Grazie alla riforma, ora l’Italia, in rapporto alla popolazione, ha meno deputati e senatori rispetto ai maggiori paesi europei

Antonio Di Maria

Appena approvato dalla Camera il taglio di 230 deputati  e di 115 senatori, il presidente della Provincia, Antonio Di Maria  ha diffuso una nota, in cui, paventato il pericolo di non rappresentanza delle aree interne, quelle meno popolate come la nostra, si chiede che la nuova legge elettorale preveda, in applicazione della “democrazia rappresentativa”, condizioni di vantaggio per le aree interne rispetto alle aree metropolitane e quelle più popolate.  
Dallo stile e dalle argomentazioni addotte, ci è parso di vedere nella nota lo zampino del sindaco Mastella,  che ha il pallino per le aree interne, da quando non ha più il potere per risollevarle dall’isolamento, dallo spopolamento e dalla desertificazione (magari ci avesse pensato negli anni in cui era protagonista in politica). Ma meglio tardi che mai.
In teoria, la nostra provincia, con meno di 300.000 abitanti eleggerebbe 2 deputati e un senatore, considerato  che,  con il predetto taglio,  si eleggerà  un deputato ogni 150.000 abitanti e un senatore ogni 300.000. Quindi, la nostra attuale deputazione (3 deputati e 3 senatori) verrebbe dimezzata, e, detto in soldoni, soltanto le maggiori formazioni politiche locali dovrebbero contendersi la conquista dei seggi riservati alla nostra provincia.
Il problema si pone soprattutto per i 5 stelle, che il 4 marzo 2018 hanno eletto 2 deputati (una donna e un uomo) e 2 due senatrici. Costoro, come pure i parlamentari pentastellati del resto d’Italia,  per aver votato contro se stessi, avranno avuto delle garanzie dal Masaniello che guida il Movimento sul piano nazionale, nel senso che i parlamentari di minore importanza, fatte 2 legislature, non saranno più candidati. In questo modo, le matricole, quelle elette il 4 marzo 2018, oltre ad avere la candidatura nel rispettivo territorio, potranno beneficiare di un paracadute altrove, sempreché i pentastellati di altri territori saranno disposti ad avere l’importazione di candidati. Ma, comunque, non vi sarebbe capienza per tutti, in rapporto ai deputati e ai senatori che i 5 Stelle potrebbero avere, in conseguenza del taglio. 

Luigi Di Maio

Infatti, in base agli attuali sondaggi delle 3 maggiori formazioni politiche (Lega 32%, Pd 20%, al netto della scissione di Renzi, e M5S 20%) con la riforma costituzionale, che prevede in 400 membri la composizione della Camera dei Deputati e in 200 membri la composizione del Senato della Repubblica, con una legge elettorale proporzionale, i 5 Stelle, per i quali sarà una chimera ottenere il 32,7% delle politiche dell’anno scorso, dovrebbero avere 80 deputati, in luogo degli attuali 216, al netto delle defezioni; il Pd dovrebbe averne 80, in luogo degli attuali 88, sempre al netto della scissione di Renzi; la Lega invece ne avrebbe 128, in luogo degli attuali 120.
Per il Senato, sempre in base agli attuali sondaggi, il M5S avrebbe un gruppo di 40 senatori, in luogo degli attuali 111, mente la Lega e il Pd avrebbero un numero maggiore di senatori, rispetto a quello attuale. Infatti, la Lega ne avrebbe 64, invece che 58 e il Pd 40 invece che 36, sempre al netto della scissione. 
Insomma, a parte Forza Italia, un partito in estinzione, attualmente forte di 99 deputati e di 60 senatori, e a parte quello che riuscirà a racimolare il partito di Renzi, che in base agli attuali sondaggi vedrebbe dimezzati i suoi gruppi parlamentari, a pagare il maggiore scotto sarebbe la formazione politica del Masaniello della situazione, quello che ha voluto la riforma, poiché anche il partito della Meloni, in crescita nei sondaggi, non sarebbe penalizzato.
Il Masaniello, infatti, nella campagna elettorale del 4 marzo 2018 aveva promesso di ridurre la composizione delle due Camere, per dare una risposta populista a quella parte di cittadini che vede(va) nei lauti compensi dei rappresentanti del popolo  un male per la nostra economia. Ovviamente, chi impreca contro le istituzioni, ritenendo gli inquilini di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama dei poco di buono e causa del predetto male, non sono delle persone oneste, come chi scrive, bensì i qualunquisti, i male informati, ma soprattutto coloro che hanno da farsi perdonare qualcosa, come gli evasori fiscali e gli imprenditori che hanno alle loro dipendenze lavoratori in nero e sottopagati.
“Ora, si dirà – scrive su L’Espresso Marco Follini, l’ex segretario dell’Udc – che forse il nostro Parlamento era fin troppo affollato, e per giunta che i parlamentari delle ultime legislature non hanno propriamente brillato per le loro qualità politiche. E’ vero. Ma è anche vero che sembra di ben poco respiro l’idea che a tutti i problemi di funzionamento della democrazia si risponda inevitabilmente prospettando soluzioni che ne riducono la densità. Quasi che la radice di tutto fosse nell’essere in troppi a occuparsi di politica”.
Ma il Masaniello, evidentemente, si è posto anche il problema di allontanare i rappresentanti del popolo dai propri elettori, per evitare, o diminuire, la costituzione di clientele, un fenomeno di cui farebbe le spese la formazione politica del Masaniello, non adusa, secondo quanto lui vuol far credere, a porre in essere tale pratica. 
Bene. Ma, poiché per la elezione del Parlamento europeo, l’eletto non è raggiungibile dai suoi elettori disseminati in una circoscrizione di cinque regioni come quella meridionale, se non da quelli del suo ristretto territorio, non sembra che, nelle recenti europee del 26 maggio, la formazione politica del Masaniello abbia avuto un vantaggio, in assenza della costituzione di clientele, in queste elezioni,  tra eletti ed elettori in altri partiti (chi scrive non conosce le persone che ha votato, sa solo che ne sono state elette due fra le tre segnalate dal suo partito). Anzi, quel 32,7% ottenuto alle politiche si è ridotto al 17%, poiché il partito del Masaniello ha fatto le spese della esponenzialità mediatica di Matteo Salvini, ritenuto, dallo scrittore Carofiglio, il ministro della propaganda, impropriamente chiamato ministro degli interni nel precedente governo gialloverde.
Ora, nei sondaggi, ha risalito la china di qualche punto, portandosi allo stesso livello del suo nuovo alleato di governo, il Pd, penalizzato, tuttavia, come dicevamo, dalla scissione di Renzi. Ma non sarà la riduzione dei parlamentari, data in pasto a quelle categorie di elettori, a fargli riconquistare la percentuale ottenuta alle politiche. Vogliamo augurarci che l’attuale alleanza governativa dei pentastellati con il Pd, oltre ad aver reso innocuo Matteo Salvini, possa servire anche a relegare in soffitta un’altra proposta dei campioni dell’antipolitica, quella secondo cui, oltre al Parlamento, bisogna(va) dare il potere di legiferare pure ai cittadini, cui la Costituzione consente solo di proporre leggi, previa petizione. 
Il Masaniello, sostenuto da Marco Travaglio, in difesa della riforma ha affermato che noi, in rapporto alla popolazione avevamo il più alto numero di parlamentari, rispetto ai maggiori paesi europei. Niente di più falso: la Germania, con 82 milioni di abitanti ha 709 deputati, ma a parità di popolazione con l’Italia, che ha 60 milioni e 500mila abitanti, ne avrebbe avuti 518; la Gran Bretagna, con 66 milioni di abitanti ha 650 deputati, ma a parità di popolazione con l’Italia, ne avrebbe avuti 595 (la Camera dei Lord ha addirittura 776 membri); la Francia, con 67 milioni di abitanti ha 577 deputati e 348 senatori, ma a parità di popolazione con l’Italia avrebbe avuto 521 deputati e 314 senatori; la Spagna, con 46 milioni e 720 mila abitanti, ha 350 deputati e 265 senatori, ma a parità di popolazione con l’Italia, avrebbe avuto 453 deputati e 343 senatori.
Il Pd ha assecondato i pentastellati nella riforma costituzionale, poiché proprio i dem avevano varato una riforma che prevedeva il taglio di 315 poltrone, attraverso l’eliminazione del Senato elettivo, una riforma che sarà poi bocciata dai cittadini nel Referendum del 4 dicembre 2016, indetto dal governo, senza che, a norma della Costituzione, vi fosse stata la richiesta del 20% dei componenti di una Camera, oppure di cinque Consigli regionali, oppure di 500mila cittadini. I pentastellati, molto democraticamente quando erano alleati di Salvini, avevano detto che non avrebbero concesso il Referendum, consultazione che può essere richiesta, a norma dell’art. 138 della Costituzione, poiché, nel voto del Senato sulla riforma non vi è stata la maggioranza dei due terzi dei componenti, come invece c’è stata nel voto definitivo della Camera, dove, rispetto al plenum dei suoi componenti, vi sono stati 553 voti favorevoli, 14 contrari, 2 astenuti e 61 assenti, evidentemente contrari, questi ultimi, alla riforma. 
Ma molti dei 553 hanno votato contro la loro coscienza, probabilmente per non essere linciati dalla canea pentastellata, non costituita evidentemente da 60 milioni di italiani, che presidiava piazza Montecitorio. Ma viene da domandarsi: se i pentestallati volevano tagliare delle poltrone, perché non hanno votato la riforma del Pd? E’ chiaro che il loro comportamento, orientando anche il voto contrario nel Referendum, non era finalizzato a difendere la Costituzione, bensì a far cadere il governo Renzi, tant’è che, dopo le dimissioni del premier, hanno chiesto le elezioni anticipate, anche – si pensi a che punto arrivi la loro cattiveria – per non far durare la legislatura quattro anni, sei mesi e un giorno, tempo necessario per far maturare, in favore dei deputati e dei senatori, il diritto, non già al vitalizio, soppresso con il decorrere della XVII legislatura, ma alla pensione, maturata, come quella di ogni cittadino, sui contributi versati.  
Ma certamente si troveranno le condizioni per indire il Referendum, in attesa del quale non vi potranno essere nuove elezioni. Anzi, si è detto, il voto plebiscitario sulla riforma avrebbe blindato la legislatura, poiché gli attuali deputati e senatori hanno tutto l’interesse a completare il mandato. Bisognerà poi vedere l’esito del Referendum, che, siccome in questo caso non prevede il raggiungimento del quorum e siccome saranno intenzionati ad andare a votare in buona parte i cittadini contrari alla riforma, potrebbe dare un risultato inaspettato per i pentastellati, secondo cui la riforma farebbe risparmiare 500 milioni ogni legislatura a scadenza regolare, ben poca cosa per compensare i 120-130 miliardi all’anno di evasione fiscale e ai 30 di corruzione. Ma i contrari alla riforma ritengono invece che il risparmio sarà soltanto di 50 milioni all’anno.  I pentastellati, se volevano ridurre i costi della politica, avrebbero potuto chiedere il taglio delle indennità, riducendo i rimborsi alle effettive spese sostenute e impedendo che qualche parlamentare potesse magari nominare, come portaborse, una sua nuora, per far rimanere tutto in famiglia. Invece, i pentastellati hanno voluto la riforma per punire chissà chi, finendo però per punire se stessi, come dicevamo.
Nel M5S c’è però aria di rivolta: in molti, tra parlamentari, ministri, ex ministri e franfellicchi vari (la caramelle napoletane di fine ottocento dallo scarso valore commerciale), non hanno partecipato alla celebrazione dei dieci anni dalla costituzione del Movimento.  La ex ministra Giulia Grillo ha detto che Luigi Di Maio, il capo del Movimento, è un despota.
Si spera ora in una buona legge elettorale, quella che il Pd aveva chiesto, come garanzia, per votare la riforma. Il Pd ha poi la necessità di creare, con i 5 Stelle, una alleanza organica sul territorio nazionale, perché, da quando ha fatto tabula rasa intorno a sé, è andato incontro a sconfitte. Tutti gli altri, infatti, si sono coalizzati contro di lui. Lo stesso è capitato anche ai 5 Stelle, che non avevano alleati, salvo casi, come quello in cui ha visto eleggere una pentastellata a sindaco di Torino, in cui si è alleato ad altre forze politiche. In questa riforma, per dare rappresentanza adeguata alle aree meno popolate, come chiede Di Maria nella sua nota, bisognerà escogitare criteri del tipo di quelli che consentivano a regioni piccole, come la Basilicata che conta 570mila abitanti, di avere 7 senatori.  
Giuseppe Di Gioia

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