Io só io. E voi non siete che lillipuziani

Del medico inglese Lemuel Gulliver, salpato da Bristol allorquando vide fallita la propria attività, si ricorda sempre il primo viaggio.
Quello che, in occasione di un naufragio, lo portò a fare la conoscenza degli abitanti del paese di Lilliput. 
Il viaggio che lo portò a sperimentare la sensazione di essere un gigante in mezzo ai nani.
E, assieme, l’ingratitudine umana. 
Peggiore, se ricevuta da uomini alti al massimo sei pollici e ai quali si è perfino magnanimamente elargito aiuto svuotando la propria vescica sulla città in fiamme.
Quello che in tanti dimenticano del romanzo dell’irlandese Jonathan Swift è che, diviso in quattro parti corrispondenti ai viaggi intrapresi dal suo protagonista, racconta, nella seconda, un’avventura speculare rispetto alla prima. 
Nel secondo dei suoi viaggi, infatti, Gulliver viene abbandonato dai suoi compagni di ventura su un’isola abitata da veri e propri giganti, uomini alti ventidue metri.
Diventando una sorta di minuscolo animale domestico, talvolta esibito in cambio di compenso; poi il giocattolo preferito di una bimba di nove anni; poi ancora la preda di insetti ed animali giganteschi pure quelli.
Una vita alquanto dura, insomma, quella del viaggiatore.
Peripezie, disavventure, traversie. 
Un po’ come la vita del politico.
Che, convinto d’essere un colosso tra i lillipuziani, si ritrova poi prigioniero in una casa di bambole, circondato da uomini dalla stazza importante che i suoi ruggiti li paragonano a quelli di una tigre di carta.
Comprensibile allora che, nonostante il primo cittadino abbia preferito un sobrio riferimento letterario per definire la statura politica (e fors’anche morale) della squadra di eletti che la città si è scelta, la weltanshauung del marchese del grillo – quell’iconico “perché io só io e voi non siete un cazzo” dal quale scaturiva il suo peculiare modo di stare al mondo – sarebbe stata la più adatta ad esprimere la personale insofferenza verso il confronto, la critica costruttiva, la collegialità.
A nessuno piace essere tirato per la giacca, è vero.
É pur vero che, laddove si intenda amministrare senza alcun progetto, navigando a vista o semplicemente alla ricerca del trampolino di (ri)lancio più a portata di mano, il rischio di ritrovarsi, da capitano, ostaggio di una ciurmaglia di mozzi di bordo col solo pallino del tesoro – l’agognato gettone di presenza o la visibilità sufficiente ad un altro giro di giostra – è quantomeno da mettere in conto.
Un nuovo decennio, ad ogni buon conto, è cominciato assieme al nuovo anno.
La voglia di una politica meno inciuciona, meno impreparata, meno autoreferenziale, meno urlata si fa spazio tra le forti tendenze populiste e i mammasantissima pronti all’ennesimo travestimento.
E per quanto sia storicamente provato che, in democrazia, la sonnacchiosa, indolente, ignava città di Benevento sia capace di scegliere scientemente tra due, il male peggiore, è ora di dare ai beneventani la possibilità di andare avanti e a sé stessi, qualora se ne abbia ancora la forza, quella di veleggiare verso altri, più importanti lidi.
Diversamente, sarebbe accanimento terapeutico.
O, come preferiscono gli anglosassoni, cure mediche futili.
Massimo Iazzetti

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