di leggere le profondità del cuore dell’uomo, può donare al riconoscimento e alla devozione di tutti il volto di un grande testimone della Verità, della Libertà e dell’Amore, a cui è stata richiesta la sofferenza eroica del martirio.
A Moro, sottratto finalmente all’offesa e all’ingiuria, la Chiesa può ridare dignità, onore e giustizia perché la sua memoria, purificata e limpida, sia benedetta dal sigillo della santità.
Le gravi, solenni, tenerissime e commoventi parole di Paolo VI, con il quale è sorprendente la straordinaria somiglianza di pensiero, di linguaggio e di stile, risuonano sempre più forti nella coscienza umana e cristiana: "Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico".
Ecco, intorno ad Aldo Moro si stringa il cuore riconoscente ed amico della Civiltà italiana con la potenza della gratitudine e della devozione: per chiedere alla Chiesa di Gesù Cristo che il Volto mite e buono di Moro splenda finalmente con il segno santo del Martirio.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.8/ del 25/4/2008)


Lo sguardo di speranza di Don Nicola Capozzi
nelle "Luci e Tenebre del Mondo d'Oggi"

Il vigoroso sacerdote contadino di Fragneto Monforte, Don Nicola Capozzi, ha interrotto, ma solo per un po’, l’ansia antica della poesia e ha sospeso il ritmo della bellezza musicale del verso limpido e salmodiante, che vuole abbracciare lo splendore e le vibrazioni della creazione per rintracciarvi i segni dell’Amore eterno: l’Amore che redime l’umano dal male devastante e incombente con le laceranti sfide della menzogna e dell’odio.
Ora l’Amore di Dio diventa protagonista di una ricerca severa, a volte indignata, penetrante nel cuore della storia, nei rischi della civiltà contemporanea, nell’affanno materialistico di un quotidiano sperduto, tra desideri disordinati, in una esperienza mondana non più illuminata dal senso della vita e dai significati del nascere, dell’esistere e del morire. Don Nicola, con l’antica sapienza sacerdotale, profetica e regale, che sigilla un novantennio straordinario di vicende umane, culturali, pastorali e religiose, osserva con acutezza dolente il divenire delle cose e l’avventura affascinante e drammatica della società ed esamina e valuta e giudica il corso del tempo in cui tradizioni, valori, ideali, assetti istituzionali e civili sembrano precipitare, non senza speranza di salvezza, in una rovinosa caduta.
Sono "le luci e tenebre nel mondo d’oggi" che si scorgono nell’orizzonte, cupo eppure attraversato ancora dalla verità della fede, di questo presente inquieto e complesso, dominato da un inaudito "progresso tecnico-scientifico" e mortificato e lacerato da un "regresso religioso e morale". E’ questa dissociazione radicale e forsennata tra saperi ed etica, tra scatenati individualismi e sofferte relazioni interpersonali, ad animare la dialettica pensosa, preoccupata e commossa di Don Nicola: la disgregazione penosa della famiglia, l’indebolirsi grave e irreversibile del legame matrimoniale, il crollo accelerato dei vincoli legali e morali, la dissennata ricerca del piacere comunque,la sregolatezza perversa di una sensualità insana, senza rispetto della corporeità e della sessualità.
L’analisi realistica e puntuale non induce però ad una visione pessimistica e insopportabile della vicenda umana, non porta a una condanna completa e irreparabile della condizione storica, non suggerisce una resa della testimonianza educativa e pastorale e una fuga sgomenta nell’indifferenza e nell’egoismo. Non c’è rimpianto né nostalgia del tempo passato, ma consapevolezza del tempo che avanza recuperando nella memoria la responsabilità delle "cose nuove". Non c’è rifiuto della modernità, ma la ricognizione intelligente e critica, in essa, di ciò che è inevitabilmente morto e superato ed anche di ciò che deve essere conservato e potenziato per reggere all’urto distruttivo che comprime e frantuma la grandezza e la dignità dell’umano.
In uno splendido passaggio del "saggio", Don Nicola compara la vita cristiana di oggi a quella di ieri e misura il decadere del metodo educativo e dell’esempio generoso nella famiglia e nella scuola, l’oscurarsi della verità e dell’amore e il disperdersi dei patti di obbedienza e di fedeltà, lo spezzarsi dei rapporti anche nella comunità dei credenti.
E nel confronto tra vita pastorale di un tempo e quella di oggi, il linguaggio di Don Nicola diventa duro, rovente, carico dell’invettiva tagliente della profezia del Vecchio Testamento e della voce travolgente e accusatoria del Battista.
Ma finisce per prevalere un’attenzione preoccupata e dolcissima, venata di comprensione e di affetto, rivolta alle situazioni più problematiche e difficili, soprattutto quando sono le nuove generazioni a muoversi in un disagio diffuso e asfissiante, in una sofferenza acuta e irriducibile. E proprio quando lo sguardo doloroso e preoccupato si posa su vicende orribili di immoralità e di dissolutezze, sulla questione tremenda dell’aborto e sul rifiuto del diritto alla vita, si eleva l’invocazione premurosa ed esigente, perché si ritorni alla bellezza esemplare dell’osservanza del patto d’amore nei rapporti coniugali, nelle relazioni tra genitori e figli, tra maestri ed alunni, tra pastori e fedeli.
In questo lavoro di ricognizione sui "guai" di questo presente trascinato da più parti verso il naufragio ineluttabile di un’intera civiltà strappata alle sue radici cristiane, Don Nicola Capozzi rilancia una prospettiva pedagogica, culturale e civile che chiama vecchi e giovani, uomini e donne, famiglie e comunità, cristiani e pastori al ritorno a Cristo, alla "Via Verità e Vita" dell’Amore.
Con un sentimento di gratitudine per la Sua testimonianza alta di responsabilità e di preoccupata tensione civile ed ecclesiale, ognuno di noi , nel porsi in ascolto della Sua voce poetica, della Sua esperienza e della Sua profezia, ritrovi il coraggio della Verità e dell’Amore
.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.7/ del 11/4/2008)


Le grandi Questioni e le Scelte decisive della Politica

Premono problemi ed esigenze molteplici ad interrogare la coscienza personale e la responsabilità civile e politica.
È avvertita in profondità l’inquietudine per la fragilità dell’orizzonte sociale, economico e finanziario del nostro Paese e si rafforza l’idea che la crisi richieda con urgenza cure radicali, condivise da tutte le forze politiche.
È sempre più diffusa la domanda di occupazione delle nuove generazioni ed è divenuta drammatica, soprattutto nei territori più deboli e sofferenti del Mezzogiorno, la richiesta di sostegno al potere di acquisto delle famiglie, fortemente ridotto negli ultimi dieci anni, perché si possa sopravvivere al "rialzo" dei beni di consumo anche di prima necessità.
Aumenta il "deficit" di fiducia e di speranza: il futuro appare più nero ed incerto.
Consentirà la "nuova legislatura" rinnovati equilibri democratici ed assetti di potere funzionali alla ripresa del "bene comune", per rianimare gli estenuati sistemi di competenza istituzionale e di servizio e per rilanciare lo sviluppo della vita civile , culturale e produttiva delle nostre comunità?
La nostra Campania, assalita da mille emergenze, anche criminali, vive una dolorosissima condizione di difficoltà, stranamente irrevocabile, e non riesce ancora a individuare una rappresentanza politica capace di esprimere l’intelligenza e la passione che pure animano la "comunità etica" della Regione.
Ora c’è bisogno di una bussola intellettuale e morale che possa orientare le scelte e i percorsi nella complessa geografia politica nazionale, agitata da una dinamica confusa nel dichiarare le motivazioni di fondo e gli indirizzi di principio.
È positivo che sia stata offerta all’opinione pubblica, soprattutto per merito di Giuliano Ferrara, un’attenzione più viva e sorprendente alla grande "Questione della Vita": promuovere una strategia politica che favorisca il "diritto incondizionato alla vita" dal concepimento alla morte naturale significa concretamente investire risorse destinate alle mamme, alle famiglie, ai servizi socio-sanitari per aiutare la vita a nascere, perché nessuna donna sia "obbligata ad abortire", e per favorire una forte iniziativa di orientamento culturale e educativo che contrasti i cedimenti all’"azzardo dell’eugenetica" e all’insidia della manipolazione embrionale.
L’altra riflessione politica essenziale va rivolta alla "Questione della Famiglia", perché è in atto una micidiale aggressione al nucleo familiare, alla sua consistenza antropologica centrata sulla mascolinità e femminilità, sulla paternità e maternità. E’ necessaria un’azione polivalente che aiuti, anche con adeguate misure fiscali, la famiglia ad affrontare i rischi innumerevoli, anche economici, etici e pedagogici, che ne insidiano la tenuta generativa, la saldezza sociale, la missione culturale e educativa. Ed è l’esperienza quotidiana a rivelare in quale disordine valoriale, ideale ed etico siano state vergognosamente precipitate le nuove generazioni, sempre più sbandate per l’assenza di orientamenti morali, non più coscienti delle loro identità per il crollo del senso della vita e, perciò, non più consapevoli della loro missione nella storia.
La "Questione Educativa" è divenuta così una gravissima emergenza, alla quale un magistero familiare e pedagogico, non più riconoscibile nella sua autorità per il franare delle regole e degli esempi positivi di convivenza, non riesce a dare risposte efficaci ed esigenti.
La Scuola è in seria difficoltà: si è oscurato il fascino della ricerca della verità e si è spenta la luce della libertà e dell’amore sulla pluralità dei cammini culturali.
E, mentre si accrescono disagi nella gestione dell’esistenza quotidiana e nel funzionamento delle istituzioni, s’inasprisce il confronto tra le culture e le tradizioni religiose ed esplodono fenomeni ignominiosi di sopraffazione e di violenza sulle donne e sui bambini e di sfruttamento sugli immigrati. Emerge, in tal modo, anche la "Questione della sicurezza e della solidarietà", che non è tanto un problema di legalità quanto di rispetto dell’altro, soprattutto dei più miserabili ed emarginati. E’ una questione di accoglienza, di ospitalità, di garanzia per tutte le persone e le famiglie che giungono nel nostro Paese alla ricerca di un "minimo" di dignità e di affidamento esistenziale.
Infine c’è, ineludibile e rischiosissima, la "Questione della Pace" che inquieta la coscienza politica, mentre s’accresce l’inaudito potenziale di terrore e di morte e si moltiplicano circostanze esplosive di conflitti micidiali, di stragi e di genocidi disumani e di sanguinosi confronti. Tutto il mondo è in una emergenza continua, su un "crinale apocalittico", senza la consapevolezza che può essere vicina la catastrofe planetaria e che la guerra non ha più legittimazione storica ed etica. "Mai più la guerra!" ci ricorda il Magistero papale in nome della "tranquillità dell’ordine" e del "diritto alla vita" del biocosmo e dell’umanità: tutti noi apparteniamo alla stessa famiglia, alla stessa storia, allo stesso destino.
Per continuare a scommettere sulla "bontà della vita", è tempo che l’intelligenza politica, oltre gli slogan, ritrovi la coraggiosa misura del discernimento e, oltre gli insulti, ristabilisca i criteri del giudizio e della saggezza.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.6/ del 28/3/2008)


"Il fiore del deserto" di Michele Ruggiano
La consolazione della Poesia nell'epoca del nichilismo

"Il fiore del deserto" è un’opera sorprendente: era sembrata conclusa l’impresa della ricerca sulla vicenda ardente e dolorosissima del Leopardi. Il Preside frassese, infatti, aveva già offerto il complesso percorso esistenziale e poetico leopardiano anche in una suggestiva configurazione storica e filosofica e, con sonde di fine esploratore, era penetrato in profondità lungo i tracciati spirituali da Petrarca a Baudelaire. Ma un "vero amore" non può essere abbandonato all’oblio.
Alla Biblioteca Provinciale di Benevento, accolto dal fervore amicale ed organizzativo della "Dante Alighieri" della prof. Elsa Maria Catapano, da sempre impegnata a dialogare con i protagonisti della vicenda culturale sannita e con i testimoni della letteratura, dell’arte, della poesia, Michele Ruggiano ha, con sperimentata metodologia, introdotto l’autocoscienza dei partecipanti in un’atmosfera poetante e musicale, carica di fortissima tensione emotiva e di disponibilità all’ascolto. Addensata con le note sublimi di Beethoven -proposte con dolcezza e potenza dalla prof. Angela Farina- è penetrata nel cuore la voce leopardiana dell’"Infinito" con la misurata intonazione lirica e il timbro sonoro e profondo di Anna Ciancio D’Agostino.
E’ stato assai più agevole, e forse più semplice e suggestivo, presentare la relazione Leopardi-Ruggiano come confidenza narrativa tra l’io vivente del Poeta e lo sguardo innamorato ed attento del Narratore. Chi legge "Il fiore del deserto", vive drammaticamente il percorso leopardiano: entra dentro un’"autobiografia" dolente e avvincente, che si sporge ai confini dell’essere e del nulla, tra pietà ed empietà, tra domande sconfinate d’amore e durissime smentite, sconvolgenti incorrispodenze.
Ruggiano ha avvicinato Giacomo Leopardi non con una fantasia spericolata né con pregiudizi psicologici e ideologici. C’è una riservatezza umile e timida, eppure gioiosa e tenerissima, nell’approccio integrato alla complessità di una personalità incandescente e dolente che trafigge la bellezza e il dolore delle cose, dell’anima, del cosmo. L’uomo, nessun uomo, può essere colto con l’orgoglio saccente dell’Intellettuale e Michele Ruggiano non si sente mai il padrone del pensiero, nemmeno di quello leopardiano, di cui pure è Maestro insuperabile. E di questi tempi di sfrenatezze e di superbie incontenibili, di autoesaltazioni luciferine, di esposizioni mediatiche ingombranti e insolenti, è un dono grande essere amico e lettore di Ruggiano: la conoscenza di Lui e delle sue opere e delle sue iniziative, anche della sua direzione intelligente ed aperta del "Centro di Cultura" operoso nell’accogliente scenario francescano della Madonna delle Grazie, è da custodire nel cuore, nell’intelligenza, con rispetto, con devozione, con cura.
"Il fiore del deserto" si legge senza interruzioni, di un fiato: è, infatti, un "romanzo" nato da un’empatia eccezionale, è la "fusione di orizzonti" nel crogiuolo di una disposizione all’ospitalità cognitiva, affettiva, relazionale di una identità umana "giobbica", miserrima ed esaltante anche nella sventura. Questo Leopardi di Ruggiano, l’ho sentito vivo, con la sua carne sofferente, con il suo respiro affannoso, con il suo cuore avvilito e impazzito, vivo dentro il palazzo marchesale, vivo nel suo incontro "matto e "disperatissimo", con i tanti abitatori della biblioteca di Monaldo, vivo, sempre!
Ho pure tentato di contenere in un’attenta e prudente disciplina critica l’entusiasmo per il Leopardi ruggianano; ma la mia libertà di giudizio, sprovveduta ed incerta per pochezza di conoscenze poetiche e letterarie, è stata confortata e confermata dall’autorità più attrezzata e sapiente di Orazio Gnerre e di Raffaele Matarazzo, protagonisti per decenni della generosa pedagogia e dell’alta cultura nel Sannio.
Tutto il testo luminoso di Michele Ruggiano è un invito poderoso e struggente a tornare alla Poesia: il canto della Bellezza, dell’Amore, del Dolore.
La poesia leopardiana è "il fiore" che nasce nel deserto dell’avventura umanistico-illuministica -quella del progresso e della rivoluzione- che sembra concludersi in questa fase minacciosa e drammatica del gelo planetario. Leopardi avvertì per primo, dolorosamente, mirabilmente, mortalmente, l’irrompere nell’orizzonte della modernità del disprezzo per il "Logos dell’amore". L’ideologia del materialismo meccanicistico inizia allora l’opera corrosiva della verità e del bene e Leopardi vive e soffre l’inaudita catastrofe che il male arreca ineluttabilmente alla vita. Assiste con sgomento all’espandersi minaccioso e invadente del nulla che investe, nel suo ritmo irresistibile e tragico, la fondazione stessa della realtà e il destino degli uomini. Ma non tutto è perduto: nel "secolo superbo e sciocco" delle "magnifiche sorti e progressive", "la potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello", e "in questa fuga il bene si nasconde proprio per manifestarsi".
Gratitudine immensa a Michele Ruggiano: il "suo" Leopardi riaccende, fin nel tenebrore di questo tempo feroce e inquietante, la trepida nostalgia della Bellezza ove, per l’eternità, abita la Verità, la Libertà, l’Amore.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.5/ del 7/3/2008)


Gratitudine a Giuliano Ferrara
"Difensore della Vita"

Con straordinaria sapienza politica ed eccezionale disposizione alla pietà, Giuliano Ferrara ha acceso, dentro lo spazio aperto dalla Risoluzione ONU per la "Moratoria contro la pena di morte", il fuoco di una sorprendente, formidabile iniziativa etico-civile che, finalmente, introduce nella comunicazione pubblica la grande questione: la guerra scatenata alle radici stesse della costituzione dell’io umano nel grembo delle Madri.
Nei giorni foschi del 1978, mentre Aldo Moro era "ostaggio" della vigliacca violenza delle B.R., il Parlamento italiano definiva il dispositivo legislativo della 194, in un confronto doloroso e difficile tra statualità democratica e "diritto alla Vita". In quel contesto, segnato da inaudite tensioni, esasperazioni e paure, la "cultura della Vita" cedette all’attacco micidiale dell’ideologia antiumana del dominio e del terrore.
Ad Aldo Moro, nelle mani dei suoi assassini, non fu più riconosciuta la sua vera identità e fu negato "il diritto di cittadinanza": la sua libertà venne abbandonata all’infamia dell’eccidio.
Alla Creatura umana, nascente nel grembo materno, fu conferita giuridicamente la condizione di "ostaggio", sempre esposto alla minaccia dell’esecuzione capitale. Ma quando all’uomo, in tutti i momenti del suo "esserci", non viene riconosciuta l’"identità vivente dell’umano", non ci sono più confini all’inganno né difese per contenere l’offesa e la violenza radicale. Ed anche quando si rivela la presenza sorgiva dell’umano, si alza, osceno e ripugnante, il grido del "Crucifige!" E diventa un diritto di libertà, un segno di salvezza e di liberazione, perfino la strategia dell’annientamento e della strage.
Con il grandioso "processo di modernizzazione" -la trionfale avventura del Regno della Ragione e della Libertà- la Vita stessa, il suo inizio il suo percorso il suo destino, entra integralmente nel dominio della tecnica: la Vita, soprattutto quella dei deboli, degli innocenti, degli inermi, è esposta al rischio totale, perché è il "sapere-potere" a decidere i tempi della storia e dell’esistere.
Trent’anni fa la Ragione pratica -l’Ethos, la Paideia, la Politeia- rifondò, anche in Italia, sulla Rivoluzione etica e sulla Catastrofe della Tradizione "le magnifiche sorti e progressive" della nostra felicità. E questo Pensiero e questa Prassi marciano ancora, e orgogliosamente, alla guida del III Millennio cristiano. L’irruzione di Giuliano Ferrara ripropone ora, in modo più forte e coraggioso, ed ineludibile, alla coscienza infelice di questo tempo complicato e drammatico, la grande "questione della Vita" -che è questione di Verità di Libertà di Amore. A questa non si può sfuggire con l’attitudine nichilista all’indifferenza gaia e consumistica del divertimento di massa, dello stordimento e dell’evasione.
"SI o NO alla Vita: questo è il problema!"
Come possiamo non avvertire che la Storia, la nostra presenza nel tempo-spazio globale di questo XXI secolo, è tutta dentro l’urgenza dell’alternativa tra paura e speranza, tra morte e vita, tra terrore ed amore, al bivio della Tragedia e della Redenzione?
Come possiamo, senza vergogna e senza paura, sradicandola dalla sua fondazione e dal suo destino e oscurandone la genealogia culturale e spirituale, consegnare questa Civiltà alla " fine perversa di tutte le cose" che Immanuel Kant, come ci ricorda Benedetto XVI nella splendida "Spe Salvi", indicava già all’ottimismo sfrenato dell’Illuminismo e della Rivoluzione?
Questo pensiero ora torna, con intonazione più inquietante dopo i genocidi e gli orrori del ‘900 e le sventure dell’oggi, a dare un segnale estremo di allarme, ad offrire un ripensamento cruciale -un Ultimatum"- perché ciascuno di noi torni a riflettere, interrogandosi alle sorgenti della coscienza: "Chi sono?"
La testimonianza di Giuliano Ferrara, clamorosa e sorprendente, rimette al centro del dialogo culturale e politico, dentro le convulsioni della convivenza contemporanea, il primato del "Logos" -la Comunicazione piena della Ragione della Parola dell’Amore- suscitando risonanze e speranze diffuse anche nei cuori dei "cristiani devoti" affaticati e avviliti dal prorompere mediatico delle prepotenze scientiste e delle seduzioni laiciste.
Questa testimonianza di Verità rianimi la coscienza umana intorpidita dalla lunga rassegnazione all’egemonia dei "padroni del pensiero" che insegnano ancora, "senza pudore e senza giustizia", l’infame rovesciamento del "diritto alla Vita" in "diritto di morte", della pratica del soccorso in "insensata crudeltà".
Questa testimonianza di Amore risvegli finalmente la maternità e la paternità alla responsabilità del concepimento come "fusione di orizzonti" nel dinamismo generativo di un nuovo "io" amante della vita e dell’amore.
Questa testimonianza di Libertà rilanci nei luoghi dell’educazione, della cultura, della politica, del diritto, della medicina, l’entusiasmo per la Vita soprattutto lungo i percorsi della miseria e del dolore: per conoscere, amare e servire la Vita -a cominciare con il proteggere i "germogli tremanti nel grembo delle Madri". Grazie, Ferrara!

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.4/ del 22/2/2008)


La Porta della Bellezza e dell'Amore
nell'arte di Giuseppe Di Marzo

Non poteva rimanere ancora privo di un rapporto forte e profondo con la Città di Gravina il nostro Sannio.
Da Gravina di Puglia è venuto il "secondo fondatore" della Città di Benevento, il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, ricostruttore della Chiesa e della grande tradizione "ecclesiastica" e culturale della nostra civiltà territoriale.
A Papa Orsini dovrebbe essere rivolta una riconoscenza significativa e solenne: la stessa identità religiosa, civile, artistica del nostro esserci nella storia è stata modellata e rianimata dal Suo straordinario fervore apostolico e dal Suo incomparabile dinamismo pastorale.
Per ora il dovere della gratitudine è stato provvidenzialmente assegnato ad un nostro artista di Benevento: S.E. Mons. Mario Paciello, già Vescovo della Chiesa di Cerreto Sannita – Sant’Agata dei Goti ed ora Pastore della Diocesi di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti, ha affidato il progetto biblico e teologico della Porta della Basilica Cattedrale di Gravina al nostro Giuseppe Di Marzo, al suo genio di artista e al suo cuore di credente.
Ed ora che la monumentale "Porta" di bronzo, con i segni stupendi della Bellezza e dell’Amore, invita alla contemplazione umano-divina aprendo il Tempio all’adorazione e alla celebrazione del Mistero, si fa più urgente e necessaria una più viva relazione tra le due Diocesi, tra le due Città, tra i due Popoli.
Nell’itinerario biblico-teologico della Porta è offerto alla sorpresa dello sguardo il rilievo di venti sculture, rappresentazioni dell’orizzonte sublime della Fede e della Salvezza, figure ed eventi decisivi della Storia sacra dell’umanità in cammino nel dramma dello scontro tra l’insidia del male e il soccorso della Grazia. E’ un dono magnifico, un altro dono grandioso dell’alleanza antica tra Religione ed Arte, tra "Verbum" e "Imago", tra Tradizione e Narrazione. Per continuare a vedere, a meditare, a pregare!
Dall’altissima solennità del "Creatore benedicente" alla vibrante irruzione dell’"Arcangelo apocalittico" si eleva l’Inno iconografico, che conserva senza discontinuità una formidabile potenza espressiva nell’armonia di linee, di profondità, di luci.
Le linee sicure, forti, classiche, evocano profili ed eventi che una pedagogia della Parola divina e dell’Immagine umana ha sempre rilanciato dall’intimità millenaria della memoria religiosa ed artistica alle profondità del cuore e all’accoglienza sapienziale dell’ascolto obbediente.
E la memoria, abitata ancora dalla Voce del Vangelo, della Tradizione e del Magistero, che la forsennata scorreria dell’effimero e dello spettacolo non è ancora riuscita a corrodere, diventa intelligenza di eternità e di bellezza. Giuseppe Di Marzo ricompone, purificandoli dalle offese, dalle dispersioni e dalla devastazione della volgarità e dell’artificio, i vividi messaggi del Sacro nei quadri biblici che la regia teologica di Mons. Paciello ha disegnato. Le sculture ricreano le forme dell’umano-divino con un realismo trasfigurato _ il concreto vivente del Cristianesimo _ senza sfrangiare o scomporre la corporeità, che anzi è esaltata nell’unità formale e materiale della composizione, animata dal respiro della santità e, per questo, è sintesi e perfezione di relazioni, equilibrio dinamico di comunicazione, sigillo vivo di comunione.
Così il tempo si accosta all’eterno e ne custodisce il senso anche nell’Arte.
La figurazione dimarziana è rivelazione sacra dell’impresa divina nella natura delle cose e dell’umano.
Vi avverti la tensione drammatica della Verità, l’annuncio della Grazia, la presenza della Misericordia e della miseria, l’evidenza gioiosa dell’Amore e la Speranza per tutti della liberazione e del compimento nel Giorno del Signore. Non c’è frattura tra rappresentazione e contemplazione: l’osservare, l’indagare, il cercare diventano condivisione, partecipazione, ingresso nella Bellezza e nel Mistero. Quando la percezione visiva diventa urgenza di carezza e di contemplazione, l’io attiva la dinamica integrale dell’accesso al divino e il suo cuore diventa domanda di perdono, ricerca di accoglienza, desiderio di comunione.
E allora la Porta che chiude e delimita, che esclude e rigetta, finalmente si apre e schiude nel silenzio dell’adorazione il Mistero indicibile di Dio.
Così, nel misterioso incontro con la Bellezza e l’Amore, si compie la promessa luminosa del primo pannello della Porta: "Io sono la Porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo".
Così si realizza, con l’ingresso attraverso la Porta, aperta al desiderio dell’io e della comunità, nell’evocazione dell’Annunciazione alla Vergine Santa dell’ingresso di Dio nell’uomo, anche l’annuncio a ognuno di noi dell’ingresso dell’uomo in Dio.
La Porta di Di Marzo in Gravina richiama tutti noi, in modo esaltante e persuasivo, all’urgenza di un Incontro, alla necessità di un Ritorno.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.3/ del 8/2/2008)


Benedetto XVI e la "laicità" ferita

Nello "Stato di diritto" la condizione democratica della cittadinanza è radicata nel riconoscimento della dignità umana e nel rispetto reciproco delle ragioni e delle posizioni che ciascuno manifesta.
Ora, al Papa, pur invitato dal Rettore della "Sapienza", non è stato possibile mettere piede nella sede universitaria romana. E’ prevalsa, purtroppo, la vociferazione insipiente della protesta contro Benedetto XVI, in nome della "laicità". Ma è stata proprio la "laicità" ad essere ferita ed offesa dall’ intolleranza e dalla prevaricazione di una minoranza ostile di docenti e di studenti impantanata nel settarismo violento e facinoroso che ha usato la "pretesa scientista" come pretesto anticlericale per la censura e il vilipendio.
E’ triste dover prendere atto che, in una delle sedi più prestigiose di ricerca, di studio, di formazione d’Europa -fondata dal Papato- dove cresce l’intelligenza chiamata ad orientare e a dirigere i processi multiformi della vita del nostro Paese, è mancata l’accoglienza di una Presenza significativa ed alta della nostra storia contemporanea.
Il Pastore universale di oltre un miliardo di cattolici non ha potuto accedere, in modo conveniente e sereno, nella "cittadella scientifica" della sua stessa città: Il Pontefice romano ne avrebbe violato e degradato il nucleo fondativo -la Ragione e la Libertà- e avrebbe ferito l’essenza stessa della Civiltà moderna.
L’ostracismo irragionevole e assurdo, ridicolo se non fosse tragico, carico di diffidenza e di radicalismo ideologico, è un segnale pericoloso di una rischiosissima deriva culturale, etica e politica.
L’assenza del Papa alla "Sapienza" non è diventata la lugubre assenza della ragione e della libertà, perché alla fine la Sua parola ha dominato la scena dell’inaugurazione dell’anno accademico.
Con un forte messaggio, denso di ragioni etiche, orientate alla ricerca della Verità e del Bene.
Ed è la conoscenza della Verità e del bene, dice il Vescovo di Roma,"la questione che ci occupa oggi, nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia, come questione per il futuro dell’umanità".
Il Papa avverte la difficoltà drammatica di trasformare in prassi politica la legalità costituzionale "derivante dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole" di risoluzione dei contrasti attraverso la rappresentanza degli interessi e la mediazione dei partiti politici.
C’è nel passaggio conclusivo, straordinariamente bello e trasparente, una carica profonda di umiltà e di servizio, di amore e di testimonianza: "…il Papa non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede che può essere solo donata in libertà;…è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità, invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, in questo cammino, sollecitare a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo con la luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro".
All’arroganza e all’intolleranza c’è stata questa risposta sapiente della mitezza e della comprensione. Sulla paura dell’incontro e sul rifiuto del dialogo si è alzata, luminosa e sovrana, la "voce della ragione etica dell’umanità".
L’Incontro culturale e spirituale tra "natura e missione del Papato" e "natura e missione dell’Università" non è venuto meno: è stato indicato l’orizzonte concreto entro cui collocare il rapporto tra teologia e scienza, tra fede e ragione, tra testimonianza etica e competenze culturali e formative, tra Chiesa e Università. E solo in queste coordinate del "prendersi cura della comunità", la coscienza storica e critica può affrontare, con fiducia, il rischio altissimo di questo presente difficile, complesso e inquieto.
E’ stata data a tutti una grande lezione di umanità e di santità: per ridestare le ragioni della speranza nella ricerca della Verità e del Bene, nel cammino della Libertà e nella testimonianza dell’Amore. Al Bene comune, questo è l’invito del Papa, debbono essere rivolte tutte le energie e le intelligenze di un Paese civile, promuovendo la "concordia del metodo" soprattutto quando il "processo delle argomentazioni", nascenti da diverse e contrastanti visioni del mondo, è faticoso e difficile. E’ tempo di condividere questa unica e insostituibile pedagogia della sapienza, della concordia civile e della pace, perché, come Benedetto XVI ha affermato nella "Spe salvi", "Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’Amore".

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.2/ del 25/1/2008)


La Grande Moratoria
Il Diritto alla Vita per tutti i figli dell'Uomo

La Risoluzione dell’ONU contro la pena di morte è un evento storico: si apre ora una grande speranza per l’abolizione della condanna capitale in tutti i luoghi della terra.
Nell’orizzonte planetario si è alzato un ineludibile appello alla coscienza umana e civile, ai popoli e alle istituzioni di tutto il mondo: per il riconoscimento della Dignità fondamentale dell’uomo, a cui, per nessun motivo, può essere sottratta la condizione essenziale della vita; per l’affermazione del Diritto alla Vita come principio costitutivo dell’ordinamento statuale della cittadinanza; per l’introduzione del Codice giuridico della Vita nei processi di formazione culturale e religiosa e di organizzazione civile e politica; per l’eliminazione dalle relazioni interumane di ogni segnale di violenza, di minaccia e di incitamento ad uccidere; per la promozione della Cultura dell’Amore, che contrasti la paura dell’altro, l’offesa all’altro, l’uso dell’altro, l’indifferenza per l’altro.
L’io umano è sorgente di verità, di libertà, di amore! Lo Stato, quindi, non può appropriarsi di un potere totalitario -di vita o di morte- radicalmente antiumano.
Giunga, finalmente, a tutti i popoli, alle nazioni, agli stati, alle culture, alle religioni, soprattutto alle nuove generazioni, animate dal desiderio di felicità e dalla speranza dell’amore, il messaggio universale della vita, con il "veto" ai carnefici che ancora alzano la mano omicida -anche in nome della Legge- contro gli esseri umani innocenti o anche colpevoli.
La Risoluzione ONU del 18 dicembre 2007 ripropone, in modo drammatico, la grande Questione antropologica del "Diritto alla Vita" di ogni creatura umana, dal concepimento al termine naturale dell’esistenza: a nessuna creatura deve essere inflitto il supplizio capitale, perché il dono della vita non è nella disponibilità dell’uomo.
Durante il XX secolo, età nefasta di stragi e di genocidi inauditi, è stata introdotta in molti Paesi la "Legislazione dell’Aborto".
Ponemmo il libero arbitrio a servizio del "desiderio comunque", al di sopra della Vita, al-di-là del Bene e del Male, contro l’"Inizio", contro la realtà dell’Esserci primordiale.
Prevalse la concezione del Dominio e trionfò paurosa e perversa l’idea -e la possibilità- dell’annientamento: si può realizzare il progresso collettivo e la felicità individuale distruggendo la vita, la libertà, l’amore dell’altro. Questa è stata l’insidia che ha travolto la consistenza umanistica della Modernità e che ha consegnato il destino della Civiltà, con lo sfondamento assiologico, all’avventura del Relativismo che pretende di negare e di uccidere la realtà stessa della Vita.
"Dopo la decisione dell’ONU, ha scritto il direttore del Foglio Giuliano Ferrara, non possiamo far finta di nulla sulle migliaia di esseri umani uccisi legalmente prima di nascere."
E’ venuto il tempo del coraggio e della responsabilità -e del pentimento- in cui gli alibi libertari e i giustificazionismi tecnico-scientifici e biomedici non possono più aver corso.
La morte è un male in sé e l’uccisione della creatura embrionale -innocente e indifesa- è un male ancora più radicale e assoluto.
Per continuare ad appartenere alla natura e alla condizione umana è necessario considerare l’intenzione abortiva una "sentenza di morte", è urgente giudicare la pratica abortiva una "esecuzione capitale".
C’è bisogno di una "Grande Moratoria": perché il terrore non irrompa mai più nella dimora generativa dell’umano, dove germoglia il seme integrato dell’Essere, dove inizia l’esplosione irreversibile della Luce e dell’Amore.
C’è bisogno, contro l’invadenza tragica della morte, di una Grande Risoluzione per la Vita.
Ora che sono presenti più attente sensibilità e più decisive possibilità di confronto, di dialogo e di comprensione, i Cristiani laici possono chiudere la triste epoca dell’universale "genocidio dei figli non nati": con una più generosa missione culturale, civile e politica per il rispetto della Vita; con una più coraggiosa testimonianza contro il devastante sfregio alla natura umana; con una più fervida preghiera, implorante la luce della Verità per l’Intelligenza, a lungo sviata, delle persone e dei popoli.

("Benevento – La libera voce del Sannio" n.1/ del 11/1/2008)