“Se non c’è battaglia, non c’è Cristianesimo!”

La Modernità ha celebrato nel XX secolo il suo compimento con lo scatenare, dopo le sue spaventose stragi mondiali, la violenza, la prepotenza e la ferocia su la carne innocente, immolata e glorificata come quella di Cristo.
Charles Péguy, straordinario indagatore dei percorsi miserabili della storia e della presenza in essa della teologale potenza della Speranza e, quindi, della Salvezza, indicava lucidamente, pochi anni prima dell’esplosione della guerra civile europea del 1914-18, il segreto nascosto della rovina: “Il mondo moderno, lo spirito moderno, laico, positivista ed ateo, democratico, politico e parlamentare, i metodi moderni, la scienza moderna, l’uomo moderno, credono di essersi sbarazzati di Dio”. Questo mondo moderno, “un mondo incristiano”, è perfettamente riuscito a fare a meno del Cristianesimo e a consegnare allo Stato, al suo ordinamento e ai suoi apparati, alle strutture di potere e di controllo e alla prassi della dominazione assoluta, la totalità della esistenza umana, l’ordine naturale, la cultura, l’educazione, la vita. Ma è nel 1968, dopo il Concilio Vaticano II, che si rese visibile la potenza inquietante dell’odio per il Cristianesimo e per la cultura che aveva generato la Civiltà occidentale. Da allora non è stata la Verità, la ricerca della Verità, il quaerere Deum, ma la preoccupazione dello “stare bene” al centro dell’impegno nella politica, nell’etica, nel costume. L’ideologia dominante, dagli anni settanta, distrugge radici, simboli, valori, tradizioni e in questo sconvolgimento e svuotamento viene accreditato un pensiero unico, un totalitarismo morbido, ludico, gaio, in cui vengono gestiti e diffusi impulsi anticattolici virali che penetrano pure dentro la compagine religiosa e infettano movimenti ecclesiali, pratiche liturgiche, orientamenti teologici e le tendenze della moralità e dell’etica pubblica. Avanza da allora una comunicazione mediatica sempre più antistorica e iconoclastica, che denuncia e cancella tutto ciò che non è “politicamente corretto” e demolisce tutti quelli che ancora osano difendere la vita familiare, l’antropologia del maschio e femmina, la sessualità generativa della vita, l’identità e il ruolo educativo del padre e della madre, la libertà dell’educazione, i principi non negoziabili. Siamo ormi dentro l’accelerazione della degenerazione culturale e della barbarie del pensiero e dell’immaginazione che offende la costituzione stessa della vita e travolge la condizione della procreazione.
Il nostro Paese, al centro della grandiosa civilizzazione occidentale e della cristianizzazione mondiale dei popoli, che ha generato il più straordinario patrimonio di vita, di pensiero, di arte, di bellezza, nel maggio del 1978 si lascia imprigionare in una condizione estrema e radicale di violenza e di morte. La “Ragione di Stato” rifiutò, da allora, la pietà e adottò la stessa strategia dei “briganti” della politica e dei padroni della cultura: il terrore.
Le lettere di Aldo Moro sono l’ultimo messaggio di libertà e di verità, il più alto, che poteva essere offerto all’intelligenza politica allo sbando e l’ultima sfida, dolorosa e pietosa, ai nemici della vita e dell’amore. In quei giorni, con la legge 194 del 2 maggio 1978, ratificata dal Referendum popolare nel 1981, fu reciso il legame tra la giustizia e la vita: la polis, la città degli umani, fu abbandonata al delirio dell’ingiustizia e la vita degli innocenti  ̶  i figli nascenti  ̶  alla condanna della malvagità e dell’orrore.
Quando lo Stato presume di amministrare la totalità dell’esistenza umana e pretende di abbracciare tutto l’orizzonte della speranza di un popolo con la sovranità completa e perversa su la vita e la morte dei suoi cittadini, annienta l’impianto storico-politico-giuridico delle Costituzioni democratiche dell’Occidente e si va a collocare trionfalmente nell’ambito dell’esperienza tragica dei Totalitarismi del Novecento. Tutto l’Occidente, negli anni settanta, fu fatto segno della furia del terrore che, soprattutto in Italia, imperversò sanguinosamente, intimidì e dissipò la disposizione culturale al dialogo, al confronto, alla “strategia dell’attenzione”. E tutto l’Occidente si è così arreso, introducendo il paradigma terroristico nel cuore costituzionale di suoi popoli, nel cuore stesso delle famiglie e della maternità matrice suprema della vita, della sua verità, della sua libertà, del suo amore.
Con la “Rivoluzione di ottobre” del 1917, la legislazione della Russia Ortodossa era stata rovesciata da Lenin con la dichiarazione della legalità dell’eccidio nel seno materno. Saranno gli USA, alcuni decenni dopo, il 1973, con la decisione della Corte suprema, ad aprire il varco omicida “allo scontro immane e drammatico” tra il male e il bene, la morte e la vita, tra la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Con L’ “Evangelium vitae” Giovanni Paolo II detterà i principi, le responsabilità e l’obbligo morale del rispetto della vita e della condanna della soppressione dell’embrione umano: il diritto umano che fonda tutti gli altri diritti è la Vita! Il “grido silenzioso” del piccolo dell’uomo, nella rappresentazione ecografica, mostra l’efferatezza della tragedia che si compie nelle viscere della donna e della umanità. Ora, mentre in Europa resta durissimo e arrogante l’allineamento alla dottrina “progressista” dell’aborto e avanza il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’utero in affitto, l’eutanasia e altro ancora, negli USA l’indicazione presidenziale della Signora Amy Barret, cattolica e madre di sette figli (di cui due adottati) per la Corte Suprema, potrà mutare positivamente gli indirizzi e le decisioni sul Diritto alla Vita e sul primato della Famiglia. Da noi, invece, viene annunciato clamorosamente che la 194/78 “non mette in discussione la dignità ontologicamente intrinseca di un embrione” e che l’IVG è una “conquista di libertà”, la “massima espressione della liberazione della donna”. La grande, tragica Menzogna scambiata per verità!
E’ venuta l’ora, per frenare la catastrofe, di promuovere una mobilitazione coraggiosa della coscienza politica, culturale e religiosa a difesa della vita nascente e morente. E’ necessario scuoterci dall’apatia e dall’indifferenza e assumere la responsabilità della sfida. Dal 1° gennaio al 1° maggio sono decedute nel mondo 237.469 persone a causa del “Coronavirus” e sono stati compiuti 14.184.388 aborti. Non possiamo restare fermi, insensibili, acquattati comodamente nel paganesimo di ritorno. Sappiamo, perché Benedetto XVI ce l’ha ricordato, che “Se non c’è battaglia, non c’è Cristianesimo!”
Davide Nava

One thought on ““Se non c’è battaglia, non c’è Cristianesimo!”

  • 5 Ottobre 2020 in 11:51
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    Non è facile e, soprattutto, non è comodo andare controcorrente, non perché le voci ostili sia
    no tante, ma perché parlano, anzi gridano, mentre quelle “amiche” tacciono. Si rischia sempre di essere l’evangelica <>. Ma a te non importa; ed è per questo che io ti ammiro sempre di più. Michele Ruggiano.

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