La morte di Manfredi il ghibellino

Cari amici, questa volta è con una punta di amarezza che mi accingo a narrarvi di un avvenimento del quale un mio avo fu diretto testimone.
Era il 26 febbraio 1266, un venerdì nero per la dinastia sveva.
Messer Cinghiale, il mio antenato, grugniva felice al tiepido calore di quel mezzodì invernale, quando all’improvviso un gran clamore di armiattirò la sua attenzione. Una fiera ed impari battaglia stava svolgendosi sulla sponda destra del nostro Calore presso un ponte che, stando al mio avo, si chiamava “della Maorella”.
Le insegne in campo erano quelle dei D’Angiò e degli Svevi.
La battaglia fu dura ed enorme il tributo di sangue pagato al dio della guerra. un uomo, certamente un re, si batteva con valore, creando grossi spazi vuoti intorno a sé.
Il mio avo affascinato da tanto coraggio, vincendo la nostra innata paura per gli uomini e per il fracasso, si fece strada nella furibonda mischia e si avvicinò all’eroe, che con fierezza gridava: “Sono Manfredi, il ghibellino!”.
Mentre ancora l’eco del suo grido era viva, un colpo vigliacco trapassò la schiera del valoroso. Morto Manfredi, tutto la sua gente capitolò.
Dopo la battaglia, mani empie caricarono il cadavere dello Svevo sulla groppa di un somaro. Il suo corpo, irrispettosamente deriso e mutilato, fu portato per tutta Benevento. A questo punto la cronaca del mio antenato si ferma; un grosso lacrimone macchia il suo diario.

 

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