La più grande bufala: i giovani un problema e gli adulti la soluzione

La piu grande bufala che oggi va in giro è che i nostri giovani sono il problema e noi adulti la soluzione. Un rischio che corre anche la Chiesa. Occorre ribaltare questa convinzione perché in realtà i giovani sono la risorsa. Lo afferma con vigore Don Armando Matteo, sacerdote catanzarese di 51 anni, teologo, docente di Teologia fondamentale all’Università Urbaniana di Roma, nominato in questi giorni dal Papa nuovo Sottosegretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede. Un teologo in grado di analizzare con uno sguardo “nuovo” e fuori degli schemi fritti e rifritti la complessità del nostro tempo. Autore di numerose pubblicazioni. Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano e in Teologia all’Università Gregoriana di Roma. Ho avuto personalmente la possibilità di conoscerlo negli anni in cui ho svolto in Benevento il compito di Responsabile della Pastorale Universitaria, Direttore dell’Ufficio Cultura dell’Arcidiocesi e Assistente della Fuci beneventana, mentre don Armando era Assistente della Fuci italiana. Attenzione al mondo giovanile e alla formazione sono due costanti della sua riflessione teologica e missione pastorale. In lui si intrecciano mirabilmente fede, pensiero e capacità di leggere i segni dei tempi. Nel suo recente libro “Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni”, don Armando dice che è impossibile parlare dei giovani senza tener presente quanto succede nelle due generazioni che li hanno preceduti e nelle quali regna “una grande crisi umana e spirituale”.
La “grande fuga” dei giovani dalla Chiesa è dovuta soprattutto alla “rottura generazionale della trasmissione della fede”. Nelle nostre parrocchie ci sono più nonni che nipoti ed ora nel tempo della pandemia sono scappati anche molti adulti. Per molti giovani l’esperienza di fede vissuta negli anni della iniziazione cristiana resta solo un bel ricordo, “un rumore di fondo” che non incide nella vita quotidiana. Questo perché gli adulti di riferimento non riescono più a mostrare lo splendore coinvolgente del legame tra adultità e fede. Oggi la maggior parte dei giovani si sta abituando a vivere senza Dio, senza fare esperienza della Chiesa, senza alcun riferimento a Gesù Cristo. Tutto questo perché è avvenuta la rottura della trasmissione generazionale della fede, a partire dalla famiglia: “gli occhi di mamma e papà sono la prima cattedra di teologia”.
L’assenza dell’esperienza di Dio nei genitori genera l’indifferenza al problema di Dio nei figli. Siamo dinanzi a “un’eclissi di Cristianesimo domestico”. Dal dopoguerra gli adulti si sono convinti che la loro felicità non dipende “dall’essere adulti” ma dalla capacità di “apparire giovani”, nonostante il passaggio naturale delle stagioni.
Una vera rivoluzione copernicana con “il mito dell’eterna giovinezza” ed “il tabù della vecchiaia”. Non siamo più in grado di riconoscere il nostro “essere mortale”, candidato alla “vita eterna”. La dimenticanza del Cielo ha reso più triste la Terra. Non siamo unicamente natura ma soprattutto vocazione! Il magistero del reale ci fa constatare che in famiglia non si prega più, non si legge più il Vangelo, non si parla più degli aspetti decisivi della vita. Serve una Chiesa capace di immaginare un “nuovo modello di credente” che non solo guarda a Gesù ma guarda il mondo con gli occhi di Gesù. Serve una Chiesa che in modo più deciso assuma il primato della “urgenza educativa” affinché i giovani trovino adulti disposti a imparare nuovamente il mestiere di “essere adulti”, cioè testimoni credibili. Serve infine una Chiesa che “sappia festeggiare”, perché non è credibile una Chiesa che annunci il Vangelo della gioia senza l’esperienza della festa che abbatte i muri della solitudine e crea i ponti della comunione. Il grande rischio è quello di accontentarsi di sopravvivere, rimpiangendo un passato migliore. Il filosofo ateo Nietzsche si rivolge ai credenti in tono di sfida, dicendo: “Se Cristo è risorto, perché voi cristiani siete così tristi? Voi non avete il volto di persone redente!”.
La soluzione è vivere nella crisi con un atteggiamento agonico, cioè di lotta, non contro nemici esterni, ma contro l’indifferenza e la disistima.
Mons. Pasquale Maria Mainolfi

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