Con Raffaele Pellegrino nell’anima de ro paése méjo

Al tramonto di un “angolo” di civiltà, spesso, irrompe una sorprendente impresa di poesia che ne preserva e ne conserva con impeto la testimonianza e ne comunica l’anima. E, vincendo il tempo che, impietoso, nega visibilità alla sopravvivenza della sua storia, scommette su la sua immortalità.
L’oblio non riesce così a disperdere e annientare anche gli ultimi frammenti di memoria e di riconoscenza ed anche di umile grandezza.
All’improvviso, ecco, che s’illumina nel “piccolo mondo” – avvolto già nel tenebrore della decadenza e della rimozione – una inattesa sorpresa, “ ‘No mùcco d’acqua frešca”!
E introduce liricamente nella storia della letteratura meridionale una singolare esperienza di storia e di vita, tessuta, nel dialetto locale, con straordinaria potenza evocativa, con struggente confidenza affettiva, con umile e vigorosa energia di ricerca, di risveglio, di speranza, di futuro, …
Ed ecco Cercéglio – ràdeca de cérca – radice di quercia nel terreno ora arido di una vicenda infinita, nata nelle viscere dell’antichità, diventa poema dell’anima, storiografia del cuore: nei passi del penoso allontanarsi e del ritornare festoso – exitus et reditus – e nel ritmo e nell’armonia dell’amore e del dolore, rintraccia − con la tenace consistenza relazionale e con la forza dell’essere veramente se stesso − il senso e la sorgente “de chéllo che ssì / e dde chéllo che ppó èsse. Ritorna a“ro paéso” la vigoria del vivere: “Pe’ nnon zentì ro vacànto sòtt’a ri pédi / i’ špìsso  a ro paéso èggia ì-ne”.
Così l’anima – con i suoi tesori di memoria, d’intelligenza, di volontà d’amore – ritrova la sua creaturalità esultante anche quando a “Cercéglio sciòcca e strìna”, o quando, d’estate, “Cercéglio de sera è ‘no paradiso”, o a “ri jùrni de festa”, ed anche quando si sente “sùlo ‘no laménto / da la vócca de ro vénto” e quando, nell’epopea delle stagioni, a primavera “se risbìglia la terra a la vita”.
Che tenerezza, dolorosa e innamorata, nella poesia che s’innalza verso la Croce, lassù su la Montagna, che “vàrda co’ r’ócchi de Cristo / ro paéso co’ ro témpo bbèllo e ttrìsto”, e “la carne tìa jégne / e ro currìvo e ro félo špégne” e fa germogliare “r’amóro, / ‘no sciùro cchiù ffòrte de ro dolóro”
Con una sinfonia di immagini e di affetti, continua a giocare la Poesia: mentre “chiòve a zzeffùnno”, l’io, “com’a ‘no ninnìglio prima de nasce,”, si riversa su se stesso “… pe’ ssentì, anzégn’a la vòria / ro criatùro dìnt’a mme pazzià co’ nnui”. Sì, con noi: presenza unica nell’intimità duale dell’esserci. 
Nella compresenza di presente-passato-futuro si genera l’immedesimazione cognitiva-affettiva-relazionale che accende il fiammeggiare lirico e innerva la ricerca e i percorsi narrativi senza frammentazione temporale, senza negazione e rigetto di una parte di sé.
Ed ecco, emerge luminosa l’identità completa, integrale dell’umano, a cui nulla di umano è estraneo:
i’ sóngo chìglio criatùro dint’a ‘st’òmo fatto,
e ssóngo ‘n’òmo fatto dìnt’a ‘sto criatùro”.
E’ Cercéglio il luogo dell’anima, non solo scenario, dove si realizza la sintesi – sèmo ‘n’avvràccio sùlo – dove scatta l’empatia relazionale e trionfa, creativo, il canto sublime e tenerissimo:
Quando vàjo a ro paése méjo,
ro criatùro che ssóngo stato m’ašpetta sémbe;
dìnt’a ogni vvìa e vviòccela isso sta…
isso tràse sùbbeto dìnt’a mme
pe’ sse fà sciàto d’òmo”.
Questo non è un divertirsi frenetico, ossessivo, con le “realtà virtuali,” che ci assediano e ci travolgono, è il gioco decisivo – la vertigine – con la realtà dell’essere e del suo divenire nella storia vera, non del tutto debilitata, insidiata e avvelenata dalla presa cattiva della menzogna. E’ realtà custodita nel cuore, negli abissali domini dell’amore: “Atto di Amore” primario che conserva tutto il bene di sé in una misura capace di accogliere la vita, tutta la vita, sottratta, alla degradazione e alla morte e, tutta bella, buona, vera e immortale, donata in pensieri, parole e azioni, alla prossimità delle relazioni interumane.
Ro criatùro” che noi siamo stati, e siamo, se viene rigettato dal calcolo egocentrico della presunzione razionalistica, espulso da sé come segno di debolezza e di impotenza, abbandona l’umano alla voracità insaziabile della bestialità e della prepotenza, alla corruzione inesorabile della regolazione morale ed etico-politica della comunità, all’ipocrisia e all’inganno che alterano, deformano perfino le forme sacre del servizio e della religiosità.
Il cuore della poesia, ma anche della cultura, del lavoro, della prospettiva esistenziale e civile del nostro poeta sembra essere questo.
Senza riscoprire e connettersi all’alba creaturale – “ri lóchi e ri ricordi dìnt’a ro mùnno de vója”, e senza gratitudine per  “ro cùnto de la memoria”, per “la ràdeca”, per “ro paéso” per “ro criatùro”, Raffaele Pellegrino non sarebbe poeta e, rimasto forestiero ed estraneo a se stesso, dentro “ro vacànto šcavato dìnt’a nnui”, sarebbe finito nella crisi devastante della essenza antropologica, sfinito nella sconfitta della tradizione familiare e comunitaria, senza speranza di luce, di salvezza e di immortalità. Ma questa attitudine – vocazione e missione insieme – non è chiusa, esclusiva, svolge un ruolo di restituzione e donazione di senso universale e di significato vitale a chi nella comunicazione pubblica, come quella letteraria ed artistica, nel silenzio dell’ascolto, si lascia penetrare fino in fondo dalla parola magnifica della poesia e dalle immagini della Bellezza. Quest’epoca, perciò, non è condannata all’irreversibile condizione di infelicità, che la possa escludere per sempre dagli orizzonti della speranza e dalla germinazione della Verità.
Apre un sentiero di guarigione la Poesia che custodisce il fascino doloroso e amorevole della Bellezza e purifica le ferite e le piaghe con lo splendore della Verità.
Soltanto “ro fóco de le lacrime” rende limpido lo sguardo, già torvo, liberandolo dalla durezza e dall’empietà, perché possa abbracciare di nuovo il mondo con occhi innocenti – che non possono nuocere – ed alzarli al Cielo.
Sùl ‘a ro paéso méjo sàccio chiàgne
E così, nel pianto, si ricompone la verità dell’essere e, nella “drammaturgia del ritorno” a ro paéso méjo, la risvegliata identità umana è liberata alfine dalle maschere dell’ipocrisia e dal gelo dell’indifferenza.
E “ ’no jóco nóvo”, mentre “ ‘no vento frìddo mena/ pe’ le vie de ro mùnno”, può recuperare storie, racconti, volti, avventure e ricreare sensibilità dismesse ed esperienze abbandonate, affossate dall’invadenza mediatica delle mode e della mondanità.
Col nuovo gioco esistenziale, poetico, si rinnova nella memoria la misura della verità, si rinvigorisce nell’intelligenza il cammino della libertà, si moltiplica nel cuore l’esperienza dell’amore. E il poeta sorpreso esulta: “i’ sento d’èsse vivo dìnt’a ‘sto mùnno stórto / e nnon zàccio pecché m’addecréo co’ ‘sto còro tórto”,e, felice, scopre il segreto profondo del raccontare: “Ri cùnti só ddomànne / che ttozzolèene a la porta, / sùlo ri ‘nnamoràti de ro sólo la ràpene”.
Ecco che soltanto “ri ‘nnamoràti de ro sólo” – figli della luce – possono concepire il mistero degli eventi, del dolore e dell’amore, della vita e della morte ed immergersi nelle viscere de rò paéso. 
Quando sulla montagna l’uragano, “dìnt’a a la šcùrda de la sera” … “stòcca e šchianta / la Croce Santa”, … “ro còro de ro paéso / se špégne, e ognuno non zàpe / d’èsse cchiù ssùlo / senza ro sìgno de ro calvario, / pe’ la via neàta de la Croce”.
E nell’organica immanenza co’ ro paéso, la poesia si fa tenerissimo testamento, “Lassàteme arreposà”: 
“Quando mòro,
da la Croce jànga de la montagna
jettàte le cénnere mèje pe’ l’aria …
Lassàte cantà l’ossa mèje l’ultima orazzióne …  
e lassàteme arreposà, pòlvera tra la pòlvera …  
pe’ ašpettà ro sònno šcrìtto da Ddìo”.
Ma come esplode, dopo una lunga e intensa esperienza di vita, di impegnativo servizio professionale, di tensione culturale, il miracolo della poesia nel cuore di Raffaele Pellegrino?
Perché solo ora, con questo imprevedibile esordio, si manifesta il poetare intenso, meditativo, rude e tenerissimo? Perché questa fedeltà radicale e profondissima, condivisa ora solo con pochi, alla vitalità dell’antico linguaggio materno, covato e ruminato, in quasi settant’anni, nell’intimità del pensiero e del cuore?
Nella poesia, quando è vera, c’è sempre la cellula germinativa del mistero. E questo va accolto senza la pretesa di voler afferrare a tutti i costi le ragioni di una scelta che emerge nella libertà dello spirito. Certamente molti indizi esistenziali; molte risorse professionali, maturate in decenni di altissimo servizio in psichiatria e nella straordinaria densità di incontri con la marginalità, il disagio, la sofferenza e le tante tragedie del vivere hanno concorso a dettare dentro il cuore i segreti immensi dell’esistenza e a provare l’identità e l’alterità dell’umano.
La parola, generativa del canto poetico di Raffaele Pellegrino, si era incarnata già da tempo nelle forme molteplici del bianco marmo che raccontano volti, sorrisi, pene e desideri dell’anima, e una amorevole visione del mondo. E’ stata appresa dai maestri di Massa Carrara l’arte dello scalpello, traccia, forse, della lontana memoria della falegnameria paterna.
Nel mondo artistico e poetico di Raffaele Pellegrino, nella ricchezza e nella complessità, si muovono figure e parole attraversate da un’onda di luce che “šcopèrchia l’anima”: 
Ónna de luce, l’ombra šcura  
dìnt’a l’anima de ognuno cura.” (Pólvera di stelle, p.14)
“Ogni jùrno šcova ro màlo e ro bbòno dìnt’a la parola …” 
Šcòrteca l’ombra e ro bbòno dìnt’a ogni ccòsa.” (Ro poeta vero, p.155)
“… com’a ‘no lùmo dìnt’a la šcurda,  
i’ ro passo de ognuno allùmo”.
 “…Ro còro fatt’a ppézzi varìšco 
e ro màlo a vvòte šparisce.” (La poesia, p.148)
E, nella notte del mondo e nel silenzio, torna il Cuore di Dio, … e nelle “Parole de ‘ntànno, / … cìtto cìtto sùl’i’ le pòzzo sentì e vvedè / pàrene sciammetèlle de sàngo / … Quando cadène ‘ntèrra / i’ càjo dìnt’a ro sònno, / addò Ddìo s’annašcònne ogni notte”.
Nella poesia che scorre contemplativa su gli scenari de “ro paéso” e tenerissima sugli affetti e “ri cùnti de ‘na vota” e su le prove dell’ora presente non si esprime un frammento di realtà, o solo un momento di una autobiografia malinconica, dolente e gioiosa insieme. Oserei dire che in essa si manifesta la “realtà” terminale di un’intera Civiltà: grandiosa fino a quando, pur tra contraddizioni violente e conflitti laceranti, ha conservato la memoria della sua genesi, che, ora, offesa e rimossa, rende gli umani prigionieri di ingiuste ragioni, preda “de la rràggia e dde ro fèlo” di una orgogliosa e scellerata bestialità. 
Schiantata la Croce della Redenzione e della Pietà, questa nostra umanità, inaridita e senza amore, ha ancora la potenza storica e la forza morale e spirituale per rialzarla sul volto opaco della terra?
La poesia di Raffaele Pellegrino non ha “ro sciàto cùrto”, non può fermarsi alla carica bella dell’esordio.
Davide Nava

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