Eppur si muove. Ma non troppo

È così che è cominciato il 2019.

Allo stesso modo in cui è finito il 2018.

Una leggera, leggerissima, quasi impercettibile eppure pervasiva sensazione di immobilismo, di inerzia, di stasi.

Alla quale hanno contributo forse i sacchi dell’immondizia che in alcune parti del capoluogo sembrava attendessero che li portasse via la befana.

O gli abeti, che dopo aver abbellito il Corso per le festività natalizie pareva aspettassero di abbellirlo pure a carnevale.

O la illusoria solerzia della macchina organizzativa di Città Spettacolo che con largo anticipo comunica progetti, organizza provini, ma al contempo avverte gli artisti beneventani eventualmente interessati, per bocca del suo Deus ex Machina, di non darsi troppe arie; ché nessuno si muoverà per andare a cercarli. 

O la progettualità dell’assessore al Commercio – ex Cultura – che spera di guadagnare dinamismo alla collaudata Fiera di San Giuseppe fermi rimanendo i due più ortodossi capisaldi del loisir “made in Ceppaloni”: l’inscindibile accoppiata Spettacoli & Street Food.

O i cambi di casacca politica che, a dispetto del moto tutto apparente generato dal passaggio di un alfiere della sinistra d’élite targata PD alla destra liberale targata FI – con tanto di scalata alle posizioni di vertice in ambito cittadino, giusto per rimarcare la premialità legata alla pratica – continuano a rappresentare la prova più tangibile che il gattopardo non rischia l’estinzione. 

E, a proposito di casacca, nemmeno la colorazione acquisita recentemente dai gilet all’ombra della Dormiente – discutibile banalizzazione in salsa locale di un simbolo nato oltralpe da esigenze differenti, con ben altre prospettive e obiettivi –, contribuisce più di tanto a mitigare quella leggera, leggerissima, quasi impercettibile sensazione di immobilismo di cui si diceva.

Eppure qualcosa si muove.

Si muovono gli alunni delle scuole che hanno bisogno di opere di rifacimento – anche se è vero che in fase di rodaggio l’impressione è stata piuttosto quella della rievocazione delle gite organizzate dal geometra Filini nei film del compianto ragionier Fantozzi.

Si muovono le Posizioni al Comune di Benevento nell’ambito delle categorie di appartenenza – anche se il Bando per le Progressioni Economiche Orizzontali viene contestato per il mancato rispetto della normativa vigente in materia.

Si muovono gli enti preposti all’accertamento della presenza di TCE nelle acque distribuite ai rioni Ferrovia, Libertà e Centro storico – che rilevando un consistente sforamento dei limiti di legge danno dunque ragione ad Altrabenevento che aveva per prima sollevato il problema.

E a proposito di acqua, si muove pure il comitato Acqua Bene Comune: che consegna al primo cittadino ben 3.200 firme per un referendum consultivo comunale relativo alla possibilità di gestire pubblicamente le risorse idriche.

Primo cittadino che approfitta però del convengo per addurre puerili argomentazioni a favore dello status quo e per negare, ancora una volta, al pari di ogni altro rappresentante della casta che governa il paese, il rispetto del parere perentoriamente espresso dal voto referendario di 27 milioni di italiani nel 2011.

Perdendo al contempo l’occasione di tornare, magari per fare pubblica ammenda, sulla vicenda tetracloroetilene spiegando le motivazioni in base alle quali avrebbe preferito mettere tutto a tacere con una denuncia. 

Si muovono, infine, le particelle di polveri sottili che in parte abbandonano, grazie a chirurgici blocchi del traffico, le parti della città nelle quali sono ubicate le centraline per il rilevamento dell’inquinamento atmosferico – offrendo così la possibilità agli abili comunicatori che attualmente amministrano il capoluogo di vantare, nel fondo della classifica, la primazia regionale in tema di qualità dell’aria.

Qualcosina insomma si muove, nonostante tutto.

Ma non sembra portare la città da nessuna parte.

In nessun campo quello che la città aspirava ad essere e sembrava, solo qualche decennio addietro, avere le possibilità di essere, è oggi più vicino di un solo passo.

É cominciato da poco l’anno di Matera capitale europea della cultura.

Se proprio gli amministratori beneventani di ogni segno politico – tanto quello lo si cambia come una maglietta d’estate, al primo accenno di sudorazione – non li si può mandare a quel paese, che almeno li si invii in quella città. 

Che non è poi così distante. 

Li si inviti, dopo un lungo, lento bagno di umiltà a prendere appunti, block notes alla mano, sul lavoro da fare per costruire un futuro credibile per una città immobile, ferma, ancorata ad un presente davvero in-credibile. 

E al vanaglorioso ricordo di un lontano, lontanissimo passato.

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