Chi è causa del suo male pianga se stesso

Poiché in sede regionale il Partito Democratico, per non depotenziare di voti le proprie liste per la elezione del Consiglio regionale della Campania,  ha deciso che nessuno dei suoi iscritti potrà essere candidato in liste civiche, e poiché in provincia di Benevento non possono essere presentate liste con più di due candidati, e per giunta con alternanza di genere, più di un esponente del Pd, impegnato a livello istituzionale  e/o politico, si è vista preclusa la possibilità, per la prossima election day del 20 e 21 settembre, di essere in lizza per la conquista di un seggio nel consesso che ha sede nel centro direzionale di Napoli.

Un referendum svincolato dalla election day sarebbe stato vinto dai NO
A proposito di questa election day merita un discorso a parte l’accorpamento ad essa del referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari e dei senatori,  che il M5S aveva inserito nel contratto di governo stipulato con la Lega, riuscendo a far pronunciare, con maggioranza qualificata, solo il Senato l’11 luglio 2019, un mese prima che Matteo Salvini presentasse la mozione di sfiducia contro il governo e  quindi contro se stesso e la relativa delegazione  ministeriale della Lega. Poi, caduto il governo giallo-verde, i pentastellati pongono come condizione per costituzione con il  Pd del governo giallo-rosso o rosso-giallo che dir si voglia, nato il 5 settembre 2019, il voto favorevole  sul taglio dei parlamentari, nell’ultimo passaggio alla Camera dei Deputati, avutosi l’8 ottobre 2019, voto che riscontrerà il favore del Pd,  rispetto ad una richiesta, sancita nella legge, finalizzata a dare rappresentanza a tutti i territori, e ad assicurare la elezione di senatori nelle regioni piccole. Ma molti votano  a favore contro la propria volontà per evitare di essere linciati dalla folla pentastellata che presidiava piazza Montecitorio.
Ne è prova il fatto che il voto alla Camera (553 favorevoli rispetto al  Consesso di 630 componenti)  ha superato  di gran lunga la maggioranza dei due terzi prevista dall’art. 138 della Costituzione. Ma, poiché nel voto al Senato non vi era stata la maggioranza dei due terzi in favore del taglio, sarebbe stato opportuno indire il referendum confermativo, proposto, sempre secondo l’art. 138 della Costituzione, dal governo, o da cinque Consigli regionali, o dal 20%, in questo caso, di senatori, o da 500.000 cittadini.I pentastellati, quelli che hanno reclamato il governo dei cittadini, quelli che hanno sempre chiesto trasparenza al grido di “onestà onestà”, salvo a scoprire qualche disonesto tra di loro, non hanno voluto che il governo indicesse il referendum. Lo ha dovuto richiedere il 20% dei senatori.  Eppure, in passato, il governo dell’Ulivo aveva indetto il referendum sulla modifica del Titolo V della Costituzione, modifica che venne ratificata dai cittadini nella consultazione del 7 ottobre 2001; Berlusconi aveva pure indetto il referendum sulla sua modifica della Costituzione, chiamata Devolution, modifica, questa, che non venne ratificata dai cittadini nella consultazione del 25 giugno 2006; infine anche Renzi, indetto il referendum sulla sua modifica della Costituzione, che prevedeva, tra l’altro, l’abolizione del Senato, non ricevette l’approvazione dei cittadini  nella consultazione del 4 dicembre 2006. Il referendum, indetto per il 29 marzo scorso, è stato poi, in presenza del lockdown, rinviato a data da destinarsi. Poiché in questo tipo di referendum non è richiesto il raggiungimento del quorum del 50% più uno degli elettori, se la consultazione si fosse svolta il 29 marzo, molto probabilmente vi sarebbe stato il successo dei No (al taglio),  in quanto i cittadini motivati nell’andare a votare sarebbero stati quelli contrari alla riforma, una riforma che mette l’Italia nella condizione di avere meno parlamentari, in rapporto agli abitanti, rispetto a tutti gli altri paesi d’Europa, e i cittadini a non avere sul territorio il proprio riferimento politico in Parlamento.
Non sarebbero stati invece motivati nell’andare a votare  i sostenitori del Sì (al taglio), per lo più non politicizzati, quelli che, in molti casi, non sanno neanche quanto costa un giornale perché non si informano per farsi una idea politica, ma pensano di avere la verità in tasca quando parlano, indistintamente, contro le rappresentanze istituzioni, meno quelle votate da loro,  anche  perché essi fanno delle scelte clientelari, e non politiche, quando vanno a votare.La riduzione dei parlamentari discenderebbe dalla necessità di risparmiare 500 milioni in ogni Legislatura, ben poca cosa rispetto a 130 miliardi di evasione fiscale, ai 20 distratti dalla corruzione e  ai 2.500 di debito pubblico. Sarebbe bastato dare un modesto taglio alle indennità e ridurre il rimborso spese a quello documentato, per raggiungere, pressappoco, lo stesso risultato che si era posto il bibitaro del “S.Paolo”. Questo sia detto con tutto il rispetto verso chi svolge questo lavoro modesto ma onesto, così come onesto è da ritenersi il lavoro di bracciante svolto da Giuseppe Di Vittorio e dell’attuale Ministra delle politiche agricole, Teresa Bellanova.
Ma questi due ex braccianti hanno fatto la gavetta nel sindacato, conquistando il consenso dei loro simili. Invece, il birraio del “S.Paolo”, indipendentemente dal fatto che sbagli i congiuntivi, che faccia seguire il complemento oggetto ad un verbo intransitivo e che non sappia che il colpo di Stato di Pinochet è avvenuto in Cile,  senza aver fatto alcuna trafila, a 25 anni si è trovato, nel momento favorevole per il M5S, ad essere nominato deputato, con il Porcellum, dopo che candidato, pare, al Consiglio comunale di Napoli, un consesso nel quale, come in altri simili, si viene eletti con la preferenza, era stato del tutto ignorato dagli elettori. 
Con la election day, gli elettori che non fanno scelte politiche quando vanno a votare, nel vedersi consegnata anche la scheda relativa al referendum, molto probabilmente, stante il ragionamento che facevamo prima, la sbarreranno sul Sì, come fecero quelli che vollero, in un altro referendum, l’abolizione del Ministero dell’Agricoltura, del Ministero del Turismo e del Ministero delle Partecipazioni Statali (un Ministero, quest’ultimo, comunque divenuto inutile), costringendo il governo a ricostituire, con altra denominazione, i primi due Ministeri soppressi.

Qualcuno nel Pd sannita rema contro?
Questa volta non c’è stato un Renzi che si fosse pronunciato contro l’accorpamento del referendum alle regionali e alle comunali, come invece, ahime!, lo avemmo nel 2016, quando, postosi contro cinque governatori regionali, per lo più del Pd, che avevano chiesto una consultazione contro le trivelle, fece svolgere il referendum il 27 aprile, senza accorparlo alle amministrative del successivo 5 giugno, perché evidentemente temeva il raggiungimento del quorum, lui che, sostenuto da Giorgio Napolitano, aveva invitato all’astensione.Renzi, allora, come Presidente del Consiglio e segretario del Partito Democratico, aveva il controllo del Partito. Anche la federazione del Pd di Benevento era renziana. E lo è stata fino alla indizione delle primarie svoltesi il 3 marzo 2019, quando, una parte significativa, ha assecondato la candidatura di Nicola Zingaretti, portando all’attuale segretario del partito il 34,76% dei voti. Ora, dopo che Renzi se ne è andato, fondando Italia Viva, nel Partito Democratico non vi sono più correnti organizzate, sicché anche la federazione di Benevento è sulle posizioni del segretario nazionale del Partito.Tuttavia, i promotori del sostegno a Zingaretti nelle primarie, riconducibili a Raffaele Del Vecchio, vice sindaco di Benevento nei due mandati di Fausto Pepe e attuale consigliere comunale, a Rossano Insogna, sindaco di Melizzano e a qualche altro poco noto, continuano a proclamarsi, nel Partito, minoranza zingarettiana.Quando, però, sul Mattino del 21 giugno, in una nota di Gianni De Blasio, chi scrive ha letto, che, pur di assicurare una candidatura a tale minoranza, si starebbe pensando, a livello centrale, di candidare Raffaele Del Vecchio, come unico maschio, nella lista del Pd,  non potendo essere candidato, per le ragioni sopraesposte, in una lista civica. Ora, poiché la seconda candidata deve essere di sesso opposto, il consigliere regionale uscente, Mino Mortaruolo, dovrebbe trovare ospitalità nella lista “De Luca Presidente”, contravvenendo, del resto, alla predetta norma votata in sede regionale  il 17 febbraio scorso.Sempre chi scrive, non credendo a quello che aveva letto, poiché in questo caso tutti gli elettori del Pd avrebbero dovuto votare la lista “De Luca Presidente” per consentire la rielezione di Mino Mortaruolo, ha chiesto lumi a qualche dirigente del Partito. 
“Non c’è niente di vero”, gli è stato risposto. “Allora, quella notizia è stata inventata da Gianni De Blasio?”, ha replicato chi scrive. “No, De Blasio è stato imbeccato. Impossibile che Mortaruolo possa essere candidato in una lista civica. In “De Luca Presidente”, finora, il candidato di sesso maschile è Fernando Errico”, gli ha precisato quel dirigente.Allora, ad imbeccare De Blasio potrebbe essere stato Del Vecchio. Non altri. Si sa, infatti, che Del Vecchio avrebbe chiesto spazio in qualche lista civica, ma Nello Mastursi, l’uomo del presidente De Luca, venuto a Benevento qualche settimana fa per incontrare presso la sede di Futuridea i democratici sanniti in vista dell’appuntamento elettorale di settembre, gli avrebbe precluso, in ossequio a quel deliberato regionale, la possibilità di candidarsi in una lista civica, essendo iscritto al Pd.

La precisazione di Umberto Del Basso De Caro 
A questo punto, Del Vecchio osserva che Umberto Del Basso De Caro, unico deputato eletto tra la provincia di Benevento e quella di Avellino, in occasione delle elezioni comunali nel capoluogo irpino, ha sostenuto  Gianluca Festa, il candidato non ufficiale del Pd, risultato poi eletto. Del Basso De Caro ha dovuto precisare, a tale proposito, in una nota del 16 giugno scorso: “Sulla vicenda di Avellino, consumatasi oltre un anno fa, confermo di aver sostenuto Gianluca Festa, al quale gli organi della federazione, illegittimamente costituitisi, avevano negato sia la possibilità di partecipare alle primarie sia la consultazione degli iscritti. Sette giorni dopo il voto, il Tribunale Civile di Avellino dichiarò l’illegittimità dell’intero procedimento congressuale, ivi compresa l’elezione degli organi di partito. A seguito della decisione giurisdizionale, il segretario nazionale del PD sciolse tutti gli organismi e commissariò la Federazione Irpina. Infine, segnalo che, da tempo, i quattro deputati del PD Campano hanno offerto un importante contributo programmatico al Presidente designato, con documenti e proposte di legge condivise dal Ministro per il Sud, Provenzano, ed apprezzate dal Partito Nazionale. Le proposte recano, tutte, le firme dei deputati De Luca, Siani, Topo e del sottoscritto. Spero si tratti di un lavoro utile. Lascio volentieri ad altri quello dannoso”.Perché, dunque, quella imbeccata?. Per generare confusione, a avviso di chi scrive, e per attaccare la maggioranza del partito, nella quale si riconosce oggi buona parte di quel 34,76% che alle primarie votò Zingaretti, anche perché la predetta maggioranza è attestata sulla linea di segretario nazionale del partito. A chi scrive risulta che il sindaco di Sant’Angelo a Cupolo, Marcello D’Orta, e quello di Molinara, Giuseppe Addabbo, non hanno condiviso la sortita di Del Vecchio, soprattutto quando, con una caduta di stile, sulla sua pagina facebook l’ex vice sindaco di Benevento, con un post ironico, ha deriso il modo come la Federazione si è dotata di aree tematiche, secondo quando disposto dalla Direzione nazionale del Partito. Ma Del Vecchio afferma qualcosa di grave in quel post, allorché scrive: “Pensavo che con il caso di Sant’Agata dei Goti si fosse consumato l’ultimo atto di suicidio politico del PD, ma ormai siamo al vilipendio di cadavere”.
Sul caso di Sant’Agata, chi scrive, venuto a conoscenza dei fatti denunciati dalla compagine del Pd nel Consiglio comunale saticulano, l’unica che sosteneva il sindaco, e non avendo saputo quali fossero gli “inaccettabili compromessi”, denunciati da Giovannina Piccolo, la sindaca sfiduciata con un atto notarile, ha ritenuto di poter affermare, in un’altra nota su questo giornale,  avendo masticato di politica in passato, che un sindaco non può operare a ruota libera, ma deve essere attento nel concordare, con la maggioranza che lo ha eletto, i vari momenti nella realizzazione del  programma, approvato dagli elettori. Sul caso delle aree tematiche, Del Vecchio dovrebbe chiedere spiegazioni alla Direzione Nazionale del PD,  che ha voluto che le proprie sedi periferiche si dessero la stessa struttura organizzativa che il Partito si è data al Largo del Nazareno. Ma se può apparire strano che una piccola Federazione, come quella di Benevento, possa interessarsi di “Made in Italy” e di “Esteri” (che Claudio Ricci, cui la branca è stata assegnata, ha ricondotto, giustamente, a “questione europea”, su cui “il nostro partito deve dire parole di assoluta chiarezza”), le  federazioni delle città metropolitane sono chiamate invece ad avere competenze in tutte le aree tematiche.D’altra parte, come giustamente ha osservato Claudio Ricci, “se il Segretario Zingaretti (il riferimento politico di Del Vecchio – ndr) ha ritenuto che ciascuna Federazione provinciale debba partecipare, come si usa dire dal basso, alla definizione del programma politico nazionale, richiedendo alle stesse di dotarsi degli opportuni responsabili, non vedo perché il PD Sannita dovrebbe astenersi dal fornire il suo contributo su taluni importanti temi, benché essi siano poco graditi ai miei due cari amici (l’altro è Moriello – ndr)”.Ma chi è andato più a fondo, nel far percepire che Del Vecchio ha avuto tutto da Partito, senza dare buoni risultati almeno nella competizione che lo ha visto come candidato sindaco, è stato, in una nota dell’8 giugno, Domenico Francesco Galdiero, vice sindaco di Solopaca e componente l’Assemblea nazionale Partito.Galdiero ha posto in evidenza il modo come il 14% di coloro che hanno votato le liste collegate a Del Vecchio sindaco nelle elezioni del 5 giugno 2016, non lo abbia  gradito come primo cittadino. Infatti, mentre le liste a lui collegate superarono, tutte insieme, il 47% dei voti (se avessero avuto 1.200 voti in più si sarebbero portate al di sopra del 50% ottenendo il premio di maggioranza, relegando Mastella al ruolo di sindaco di minoranza, come era successo a Viespoli il 5 dicembre 1993),  egli, Del Vecchio, si fermò al 33%, nel primo turno, quando vi era stata un’affluenza del 78,53%. Nel secondo turno, quello del ballottaggio, Del Vecchio andò ancora peggio, poiché, anche se ottenne il 37% dei voti, l’affluenza si era ridotta del 20%. Eppure, proveniva da una decennale esperienza di vice sindaco. E se lui avesse esercitato un’azione di trascinamento sulle liste, facendo riconquistare dal centro sinistra il Comune di Benevento, osserva Galdiero ma anche chi scrive,  avrebbe consentito anche all’attuale sindaco di Montesarchio, Franco Damiano, di essere eletto presidente della Provincia, con il voto ponderato.Del Vecchio, quindi, non ha nulla di cui lamentarsi verso coloro che  dirigevano il partito allora, che sono gli stessi di quelli che lo dirigono adesso in provincia di Benevento. Remare contro mettendo a rischio la rielezione di Mortaruolo, si fa solo del male al Partito, che è anche il Partito di chi scrive.Parlando con il senno del poi, evidentemente egli non rappresentava il nuovo, dopo essere stato 15 anni in Consiglio comunale, di cui gli ultimi dieci, come vice sindaco. E soprattutto dopo che il padre era stato per 18 anni nel Consesso cittadino, di cui 6 come amministratore, e buona parte dei rimanenti come  consigliere di maggioranza, esprimendo tuttavia buone capacità, come egli stesso ha dichiarato, in una intervista datata, alla Gazzetta di Benevento.Anche Mastella, dopo 40 anni di vita parlamentare, tra Palazzo Montecitorio, Palazzo Madama e Strasburgo, anni costellati da trasformismo, non rappresentava il nuovo. Ma i cittadini gli avevano riconosciuto capacità taumaturgiche, proprio in ragione della sua lunga vita politica. Qualcuno, infatti, diceva: sa dove mettere le mani. Alla prova dei fatti, i cittadini sono rimasti delusi, anche poiché hanno capito che la sua aspirazione non era tanto quella di fare il sindaco, bensì quella di rilanciarsi politicamente. E facendo nominare senatrice sua moglie è riuscito nella sua impresa. Finora. 
Giuseppe Di Gioia

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