La solidarietà in “Porti di Terra”

Terza edizione di Porti di Terra.  Ne parliamo dopo un po’ di tempo, ma gli argomenti trattati sono antichi quanto il mondo, non passano mai d’attualità: l’accoglienza, la solidarietà umana.
Il tema centrale è invariato, sempre quello, che ha subito varie trasformazioni, involucri, ma il contenuto è sempre identico: l’attenzione per l’altro, vicino o lontano che sia da noi.
Solo l’Amore può realizzare tutto questo, ma se guardiamo la storia umana essa è nata sempre da un fratricidio: Caino ed Abele; Romolo e Remo, solo per citarne i più noti. La lotta tra fratelli ci sembra impossibile, assurda. Invece su di essa è tessuta la nostra civiltà.
Perché? Il filosofo Hobbes giunse a decretare: ”Homo, homis lupus”, con la differenza che gli animali uccidono solo per stretta necessità e per il solo istinto di sopravvivenza o di conservazione della specie, mentre noi, ”umani”, dotati di ragione, intelletto e così via, volontariamente e scientemente ci ingegniamo per soffocare l’altro, per sopprimerlo psicologicamente e/o fisicamente e lo facciamo sistematicamente in casa nostra. Basta guardarsi intorno, lo facciamo e non solo all’arrivo di nostri simili, su barchini e gommoni.
Quanti di noi conoscono i loro vicini di casa?  Sanno dei loro problemi? Cercano di aiutarli nei momenti di difficoltà? Siamo presi sempre da altro, “Ho da fare,” “Sono impegnato”, “Mi manca il tempo”, “Vorrei tanto, ma non posso”, l’altro, vicino a noi è sempre in seconda posizione, se ci avanza tempo, poi dopo la morte di uno dei nostri cari o amici o conoscenti, rimane solo il rammarico, per non averlo incontrato, per non essere andato in ospedale o a casa a fargli visita, sia esso anziano o giovane. Quest’estate mi è capitato di aver dovuto subire un ’intervento, che mi ha costretto alla semimmobilità ed all’uso delle stampelle, così come accade a molti. Gentile è stato solo lo steward dell’aereo, forse per mestiere, ma quando ho camminato in mezzo alla strada,  mi sono messa in fila all’ufficio postale o davanti un negozio, non vi è stato nessuno che abbia detto: “Signora vada avanti, o “Venga avanti”. Nel passare tra la folla ognuno guardava davanti a sé e ben pochi capivano che rischiavano di travolgermi. Ho pensato anch’io, allora, a tutti quelli che non vivono la temporanea difficoltà, come me, ma che sono costretti ad utilizzare sempre stampelle e carrozzelle.
E questo Festival ha avuto, come anche nelle sue precedenti edizioni, l’obiettivo, di farci fermare a riflettere su come possiamo aiutare chi si trova in difficoltà. Non mi addentrerò nelle norme giuridiche che regolano il comportamento dei singoli o dei gruppi, non dirò che sono meravigliata, di come mai, l’Onu, nato subito dopo la seconda guerra mondiale, quale sentinella di pace tra i popoli, ideato e voluto proprio per mantenere la pace nel mondo, compito pensato ed affidato a quest’organismo, super partes e super nazioni, non riesce a far sentire le sue deboli richieste di:  “cessate il fuoco”, richieste che non vengono minimamente accolte.
I focolai di guerra non si sono mai spenti, ed a volte sembrano riaccendersi qua e là, in luoghi diversi.
Nasce così il profugo, politico quando si oppone ad una determinata scelta del governo della sua nazione ed il migrante che decide di tentare la strada difficile e pericolosa della fuga dalla sua nazione, pur di vivere una vita migliore. Ad essa aspiriamo tutti, tutti dovremmo vivere in salute, felici, ma questa forma di paradiso terrestre sembra non esserci in nessun posto. Quindi all’incapacità dei politici, dei governanti sopperisce la gente comune: sacerdoti, suore, medici, infermieri, volontari che si ingegnano per aiutare il prossimo. Accanto ad essi coesistono persone senza scrupoli, che si arricchiscono mercanteggiando con i sogni e le aspirazioni dei più deboli, è dunque l’eterna  lotta tra i buoni ed i cattivi.
Per questo è stato importante seguire questo Festival, organizzato dalla Caritas Diocesana, con il sostegno della CRI, dell’Unisannio, di tantissime associazioni operanti sul territorio, dal giornale “Avvenire”, dagli ordini dei Psicologi e dei Giornalisti della Campania, con il patrocinio del Comune di Benevento, perché abbiamo vissuto, con dibattiti, incontri, video, tre giornate, ricche di occasioni per capire quello che sta succedendo intorno a noi. L’Auditorium San Vittorino, di Benevento ha ospitato tantissime personalità. Sia nel campo politico che giornalistico, ognuno ha portato il suo personale contributo, cercando di dare risposte agli interrogativi che oggi tutti ci poniamo: ”Perché interi gruppi sono costretti ad abbandonare i loro luoghi natii, per andare incontro ad un futuro incerto, con il rischio di finire uccisi o di annegare?”. “Come mai si sta consumando questa tragedia, di cui non si vede la fine o non si conosce l’utilità?”. “Perché donne ed uomini vengono ingannati ed una volta giunti in Europa non trovano quanto gli era stato promesso, o peggio ancora quello per cui le loro famiglie si erano indebitate, pagando cifre enormi, fino a € 6.500, per ogni viaggio?”. Domande che tutti ci poniamo, a cui non sappiamo nell’immediato dare risposte, perché dovremmo approfondire tutti gli aspetti che hanno portato a questo risultato, utile per capire quali siano alcuni dei complicati meccanismi alla base di tutto questo orrore- Un orrore che abbiamo percepito, senza dubbio,  con il racconto di “Esther”, spettacolo teatrale della “Solot” Compagnia Stabile di Benevento, con la regia di Antonio Intorcia.
Il sipario si è aperto su di un filo, dove abbiamo  trovato stesi due lenzuoli rossi e due bianchi, che sono stati utilizzati dagli attori di volta in volta, sul palcoscenico, dove  si è snodato il racconto di Esther, una ragazza nigeriana, che ha lasciato il suo paese per diventare parrucchiera, in Italia. Attraverso il racconto della sua vita, delle sue vicissitudini, quali l’attraversamento del deserto, l’imbarco forzato sul gommone, dopo essere stata convinta dallo stupro subito, insieme ad altre donne riottose, come lei, a salire, abbiamo avuto contezza di quanto accade a questi nostri fratelli. La sorpresa una volta giunta in Italia: ”Siete clandestine, la parrucchiera è chiusa, dovete lavorare in strada”. Di qui, inizia il viaggio quotidiano di Esther, che da Castelvolturno veniva a Benevento, lasciando il compagno ed il figlio.  Poi sopraggiunge la sua  morte,  inaspettata, violenta, misteriosa, 
Raul Calandrelli, Mario Canfora, Gabriel Curatolo, Marika Iannelli, Giulio Miele, Anna Moretti, Alessandra Napoletano, Nicola Orlacchio, Francesco Pascarella, Glauco Rampone, Emanuela Rapuano, Andrea Stringile, sono i dodici ragazzi che hanno ben interpreto i vari ruoli, e scatenato il pubblico, rimasto in piedi ad applaudire, per lungo tempo. In quel momento, ognuno di noi, dopo aver ascoltato le parole dei testi curati da Antonio Intorcia, Carlotta Boccaccino, Celeste Mervoglino, pensava forse alla misera condizione disumana, in cui siamo precipitati.
Davanti a tanta desolazione, ha voluto dare un segnale di speranza, il documentario dal titolo “Bar Revolution“, che in realtà è il primo viaggio compiuto dai ragazzi del Consorzio “Il sale della terra”, nei paesini della nostra provincia e di tanti altri piccoli comuni d’ Italia, in cui si è voluto iniziare un percorso di dialogo e di integrazione degli extra comunitari, arrivati in Italia, viaggio realizzato con il “Camper del Welcome”, chiamato Ventotene. Il Viaggio, ideato da Michele Salvezza e Gianpaolo De Siena, sottolineato dalle musiche di  Pasquale Pedicini, Sergio Casale, Giovanni Francesca, Massimo Varchione, ci ha mostrato quella parte positiva di coloro i quali non vengono in Italia per delinquere, ma  imparano e poi svolgono i lavori agricoli, che ormai noi italiani, non vogliamo più fare, un po’ perché disabituati alla fatica, un po’ perché non ci assicurano sufficiente disponibilità di denaro per vivere, secondo le aspettative, indotte dalla nostra società di consumi smodati.
Questi ragazzi apprezzano invece ogni forma di lavoro e la nobilizzano, con il loro impegno, perché raffrontano la loro precedente condizione, con quella che hanno la possibilità di crearsi qui. E così rinascono le vigne abbandonate, gli uliveti, si ripopolano i nostri paesi ridotti ormai soltanto ad essere abitati  da anziani, pochi giovani e soprattutto pochissimi bambini. 
Dobbiamo, infatti, anche considerare ciò che leggiamo su “Il Mattino”, laddove dice ,che per esempio, da noi c’è : ”un Sannio fuori dal Sannio, all’estero, composto dagli emigrati, scritti alla Aire, l’anagrafe degli italiano residenti all’estero, un contingente sempre più numeroso, che parte specie dal Fortore, fino a sottolinearne i nomi dei paesi nell’edizione 2019 del rapporto «Italiani nel mondo», sviluppato dalla Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza Episcopale Italiana, «Il fare memoria di sé-  si legge nel rapporto – diventa occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere». Ma quali sono i numeri? I sanniti iscritti all’Aire, Anagrafe Italiani Residenti all’ Estero, sono 54.554. In pratica c’è una città di Benevento fuori dai confini nazionali, fatta di sanniti. Molti sono ultrasessantacinquenni (il 28% del totale) ma, negli ultimi anni, stanno aumentando anche le fasce 18-34anni  e 35-49 anni, entrambe al 20%, segno, specie nel secondo caso, di chi ha provato a restare da queste parti, ma alla fine ha dovuto preparare la valigia, privando il territorio di energie e risorse”.
Come si può correre ai ripari? L’emorragia  è presente ovunque, ci sono persone dunque  che non riescono a vivere bene, decentemente, nel luogo dove sono nati e sono costretti a  spostarsi. Anche questo fenomeno è globale, bisogna ritrovare l’attenzione per l’altro, per il nostro vicino, mettendo un po’ da parte il nostro egoismo. 
A questo punto bisogna tirare la fila di questo discorso, lungo ed articolato.
Non vi sono particolari ricette, ma sono giunta alla considerazione che solo aprendo, ciascuno di noi, il nostro cuore all’altro, solo l’AMORE, parola grossa, difficile, complessa da capire, ci potrà salvare.
La domanda è: ”Ne saremo capaci?”.
Maria Varricchio

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