Ai tempi del Coronavirus: messe sospese in Italia e in Spagna no, il coraggio di un vero pastore

Caro Direttore,
in questa quarta domenica di Quaresima e seconda domenica consecutiva caratterizzata purtroppo anche da noi dall’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, vorrei tornare nuovamente sulla delicata e importante questione della sospensione delle messe in Italia.
Come ho avuto già modo di affermare, mentre nel nostro Paese sono state sospese le Sante Messe sino a Pasqua compresa (argomento sul quale tornerò nuovamente), in Spagna in ben 11 diocesi non sono state sospese le Messe. Molto significative le parole pronunciate da Mons. Antonio Reig Pla (nella foto), Arcivescovo di Alcalà, per spiegare la sua decisione in un’interessante intervista pubblicata sulla Nuova Bussola Quotidiana: “Come vescovo ho deciso di lasciare aperte le chiese e anche il solito orario per le celebrazioni della Santa Messa. Con questa decisione voglio offrire ai fedeli il segno che la Chiesa non abbandona mai chi ha bisogno dell’aiuto divino, e in particolare dei Sacramenti. Così, per le celebrazioni seguiamo tutte le indicazioni di prevenzione raccomandate dalle autorità sanitarie. Inoltre, alle 12 e alle 20.30, le campane della cattedrale annunciano con due rintocchi la preghiera per le necessità provocate da quest’epidemia. Tra i beni della persona (beni utili, piacevoli, il bene morale, ecc.), il bene massimo è quello spirituale, legato al destino eterno dell’uomo. È la ragione per cui non possiamo privare i fedeli, anche in circostanze estreme come quelle che viviamo adesso, dei doni divini e, in particolare, dell’Eucarestia. Non soltanto manteniamo le distanze di sicurezza, ma prendiamo anche tutte le misure che sono state indicate per prevenire il contagio: igiene delle mani del sacerdote, disinfezione del pavimento e dei banchi dei fedeli, dei vasi sacri, ecc. Benché tutto questo rivesta grande importanza, nessuna di queste cose soddisfa il desiderio di infinito del cuore umano. Per questa ragione, insieme alle misure di sicurezza, non può non essere presente quanto è specifico dell’opera della Chiesa: offrire la salvezza di Gesù Cristo tramite la preghiera, la predicazione della Parola e i Sacramenti. La Santa Messa, in tutte le occasioni, e ancor di più in una situazione di estrema gravità come questa che viviamo, è il Cielo in Terra. Senza la presenza del Cielo fatto presente nell’umanità di Cristo e, adesso, nei Sacramenti, l’uomo si perde d’animo. Per situazioni come questa e per giusti motivi le persone possono essere dispensate dalla Messa domenicale; ma non bisogna negare il Pane del Cielo a quanti, con le misure di prevenzione indicate delle autorità sanitarie, possono recarsi a Messa e desiderano il conforto di Dio. I fedeli che partecipano ai Sacramenti sono consapevoli della loro responsabilità e offrono la Santa Messa per tutte le persone che soffrono la pandemia. Dai fedeli ho ricevuto alcune indicazioni e suggerimenti per migliorare le celebrazioni, e alcuni dubbi. Critiche dirette, nessuna. Invece ho ricevuto molte dimostrazioni di gratitudine. Comunque, è comprensibile che tra i fedeli ci siano incertezze. Sapere che il bene spirituale è il massimo bene, contrasta con lo spirito del mondo, spirito che può anche penetrare nella Chiesa. A questo riguardo sono consolatrici le parole del Signore: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33). Grazie a Dio non ho ricevuto nessuna pressione dal governo. Nel Decreto de Alarma si prevede di poter partecipare ad atti religiosi con le misure di prevenzione stabilite. A seconda delle circostanze prenderemo le misure opportune. La situazione negli ospedali situati nel territorio della diocesi è preoccupante per l’elevato numero di persone contagiate. I sacerdoti portano avanti il loro ministero con la prudenza necessaria e la prevenzione stabilita. Fino adesso, si sono potute esaudire le richieste delle persone o familiari che chiedono i Sacramenti. Riguardo ai malati ricoverati nei reparti di Terapia Intensiva, ci sono misure speciali e non sempre è possibile accedere ad essi. La pandemia del Coronavirus ci ha portato ad una situazione limite. Ha messo in luce la precarietà dell’essere umano e ha smascherato la menzogna dell’individualismo, che ha favorito la frattura dei legami con la famiglia, la tradizione e con Dio. La superbia del globalismo e della società tecnocratica ha sofferto un duro colpo. Dobbiamo riconoscere la nostra fragilità e la nostra dipendenza gli uni dagli altri, ma anche la nostra dipendenza dalla sapienza amorosa di Dio Creatore e Redentore. In modo particolare, l’Occidente ha bisogno di essere purificato, di ritornare alla tradizione cristiana, che offre una vera risposta alle domande dell’uomo e promuove adeguatamente una vita nella virtù. È questo un tempo di prova e, al contempo, un tempo di grazia. Soltanto Dio può convertire quest’ardua situazione in occasione di salute per lo spirito umano. Evidentemente, questa situazione colpisce anche la Chiesa, e ci fa ritornare alle questioni fondamentali che riguardano la salvezza umana. La Chiesa non è un’organizzazione soltanto umana, una Ong. Nelle sue viscere porta l’offerta della salvezza eterna pagata al prezzo del sangue di Cristo. Questa pandemia invita tutti noi a rivolgere il nostro cuore a Dio, ad insistere nel destino eterno dell’uomo e a mettere l’accento sulla grazia di Dio, a ricomporre i legami umani; a mettere l’enfasi sulla famiglia, la comunità cristiana e i mezzi per la salvezza (preghiera, Parola di Dio, Sacramenti, carità, ecc.). Davanti all’alterigia dell’individualismo e l’autonomia radicale, questa è un’occasione per trasformare il concetto di libertà, che non è soltanto indipendenza e frattura dei legami. La nostra libertà creata è per la comunione e per la dipendenza amorosa dalla sapienza di Dio. Riscoprire Cristo, lasciarci abbracciare dalla sua grazia redentrice e imparare a vivere in comunità sono le sfide per rimettere in piedi la Chiesa e la società”.
Come avrei voluto che un Vescovo italiano, pieno di Fede vera, genuina ed autentica e di amore per  la salvezza delle anime, avesse pronunciato queste parole, iniziando naturalmente dal Vescovo di Benevento Mons. Accrocca.
Tuttavia, nonostante la latitanza e la pavidità dei nostri Pastori, completamente prostrati ad un Governo massonico e anti-clericale, è giunta una bellissima notizia da Napoli. Resterà esposto fino alla fine dell’emergenza coronavirus il Crocifisso dei miracoli del Santuario di Nostra Signora del Carmine a Napoli. Il Crocifisso viene esposto ogni anno dal 26 dicembre al 2 gennaio, ma i religiosi hanno voluto un’esposizione straordinaria poiché il Cristo dei miracoli viene svelato nei periodi di calamità. Come, per esempio, per la pestilenza del 1656, con il terremoto del 1688, per fermare la pestilenza o nel 1688 in occasione del terremoto. La Chiesa è aperta ogni mattina fino a mezzogiorno e accoglie i fedeli. Il miracolo del crocifisso è legato alla lotta, nel secolo XV, tra gli Angioini e gli Aragonesi, per il dominio di Napoli. Già dominava in Napoli Renato d’Angiò, il quale aveva collocato le sue artiglierie sul campanile del Carmine, trasformandolo in vera fortezza, quando Alfonso V d’Aragona assediò la città, ponendo l’accampamento sulle rive del Sebeto, nelle vicinanze dell’attuale borgo Loreto.
Secondo la tradizione il 17 ottobre 1439, l’infante Pietro di Aragona fece dar fuoco a una grossa Bombarda detta la Messinese, la cui grossissima palla, (ancora conservata nella cripta della chiesa), sfondò l’abside della chiesa e andò in direzione del capo del crocifisso che, per evitare il colpo, abbassò la testa sulla spalla destra, senza subire alcuna frattura. Il giorno seguente, mentre l’infante Pietro dava di nuovo ordine di azionare la Messinese, un colpo partito dal campanile, dalla bombarda chiamata la Pazza, gli troncò il capo. Re Alfonso tolse allora l’assedio, ma quando, ritornato all’assalto nel 1442, il 2 giugno entrò trionfalmente in città, il suo primo pensiero fu di recarsi al Carmine per venerare il crocifisso e, per riparare l’atto insano del defunto fratello, fece costruire un sontuoso tabernacolo. Questo però, compiuto dopo la morte del re, accolse la miracolosa immagine il 26 dicembre del 1459. Da allora, l’immagine viene svelata il 26 dicembre di ogni anno e resta visibile al gran concorso di fedeli per otto giorni, fino al 2 gennaio. La stessa cerimonia si ripete nel primo sabato di quaresima per ricordare l’avvenimento del 1676, in cui Napoli fu risparmiata da una terribile tempesta, sedata secondo la leggenda popolare dall’intercessione del crocifisso svelato in via eccezionale per l’occasione nefasta. Nel 1766 fu alquanto modificato e innalzato così come ancora oggi lo si ammira.
Ci si augura quindi che questa drammatica situazione faccia riscoprire agli italiani la Fede cattolica e l’amore in Gesù e Maria.
Con stima.
Gianluca Martone

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