La minoranza del Pd si erge ora a giudice, consentendo a Noi Campani di imbastire una speculazione della peggiore specie

Un consigliere comunale di Benevento che sta portando a termine quattro mandati, di cui due, dal 2006 al 2016, svolti nella veste di vice sindaco, che è componente l’assemblea nazionale del Pd, che è stato competitore di Mastella nel 2016, che è figlio d’arte, poiché anche il padre, tra gli anni 70 e i primi anni 90, era stato consigliere comunale e amministratore pure in quattro consiliature; un ex sindaco che ha portato a termine due mandati in un importante Comune della Valle Telesina;  tre persone  di spicco di tre comuni  della Valle Caudina (una vice sindaca, componente l’assemblea regionale del Pd,  una assessore e una donna sponsorizzata dal sindaco democrat  del Comune più popoloso della Valle),  quindi non semplici iscritti al Pd, si sono candidati in tre liste civiche in sostegno del Presidente uscente della Campania, Vincenzo De Luca.
Nel Sannio,iI consigliere comunale di Benevento ha preso 3.906 preferenze, di cui 1.841 nel capoluogo, mentre la donna sponsorizzata dal  sindaco del più popoloso Comune della Valle Caudina  ne ha presi 3.141,di cui 350 a Benevento ( i voti di lista sono stati  10.973, pari al 9,26%, di cui 2.607 a Benevento, pari all’11,32% ); l’ex sindaco di quel Comune della Valle Telesina ha ottenuto 3.109 preferenze, di cui 209 a Benevento, mentre la assessore di un altro Comune della Valle Caudina, candidata nella stessa lista dell’ex sindaco, ne ha ottenute 2.532, di cui 341 a Benevento (i voti di lista, Fare Democratico, sono stati 5.716, pari al 4,82, di cui 547 a Benevento, pari al 2,37%); la vice sindaca del terzo Comune della Valle Caudina, candidata in Campania Libera con il sindaco di S. Nicola Manfredi (un non iscritto al Pd, che, disgustato, 2 anni fa ha lasciato Forza Italia in cui era stato candidato alle politiche del 2018)  ha conquistato  3.063 preferenze (i voti di lista, suoi in misura molti minore, a nostro avviso, sono stati 7.903, pari al 6,67%, di cui 885 a Benevento, pari al 3.84%).
La somma dei voti conquistati da De Luca Presidente, e quelli conseguiti da Fare Democratico, liste in cui erano candidati quattro esponenti di rilievo del Pd sannita, corrisponde  a 16.689, pari al 14,08, di cui  3.156 a Benevento, pari al 13,8%.  A questi voti  va aggiunta la quota con cui la vice sindaca ha contribuito a far ottenere 7.904 voti a Campania Libera, quota  che non può essere riconducibile alle preferenze raccolte da lei, in quanto il sindaco di S. Nicola Manfredi  non si sarà fatto votare da solo.
Certamente, i voti conseguiti da  De Luca Presidente e da Fare Democratico, più qualche migliaio di voti racimolati dalla vice sindaca, non sono voti sottratti tutti al Pd, per effetto della loro influenza esercitata sull’elettorato  Dem. Ci sono, ovviamente, anche se in misura piuttosto minore, pure i voti di persone che non avrebbero votato per il Partito Democratico. Ma, con tutta tranquillità, possiamo dire che dei 18-19mila voti che i  cinque esponenti del Pd hanno fatto confluire nelle tre liste civiche, più di 10mila sono stati sottratti al Pd, volendo fare una approssimazione per difetto.
Il fine, lo ripetiamo ancora una volta, di questi cinque esponenti di rilievo del Partito Democratico, era quello di sottrarre voti al Pd, per non far scattare il seggio in suo favore. Se si eccettua Raffaele Del Vecchio, che probabilmente ha pensato che scattasse, in danno del Pd, il seggio per De Luca Presidente, sapendo che lui avrebbe preso il maggior numero di preferenze,  gli altri quattro, se hanno avuto i piedi per terra e la testa sul collo, certamente non hanno coltivato la stessa ambizione. Forse avranno voluto dimostrare alla maggioranza del Pd sannita  il loro valore, a futura memoria.
Il 17 febbraio 2020, la direzione regionale campana del Pd, un organismo non pletorico ma piuttosto numeroso, aveva approvato un documento che vietava la candidatura, in liste civiche in appoggio a De Luca, di iscritti al PD. Quelle cinque persone sono state candidate in liste civiche, senza che al Pd sannita fosse pervenuta una deroga rispetto a quel documento, e senza che, parimenti, fosse pervenuto un avallo da parte della Direzione nazionale del Partito, che certamente non si sarebbe assunta la responsabilità di non fare ottenere il seggio alla sua emanazione nel Sannio.
Si deve parlare, quindi, di un arbitrio, di un atto d’imperio, posti in essere dalla segreteria regionale del Partito, un organismo molto ristretto, per umiliare il Pd sannita, non sempre allineato con l’impostazione regionale del partito. Ne è prova il fatto che nessuna persona, vicina alla federazione del Pd di Benevento, è stata chiamata a far parte della Giunta regionale, mentre è stato nominato assessore al Turismo e alla semplificazione amministrava il telesino Felice Casucci, un professore dell’Unisannio di area mastelliana, che avrebbe curato la segreteria della signora Sandra Lonardo Mastella, quando la moglie dell’attuale sindaco di Benevento era presidente del Consiglio regionale della Campania.
Pivellini di Noi Campani, ergendo il nuovo soggetto politico fondato da Mastella tra le forze meglio accreditate presso  De Luca, dopo che il sindaco di Benevento ha detto fino a meno di un anno fa peste e corna all’indirizzo del rieletto governatore, sostengono che “la provincia di Benevento ha pagato a caro prezzo, nei cinque anni trascorsi,  la mancata interlocuzione dei piddini locali con il governo regionale”. Ma,  affermano, “ora fortunatamente c’è Mastella ad interpretare al meglio le esigenze delle aree interne”, quello che Mastella non ha fatto per quarant’anni. Difatti, la interlocuzione si era incrinata al punto che, poco più di due anni fa, il Pd Sannita ha dovuto far rilevare, in un documento, certi ritardi del governo regionale verso il Sannio, soprattutto in direzione della realizzazione di opere pubbliche finanziate dal Ministero delle Infrastrutture. Quel documento,  evocato dal giornale di Mastella  proprio per dimostrare il difficile rapporto del locale Pd con i vertici regionali,  era invece l’effetto e non la causa del difficile rapporto.
Il più inviperito contro il governo regionale era proprio Francesco De Pierro, quello che ora, con l’entourage di Del Vecchio, è diventato il paladino di De Luca e che non ha riconosciuto ad Antonella Pepe, la neo coordinatrice della segreteria provinciale del Pd, l’autorità di dire, nel documento diffuso il 27 settembre, che “l’azione del capogruppo al Comune di Benevento (De Pierro, appunto- ndr) non rappresenta in nessun modo la posizione del PD”, per aver garantito il numero legale in Consiglio rispetto alla traballante maggioranza mastelliana, un comportamento, questo, che ha indotto i cittadini di Benevento a pensare all’esistenza, tra Pd e Mastella, di “qualche accordicchio di potere”.
A questo punto, la reazione di De Pierro non si è fatta attendere nei confronti di Antonella Pepe, allorché, leggiamo sul Mattino del 28 dicembre, dice: “l’aver sostenuto De Luca e  la sua lista è per Antonella Pepe un tradimento della causa del Pd. Non permetto assolutamente alla Pepe di occuparsi strumentalmente  di questioni la cui sovranità di decisione appartiene ai componenti del gruppo”.  L’estensore di questo articolo, una persona che mastica qualcosa di politica, sa che i rappresentanti di un Partito, in questo caso il Pd, nei pubblici consessi sono soggetti attuatori della linea politica del partito che li ha eletti. 
Quindi, De Pierro, se si è sentito libero, insieme ad altri, di votare una lista civica collegata a De Luca, soltanto perché la segreteria regionale del Pd ha violato quel documento con cui la Direzione regionale del Pd aveva impedito all’unanimità agli iscritti al Partito di candidarsi in liste civiche, non può sentirsi altrettanto libero di orientare le scelte del gruppo non in sintonia con quelle del Partito Democratico. Tuttavia, De Pierro dice di più, nel rivendicare la sua autonomia di azione politica, quando afferma che relativamente alle amministrative dell’anno prossimo,  seguirà la linea politica del Pd, “a partire da quello regionale”. E se gli organi regionali del Partito diranno che il Pd, lungi dal porsi in alternativa a Mastella, deve fargli invece da stampella, egli come si comporterà, dal momento che la sovranità del Pd locale non potrà essere condizionata da nessuno?
Con il tono di chi, da giudice, vuole bacchettare l’estensore del documento del 27 settembre, ha manifestato solidarietà a De Pierro in questa sua reazione, un ex consigliere provinciale del Pd, nell’affermare che sono tutti da dimostrare i motivi per cui si chiede a De Pierro di darsi al civismo.
Solidale con De Pierro si è manifestato anche Rossano Insogna, il presidente provinciale del Pd, che da post-comunista e post-diessino, cioè da persona che ha la pretesa, per formazione culturale, di avere in ogni momento la verità in tasca, interviene sempre per fare le pulci. Anche lui si erge  a giudice, dopo aver tentato di umiliare il Pd, nella speranza di non fargli conseguire il seggio in Regione. Infatti, nasconde male l’amarezza in ordine al fallimento della iniziativa posta in essere da lui e dai cinque esponenti del Partito che si sono candidati in tre liste civiche, allorché, in una dichiarazione pubblicata dal Mattino il 30 settembre, dice che Mino Mortaruolo è stato eletto consigliere regionale “per il rotto della cuffia”, facendo risaltare che “il Pd di Benevento passa dai 26.235 voti, pari al 24,19% delle elezioni regionali del 2015 a 16.956 voti, pari al 14,30% del 2020”. Però, non si rende conto che, come abbiamo dimostrato, quei cinque  esponenti del Pd hanno portato via dal Partito, almeno il 60 % dei voti conseguiti da loro tutti insieme, sicché, senza questa “fuga” di voti, il partito Democratico avrebbe superato di molto i 26,235 voti ottenuti nel 2015.
Quando poi egli, facendo un discorso tutt’altro che politico, dice che Mortaruolo ha rimediato 6.324 preferenze, rispetto alle 14.996 ottenute nel 2015, dimostra di non sapere  che le preferenze sono sempre rapportate ai voti di lista, a parte il fatto che anche Del Vecchio ha preso appena 3.906 preferenze rispetto a 10.973 voti di lista.   E’ naturale che, con diecimila voti di lista in meno, si sia abbassato anche il numero di preferenze. E se, a parità di voti di lista, le preferenze di Mortaruolo, in questa tornata elettorale, sono state  meno di quelle del 2015, evidentemente più elettori hanno votato solo il simbolo del Pd, esprimendo un voto politico e non personale, cosa che Insogna dovrebbe sapere, poiché il Pci riscuoteva più un voto politico che un voto personale sui suoi candidati.  Il confronto che poi egli ha voluto fare tra le 5.678 preferenze ottenute da Antonella Pepe, in questa tornata elettorale, e le 6.836 conquistate da Giulia Abbate nel 2015, si ritorce contro ciò che egli ha voluto dimostrare. Solo Luigi Abbate ha riscosso 9.903 preferenze, rispetto ai 15.283 voti conseguiti dalla lista Noi Campani. Ma è evidente che il voto per ogni partitino fondato da Mastella non è mai stato un voto politico. Lo dimostra la mancanza di dibattito e di confronto politico all’interno del partitino di turno, cosa che non si può dire per il Partito Democratico, un partito democratico per antonomasia, anche se i pivellini di Noi Campani mettono in risalto i conflitti all’interno del Pd locale. E’ risaputo che Mastella si libera delle persone che non la pensano come lui: da quando è sindaco di Benevento ha sostituito 8 assessori.
Il problema è di abbassare i toni. Lo hanno detto il rieletto consigliere regionale, Mino Mortaruolo, e il vice segretario vicario del Pd, Giovanni Cacciano,  nei loro interventi che questo giornale ha pubblicato.,
Giuseppe Di Gioia

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