Mani sulla città: uno sguardo alle richieste di condanna

La storia fu una di quelle che fanno rumore.
Almeno in una piccola cittadina di provincia.
Ma non solo.
Corruzione, concussione, corruzione elettorale, falso, truffa, turbativa di gara.
E ancora, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture, emissione di fatture false. 
Una storia di appalti e mazzette i cui protagonisti furono amministratori, tecnici, funzionari e imprenditori.
Dalla custodia e pulizia del Teatro romano, della villa Comunale, di calata Olivella, del Parco dell’Arco del Sacramento alla realizzazione del Parco archeologico di contrada Cellarulo, passando per la sistemazione del Terminal dei bus extraurbani e delle strade, un vero e proprio “Sistema” aveva, nelle ipotesi della Digos e del PM Clemente, letteralmente messo “le mani sulla città”.
Correva l’anno 2013 quando, ipotizzando una gestione criminosa della macchina comunale, un numero consistente di richieste di custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari e obblighi di dimora scossero la apparentemente tranquilla vita quotidiana del capoluogo.
«Gli indagati agiscono – venne fuori all’epoca – nel più rozzo favoritismo e nel mercimonio della funzione, non più svolta nell’interesse esclusivo della collettività, ma per perseguire utilità ed interessi privati propri, di familiari, di persone o imprese amiche».
«Emerge in particolarela mediocrità del personale tecnico e dirigente […] che a parte la palese disonestà manifestata […] appare del tutto inadeguato. I dirigenti e i tecnici vengono fuori […] come i vasi di coccio di manzoniana memoria, stretti nella morsa costituita da una parte dall’arroganza dei politici disonesti e dall’altra dalle blandizie e dai favori offerti da imprenditori spregiudicati».
Le indagini, in realtà, erano cominciate ancora prima, nel 2010, su di un sistema di affidamento di servizi e pagamento di relative prestazioni – un flusso enorme di denaro pubblico – in assenza di  alcuna determina di affidamento e in cambio di voti ottenuti anche con minacce di licenziamento.
Arrivano, a poco più di sei anni di distanza – un’era geologico-politica dopo – le richieste della pubblica accusa.
Le condanne richieste, per i reati che nel frattempo non sono caduti in prescrizione, sono di un certo rilievo.
8 anni per Luigi Boccalone, presidente del Consiglio e ex assessore alle Finanze, al quale viene contestato il reato di corruzione e concussione.
8 anni anche per Mario Siciliano, amministratore di “Sima” e “Gesico”, per i reati di concussione, corruzione e violazioni tributarie.
7 anni e 6 mesi per Roberto La Peccerella, dirigente del settore dei Lavori Pubblici, per i reati di concussione, abuso d’ufficio, truffa e falso.
7 anni per Claudio Mosè Principe, ex assessore ai Lavori Pubblici, per il reato di corruzione e per quello di concussione. 
6 anni, per gli stessi reati e poi per quelli di falso, corruzione elettorale, abuso d’ufficio e truffa, per Aldo Damiano, consigliere comunale ed ex assessore ai Lavori Pubblici.
5 anni per Fausto Pepe, all’epoca dei fatti Sindaco di Benevento per falso, corruzione elettorale, abuso d’ufficio e truffa.
5 anni anche per Mario Ferraro e Cosimo Nardone, rispettivamente presidente e vicepresidente della cooperativa sociale San Valentino per falso, corruzione elettorale, abuso d’ufficio e truffa.
4 anni e 6 mesi per Andrea Lanzalone, dirigente del settore Finanze, per falso, abuso d’ufficio e truffa.
4 anni per il reato di corruzione, per Giovanni Racioppi, ingegnere del settore dei Lavori Pubblici, per Pietro Ciardiello, ingegnere, amministratore unico della ditta omonima, per Luigi Tedesco, amministratore unico della ditta “Artistica”, per Antonio Cavaliere direttore tecnico della ditta “Costruendo”.
3 anni e 6 mesi per Lorena Lombardi, dirigente del settore Ambiente del Comune, per i reati di falso e abuso d’ufficio.
3 anni per Giovanni Fantasia, ufficiale della Polizia Municipale nel frattempo promosso al grado di comandante, per falso.
1 anno e 6 mesi per Andrea Scocca, architetto del Comune, per il solo reato di truffa.
In totale, poco meno di 64 anni – al netto, è bene ribadirlo nuovamente, di tutti i reati caduti in prescrizione – per un sistema che, seppure dal punto di vista penale dovesse risultare non sanzionabile in tale o anche solo in minima misura, lascerebbe inalterata, dal punto di vista morale, l’ombra inquietante sulla pervasività di un determinato concetto di gestione del potere nel capoluogo sannita e sulla permeabilità di differenti ambienti rispetto a logiche affaristiche che solo con molta difficoltà è possibile immaginare come sciagurata parentesi in una storia di altrimenti trasparente gestione dell’Ente.
Palazzo Mosti e propaggini non sono mai state, e chissà se mai lo diventeranno, una casa di vetro.
E la realtà di ogni piccolo capoluogo della provincia italiana è quella di un reticolo di relazioni che assomiglia più alla tela di un ragno che alla trama, robusta ma ordinata, di un tessuto.
In attesa della sentenza di primo grado – che visti i tempi della giustizia beneventana potrebbe benissimo essere ad anni luce di distanza dal presente – e tenuto conto della concreta possibilità che in prescrizione finiscano numerosi altri reati ancora, non rimane che sperare che a palazzo di città e dintorni si sia almeno dell’avviso che, come voleva Mark Twain, pur dimorando tra le mere superstizioni la convinzione che l’onestà sia sempre la tattica migliore, si sia almeno attenti alla mera “impressione di onestà”.
Che da sola, «vale sei volte tanto».
Massimo Iazzetti

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