Il rischio sismico e la via giapponese alla prevenzione

Coincidenza o caso, il fine novembre di quest’anno ha riportato la mente di molti beneventani a quel novembre di trentanove anni fa.
Per quanto qualunque paragone sia, in effetti, improprio, sono tanti ad aver conservato, in un angolo della propria memoria, un ricordo indelebile di quel ventitré novembre 1980. 
Per me, cinque anni all’epoca, è il ricordo della prima volta – o almeno così credo di poter dire – in cui ho letto la paura negli occhi di mia madre, solitamente pratica e indaffarata col suo lavoro.
É il ricordo di quella frenetica corsa giù per le scale, di quelle fredde ore in macchina.
E delle pantofole riposte ordinatamente, ogni sera, per anni, esattamente dove avrebbero dovuto trovarsi in caso di (nuova) fuga precipitosa. 
Il ricordo della enorme crepa apertasi sul fianco del palazzo nel quale vivevamo.
In realtà, larga parte dell’infanzia di chi, come me, è nato a Benevento attorno alla metà degli anni ‘70 è stata segnata dagli eventi di quella sera e dai cambiamenti prodottisi nel tessuto sociale e urbanistico della città negli anni immediatamente successivi.
Gli anni delle cosiddette “baracche”.
Quelle che avrebbero dovuto essere sistemazioni provvisorie e che invece diventarono tragicamente stabili per tanta parte della popolazione cittadina.
E poi gli anni delle nuove case popolari che a tanti ridiedero, finalmente, una dimensione meno precaria, meno terremotata, meno estraniata.
Quel ricordo, che in città, così come nel resto del paese – vista la frequenza e l’intensità degli eventi sismici lungo tutto lo stivale –, andrebbe considerato patrimonio immateriale comune, non ha prodotto però nulla di paragonabile a quella “cultura” della prevenzione e della preparazione agli eventi catastrofici che caratterizza paesi ad alto rischio sismico come il Giappone.
Non è azzardato, come a tutta prima potrebbe sembrare, affiancare città e paese, amministrazioni locali e macchina statale, periferia e centro in tema di prevenzione e preparazione agli eventi catastrofici:
Ché, se la costruzione di edifici, soprattutto pubblici, o infrastrutture particolarmente innovative dal punto di vista della resistenza agli eventi sismici non è certo competenza delle autorità locali o periferiche, alcune delle buone pratiche messe a punto dalle municipalità nipponiche potrebbero, con una spesa tutto sommato contenuta, fungere da linee guida anche in un paese ben più avanzato sul versante del fatalismo che su quello della prevenzione e della programmazione.
Se l’idea di non mettere vasi su verande e balconi difficilmente potrebbe trasformarsi in un’ordinanza sindacale in un contesto come quello beneventano, l’idea di applicare una pellicola infrangibile ai vetri per evitare che questi, frantumandosi, possano arrecare ulteriori danni alle persone in fuga sembrerebbe avere, riguardo a zone ad elevato rischio sismico, una valenza pressoché universale. 
Altre suggestioni, piuttosto attinenti all’area dei “consigli utili” che sotto diverse forme potrebbero essere periodicamente veicolati alla popolazione, non sembrano essere poi così peregrine o esclusivamente adatte a contesti disciplinati quali quello giapponese. 
Tenere sempre una torcia in ogni stanza, installare lucchetti a porte o ante che, aprendosi, potrebbero costituire un intralcio alla fuga, evitare di posizionare oggetti o mobili pesanti in spazi angusti come i corridoi, ancorare con classiche staffe ad “L” i mobili più alti alle pareti rappresentano quelle buone pratiche che potrebbero pian piano diventare parte del corredo civico di tanti cittadini responsabili, se solo si avesse cura di rendere tutti ed ognuno consapevoli dell’estrema importanza di un tale approccio ad eventi tanto imprevedibili quanto inevitabili come i terremoti. 
Senza magari scimmiottare o tentare di eguagliare l’ossessiva preparazione e il costante controllo dei cosiddetti kit di prima e seconda necessità, che in Giappone arrivano a contenere cellulari, batterie e caricabatterie di riserva, radioline, fiammiferi, candele, guanti da lavoro – ma anche fischietti o dentiere o sacche apposite per poter continuare ad utilizzare i sanitari anche in mancanza d’acqua –, una coperta, qualche cibo in scatola. piccole riserve di acqua potabile, pari o inferiori ai tre litri, da poter facilmente essere acchiappate in corsa, fazzoletti o posate potrebbero essere di vitale importanza in attesa dei primi soccorsi. 
Allo stesso modo, senza arrivare alla ponderosa consistenza dei manuali giapponesi, l’idea di utilizzare differenti canali per veicolare alla popolazione i messaggi essenziali – campagne online, sui mezzi di trasporto, nelle scuole o nei posti di lavoro, pubblici esercizi – potrebbe rappresentare un impegno alla portata anche di amministrazioni cronicamente in rosso come quella beneventana – e certamente un investimento più utile e coscienzioso dell’ennesima sagra o festeggiamento.
Lungi dall’idea di polemizzare su quelli che pure sono stati malfunzionamenti importanti della macchina amministrativa – o della sua interfaccia deputata alle emergenze – in occasione dello sciame sismico dei giorni scorsi, l’idea di avviare un percorso virtuoso in materia potrebbe davvero riscattare la grigia esperienza della compagine a guida Mastella, rappresentare un deciso cambio di passo rispetto all’abitudine, condivisa da tutte le ultime amministrazioni cittadine, di non guardare mai al di là dell’orizzonte delle più vicine elezioni e, naturalmente, offrire alla cittadinanza un tipo di approccio utile anche per eventi meno catastrofici ma maggiormente frequenti come gli allagamenti che a cadenza ormai annuale funestano il capoluogo.
Le polemiche andrebbero piuttosto riservate ai livelli più alti della politica italiana che da decenni preferisce piuttosto lucrare consensi sulla ricostruzione che sulla prevenzione.
Le ragioni per le quali un paese peraltro leader nelle tecnologie antisismiche sia così arretrato nella loro applicazione e non arrivi ad implementare un sistema di sensori simili a quelli che permettono alla Jma (Agenzia meteorologica nipponica), sin dal 2007, di far scattare l’allerta, 10-15 secondi prima di scosse superiori al quinto grado della scala Mercalli, attraverso avvisi acustici diffusi dalla tv pubblica, dalla radio, in strada e tramite la popolarissima applicazione Yurekuru – contraddistinta dall’icona del pesce gatto che nella tradizione è la causa dei terremoti –, è un mistero della fede.
10-15 secondi non sono una enormitá, ma lí permettono, ad esempio, agli alunni di ogni scuola (costruita con i piú avanzati criteri antisismici), di ogni grado, di ogni parte del paese, addestrati sin dagli anni dell’asilo, di rifugiarsi sotto il proprio banco – espressamente progettato per offrire protezione in caso di eventi sismici – nel tempo stimato di 4-5 secondi.
Qui, sono il tempo concesso alla riflessione prima di passare al prossimo argomento.
Massimo Iazzetti

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