Moni Ovadia, un antirazzista, un saltimbanco ateo che sopporta i credenti 

La pioggia ci ha risparmiati  ed è stato possibile per Moni Ovadia, ritornato a Benevento dopo circa trent’anni, regalarci quasi due ore di spettacolo, con  il suo lavoro dal titolo ”Senza confini – Ebrei e zingari”, presentando la storia di due popoli, il primo che, da perseguitato e decimato, è diventato poi a sua volta persecutore di un altro popolo, quello della Palestina.
In questi anni, gli ebrei hanno radicalmente cambiato le abitudini: vivono per la maggior parte nello Stato di Israele, sono armati fino ai denti e, grazie al presidente Trump, hanno ottenuto il riconoscimento di Gerusalemme, quale loro capitale. Entrati nel salotto del vincitore, hanno acquistato, dopo la seconda guerra mondiale, una condizione solida  e protetta. Per questo, Ovadia,  di origine ebraica sefardita, cresciuto con la sua famiglia in una cultura Yiddish e mitteleuropea, si è distanziato dalle sue origini ebraiche, avvicinandosi di più alla cultura rom. 
Accompagnata da cinque musicisti: uno romano, Ennio D’Alessandro, e un  napoletano, Paolo Rocca, ai clarinetti, e da tre rumeni: Marian Serban, virtuoso del cymbalon, uno strumento a percussione, particolarissimo, un modulare con cilindri torniti dal pieno e rivestiti con vernice metallizzata, ripiani indipendenti  e punte regolabili in altezza, che ha imparato a suonare fin da bambino dal violinista Nelu Stanescu;  Albert Mihai, alla fisarmonica; da Isac Tanasache al contrabasso. Ovadia, che ha lavorato da oltre ventanni con questi grandi artizri, ha affrontato il tema del razzismo, proponendo il riconoscimento del Premio Nobel per la pace agli zingari. Alla fine degli anni ’70, già un nostro bravo cantautore, Nicola di Bari, aveva paragonato il cuore ad uno zingaro, che per antonomasia vuole essere libero, a similitudine di quanto accade ai rom, cantando: ”Che colpa ne ho, se il cuore è uno zingaro e va.., catene non ha, il cuore è uno zingaro, e va…, finché  troverà il prato più verde che c’è ..,raccoglierà le stelle su di sé e si fermerà…chissà… e si fermerà…”
In realtà, i nomadi sono pericolosi per il tessuto sociale in cui vivono, considerando spesso gli espedienti utilizzati per sopravvivere, che rasentano l’illegalità, in quanto non inseriti nel mondo lavorativo. Non hanno mai mosso una guerra contro nessuno, in quanto, proprio per la loro condizione di nomadi, non hanno mai avuto un esercito, quindi anche un territorio da difendere. a differenza di tutti gli altri popoli, e su questo possiamo essere d’accordo con Ovadia.
Gli zingari sono da sempre provetti musicisti. Infatti, i brani che ci hanno fatto ascoltare, alcuni scritti anche nei campi di sterminio, sono ritmici, allegri e pieni di vita. L’artista ha ricordato anche che la Romania è una terra, conquistata dai Romani, dai quali hanno tratto poi l’idioma, neolatino.
Con questa forma di spettacolo, c’è stato dunque l’invito ad evitare qualunque forma di razzismo, perché in fondo tutti potremmo avere origini da ebrei, dai rom e gente di colore.  ricordando che essi sono presenti in tutto il mondo. L’uomo, infatti, originato dall’Africa, si è poi sbiancando risalendo in Europa, ha ricordato Ovadia. Il quale ha concluso affermando che, da saltimbanco ateo, preferisce gli atei e sopporta i credenti, un esempio da imitare, e forse, da migliorare, giungendo all’accettazione dell’altro. 
Maria Varricchio

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