Ne “Le troiane”, Euripide racconta la schiavizzazione delle donne da parte dei greci, il sacrificio di Astianatte e l’opportunismo di Elena, odiata da Ecuba

SIRACUSA (dal nostro inviato) – Euripide è stato il protagonista di questa 55° edizione degli spettacoli, presentati nel Teatro Greco di Siracusa, da Inda Fondazione, in cui due, di universale importanza, sono stati gli argomenti trattati: la donna e la guerra. L’inizio della vita ad opera della donna e la fine di essa a seguito della guerra.
La storia, si sa, è sempre stata scritta dai vincitori. Dalla parte dei vinti non si schiera quasi mai nessuno. Si lodano i vincitori, perché più forti, più potenti e quindi più temibili. Di conseguenza, l’imparzialità è spesso difficile da trovare. Il dolore dei vinti non viene neanche calcolato: esso è servito ad affermare un’egemonia, una supremazia del migliore sul cattivo.
Non sempre però i vincitori sono i migliori, spesso la vittoria arride per altri motivi, o, come credevano gli antichi greci, vi era un destino, già scritto, e gli umani dovevano solo rassegnarsi ai capricci degli dei, che nelle loro dispute spesso li usavano, come pedine, oggetti per realizzare le loro vendette o i loro voleri. Proprio su questo humus, trovò terreno fertile il messaggio cristiano, evangelico, nato dagli ebrei, che vedeva in Dio un padre e per giunta buono, tanto da  sacrificare il suo unico figlio, per la realizzazione della salvezza del mondo.
Pensiamo ad Elena, impersonata qui da  Viola Graziosi, oggetto di dono da parte della dea Afrodite, al giovane Paride, qualora avesse indicato lei, come la dea più bella, a differenza di Era ed Atena. Sarà questa circostanza a costituire la linea di difesa della giovane, davanti ai suoi accusatori, sostenendo che non fu per sua volontà che si allontanò con Paride da Sparta, verso Troia, dove in realtà ha vissuto nei dieci anni di guerra, a dire della suocera Ecuba, seguendo attentamente le vicende della guerra, pronta a  seguire il vincitore. Non l’amore, dunque, l’avrebbe spinta a Troia, ma il desiderio di vivere in una reggia molto più lussuosa di quella che Menelao le aveva offerto. Una grande opportunista, che Ecuba non può non odiare, in quanto la causa della morte dei suoi cinquanta figli, avuti tutti dal re, Priamo, morto anche lui. Si salverà lei, che diventerà schiava di Ulisse, mentre sua figlia Cassandra, definita profetessa di sciagure, perché aveva previsto la distruzione di Troia, sarà data in schiavitù ad Agamennone. La sacerdotessa, interpretata magistralmente da Marial Bajma Riva, sarà dunque costretta “ad allietare il talamo di Agamennone”, tradendo così la sua volontà di rimane vergine, assecondata in questo dall’amato padre, Priamo.  Cassandra, suo malgrado, accetta il ruolo impostole, perché così potrà  compiere la sua vendetta. La forte partecipazione nella recitazione di questo scomodo ruolo, la porta anche a prevedere il lungo errare dell’esercito greco, che non farà facilmente ritorno a casa. A ragion veduta, dunque Marial, dopo lo spettacolo, è stata premiata per la recitazione eseguita. Sorte particolarmente dolorosa toccherà ad Andromaca, la vedova di Ettore, che  sarà portata schiava presso Neottolemo, non prima di vedere ucciso, lanciato dal dirupo, il figlio, avuto da Ettore, Astianatte. Questo piccolo e sventurato principe, rappresenta, secondo Ulisse, un pericolo per i Greci, perché divenuto grande, potrebbe realizzare propositi di vendetta contro i Greci. Il messaggero che porta la notizia di questa condanna a morte, dimostra tutta la sua umanità nel rammarico di dover far eseguire la sentenza ed invita le donne – la  madre Andromaca (interpretata da Elena Arvigo) e la  nonna Ecuba (interpretata da Maddalena Crippa) – ad accettare il dolore e a non ribellarsi ad esso.
Il piccolo Astianatte, Riccardo Scalia, avrà solo lo scudo del padre quale bara ed i veli, di cui si priveranno le donne Troiane, per seppellirlo, in un corteo di strazio e di dolore, per il suo funerale di guerra. Dopo, i Greci procedono alla tratta delle donne in schiavitù e bruciano la città, prima di andarsene.
A distanza di 2000 anni il messaggio di Euripide rimane di una straordinaria modernità, e tutta la drammaticità della storia è testimoniata anche dai 250 tronchi, provenienti dal bosco del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, dove,  a causa della feroce tempesta, abbattutasi sulla regione il 29 ottobre dello scorso anno, sono stati divelti. Ne “Le Trioiane”, grazie agli architetti dello studio di Stefano Boeri, alle luci di Angelo Linzalata,  ed alla regia di Muriel  Mayette-Holtz, con l’assistenza alla regia di Mercedes Martini hanno ripreso vita, quei tronchi sono stati riutilizzati per raccontare la distruzione di una città  e la disperazione di quaranta figure femminili, che, indossata una tuta mimetica (costumi ideati da Muriel Myette e Marcella Salvo), cammineranno tra essi, per rappresentere il dolore dei vinti.
Il messaggio  dell’intera tragedia è stato accompagnato sia  dalla  musiche curate da Ciril Giroux, che dal  coro delle vecchie, composto da dieci cantanti, con Doriana La Fauci, quale capo coro, e da quello dell’Accademia del Dramma Antico, sezione “Giusto Monaco”, composto da trentatré elementi, che hanno avuto, quale  capo coro, Elena Polic Greco. Alle richieste di giustizia, che queste donne avanzano a Menelao, impersonato da Graziano Piazza, appena giunto alla loro presenza, quest’ultimo risponde, rassicurandole, che la morte sarà data alla regina, non appena giunti in patria.
Euripide è riuscito dunque a centralizzare l’attenzione sulle sofferenze che i conflitti armati portano agli uomini, e di aver così sottolineato, con grande coraggio, la spietatezza che l’imperialismo porta sempre con sé.
Trarremo da questa tragedia insegnamenti per la nostra vita e per il nostro futuro? 
A ciascuno di noi è assegnato questo compito, e dunque dovremmo gareggiare tutti per portarlo a termine.
Maria Varricchio

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