Elena è innocente per la civiltà del terzo millennio. Lo hanno deciso il pubblico del teatro greco di Siracusa e illustri giuristi

SIRACUSA (dal nostro inviato) – Sono quattro anni che, ospite di un amico di gioventù nella città di Archimede, mi capita di vivere, assieme a Maria Varricchio, mia amica e collega, sempre emozioni diverse nel Teatro greco di Siracusa. Nel corso del breve soggiorno, abbiamo assistito alla rappresentazione di “Elena” e de “Le Troiane”, un dramma e una tragedia scritti entrambi da Euripide, privandoci, però, della possibilità di vedere “Lisistrata”,  di Aristofane.
Dei due spettacoli, ha scritto ampiamente, su questo sito, Maria Varricchio,  mettendo in evidenza il modo come Euripide, nelle opere anzidette, dà due immagini diverse di Elena, il personaggio centrale della guerra di Troia.
In “Elena”, infatti, Euripide rappresenta la regina di Sparta come una donna che Hermes nasconde in Egitto, per sottrarla a Paride, il quale, raggirato, porta con sé, a Troia, il suo fantasma, il suo simulacro. In Egitto, Elena, ospite del re Proteo, rimane fedele a Menelao, e quando il marito, da naufrago, finisce, per caso, o per volontà degli dei, in Egitto, rimane incredulo nel vedere la sua vera moglie, dal momento che, senza saperlo, aveva portato con sé, da Troia, il suo fantasma, rimasto in compagnia dell’equipaggio in una grotta, mentre lui si mette in cerca di aiuto. Intanto, deceduto il re Proteo, il figlio Teoclimeno insidia Elena, nel volerla in sposa. A questo punto, Elena escogita un piano, per sottrarsi al desiderio del giovane re egizio e per fuggire con Menelao in Grecia. Promettendo a Teoclimeno di sposarlo, si fa dare una nave per rendere omaggio, al largo dell’Egitto, secondo un rito greco, al marito morto in mare, poiché quello giunto in Egitto si era spacciato come servo di Menelao.  
Ne “Le Troiane”, il tragediografo greco ci rappresenta invece una Elena che ha tradito il marito e che, non per amore di Paride, è fuggita con il figlio di Priamo a Troia, per vivere in una reggia molto più lussuosa di quella che le aveva offerto Menelao; ma subisce l’odio della suocera Ecuba, che aveva capito il suo disegno. Non a caso, quando Menelao la riprende a Troia, promette a questa donna che sua moglie, una volta arrivata in Grecia, sarà uccisa. 
Poiché siamo nel campo della mitologia, cioè dell’inesistente, ognuno, anche una stessa persona, come nel caso di Euripide, avrebbe potuto vedere a modo suo il personaggio centrale della guerra di Troia.
La sua figura, infatti, è stata oggetto di un processo, il cui dibattimento è stato introdotto, al termine della rappresentazione de “Le Troiane”, il 21 di giugno, dall’avvocato Michele Consiglio, magistrato della Corte di Appello di Catania. Illustri giuristi si sono confrontati per stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Elena, dando vita ad uno spettacolo, al cui inizio vi è stata la partecipazione di un nutrito numero di avvocati, in rappresentanza di tutti i Fori siciliani, per rappresentare, attraverso l’intervento di alcuni di loro, lo stato della giustizia nell’isola. Sempre nel prologo dello spettacolo, premiate due giovani attrici, Marial Bajma Riva e Viola Marietti, vi sono stati i saluti di Mariarita Sgarlata, consigliera delegata delle fondazione Inda, Ezechia Paolo Reale, segretario generale del The Siracusa Istitute, Francesco Favi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Siracusa, e Giuseppe Piccione, presidente dell’associazione Amici dell’Inda. 
Nel processo, l’arduo compito della pubblica accusa è affidato a Gherado Colombo, noto ai cittadini italiani per aver fatto parte del pool “Mani Pulite”. Fiancheggiato come testimone di accusa dalla regina Ecuba, interpretata da Maddalena Crippa, una star del teatro italiano, il popolare magistrato ha tessuto una requisitoria, in cui le battute hanno avuto una parte predominante nel suscitare ilarità tra il pubblico, soprattutto quando ha chiesto la condanna a morte di Elena, per aver posto in discussione gli interessi nazionali, unendosi al figlio del re di Troia, in danno della città di Sparta, nonché dell’onore e del prestigio del re Menelao. Infatti, ha pressappoco detto Colombo, chissà cosa succederebbe se oggi si condannassero a morte tutte le donne che tradiscono i propri mariti!?
Ovviamente, dal momento che Elena è accusata di altro tradimento e di combutta con lo straniero a fini di guerra, vengono scomodati l’art. 90 della Costituzione Italiana e l’art. 243, II comma del codice penale. L’avvocato Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale presso l’Università di Bologna, assume la difesa di Elena che, interpretata dalla stessa Viola Graziosi, l’attrice che in “Elena” veste i panni della regina di Sparta, siede accanto a lui. 
Laura Marinoni, che ne “Le Troiane” interpreta Elena, è invece il testimone della difesa, nella veste del simulacro di Elena. Nella sua deposizione, Marinoni si fa portatrice dei sentimenti di una donna che vuole solo ricongiungersi con il marito. Elena, in sua difesa, dice di essere stata la vittima della disputa di tre dee (Afrodite, Era e Atena), su ciò che Paride avrebbe preferito tra l’amore, la potenza e l’intelligenza. Avendo lui scelto l’amore, Afrodite promise di dargli, nella persona di Elena, la donna più bella del mondo. 
L’arringa dell’avvocato Manes si rivela molto incisiva, soprattutto quando l’illustre giurista, per dimostrare che Elena aveva scelto l’amore per Paride rispetto al matrimonio convenzionale contratto con Menelao,  prende, ad esempio, “Madame Bovary”, in cui la protagonista, Emma, sposato un medico che non amava, è alla continua ricerca dell’amore. Non manca di citare Violetta, de La Traviata, una cortigiana che si innamora di Alfredo, così come non gli sfugge di scomodare Cesare Beccaria, che ne “Dei delitti e delle pene”, invita la Chiesa ad essere clemente. Ma soprattutto, riesce a convincere il collegio giudicante, che non emetterà un verdetto unanime, come dirò in seguito, quando dice che Manelao, per partecipare al funerale del padre deceduto nell’isola di Creta, lascia Elena in compagnia di Paride, recatosi in visita da lui. 
Il numeroso pubblico, munito all’ingresso del Teatro di due cartellini (uno bianco per manifestare l’innocenza di Elena, e uno rosso per ritenerla colpevole),  eccetto l’alzata di un numero di cartellini rossi che si conta sulle dita di una mano, si schiera  in favore dell’innocenza di Elena, così come, fornendo una approfondita motivazione, si schierano anche i giudici a latere del collegio, rappresentati da Giuseppina Peterniti Martello, direttrice del TG3, e da Loredana Faraci, decente dell’Accademia delle Belle arti di Roma; mentre la presidente del collegio medesimo, Livia Pomodoro, ex presidente del Tribunale di Milano, si schiera per la colpevolezza della regina di Sparta, fornendo anche lei una approfondita motivazione nel condannare Elena a fare la pescivendola a Siracusa. 
Giuseppe Di Gioia

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