Berlusconi chiede per altri ciò che non ha voluto per sé, mentre, nella election day, rischia di passare la riforma costituzionale

Ci risiamo. Se la partita delle regionali, al netto della Val d’Aosta, finisce quattro a due a vantaggio del centro destra, i Salvini, i Meloni e i Berlusconi chiedono la caduta del governo. Esattamente, come è avvenuto in occasione della elezione, il 26 gennaio scorso, del presidente e del consiglio regionale dell’Emilia Romagna, quando Salvini, appena perduta la poltrona di ministro degli Interni si trasferì, in pianta stabile, in quella regione per dare quella che lui chiama spallata al governo nazionale, se fosse stata espugnata la roccaforte rossa. I fatti poi si incaricarono di scompaginare il piano di Salvini and company.
Allora, costoro tirarono in ballo ciò che il capo del governo, D’Alema, aveva detto nel 2000: se il centro sinistra perderà alle regionali, nel senso che vi sarà un maggior numero di Regioni governate dal centro destra, io mi dimetto.
L’esempio, però, non sarà seguito da Berlusconi cinque anni dopo, nel 2005, quando, dopo lo svolgimento delle elezioni regionali, il centro destra conserverà soltanto il governo di Lombardia e Veneto. Quelle elezioni si rivelarono, infatti, una caporetto per il governo Berlusconi, dopo che il centro destra aveva stravinto le elezioni politiche del 2001.
Ma Berlusconi, dopo quella sconfitta, in una trasmissione di Ballarò su Rai3, condotta da Giovanni Floris, disse che non si sarebbe dimesso, essendo sicuro, quando mancava appena un anno dalle elezioni politiche, che, con un’azione di rimonta del consenso, avrebbe vinto le elezioni.
Infatti, Berlusconi, sforando il limite di Maastricht e dissipando l’avanzo primario per porre in essere molti vantaggi a favore dei cittadini, riuscì a neutralizzare lo svantaggio di 15 punti percentuali che i sondaggi lo distanziavano, pochi mesi prima delle elezioni politiche, dal centro sinistra, anche perché la coalizione dell’Unione aveva fatto un bel po’ di casino sull’ introduzione, eliminata dal governo Berlusconi (2005-2006), della tassa di successione, al di sopra di un valore  immobiliare di 180-200mila euro. Lo svantaggio, in danno di Berlusconi, si ridusse poi a 24mila voti. Se la campagna elettorale fosse durata un’altra settimana, Berlusconi avrebbe vinto le elezioni.
Ora, anche Berlusconi, dimentico di ciò che aveva detto a Ballarò, sostiene che, se la partita delle regionali darà i risultati ipotizzati dal centro destra, il governo si dovrà dimettere, un governo che, a meno di riposizionamenti, sempre possibili, delle attuali forze di maggioranza,  non ha alternative rispetto alla indizione di nuove  elezioni, in un momento in cui manca una nuova legge elettorale che uniformi i collegi,  con il nuovo assetto di Camera e Senato,  se, nella election day del 20 e 21 settembre, il referendum confermerà la riduzione del numero dei parlamentari, voluta dal M5S.
Un referendum, si badi bene, non voluto dal M5S al governo, contrariamente da come si erano comportati tutti i precedenti governi, che avevano indetto, a norma dell’art. 138 della Costituzione,  referendum  confermativi rispetto alle loro scelte di riforme costituzionali, non varate dai due terzi di Camera e Senato. Questa volta, per dare la parola ai cittadini, il 20% dei senatori, compresi non pochi della Lega, la formazione che oggi si è espressa in favore del Sì alla riforma, ha dovuto chiedere l’indizione del referendum, in quanto, a Palazzo Madama, la legge non era passata con la maggioranza dei due terzi.
Berlusconi ha pure detto che quello attuale è il governo più di sinistra della vita repubblicana del Paese. Evidentemente, non ricorda i governi di centro sinistra, soprattutto quelli degli anni 60 e dei primi anni 70, quando fu posto in essere uno stato sociale, unito ad una garanzia di diritti per i lavoratori,  che ci invidiavano anche gli svedesi. Tra le altre riforme, furono varate quella relativa alla pensione di anzianità, poiché in quel periodo i lavoratori erano sottoposti a lavori usuranti, e quella relativa al calcolo della pensione sul retributivo, prendendo, come media retributiva, gli emolumenti corrisposti nei migliori 3 anni degli ultimi 5 anni, sino poi a definire la media retributiva sugli ultimi 10 anni, prima che questa riforma venisse soppiantata dal calcolo della pensione sul  sistema contributivo, facendo finire i lavoratori ostaggio dei datori di lavori, che non versano per intero i contributi in ragione dell’effettivo numero di ore svolte, se tengono assicurati i propri dipendenti. Ma è stata soppressa anche le pensione di anzianità.
Probabilmente, Berlusconi ha ragione, se voleva dire che rispetto ai governi presieduti da lui, quello presieduto da Giuseppe Conte è il governo più spostato a sinistra,  unitamente a  quello guidato da Prodi dal 2006 al 2008, un governo, quest’ultimo,  che, costretto a mettere riparo alle procedure d’infrazione poste in essere dall’Europa per i suddetti danni prodotti da Berlusconi, dovette aumentare lievemente l’Irpef per i redditi superiori a 40mila euro, un provvedimento che, unito agli accertamenti di settore disposti dal ministro Visco per combattere l’evasione fiscale, fece guadagnare un po’ di impopolarità al professore bolognese. A farlo cadere, ci pensò poi l’allora Guardasigilli, Clemente Mastella, cedendo alle lusinghe di Berlusconi, alle quali non fece seguito la dovuta ricompensa sul piano politico.
Quando montava nel Paese il razzismo fomentato da Salvini,  Berlusconi aveva pure detto, il 14 gennaio 2018,  a “Domenica Live”, la trasmissione condotta su Canale 5 da Barbara D’Urso, che l’emergenza migranti è da attribuire a Matteo Renzi, poiché egli nel 2003 aveva firmato il trattato di Dublino, quello che impone ai Paesi di sbarco l’accoglienza dei migranti. E’ appena il caso di ricordare che nel 2003 il presidente del Consiglio, sostenuto dalla Lega, era Silvio Berlusconi e che, allora, Renzi, oltre a non essere ancora sindaco di Firenze, non era neanche presidente della Provincia di Firenze, carica alla quale verrà eletto nel 2004.
Ma Berlusconi, che con il leghista Maroni ha regolarizzato 800mila migranti, tenta sempre di scaricare su altri sue responsabilità, soprattutto quando non sa che pesci prendere, come ora che il suo partito è indeciso su come votare al referendum. Però, Forza Italia, mentre vuole la caduta del governo se la bilancia delle regionali penderà a favore del centro destra, dice che ridisegnare una nuova legge elettorale non è la priorità del momento, uniformandosi, in questo giudizio, alla Lega di Salvini, a Fratelli d’Italia e anche ai 5 Stelle, venuti meno, questi ultimi, eccetto Di Maio, alla necessità, concordata con il Partito Democratico sull’altare del voto favorevole dei Deputati dem alla riforma costituzionale, di dare adeguata rappresentanza parlamentare alle piccole regioni e alle piccole province.
Chi scrive, contrario a tale riforma poiché riconduce il nostro Paese ad aver un minor numero di parlamentari, in rapporto agli abitanti, rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea, spera che giornali, come La Repubblica e L’Espresso, facciano una buona campagna in favore del No, anche se, per effetto della election day, è probabile che vincano i Sì.
Probabilmente, se il referendum fosse stato celebrato il 29 di marzo, il No avrebbe avuto buone probabilità di successo, in quanto i rispettivi sostenitori, più motivati nell’andare a votare, avrebbero avuto la meglio sui sostenitori del Si, che in gran parte avrebbero disertato le urne. Infatti, questa seconda categoria di elettori, poco politicizzata, si reca alle urne  nella misura in cui un elettore deve disobbligarsi  di un favore ricevuto, o da ricevere, dal candidato che gli ha chiesto il voto, o soltanto se deve rendergli un piacere. 
Orbene, il 29 di marzo, in mancanza di candidati in lizza, non si sarebbe verificato questo fenomeno, che invece si verificherà il 20 e il 21 di settembre, quando la sollecitazione dei candidati, per i suddetti motivi, è ancora maggiore verso gli elettori, dal momento che si voterà per il rinnovo di 7 consigli regionali e di un migliaio di consigli comunali. In quella circostanza, alla suddetta categoria di elettori, verrà consegnata anche la scheda relativa all’approvazione o meno della riforma costituzionale.
Ora, poiché  gli elettori appartenenti sempre alla suddetta categoria, per lo più qualunquista, ritengono che in Parlamento ci siano i poco di buono, facendo di ogni erba un fascio, ma salvando le persone cui essi danno il voto, avranno dei buoni motivi per avallare la riforma, anche perché i “molto” politicizzati vertici pentastellati, che da tale categoria di elettori prendono più voti, sostengono che la riduzione dei parlamentari fa risparmiare 500 milioni di euro per ogni legislatura, ammesso che la cifra non sia esagerata come invece ritengono in molti. In un paese che ha un debito pubblico di 2.500 miliardi, una evasione fiscale, ogni anno,  di 130-140 miliardi (non si sa mai la cifra esatta) e, sempre ogni anno, 20 miliardi distratti dalla corruzione, i pentastellati si preoccupano di risparmiare 100 milioni ogni anno, un ragionamento, questo, che, se basato soltanto  sul minor costo della politica, potrebbe essere rafforzato dalla ipotesi di una chiusura completa del Parlamento.
I sostenitori del No possono sperare in una diserzione delle urne, da parte della suddetta categoria di elettori, laddove  si vota solo per il referendum, anche perché, per la validità della consultazione, non è richiesto il quorum, cioè il 50% degli elettori, più un voto.

I giovani democratici contrari alla riforma costituzionale e al modo come è stata organizzata la LXI Città Spettacolo
Bene hanno fatto i giovani democratici di Benevento a schierarsi in favore del No, poiché il taglio di 230 deputati e di 115 senatori, ridurrebbe “la rappresentanza democratica soprattutto a livello territoriale”, determinando un danno soprattutto per le minoranze, mentre i costi si ridurrebbero “dello 0,007% della spesa pubblica annuale”. I giovani, constatato che “la riforma non è affiancata da una adeguata legge elettorale”, ritengono che “dovremmo interrogarci sulla qualità della classe politica e non sulla quantità del numero del parlamentari”. Infatti, se l’attuale Parlamento è scadente, la responsabilità è riconducile al fatto che i parlamentari, non eletti dai cittadini, vengono nominati dai capi di partito, più interessati ad essere attorniati da persone fedeli, rispetto a persone che, portatrici di idee nuove e dotate da indipendenza di giudizio,  possano mettere in discussione la loro leadership. L’operazione, dicono giustamente i giovani democratici, “viene spacciata  come una lotta alla casta, ma la casta è proprio un piccolo nucleo di persone che prendono le decisioni per molti”.Ma i giovani democratici hanno preso posizione anche rispetto alle “modalità organizzative della rassegna Città Spettacolo”. Secondo loro, “considerato il contesto storico caratterizzato dall’emergenza sanitaria, si sarebbe potuta evitare una manifestazione del genere”, in quanto “era risaputo che il coinvolgimento di tante persone avrebbe potuto creare assembramenti e di conseguenza imprudenza”. Oltretutto, non si è tenuto “in considerazione l’ingente somma di denaro spesa per pagare i cachet di Ghali e Geolier (il comunicato è precedente all’annullamento degli spettacoli dei due rapper – ndr), soldi che sarebbero potuti essere utilizzati per concerti o spettacoli di compagnie locali che, tra i tanti, hanno risentito maggiormente degli effetti della pandemia”.  Va pure detto però che la città si aspetta i nomi grossi dello spettacolo, quelli che avrebbero consentito ai cittadini di riconoscere in Mastella, non tanto  nel direttore artistico della kermesse, la capacità di organizzare feste, con un adeguato ritorno in termini elettorali, come maliziosamente ha scritto Altrabenevento.La festa però è stata guastata, oltre che da Altrabenevento, anche dal Codacons, che, con appelli rivolti al Prefetto, al Comune di Benevento, al Questore e al Presidente della Regione, aveva paventato pericoli di contagio da Covid, soprattutto in ordine al richiamo di giovani che avrebbero determinato, al di fuori delle transenne, gli spettacoli di Ghali e Geolier.
Così, il 26 agosto, il Prefetto, di concerto con il Comitato per l’ordine e la sicurezza, ha annullato gli spettacoli dei due rapper, quando il direttore artistico, Renato Giordano, avrebbe avuto poco tempo per allestire spettacoli sostitutivi. Infatti, in un comunicato del 29 agosto, “l’assessore agli spettacoli del Comune di Benevento, Oberdan Picucci, e il direttore di Benevento Città Spettacolo, Renato Giordano, informano che, a seguito dell’annullamento degli eventi di Geolier e Ghali, inizialmente previsti per il 29  e 30 agosto, la direzione artistica del Festival sta procedendo all’inserimento di un nuovo evento in Cartellone che si terrà in data da definire”.Il grave è che ora l’organizzazione del Festival dovrebbe risarcire, nell’ordine (pare) di un centinaio di migliaia di euro, Ghali e Geolier, e restituire il costo del biglietto a quei cittadini che lo avevano acquistato per i due eventi.Ma vi è di più. Gli spettacoli di Ghali e Geolier, già inseriti nel cartellone, non sarebbero stati autorizzati dalla Regione, l’ente che ha finanziato la kermesse, a dire del Codacons, l’associazione di consumatori che, minacciato l’intervento della Procura della Repubblica in caso di aumento di contagi post-rassegna, aveva chiesto, non a caso, l’accesso agli atti. Ma la non autorizzazione degli spettacoli di Ghali e Geolier sarebbe stata  anche la ragione per cui Mastella avrebbe avallato l’annullamento dei predetti eventi, nell’ambito di una rassegna, organizzata, ha scritto un coraggioso cronista del Mattino, con “temerario ottimismo”.
Giuseppe Di Gioia

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