Il Covid smette di contagiare, il trasformismo di Mastella no

Alla data del 20 maggio, al netto dei contagiati di altre province transitati nelle nostre strutture sanitarie, nel Sannio, capoluogo compreso, vi erano appena 38 positivi al Covid-19, di cui 31 in cura nel proprio domicilio, 1 ricoverato (più un sospetto) al “Rummo” di Benevento, 2 in altre strutture sannite, 2 in strutture fuori provincia, mentre il numero dei guariti era di 146. Fino a qualche settimana fa, si erano contati 22 decessi, di cui 7 di fuori provincia. Purtroppo la mattina del 17 maggio, è deceduto il 73enne di Cusano Mutri, l’unico paziente ricoverato in terapia intensiva al “Rummo”. Dei 23 decessi, poi, 11 sono riconducibili a pazienti ricoverati nella Casa di Cura Villa Margherita, per essere  sottoposti a terapia riabilitativa post-operatoria. Di questi 11 decessi, 4 (compresi nei 7 di fuori provincia) non sono sanniti, sicché, allo stato, complessivamente, sono 16 i cittadini della provincia di Benevento che non ce l’hanno fatta. In totale, dall’inizio della pandemia, 200 cittadini della provincia di Benevento sono stati contagiati.
Nella predetta Casa di Cura, che dispone di 135 posti letto e di 120 unità lavorative, riconducibili a personale medico e  paramedico, sono rimaste contagiate, complessivamente, tra pazienti e dipendenti, circa 80 persone, di cui 44 sanniti. 
Sui decessi dei pazienti contagiatisi a Villa Margherita, sta indagando il pool di magistrati guidato dal Procuratore Aldo Policastro, soprattutto per accertare se il paziente di San Magno sul Calore, proveniente da una clinica di Avellino dove aveva subito l’amputazione di un arto inferiore, è arrivato nel centro riabilitativo di Piano Cappella già contagiato o se si è contagiato nel corso della degenza in Villa Margherita, degenza compresa tra il 10 marzo, quando è stato ricoverato, e il 23 marzo, quando è stato trasportato al “Rummo” per insufficienza respiratoria.
Però, indiscrezioni trapelate da ambienti degni di una certa considerazione farebbero ritenere che il predetto paziente sarebbe arrivato a Villa Margherita con una temperatura corporea riconducibile ad uno stato febbrile.
Dopo il ricovero del paziente di San Magno, Villa Margherita, presidiata dalle forze dell’ordine, è rimasta cinturata. Ma anche Paolisi, un piccolo centro della Valle Caudina, ha avuto una esplosione del contagio, sì da essere dichiarata zona rossa dal governatore De Luca, dopo che il 31 di marzo è risultato positivo al tampone il dott. Giuseppe Mauro, consulente della locale azienda avicola, fondata nel 1957, nella quale sono rimasti contagiati da Covid-19 diversi dipendenti, che a loro volta hanno contagiato familiari e cittadini. 
Non si sa come Giuseppe Mauro abbia contratto il coronavirus. Egli esclude che sia stato contagiato durante la settimana bianca, anche perché da questa vacanza sarebbe rientrato nei primi di marzo. Ma ammesso che sia stato contagiato sulla neve, il suo non sarebbe il primo caso, considerato che al Nord il virus, secondo quanto si va sempre di più accertando, circolava già dal mese di dicembre. Per dare la dimensione del contagio propagatosi a Paolisi, va sottolineato che, in quel centro della Valle Caudina, attualmente si conterebbero ancora 7 contagiati, mentre i guariti sarebbero 18.
In assenza del caso di Villa Margherita e di quello di Paolisi, si potrebbe senza dubbio affermare che Benevento e il Sannio siano stati appena sfiorati dalla pandemia, con un centinaio di contagi e soltanto  9 decessi, poiché gli altri 7 decessi sono stati prodotti da Villa Margherita.
Noi, nel Sud, saremmo stati, anche in rapporto alla popolazione, la provincia con il minor numero di contagi. Più che meritevoli, quindi, di avere la maglia bianca, tanto agitata dal sindaco Mastella. Disposto dalla Regione, poi, nei giorni 14 e 15 maggio, è stato eseguito uno screening, in postazioni mobili sul piazzale dello stadio “Vigorito”, su 2.974 persone, delle previste 3.000,  più esposte al contagio Covid, per avere un campione sugli asintomatici. Ebbene, da questo campione, che ha riguardato persone residenti in 25 comuni del Sannio, si può ritenere, dai dati rassicuranti che cominciano a pervenire in seguito alla lettura dei tamponi, che il virus, più che debellato, ha soltanto lambito la nostra provincia, anche perché, nella massima espansione della infezione, appena 46 comuni su 78 hanno avuto almeno un contagiato.

Il ruolo delle opposizioni al tempo del Covid-19, ovvero l’arte di dire tutto e il contrario di tutto.
Bisogna soltanto temere che possa essere di nuovo importato il virus, dopo che le regioni avranno aperto i loro confini, poiché non vi è dubbio che la frenetica mobilità delle persone abbia determinato la diffusione del contagio. E’ facile immaginare quello che sarebbe successo se il virus dal Sud fosse migrato al Nord. Si pensi, infatti,  al modo come giornalisti di tre giornali milanesi di opposizione attacchino il governo, anche quando le responsabilità della diffusione del Covid.19 nel Nord sono tutte ascrivibili ad  amministratori regionali del centro destra. Qualcuno di quei giornalisti, colpito probabilmente da senilità precoce, si è permesso anche di dire che i meridionali sono inferiori.
Non sono stati zitti, questi grandi giornalisti, neanche quando, in uno stato di pandemia conclamata, gli è stato sbattuto in faccia, da conduttori televisivi coraggiosi, un video contenente dichiarazioni irresponsabili fatte da Salvini il 29 febbraio, dopo che il 24 febbraio il governo aveva blindato dieci comuni del Lodigiano, dichiarando zona gialla tutta la Lombardia con chiusura dei bar alle 18. Il capo della Lega, infatti, aveva dichiarato: “Il mondo deve sapere che venire in Italia è sicuro perché siamo un Paese bello, sano e accogliente, altro che lazzaretto d’Europa, come qualcuno vuol far credere”. Lo stesso Salvini, al quale era stato fatto vedere quel video, ma anche i suoi manutengoli, che passano per grandi firme, osservarono in quella occasione: “Anche il governo ci ha detto che era tutto sotto controllo”.
Certo, il governo ha dato tali rassicurazioni, dopo la manifestazione del contagio a fine gennaio soltanto su due turisti cinesi in soggiorno a Roma. Da questo momento in poi, il governo ha fatto bloccare il pullman sul quale i due turisti cinesi avevano viaggiato, ha fatto rientrare dalla Cina, e messi in quarantena alla “Cecchignola”, un nutrito gruppo di cittadini italiani, bloccando tutti i voli da e per la Cina. Che poi persone abbiano fatto mezzo giro del mondo per rientrare dalla Cina ma anche per andarci, è qualcosa che il governo non avrebbe potuto controllare.
Ma, non avendo nulla da dire, queste grandi firme, si sono soffermate a lungo sulla non sufficiente disponibilità di mascherine, come se lo scarseggiare di  questo dispositivo di protezione individuale, che ha riguardato tutto il mondo (in un ospedale di Boston, pare, appena esplosa la pandemia in America, medici e paramedici hanno litigato per contendersi le poche mascherine in loro dotazione), fosse un problema soltanto italiano. Il più scalmanato di questi grandi…giornalisti ha accusato Conte di aver nel mese di gennaio inviato in Cina decine di migliaia di mascherine – una gentilezza che i medici cinesi hanno ricambiato quando sono venuti in Italia –  come se il presidente del Consiglio avesse dovuto prevedere l’esplosione di ciò che, invece, nelle regioni del Nord covava dal mese di dicembre. Quando, poi, le mascherine, finite gratuitamente nella disponibilità di tutti, sono state infine messe in vendita al costo di 50 centesimi più Iva, un’altra grande firma ha accusato di governo di lucrare con l’Iva 4,5 milioni. 
Giuseppe Conte, anche quando, per motivi di urgenza, ha emanato DPCM, ha consultato le opposizioni, raccogliendone, ove necessario, le indicazioni. Infatti, dopo il DPCM dell’8 marzo, con cui vennero chiuse la Lombardia e 14 province (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro-Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Varbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia), il giorno dopo, raccogliendo la  richiesta  di chiudere tutto, avanzata da Salvini (il capo della Lega che il 29 febbraio aveva detto “venite in Italia…“), emanò un altro DPCM, denominato #iorestoacasa, nel quale furono estese a tutto il territorio nazionale le misure contenute nel DPCM dell’8 marzo.
Ma, udite udite, se non avete seguito “Otto e mezzo” del 9 maggio su la 7. In quella trasmissione, un’altra grande firma ha accusato Conte di aver abusato del suo potere con l’emanazione di DPCM,  quando invece avrebbe potuto predisporre decreti-legge approvati dal Parlamento. Ma non ha detto  quanti ragazzi sarebbero rimasti contagiati dal virus, se il 4 marzo, anziché emanare il DPCM, con cui venivano chiuse le scuole a decorrere dal 5 marzo, avesse predisposto un decreto-legge, che il Parlamento avrebbe dovuto approvare.
Quello che lui chiamava dittatorio avrebbe limitato le nostre libertà, trattandoci come bambini, nell’imporci di non muoverci nel raggio superiore a 200 metri dalla nostra abitazione nel valerci dell’attività motoria da lui autorizzata. Però, ha detto anche, in quella trasmissione, che l’assembramento verificato ai Navigli di Milano, in seguito all’avvio della fase2, che ha consentito di sconfinare dai 200 metri, si sarebbe potuto evitare se il sindaco Sala, che aveva denunciato l’assembramento, avesse pensato di inviare, in quella zona della movida, un paio di vigili urbani.
A questo punto, è sbottata la conduttrice, Lilly Gruber, mai tenera con il governo: “Non possiamo dire, da una parte, che Conte sta trattando gli italiani come bambini e, dall’altra parte, dire che dobbiamo mandare le forze dell’ordine quando si vedono assembramenti sui Navigli di Milano, trattando cittadini adulti come bambini. Non si può dire tutto e il contrario di tutto”. Maddalena Oliva, del Fatto Quotidiano, ha fatto notare a quella grande firma che Conte non ha abusato di poteri che non gli fossero stati concessi dal Parlamento. In una situazione di emergenza, ha aggiunto, consigliato opportunamente dal comitato tecnico-scientifico, non ha abusato di quegli stessi poteri rivendicati da Salvini nell’editto del Papeete. 
Va rilevato, a tale proposito, che chi ha mancato di rispetto verso il Parlamento è Salvini. Come Ministro degli Interni ha tenuto bloccata nel Mediterraneo, nel mese di luglio 2019,  la “Gregoretti”, impedendo lo sbarco a 131 naufraghi raccolti dalla nave della Guardia Costiera. In quella occasione, non prevedendo che di lì a poco più di un mese sarebbe cambiata la maggioranza di governo, ha pensato di farla franca, cioè di non essere inviato dinanzi al Tribunale dei Ministri di Catania, come nel caso della “Diciotti”, un’altra nave della Guardia Costiera che lui, nel mese di luglio dell’anno precedente, aveva tenuta bloccata, al largo del porto di Catania, impedendo lo sbarco ai 177 naufraghi raccolti nel Mediterraneo, pur di conquistare consenso tra i razzisti italiani. 
Ma Salvini, benché infinitamente sollecitato, sempre come ministro degli Interni, non  ha riferito in Parlamento sulla vicenda di Armando Siri, che nella veste di sottosegretario alle Infrastrutture nel governo giallo verde, aveva tentato di porre in essere atti finalizzati a favorire l’attività, nel campo dell’eolico, di Vito Nicastri,  condannato dal tribunale di Palermo per aver coperto la latitanza di Matteo Messina Denaro; ma non ha riferito neanche sul ruolo avuto da Paolo Arata, quale consulente per l’energia, nominato da lui, nel far chiamare il figlio Pellegrino nella segreteria del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giorgetti, e nel fare avere quella carica governativa a Siri, essendo egli, Paolo Arata, socio in affari nell’impresa di Vito Nicastri. Poi, intervenendo sulla mozione di sfiducia, presentata dalla Lega e da Fratelli d’Italia, contro il ministro Bonafede sul caso di Nino De Matteo (il magistrato non più nominato capo del DAP dopo aver accettato la proposta del Guardasigilli), la mattina del 20 maggio al Senato, ha osato dire, a proposito della scarcerazione di mafiosi per motivi di salute, che non bisogna premiare i boss. Una mozione che è stata bocciata con 169 voti contrari, 131 favorevoli, mentre 5 senatori di Forza Italia (Berutti, Conzatti, Giammarco [che firma spesso le interrogazioni con la senatrice Lonardo-Mastella], Modena e Stabile) non hanno partecipato al   voto e 2 leghisti (Alfonso Ciampolillo e Saverio De Boni) sono risultati assenti, insieme a 4 senatori a vita.
Ma, soprattutto, Salvini non ha riferito in Parlamento sulla mancata cresta russa di 75 milioni di euro in favore della Lega, derivante dalla fornitura di petrolio all’Italia. In questa occasione, Salvini, come ministro, si è dimostrato uno spergiuro, avendo detto di non conoscere Gianluca Savoini, colui che aveva mediato la cresta con i russi nel mese di ottobre 2018, mentre i fatti si sono incaricati di dimostrare  che egli conosceva il suo traffichino. Viene da domandarsi, a questo punto: da quale pulpito viene la predica?
Questi signori, leghisti e grandi firme associate, fingendo di non conoscere la Costituzione, hanno detto che Conte non ha il potere per governare, perché non è stato eletto dal popolo. Ma propongono, al suo posto, Mario Draghi. Però, neanche Mario Draghi, con tutto il rispetto che bisogna avere verso l’ex governatore della Banca d’ Italia, prima, e della Banca Centrale Europea, poi, è stato eletto dal popolo. Vogliono Draghi,  per avere una persona neutra alla guida di un governo tecnico. E, siccome un governo tecnico  non può governare fino alla fine della legislatura, la sua funzione dovrebbe essere quella di portare il  Paese alle elezioni anticipate, per evitare alla Lega altre emorragie di consenso. 
Sono arrivati anche ad accusare il governo di non aver fatto pervenire, in tempi ragionevoli, la cassa integrazione in deroga a chi era stato costretto a rimanere a casa, per effetto della chiusura dei posti di lavoro,  durante il periodo del lockdowm, senza percepire salari o stipendi. A parte il fatto che l’Inps non è veloce ad erogare la cassa integrazione in tempi normali, quando cioè i fruitori non sono milioni di lavoratori, l’assurdo è che, siccome la cassa integrazione in deroga viene attivata presso l’Ente previdenziale dalle Regioni, il ritardo, ovviato ora dall’Ente medesimo su invito del governo con l’anticipo del 40% del dovuto, è stato determinato, in gran parte, proprio da Regioni governate dal centro destra.
Infatti, Paolo Pagliaro, un giornalista veramente indipendente e obiettivo, anche se deve rispondere ad un editore non amico di questo governo, al termine della trasmissione di “Otto e mezzo” del 15 maggio, ha detto: “nei giorni scorsi, l’Inps ha spiegato che i ritardi del pagamento della cassa integrazione sono da attribuire al alcune Regioni (con in testa la Lombardia – ndr) che non hanno trasmesso tempestivamente le richieste. Ieri, invece, è stato il Ministero della Salute a comunicare che 5 Regioni non avevano inviato i dati sufficienti per poter valutare lo stato di rischio alla vigilia del rompete le righe. D’altra parte, ci sono Regioni che accusano il Presidente del Consiglio di eccesso di interventismo, e altre che lo rimproverano del contrario, cioè di essere stato a lungo assente. Il Presidente del Consiglio è stato criticato sia per essersi fatto vedere a Milano, sia per esserci andato in ritardo”.
Siccome in Italia i due terzi delle Regioni sono governate dal centro destra, è facile capire quali Regioni si sono distinte in ciò che ha richiamato l’attenzione del giornalista de La 7. Ma vi è di più. Lega e Fratelli d’Italia non hanno votato a favore della risoluzione sul Recovery Plan, approvata il 15 maggio dal Parlamento Europeo: 1000 miliardi di aiuti in favore dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Loro, Lega e Fratelli d’Italia, provano a impedire che l’Europa aiuti l’Italia, per poi specularci politicamente attaccandola.  
L’importante è che però il Covid-19, sia pure lentamente, sta smettendo di contagiare anche nel resto dell’Italia. Se questo è l’effetto del lockdown, lo vedremo. 

L’alleanza Mastella-De Luca
Il trasformismo di Mastella, invece, non si limita alle azioni che l’attuale sindaco di Benevento pone in essere, per non smentire il suo curriculum, quello di essere “considerato”, è scritto su Wikipedia, “uno dei politici italiani più trasformisti”. Ora, esercita un contagio anche sulla giunta di Palazzo Mosti, su  mezza Forza Italia e sulla ritrovata maggioranza consiliare, nell’essere seguito nella scelta di predisporre una lista collegata a Vincenzo De Luca, nella quale egli non sarebbe impegnato direttamente. Una scelta cui sarebbe stato “costretto” dal comportamento della Lega, che, attraverso il suo coordinatore regionale, il lombardo Molteni, avrebbe escluso di fare coalizione con Mastella nella imminenza delle elezioni comunali, se il sindaco non avesse ritirato le dimissioni, ma anche dal silenzio dei vertici di Forza Italia, che, di fronte alla sua richiesta di indire le primarie per scegliere il candidato presidente, primarie alle quali Mastella sarebbe stato candidato, non ha preso posizione.Tuttavia, a leggere il giornale di Mastella, nonostante il sindaco, nell’incontro del 18 maggio con la sua ritrovata maggioranza, avesse dato libertà di scelta nel seguirlo, soltanto Luigi De Minico, il presidente del Consiglio Comunale, ha detto che egli sarebbe rimasto nel centro destra. Anche Adriano Reale e Anna Rita Russo avrebbero dichiarato di seguire Mastella nella sua avventura. Mastella, infatti, ha ritrovato la sua maggioranza, dopo che questi due consiglieri sono ritornati all’ovile, abbandonando il transfuga Angelo Feleppa (era stato infatti eletto in una lista del Pd) che aveva costituito il gruppo “Cittadini protagonisti”, in polemica con la maggioranza. Stessa adesione Mastella ha incassato dal sindaco di Limatola, l’ex alfaniano Domenico Parisi, il quale, distaccatosi dal gruppo costituito da lui, Lucio Mucciacciaro, Claudio Cataudo e Luca Paglia nel mese di gennaio scorso in seno al consiglio provinciale, ha fatto anche dare un respiro di sollievo al presidente Antonio Di Maria, un altro fedelissimo di Mastella, che ha visto così ricostituire la sua maggioranza, messa in discussione dalla formazione di tale gruppo.E’ il caso di ricordare che Domenico Parisi è stato, insieme a Mastella, in prima linea nel combattere il piano sanitario regionale predisposto da Vincenzo De Luca, nella veste anche di commissario alla sanità in Campania, e di riflesso il piano redatto da Renato Pizzuti, nella veste di direttore generale dell’azienda ospedaliera “San Pio”. Si è paventata allora, da parte di questi signori, della senatrice Lonardo e dei 5 Stelle, la smobilitazione dell’ospedale di Sant’Agata dei Goti e il declassamento dell’ospedale “Rummo” che di tale azienda fanno parte. I risultati smentiscono quell’allarme.Ma finanche il 31 ottobre 2018, quando Vincenzo De Luca è venuto ad inaugurare delle residenze universitarie nel complesso di S.Pasquale, Mastella ha avuto modo di sferrare, alla presenza dello stesso De Luca, un attacco violento contro il governatore che, secondo il sindaco Mastella, inonderebbe di risorse la provincia di Salerno in particolare.Dì qui alle elezioni regionali, se si terranno in autunno, e non a luglio, mancano però 4-5 mesi. E’ possibile, quindi, considerato che Mastella non fa mistero del suo trasformismo, che matureranno condizioni atte a far ritornare Mastella sui suoi passi, anche perché la moglie è senatrice di Forza Italia, mentre lui si preparerebbe ad uscire per la quarta volta dal partito di Berlusconi, portando con sé il suo bagaglio di voti.
Ma, ammesso che l’alleanza di Mastella con De Luca regga, la senatrice Alessandrina Lonardo dovrebbe solo pensare di non candidarsi più, a meno che non ci capiterà di assistere ad altre sorprese nelle evoluzione del ciclo politico di Mastella, se la legislatura non sarà interrotta. Nessuno, però, può prevedere il  futuro.A leggere l’intervista che Umberto Del Basso De Caro ha reso a Il Sannio,  ma anche le dichiarazioni  rese da altri dirigenti dem, il Pd non pone veti rispetto alla scelta di Mastella,  suo avversario, almeno da quando, nel febbraio 2009, ritornò, dopo 10 anni, in Forza Italia per essere candidato alle Europee.
Giuseppe Di Gioia

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