Facite Ammuina. Il “Natale al buio” dei Soloni (grandi sole) beneventani

«All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremen a ‘cca e a ‘llà»
Ritenuto, a torto, parte del Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, il testo citato rappresenta la descrizione alquanto fedele del tentativo, peraltro riuscito, di dare ai beneventani un Natale energeticamente – ed economicamente – sostenibile.
Mentre la Camera di Commercio andava a poppa, Valisannio si spostava a prora, Confcommercio da sinistra si ritrovava a dritta, l’Ordine degli architetti da sott a ncopp.
Il Comune, non tenendo nient’ a ffá, s’arremenav a’cca e a ‘llá.
Tutti insieme portavano impeccabilmente a termine il compito di far credere ai beneventani di preparare il Natale più scenografico di sempre.
Lavoravano, invece, in sordina, a preparare quello più sorprendente che mai.
Luci strutte, candele stutate e il mormorio generale per la mancata illuminazione da parte di tutti quelli che non avevano compreso le vere intenzioni sottese all’intera operazione “Natale al buio”.
Insomma, doveva essere un flashmob in cui gli inconsapevoli cittadini sarebbero stati testimoni oculari della parsimonia della propria classe dirigente, della sua capacità di conciliare l’inconsistenza delle capacità di spesa con l’esigenza di abbellire in qualche modo il capoluogo per le festività natalizie.
Si è trasformato, invece, a detta degli astanti, nel selfie di una città che cola a picco per via della sua classe dirigente, nella foto di un futuristico capolavoro di disorganizzazione, approssimazione, dilettantismo.
Come finirà questa ennesima, poco felice “figura da peracottari” è facile immaginarlo: il capro espiatorio, del resto, è già stato individuato nella ditta che avrebbe dovuto realizzare l’impianto scenico e che, per motivi non noti, è poi venuta meno agli impegni. 
Inutile tentare di ritrovare il bandolo della matassa delle responsabilità chiedendosi o chiedendo in che modo la fantomatica ditta avrebbe rescisso un contratto che, a pochi giorni dall’annunciato evento, avrebbe dovuto vederla vincolata agli impegni assunti. 
Inutile chiedersi come mai a nessuno sia venuto in mente di prevedere un piano alternativo nel caso in cui l’azienda che, senza l’esperienza, i mezzi e la fama della prima ha rilevato la sfida, non fosse stata in grado di rispettare le clausole del contratto stipulato con uno degli enti o associazioni in questione. 
Superfluo indagare le motivazioni alla base della tragicomica messinscena, con associazioni, enti, istituzioni nella parte dello studente che solo nel giorno della laurea comunica ai parenti più stretti, abbigliati per l’occasione, di non aver ancora sostenuto un quarto degli esami previsti.
Quella che invece andrebbe richiesto a gran voce è una generosa, inequivocabile, coraggiosa assunzione di responsabilità davanti ad una città che non merita nessuno degli affronti che a cadenza ormai quasi quotidiana le vengono dalle figure che occupano – abusivamente, si direbbe – le posizioni apicali sul territorio. 
Quella che andrebbe pretesa, approfittando della lucidità concessa dal lasso di tempo in cui le più usuali armi di distrazione di massa rimangono spente, sarebbe una ritrovata familiarità con l’arcaica pratica delle “dimissioni”, quella prassi che, all’ombra della Dormiente, ha vissuto i suoi ultimi fasti in ere ormai preistoriche.
A Benevento, a salvaguardia della dignità di un’intera comunità, andrebbe nuovamente dato asilo alla parola “pudore”, bandita da tempo immemore molto al di là del Pomerio, espunta dal vocabolario dei tanti faccendieri prestati alla politica e alla amministrazione – che le preferiscono di gran lunga il vocabolo “approssimazione” –, relegata alle pagine di libri e giornali ormai di nessuna attualità. 
Solo a titolo d’esempio, senza scomodare realtà dove le luci sono uno spettacolo adeguatamente finanziato, accuratamente preparato lungo un intero anno e in grado di regalare alla città che le ospita una fama che valica ampiamente i confini nazionali – si parla evidentemente di Lione, capitale mondiale dello spettacolo delle luci natalizie, non della corregionale Salerno, orizzonte ultimo dei disinformati poltronati locali –, realtà nelle quali politica e amministrazione non sono, con ogni probabilità, riserva di caccia di arrivisti con poca arte e molta parte, esperienze di dignitosa sobrietà maggiormente in linea con spese contenute, spirito del natale e intenzione di abbellire lo spazio urbano in occasione della festa più importante dell’anno se ne trovano a iosa:
«Oltre sei metri e sessanta di altezza, più di diecimila piastrelle cucite all’uncinetto, forse altrettante storie. Di dolore, di speranza, di battaglia per la sopravvivenza, di paura per una malattia che non si conosce ma si combatte.  È un vero e proprio albero di Natale, tessuto con pazienza da pazienti ematologici, volontari, infermieri, medici dei reparti di Ematologia e Oncoematologia pediatrica di Reggio Calabria quello che la sezione locale dell’Ail ha voluto regalare alla città. Coloratissimo, svetta di fronte al teatro comunale, in pieno centro, ma non si tratta un semplice addobbo natalizio. Per chi lo ha pensato e ricamato è “l’albero della vita”. Quelle che si incrociano nei reparti del Grande Ospedale Metropolitano dove si combatte contro leucemie e linfomi, o al Centro Trapianti Midollo Osseo dove la guarigione dalla malattia diventa speranza concreta. Quelle di pazienti, volontari, medici, infermieri, oss, ludiste che in quegli spazi si incrociano, quelle dei familiari che insieme ai malati attendono una diagnosi, un referto o la fine di un ciclo di chemio. “L’uncinetto è stato un modo per impegnare il tempo e la testa di chi non può far altro che combattere e aspettare – dice la vicepresidente Giusy Sembianza – L’idea è venuta ad una delle nostre volontarie, che ha portato lana, uncini e disegni per intrattenere pazienti e familiari”». (La Repubblica, 12 Dicembre 2019).
Ma, a questo punto la domanda nasce spontanea, sarà noto ai Soloni (grandi sole) beneventani che c’è vita (digitale) oltre Twitter, Instagram e Facebook?
Massimo Iazzetti

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